In linea da: 07/05/2017

Il 25 aprile 1945 alle Maleviste. Una storia e una ricerca

di Camillo Pavan e Alessandro Casellato

Ritorniamo sul 25 aprile. Il nostro amico Alessandro Casellato ci propone alcune pagine del libro recente di Camillo Pavan, Maleviste 25 aprile 1945 (Istresco 2016), che ricostruisce un episodio tragico avvenuto nel trevigiano a pochi giorni dall’insurrezione (a Treviso il 28 aprile) e dalla Liberazione: quattro uomini e un ragazzo catturati e uccisi nel corso di un’azione antipartigiana dalla Brigata Nera “Cavallin” di Treviso. Segue il testo dell’intervento di Casellato alla presentazione del libro che si è tenuta a Preganziol il 27 aprile, con osservazioni sulla storia orale e un elogio del metodo di ricerca seguito da Pavan.

1. Alle Maleviste, di Camillo Pavan

Il teatro dell’azione

L’ultima azione antipartigiana della XX Brigata Nera “Cavallin” di Treviso avviene nella pianura a sud del capoluogo, fra San Vitale di Canizzano, Sambughè di Preganziol e Zero Branco.

L’attacco iniziale è portato contro la casa di Luigi Galiazzo, un piccolo contadino di Sambughè fittavolo del conte Avogadro di Lanzago, dove i fascisti sono certi di trovare rifugiato un gruppo di partigiani della brigata Negrin.

Dietro casa Galiazzo si estende una “campagna” (divisa in due da un grande fosso che funge anche da confine fra Treviso e Preganziol) lavorata dalla famiglia di Sante Volpato, di San Vitale.

Su entrambi i bordi del fosso cresce una tipica siepe di pianura con acacie, olmi, ontani, salici, pioppi, ecc. la cui fogliazione, pur in fase iniziale, è già abbastanza consistente. Rinforzano l’effetto barriera macchie di sambuco e arbusti vari tipo sanguinella la cui vegetazione è più avanzata.

L’appezzamento di terra a est del fosso e fino alla stradina che dal tracciato principale di via Munara conduce a casa Galiazzo è seminato a mais, germogliato da poco, e intersecato da quattro piantate [piantaree]: «Una piantarea ogni trentaquattro metri: un campo dei nostri ha trentaquattro gombine»1. Ogni piantata è costituita da un duplice filare di viti “clinto” con al centro una fila di gelsi, per un totale quindi di otto filari di viti più quattro di gelsi2.

Delimita la stradina di Galiazzo un filare di sole morerine, gelsi potati a piccola altezza.

I campi a ovest del fosso, verso San Vitale, sono intervallati da tre piantate di viti con gelsi mentre il terreno è prevalentemente a prato ed erba medica.

Si tratta insomma della classica campagna arativa, piantada e videgada che caratterizzò per secoli e fino agli anni ’50 del Novecento il paesaggio agrario a coltura mista della Mestrina, il territorio fra Mestre e Treviso a cavallo del Terraglio (con una fascia a ovest che si estendeva fino alle sorgenti del Sile) descritto dagli antichi estimi e mappe veneziane […]. Unica novità rispetto ai secoli precedenti la presenza di un pescheto specializzato [persegheria] su entrambi i lati del fosso, i cui fiori sono ormai caduti e la fogliazione è all’inizio3.

Martedì 24 aprile

Nell’imminenza dell’ordine d’insurrezione generale, che a Treviso sarà dato nel pomeriggio di sabato 28 aprile 1945, i partigiani si stanno dislocando tutt’attorno al capoluogo4.

Nella tarda serata un drappello di uomini della brigata garibaldina Oreste Licori “Negrin” – una delle più agguerrite formazioni partigiane operanti a sud della città – è alla ricerca di un posto al coperto dove passare la notte a San Vitale di Canizzano, nei pressi delle scuole elementari di quella sperduta frazione rurale. Provengono in parte da Zero Branco e in parte da Mogliano. A loro si sono aggregati anche tre partigiani di Marcon (Adolfo Ortolan, suo padre Giacomo e suo zio Ettore) che si erano dovuti allontanare dalla loro zona in seguito al tradimento di un’ex fiancheggiatrice passata alle brigate nere5. I partigiani chiedono ospitalità alla famiglia Giusto detti Paja, quelli con la bottega da casoin, che li pregano di non fermarsi lì, perché nella loro casa ci sono tanti bambini e li invitano a non fermarsi neppure in un’altra grossa casa di contadini, quella dei Benetton, dove abitano due famiglie con una cinquantina di persone. Li consigliano di andare invece nella casa dei Galiazzo dove abitano solo i due “vecchi” Luigi (medaglia di bronzo al VM nella Grande Guerra) e Maddalena, il loro figlio Marco e la nuora Maria, moglie dell’altro figlio Attilio, prigioniero in Germania6. Il gruppetto raggiunge la famiglia indicata, che accetta di ospitarli. Si sistemano in stalla e trascorrono la nottata.

Mercoledì 25 aprile

Il giorno di San Marco – giornata primaverile dal tempo incerto – durante una delle tante pause che caratterizzano tutte le guerre in attesa dell’azione, i partigiani stanno giocando a carte.

Ma qualcuno, forse il bidello della vicina scuola elementare, uomo di sicura fede fascista, è venuto a sapere della loro presenza e li segnala ai fascisti7. Che partono in bicicletta dal collegio Pio X e arrivano in zona.
Albino Benetton ricorda di averli visti arrivare:

«Alle 10 la maestra ci mandava fuori in ricreazione. Stavamo giocando là, nel recinto delle scuole elementari, quando li abbiamo visti passare: erano diciannove-venti, li abbiamo contati. Erano con la bicicletta, correvano forte e andavano verso Zero Branco»8.

Superata la scuola, le brigate nere proseguono ancora per circa duecentocinquanta metri e poi si fermano all’altezza di dove ora sorge il cippo partigiano. Qui girano a destra per la stradina che s’inoltra nella campagna e raggiungono la vicina abitazione dei Brisotto [Dalla Giustina] che, con l’accusa di aver dato ospitalità ai partigiani9, vengono “ben bastonati”10. Ritornati in via Maleviste posano le biciclette e si apprestano a raggiungere la casa dei Galiazzo. Prima però bloccano un uomo, abitante in una delle casette che si trovano un poco più avanti sulla destra, vicino all’osteria “de e Monde”. È un certo Belligrandi, conosciuto come Teni11. Con Teni in testa a far da guida (e da scudo) superano il passo carraio, all’epoca esistente in corrispondenza della stradina che porta a casa Nascimben, ed entrano nei campi della famiglia Bardin. Proseguono sul rival, il sentiero che costeggia la riva destra del rio Serva e dopo un po’ prelevano anche alcuni membri della famiglia Bardin e Lino Prete (un loro parente che li sta aiutando a innestare le viti)12 e li pongono davanti alla colonna assieme a Teni.

I fascisti avanzano lungo “a Serva”, attraversano il corso d’acqua sul ponticello che si trova nei pressi di casa Bandiera (ora Bordignon) e continuano lungo un caredon rettilineo di circa duecento metri che termina davanti a casa Galiazzo, nei pressi della quale lasciano liberi gli ostaggi.

I partigiani non si aspettano di essere attaccati; nessuno è di sentinella.

La sorpresa è assoluta. Non c’è alcuna sparatoria, nessuno scontro.

«Loro non hanno neanche toccato il fucile», afferma Mario Volpato13, proprietario dei campi attraverso i quali sono scappati o hanno tentato di scappare i partigiani, «e avevano la mitraglia!».

«C’è il rival che viene dal monumento. I fascisti venivano avanti a piedi, da quella parte, e i partigiani avrebbero potuto ammazzarli tutti»14.

«Li hanno trovati che stavano giocando a carte in stalla. Si sono presentate là queste brigate nere e quando i partigiani hanno sentito di cosa si trattava sono saltati fuori dal balcone di dietro»15.

Nella confusione del momento il padrone di casa, Luigi Galiazzo, riesce a fuggire tra i campi davanti all’abitazione16. Vengono invece bloccati suo figlio, Marco, che proprio quel giorno si era assentato dal suo lavoro di commesso in città17, e l’aviere sbandato Carmine Gargiulo che dai Galiazzo aveva trovato ospitalità18.

Tranne che per il passaggio delle brigate nere in bicicletta davanti alle scuole di San Vitale, osservato con i propri occhi dallo scolaro Albino Benetton, le testimonianze su quanto accadde in quel mattino del 25 aprile non sono di prima mano: nessuno era cioè presente al fatto; tuttavia le ricostruzioni sono attendibili poiché i testimoni erano dei vicini di casa che riportano quanto raccontarono i superstiti di quella famiglia e altri contadini presenti nei campi vicini al teatro dell’azione. Tutte le testimonianze concordano su alcuni punti.

1 – I partigiani erano adeguatamente armati, ma privi di vigilanza.

2 – Furono colti di sorpresa mentre giocavano a carte.

3 – Ad attaccarli furono solo le brigate nere di Treviso e non i tedeschi.

4 – Non ci fu alcuno scontro armato fra fascisti e partigiani, ma solo l’uccisione in maniera brutale dei partigiani che non erano riusciti a scappare, cui seguì quella dello sbandato e dei civili catturati.

Nota. Tratto da Camillo Pavan, Maleviste 25 aprile 1945. Cinque caduti per la libertà nella campagna fra San Vitale di Canizzano, Sambughè di Preganziol e Zero Branco, Istresco, Treviso 2016, pp. 13-20 (con minimi tagli nelle note).

2. Alessandro Casellato, Un servizio alla storiografia e alla memoria

Testo della presentazione del libro di Camillo Pavan, Maleviste 25 aprile 1945. Cinque caduti per la libertà nella campagna fra San Vitale di Canizzano, Sambughè di Preganziol e Zero Branco, Preganziol, 27 aprile 2017

Questo libro ricostruisce uno degli ultimi fatti di guerra avvenuto nella bassa pianura trevigiana, tra Canizzano, Preganziol e Zero Branco. Il 25 aprile 1945 una ventina di uomini della Brigata Nera uscirono da Treviso a perlustrare il territorio nei dintorni delle Maleviste perché avevano ricevuto da una spia del posto la notizia che un gruppo di partigiani si era riunito in una casa di contadini: erano effettivamente alcuni componenti della brigata Oreste Licori “Negrin” che si stavano preparando all’insurrezione finale. I brigatisti neri li sorpresero nella casa della famiglia Galiazzo a Sambughè; i partigiani scapparono nei campi, ma i fascisti riuscirono a catturarne due: Adolfo Ortolan, detto Dolfino, sedicenne studente all’Istituto Berna di Mestre, proveniente da una famiglia di estrazione contadina di Marcon, e suo zio Ettore Ortolan, che aveva 34 anni e faceva il manovale alla Vetrocoke di Porto Marghera. Si erano nascosti in un fosso. Prima fu trovato Dolfino, che venne preso a bastonate sulle spalle e sulle braccia; mentre urlava uscì dal fosso suo zio Ettore, che ebbe la stessa sorte. Entrambi furono uccisi a colpi di bastone, percossi ripetutamente sul busto – evitando la testa per far durare più a lungo il supplizio – fino a spaccargli le ossa delle braccia e della schiena.

Nella casa dei Galiazzo era rifugiato anche un sottufficiale napoletano, Carmine Gargiulo, sbandato dopo l’8 settembre e rimasto nascosto, renitente ai bandi di arruolamento della Repubblica Sociale Italiana. Aveva trent’anni. Le Brigate Nere lo portarono fuori e gli spararono a bruciapelo. Poi diedero fuoco alla casa.

Andandosene, trascinarono con sé il figlio dei Galiazzo, Antonio, trent’anni, e si diressero verso Zero Branco; lungo la strada trovarono un ragazzo sull’orto di casa, Antonio Bragato; anche lui fu prelevato. Poi i brigatisti neri si fermarono presso un’abitazione contadina e ordinarono alle donne di preparare una grande pastasciutta; mangiarono e fecero mangiare anche i due prigionieri, avendo premura di dir loro che quello sarebbe stato il loro ultimo pasto; poi li portarono lungo un fosso e li uccisero con due raffiche di mitra.

Alla fine della giornata tornarono a Treviso, al collegio Pio X dove avevano il loro quartier generale, portandosi dietro la refurtiva sottratta dalla casa dei Galiazzo.

Questi sono in estrema sintesi i fatti accaduti il 25 aprile 1945 nei pressi di via Maleviste. Fu l’ultima azione antipartigiana svolta dalla XX Brigata Nera “Cavallin” di Treviso. La guerra era pressoché già finita. Quel giorno Milano insorgeva; due giorni dopo si sarebbe liberata anche la città di Treviso e i componenti della Brigata Nera avrebbero cercato vie di fuga individuali, sperando di scampare alla giustizia e alla vendetta dei partigiani e degli angloamericani.

Fino al 28 aprile, i cadaveri dei cinque uccisi rimasero per terra, esposti alla pioggia. Questo apre alla riflessione su come i partigiani venissero visti dalla popolazione locale. È un argomento complesso, che non consente di dare una risposta secca e univoca (i comportamenti furono diversi: dal sostegno, alla paura, alla diffidenza, alla delazione) ma è un tema sul quale comunque questa ricerca di Camillo Pavan si interroga e porta alcuni elementi.

Dopo aver richiamato sommariamente gli avvenimenti, mi preme qui mettere in luce il metodo che Pavan ha seguito per svolgere la sua ricerca. Siamo di fronte a un lavoro storiografico esemplare. Non è facile, dopo oltre settant’anni, arrivare a una ricostruzione così dettagliata di eventi certo tragici ma di rilevanza soprattutto locale, sui quali le fonti dirette – cioè i documenti coevi che ne recano traccia – sono molto poche. Pavan ha utilizzato tutte le fonti che aveva a disposizione; ha compiuto una ricognizione pressoché completa dei documenti ufficiali: i registri dei morti dei comuni e delle parrocchie, le relazioni giornaliere delle attività svolte dalla Brigata Nera, i diari storici delle formazioni partigiane scritti a guerra conclusa, le relazioni dei parroci, gli atti dei processi della Corte d’Assise Straordinaria, le schede autobiografiche compilate dai partigiani nel dopoguerra per iscriversi all’ANPI. Ha incrociato tra loro questi documenti – che in diversi casi non collimavano – per verificarne la precisione e l’attendibilità.

Inoltre, e soprattutto, ha valorizzato le fonti orali, cioè le testimonianze raccolte oggi – nel 2015 – tra gli abitanti della zona dell’eccidio e quelli dei paesi di provenienza dei caduti.

Faccio presente che Pavan è uno dei più esperti storici orali italiani: ha cominciato a utilizzare questa metodologia di ricerca nei primi anni Ottanta e ora detiene uno dei più ricchi archivi di ricerca a livello nazionale, senz’altro la più ampia raccolta di fonti orali relative alla Prima guerra mondiale presente in Italia. Pavan conosce benissimo il mestiere, è venuto l’anno scorso a fare una lezione all’università agli studenti di Storia orale. Conosce insomma per pluridecennale esperienza le potenzialità e le insidie delle testimonianze. In questo saggio ha offerto un buon esempio di come le fonti orali possano essere utilizzate per una ricerca storica. Richiamo qui alcuni aspetti del suo metodo.

I testimoni compaiono sempre con nome e cognome, e con alcune informazioni biografiche che aiutano il lettore a valutarne la pertinenza; in alcuni casi compaiono anche con la propria fotografia: ci mettono la faccia, insomma. Le testimonianze sono sempre state registrate in audio o video. In nota alle trascrizioni delle interviste, Pavan riporta sempre in maniera univoca i riferimenti ai documenti sonori, indicando anche il punto preciso (il minutaggio) delle parti citate. Alcune di queste interviste sono anche state pubblicate nel suo canale youtube e sono quindi accessibili e verificabili da chiunque.

Pavan utilizza sia testimonianze di prima mano, cioè di testimoni autoptici, presenti al momento degli avvenimenti, sia quelle indirette, di chi parla per aver sentito racconti di testimoni diretti, spesso i familiari, che ora non ci sono più; ma ha sempre cura di distinguere le une dalle altre.

Riporta tutte le versioni relative a uno stesso fatto, anche quelle divergenti: le mette a confronto tra loro e in relazione alle altre fonti, per avvicinarsi alla versione più attendibile e per provare a spiegare le ragioni che stanno alla base delle varianti. Opera cioè una serrata critica delle fonti, utilizzando il metodo filologico, cioè lo stesso metodo con cui si studia la storia di un manoscritto o di un testo letterario. Però, rispetto a chi lavora con i testi scritti depositati nelle biblioteche, Pavan ha il vantaggio di poter tornare da un suo testimone se si accorge di non aver capito bene qualcosa, e di potergli fare altre domande, più precise. Con alcuni dei suoi testimoni ha anche esplorato il teatro della vicenda: ha fatto quindi “lavoro di gambe”, sul terreno, non solo lavoro da tavolino; ha individuato i luoghi precisi, fatto fotografie, misurato distanze, costruito mappe.

Le testimonianze orali non ci sarebbero state se Camillo Pavan non le avesse cercate, sollecitate, registrate. Non tutti i ricercatori sarebbero riusciti a entrare in relazione con i testimoni che invece a Camillo hanno rilasciato la loro versione dei fatti. Lo hanno fatto perché si sono fidati di lui e perché in lui hanno trovato un interlocutore consentaneo al loro modo di pensare e di parlare. Questo rappresenta – lo dico en passant – un valore aggiunto su cui varrebbe la pena di riflettere di più, per apprezzare al meglio la ricerca. Vi si apprezza, per esempio, il livello di dettaglio e la precisione con cui Pavan è stato in grado di interloquire con le persone che ha intervistato.

Questa di via Maleviste è una storia di campagna, e la ricerca è stata condotta propriamente sul campo, sul territorio. Per poterla condurre, e per capirla a fondo, per verificare lo stesso grado di attendibilità dei ricordi dei testimoni, è necessario saper distinguere le piante e le loro denominazioni locali, per esempio sapere la differenza tra canèe e canevére, canne palustri canne di bambù e canne di sambuco; se non necessario, è molto utile conoscere il modo di coltivare la campagna, sapere che cos’era una pianterèa, come si coltivavano i fagioli montagnòi tra le piantine di granoturco, a che livello arrivava l’acqua nei fossi, e il modo in cui gli argini venivano puliti. Sapere che un pàeo dée vide – di acero e acacia – poteva essere facilmente trovato in quei luoghi ed essere utilizzato per bastonare a morte una persona.

Mi sono soffermato sul metodo della ricerca non solo perché ne sono ammirato, ma anche per dar conto della fatica che Pavan ha fatto a ricostruire in maniera credibile una vicenda sulla quale c’erano sì poche fonti scritte coeve, ma c’erano anche moltissimi racconti fioriti successivamente agli eventi, che da questi però si discostavano in maniera rilevante. Qui introduco rapidamente un secondo tema di cui il libro tratta: le distorsioni con cui – da un certo momento in poi – la vicenda è stata tramandata, raccontata, solennizzata in pubblico.

Per distorsioni non intendo i ricordi a sfondo magico o religioso delle persone del luogo, come quello riportato da più testimoni secondo il quale l’albero di gelso davanti al quale Galiazzo fu ucciso e contro il quale cadendo batté la testa, improvvisamente quel giorno morì con lui. Questi ricordi fanno parte della storia, del modo in cui gli eventi furono percepiti ed elaborati dalla cultura folklorica locale.

Per distorsioni e manomissioni intendo gli interventi deliberati e consapevoli di “abbellimento” del racconto pubblico. Dal 1965 ai giorni nostri, la narrazione ufficiale degli eventi ha inserito nel racconto dei fatti degli elementi non veri, introdotti per rendere la storia pedagogica, istruttiva, magniloquente, utile politicamente, e più corrispondente a un’idea “eroica” e canonica della Resistenza. La narrazione ufficiale, che rimbalza da numerosi opuscoli e libri fino all’attuale sito dell’ANPI nazionale (e nel libro di Pavan c’è un’ampia selezione di questi testi) introduce questi tre elementi che oggi chiameremmo fake, cioè falsi, contraffatti, alterati:

– assimila tutti e cinque i caduti a partigiani combattenti, mentre sappiamo che solo i due Ortolan lo erano, perché invece Gargiulo era un soldato sbandato e Bragato e Galiazzo erano civili in età di leva che avevano rifiutato di arruolarsi nella RSI;

– parla di una strenua e prolungata resistenza armata da parte dei partigiani nei confronti degli assalitori, mentre sappiamo che i primi furono colti di sorpresa e cercarono di salvarsi scappando tra i campi;

– dice che all’azione parteciparono non solo i fascisti della Brigata Nera, ma anche i soldati dell’esercito tedesco e delle SS, facendone crescere il numero fino a “migliaia di uomini” (cit. sito ANPI su Ettore Ortolan).

Un quarto elemento quasi sicuramente falso è il modo in cui alcuni partigiani si sarebbero salvati: nascondendosi sotto l’acqua dei fossi e respirando con delle cannucce.

La ricerca di Pavan si occupa anche di comprendere le ragioni per cui queste distorsioni e manipolazioni della storia furono introdotte, e di ricostruire le tappe attraverso le quali si vennero affermando. Le conclusioni cui arriva mi sembrano molto equilibrate e condivisibili: hanno a che fare con motivazioni di ordine psicologico – quelle che probabilmente mossero Giacomo Ortolan, il padre di Dolfino e fratello di Ettore, a proporre o avallare una ricostruzione che facesse ancor più risaltare il comportamento eroico dei suoi familiari – e con motivazioni di ordine politico, che probabilmente furono alla base delle scelte già dei comandanti partigiani che nell’immediato dopoguerra redassero i diari delle loro formazioni, e poi dei dirigenti comunisti e genericamente degli organizzatori della memoria resistenziale e dell’uso pubblico della storia della Resistenza, in ambito locale e nazionale, per i quali la storia della Resistenza aveva un valore politico, morale, pedagogico così importante che poteva fare aggio sul rispetto della filologia e della veridicità dei fatti così come erano accaduti.

Questo libro è arrivato all’ISTRESCO praticamente già fatto, come già fatto era il libro precedente di Camillo Pavan pubblicato nel 2015 e dedicato ai nove partigiani uccisi a Quinto nell’ultimo giorno di guerra. Camillo è un ricercatore indipendente, scrittore editore e blogger, geloso della propria autonomia (tra l’altro, in autonomia sta facendo un lavoro straordinario e certosino sui caduti partigiani del comune di Treviso, e anima un blog ricchissimo di informazioni e documenti sulla Resistenza a Treviso). Ma è anche socio dell’ISTRESCO, e a noi è parso doveroso chiedergli di pubblicare questa ricerca – come quella precedente – nella nostra collana “Promemoria”, perché la prima ragione sociale dell’Istituto è studiare la storia della Resistenza nel trevigiano e tramandarne la memoria e i valori. Ci è parso doveroso anche perché il libro documenta quanto cieca, disperata e fine a se stessa fu la violenza della Brigata Nera nei confronti sia dei partigiani che della popolazione civile, e perché racconta la vicenda dell’uccisione di Dolfino Ortolan e dei quattro suoi compagni di sventura in maniera convincente e credibile, finalmente liberando una storia tragica e straziante dalle incrostazioni della retorica che in qualche modo l’avevano imprigionata e deformata, e allo stesso tempo essendo capace di spiegare e comprendere anche le distorsioni introdotte dalla memoria e dalla propaganda, e quindi fare storia della memoria.

In un caso come questo, l’esigenza di veridicità non è solo per noi l’unico dogma irrinunciabile che abbiamo in quanto storici – una sorta di giuramento di Ippocrate che lega tutti coloro che si dichiarano seguaci di Clio, la musa della storia, e che ci impone la scelta deontologica di non imbrogliare, di non manomettere le fonti, di mettersi alla ricerca della verità, appunto, quale che sia – ma è anche un servizio che ci sembra di aver fatto alla memoria di Dolfino, Ettore, Carmine, Antonio, Marco, alla loro umanità di vittime della violenza fascista, ognuno di essi per ragioni diverse, ma tutte meritevoli di essere ricordate, e raccontate, per quello che sono effettivamente state.

  1. Albino Benetton, Settecomuni di Preganziol 1930, file 15112301, 04:56. […] []
  2. Benetton, file 15112302, passim. []
  3. Benetton, file 15112301, 07:05. Il pescheto a ovest era di varietà Palazzina, pesche bianche grosse e gustose ma meno apprezzate di quelle della persegheria dall’altra parte del fosso, che erano “gialle con la macchia rossa”. I perseghi venivano portati a vendere al martedì, giovedì e sabato al nuovo mercato di Treviso costruito in viale Cairoli, a ridosso delle mura nell’area oggi adibita a parcheggio, e inaugurato il 28 ottobre 1933. Cfr. Il Trevigiano tra le due guerre, a cura di Amerigo Manesso, Istresco/Provincia e Comune di Treviso 2006, p. 153. […] []
  4. Il comando della brg. Negrin parla di «N° 43 squadre mobili col compito specifico di disarmare pattuglie nemiche e militari isolati di transito, al fine di poter armare i numerosi giovani che si presentavano disarmati ai comandi partigiani». (Aistresco b. 24, fasc. Divisione Garibaldi F. Sabatucci – Brigata Garibaldi O. Licori (Negrin) – Diario Storico, Breve relazione sulle operazioni di guerra che portarono alla liberazione della zona di giurisdizione della brigata “O. Licori” Negrin). []
  5. La ragazza in questione era Maria Potente, da Gaggio, che il 18 aprile si era già distinta nell’uccisione del partigiano Guerrino Rossetto, cfr. testimonianza di Guglielmo Cavallin, Conscio di Casale sul Sile 1916, intervistato il 23 marzo 1988, https://youtu.be/hZM4McVxi3c, da 02:43 a 03:06.

    La zona fra Gaggio e Marcon fu rastrellata il 22 aprile dai fascisti. In quell’occasione fu catturato il partigiano Walter Chinellato, Marcon 1925, cfr. la sua testimonianza registrata l’8 agosto 2015, file 15080808, da 26:53 a 27:27, sintesi: «Gli Ortolan erano ricercati e avevano paura che dopo il mio arresto io parlassi, ma io ho sempre negato di conoscerli». 53:18: «Pensare che noi, a casa sua, facevamo le riunioni con i partigiani. E dopo, non so come … lei è andata con le brigate nere. Anche quando hanno preso me, c’era la Maria Potente!».

    Sull’antefatto del rastrellamento del 22 aprile 1945 a Gaggio e Marcon cfr. la testimonianza del fotografo moglianese Romeo Ortolan, in Nicola Maguolo, La professione del fotografo nel XX° secolo: l’attività di Gaetano Ortolan e figli a Marcon e Mogliano Veneto, in “L’ESDE, fascicoli di studi e cultura”, 05-2010, pp. 48-49.

    Di Maria Potente parlano inoltre Primo De Lazzari, intervistato da Maria Teresa Sega (a integrazione del volume Memoria Resistente, cfr. sito dell’IVESER) e Pietro Vanin, Marcon 1930, intervistato il 24 agosto 2015, file 15082402, da 08:08 a 10:00.

    Maria Potente terminerà la sua altalenante carriera seguendo in Inghilterra l’ultimo amore, un ufficiale britannico, che sposerà diventando cittadina inglese. (De Lazzari, intervista cit.). []

  6. Benetton, intervista del 3 giugno 2015, file 15060301, da 21:30 a 25:20. []
  7. Sull’identità della spia, come naturale, le ipotesi si sovrappongono. Secondo Graziano Nascimben, San Vitale di Canizzano 1942, intervistato il 30 aprile 2015, file 15043001, 01:01:00, a segnalare la presenza dei partigiani fu il padrone della loro terra, un fascista di Treviso che si era trasferito a casa loro per sfuggire ai bombardamenti. Per Giacomo Ortolan di Marcon, a fare la spia sarebbe stata Maria Potente. (Vanin, file 15082402, da 08:08 a 10:00). Per Andrea Michieletto fu il brigatista Gio. Batta Sartor Bajeche (Prima che scenda il silenzio… Quando le testimonianze diventano storia, a cura di Rosanna Calvani, Gianni Daurù, Sandro Scaboro. Circolo Ricreativo Anziani San Trovaso [di Preganziol], 2008, p. 88). []
  8. Benetton, file 15060301, 04:18. La relazione della brigata Negrin parla invece di una “quarantina di militi”. (Aistresco b. 10, fondo Caporizzi, fasc. Carteggio relativo ai giorni dell’Insurrezione, “Diario storico per la zona 7 della brigata Negrin”). []
  9. Testimonianza di Gino Bardin, San Vitale di Canizzano 1933, registrata il 25 aprile 2013, https://youtu.be/l1of5Qj524U, 00:48. []
  10. Nascimben, file 15043001, 01:02:50. []
  11. Testimonianza di Mario Volpato, San Vitale di Canizzano 1927, registrata il 28 aprile 2015, file 15042801, 05:15 e confermata da Nascimben, file 15043001, 58:08. Il soprannome “Teni” è probabilmente la dizione dialettale di “Tenni”, il cognome del popolare campione motociclistico Omobono Tenni cui è anche intitolato lo stadio comunale di calcio a Treviso. []
  12. Bardin, https://youtu.be/l1of5Qj524U, 04:46. Nelle didascalie del brano è stato trascritto “prete”, come nome comune. Successivamente l’intervistato precisò che si trattava in realtà di Lino Prete da Zero Branco. []
  13. E con lui tutti gli altri abitanti del luogo interpellati. []
  14. Benetton, file 15060301, 05:18. Va anche detto che, se è vero che in guerra la mancata vigilanza è un errore imperdonabile e duramente sanzionato, è altrettanto vero che in questo caso un’azione di contrasto diretto contro i fascisti che avanzavano, possibile teoricamente, in realtà era impraticabile visto che in testa alla colonna c’erano gli ostaggi civili. []
  15. Volpato, file 15042801, 08:10; Gino Bardin, https://youtu.be/l1of5Qj524U, 03:00. Secondo Albino Benetton, file 15060301, 28:00, i partigiani erano invece intenti a giocare a carte all’esterno della stalla, seduti su uno spiazzo erboso ai bordi della siepe. []
  16. Armando Menoncello, 25.4.1945 Il fatto Gagliazzo. Memoria manoscritta consegnata a Gianni Daurù per il libro Prima che scenda il silenzio… []
  17. Gli abitanti del luogo ritengono che Marco Galiazzo sia rimasto a casa per festeggiare il suo onomastico (San Marco, 25 aprile). []
  18. Sulla presenza di militari sbandati nelle famiglie contadine di Canizzano cfr. la testimonianza di Renato Pistolesi, https://youtu.be/dAgQ1WBrza8. []

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