In linea da: 30/04/2017

Treni per Porto Marghera. Turnisti pendolari raccontano

a cura della redazione del sito di storiAmestre

Per i consueti auguri di buon Primo Maggio quest’anno presentiamo alcuni brani di interviste a ex lavoratori che, tra gli anni Cinquanta e Novanta, ogni giorno raggiungevano Porto Marghera in treno, quando non in bicicletta, da Meolo, uno dei paesi di reclutamento operaio. Riprendiamo proprio il tema del viaggio quotidiano di andata e ritorno, che emerge in tutte le interviste come una questione cruciale e un peso insopportabile per chi l’ha vissuto, persino peggiore del lavoro e dell’ambiente malsano in cui lavorava. A conferma del fatto che non basta guardare alle ore di fabbrica per capire com’era (e com’è) la giornata di un operaio e della sua famiglia.

Nota. Nei primi mesi del 2009 Piero Brunello e Mario Davanzo hanno condotto e videoregistrato nel Centro di documentazione “Giuseppe Pavanello” di Meolo una dozzina di interviste a ex operai di Porto Marghera, presentate in un video nel convegno Movimento operaio: storiografia e nuove prospettive promosso da storiAmestre il 29-30 maggio 2009 al Centro Candiani a Mestre.

I temi toccati nelle interviste riguardavano la vita quotidiana, le esperienze lavorative ed eventualmente di lotta, gli interessi e le relazioni fuori della fabbrica. Qui si presentano alcuni brani relativi al viaggio in treno da Meolo a Porto Marghera: ritardi, sovraffollamento, liti o complicità con i capistazione, azioni di disturbo. Il viaggio per ferrovia – pensato come un servizio e quindi come un diritto – viene ricordato in modo negativo: persino peggio dell’amianto e dei fumi avvelenati nell’ambiente di lavoro… Più di uno tra gli intervistati afferma di essere andato volentieri in prepensionamento pur di non prendere più il treno dei pendolari.

Le interviste, condotte in dialetto da Piero Brunello, sono state trascritte in italiano da Mario Davanzo. La selezione dei brani è stata fatta dalla redazione del sito di storiAmestre. (red)

Guido F. (1953)

Partivo da Meolo in treno per andare a Porto Marghera, alla Breda. La mia giornata tipo cominciava alle sei del mattino e terminava alle sei di sera per poter fare le otto ore di lavoro. L’ambiente dove si lavorava era duro da affrontare: era diverso da come mi ero immaginato una fabbrica: eravamo 3.500 operai là dentro ai quei tempi. Il lavoro era abbastanza duro perché come saldatore dovevo entrare a saldare nei doppi fondi, nelle paratie delle navi. Entravi in questi luoghi chiusi. Sì, c’era il tubo di aspirazione dei fumi, ma faceva quel che faceva… Poi nel ‘76 sono passato nel reparto di manutenzione, dove seguivamo gli impianti d’acqua, di riscaldamento ecc. che sono dentro lo stabilimento. Ho lavorato negli impianti di riscaldamento a vapore, dove c’erano i rivestimenti di amianto.

Si è saputo dopo dell’amianto, e io ci ho lavorato 19 anni. Il lavoro in sé stesso, non era quello che rendeva pesante la giornata. Quello che pesava era fare il pendolare: la tua vita era legata al treno, tu dipendi dal treno, la tua vita comincia ogni mattina dal treno. Delle mattine c’era, altre mattine era in ritardo, o te la facevi in piedi, carrozze maleodoranti, sporche: brutta esperienza con la quale cominciavi la tua giornata.

Dopo 33 anni di treno, ho deciso di dire basta. Mi hanno riconosciuto 5 anni dell’amianto e sono andato in pensione con 40 anni di contributi. Ma ho conosciuto gente che veniva in treno da Portogruaro. Se io mi alzavo alle sei, loro si alzavano alle quattro e mezza per venire alla Fincantieri. Gli ultimi due mesi non ne potevo più e sono andato su in macchina… Eri lì alla stazione di Porto Marghera e “Annunciamo ritardo… annunciamo ritardo”, arrivavi a casa alle sette, sette e mezza la sera. Se poi veniva un po’ di neve o un temporale: erano ore di ritardo. Proteste? Mai avuto un riscontro. Ma il problema era che negli ultimi tempi ti stivavano come sardine negli scompartimenti, ma non interessava più a nessuno. Ognuno pensava ad arrivare a casa o andare al lavoro, e basta! non importava come. […] Ma sono andato anche a lavorare in bicicletta…

Novellino S. (1953)

Ho cominciato a lavorare a 16 anni e mezzo. Ho fatte le tre medie e poi le professionali al Don Bosco a San Donà. […] Arrivato alla Breda mi sono iscritto al corso serale per il diploma di maturità, a San Donà. Alla Breda ho fatto l’operaio per 18 anni, anche cambiando mansioni. Ho partecipato anch’io alla vita del pendolare, in treno o in corriera, a seconda dell’opportunità di combinare gli orari con la scuola. I tempi erano strettissimi. Venire a casa da Marghera la sera, cenare in fretta e poi a San Donà a scuola: quindi facevo il turno giornaliero. Tranne d’estate quando era previsto il cosiddetto “turno estivo” perché il pomeriggio non si riusciva ad andare a bordo della nave per il troppo caldo. Avevamo fatto un accordo aziendale per il periodo da giugno a settembre si faceva dalle sei alle 14, quindi si partiva alle 4 della mattina.

I treni con cui ho cominciato a viaggiare erano ancora quelli con la porta a ogni scomparto: rumorosi affollatissimi, pieni di fumo. C’erano studenti e lavoratori saliti un’ora e mezza prima a Portogruaro. Ognuno aveva un suo modo di stare in treno, dormendo, leggendo, fumando, chiacchierando. Eravamo in molti a cercare lo spazio per recuperare anche quei quaranta minuti di sonno. Per lavorare alle otto avevamo un treno alle sei e venti. Si arrivava a Marghera e poi il tratto a piedi fino allo stabilimento, negli spogliatoi e bisognava presentarsi 5 minuti prima sul posto di lavoro. Alle 8 suonava la sirena e cominciava la giornata, il turno di lavoro. Alla sera alle 5 (nel turno giornaliero) si doveva abbandonare il posto di lavoro e andare in spogliatoio. Alle 5 e 40 avevi il treno per tornare.

Quando arrivava a Meolo il famoso “treno degli operai” c’era un corteo di biciclette che lasciava la stazione. Quando lavoravo la campagna con i miei, e dalla campagna vedevi il corteo di biciclette degli operai, passare uno dopo l’altro, sapevi che erano le sette. Quello era l’orario degli operai, e noi continuavamo ancora…

Carmelo M. (1951)

Ho sempre fatto i turni su 24 ore da quando sono entrato a 21 anni, fino alla fine. I primi turni erano del tipo 2-1; a volte si cambiava e si faceva 3-2, dipendeva… Due giorni di lavoro e uno di riposo, due mattine, due pomeriggi o due notti, riposo, e via: sempre così, è un ciclo continuo che non tiene conto di domeniche, feste, Natale, Pasqua… […]

Il treno: dura con il treno, specialmente negli ultimi anni perché andavi in stazione e non sapevi se il treno arrivava o meno. Dovevi tornare indietro, prendere la macchina, con i turni di giorno, di notte, nebbia, ghiaccio, brutto tempo. Da Meolo c’era una buona squadra che veniva su a Marghera, e in treno conoscevi anche tutti quelli degli altri stabilimenti: Italsider, Sirma, Breda, Montecatini, Vetrocoke, Agip…

Il treno per il turno 6-2 era alle 5; per quello 2-10 all’una, e alle 9 per il turno 10-6. Stessa cosa per il ritorno. Dalla stazione di Mestre era una breve passeggiata a piedi quando lavoravo all’Allumetal. Poi alle Leghe Leggere era più lontano e allora c’era un pullman pagato dalla ditta, che ci attendeva fuori del treno.

Ma negli ultimi tempi questo era il fattore più pesante del lavoro. Perché hanno cambiato l’orario dei treni e non sapevi più se trovavi il pullman e allora dovevi telefonare, ti venivano a prendere e perdevi delle mezze ore. Gli ultimi due anni in particolare non lo sopportavo più. Mi è capitata l’occasione di andare in esubero. L’Azienda era stata assorbita da una multinazionale americana e hanno cominciato a smaltire gli esuberi e sono entrato tra questi. Per me è stata una liberazione.

Guido M. (1937)

Sono venuto ad abitare a Meolo nel 1950. I miei avevano una cesuretta di 6 campi. Dopo la divisione a mio padre ne erano rimasti tre, ma non vivi assolutamente con la cesura. Mio padre faceva il bracciante. Andava a fare i vigneti e altri lavori da una grossa agenzia di Monastier. Avevo dei cugini che facevano i falegnami a Monastier, che ci sono ancora adesso, e sono andato da loro a fare il falegname, prima dei quattordici anni, come si usava a quel tempo.

E poi sono andato a lavorare da Padovan, che è mio cognato, ed è qua vicino. Un anno, in regola, naturalmente. E dopo sono andato a Venezia e poi a fare il militare a Palermo. Sono tornato senza preoccuparmi tanto perché c’era questo mio cugino che mi aveva assicurato che un mese o l’altro sarei entrato al Petrolchimico. Nel ’61, dopo quattro mesi di corso la mia qualifica era conduttore di impianti chimici e sono montato in turno. Durante il corso facevamo pratica dentro il reparto cui eravamo stati destinati. Sono montato in turno e ci sono rimasto fino alla fine, fino al ’91. 30 anni giusti di turni. All’inizio i turni erano una cosa massacrante, facevamo ancora 48 o 46 ore e ti consideravano come riposo quando smontavi dalla notte, la mattina e cominciavi il giorno dopo con il 6-2: quello era un giorno di riposo! Con il tempo e soprattutto con le lotte è cambiato l’orario e hanno fatto un tipo di turno dove c’era un po’ più di riposo. Però dovevi recuperare un giorno al mese, oppure ti prendevano un giorno di ferie. Avevamo 12 giorni di ferie all’inizio . Poi è venuto il turno di tre o due giorni e il 2-1: facevi 2 giorni 6-2, due giorni 2-10 e due 10-6.

Andavo a prendere il treno in bici e smontavo a Mestre. E con il pullman di Brusutti andavamo fino allo stabilimento. Se finivi alle 10, per esempio, dopo 10 minuti c’era il pullman che ti riportava in stazione. Non avevi il tempo per niente, appena di cambiarti, neanche per una doccia, che riuscivamo a fare in reparto. Il pullman non ti aspettava e se lo perdevi, perdevi il treno,

I treni solo a suon di lotte hanno adeguato gli orari a quelli degli stabilimenti. Nei primi tempi per dire, fino al ’68-70 se facevi il turno 2-10, il treno a Meolo era alle 2 e quindi impossibile. Allora andavamo al Ponte della Catena (4 km da Meolo centro, ndr), sulla statale Triestina a prendere il pullman che ti portava alla stazione di Mestre. Ci si arrivava in bicicletta che lasciavamo a un signore che abitava nei pressi. A lui davamo qualcosa, perché ci riportava, una alla volta, le nostre biciclette alla stazione di Meolo, e così le avremmo ritrovate alle 11 al ritorno in treno. Questo servizio lo faceva naturalmente in bici.

Dopo, a suon di proteste e di lotte, hanno anticipato il treno. Ma diversi operai sono stati denunciati perché per protesta avevano fermato il treno a Santo Stino, che era un po’ il punto cruciale del tragitto per Mestre. Molti salivano anche a Portogruaro, ma quelli di Santo Stino per arrivare in tempo, prendevano anche loro il pullman fino a San Donà e qui prendevano un diretto per Mestre, che a Santo Stino non fermava! Lotte.

Dopo le cose sono cambiate e i treni erano abbastanza regolari, ma il pendolarismo, coi treni, si muove sempre con l’acqua alla gola.

P. (1928)

Io facevo il muratore e poi nel ’50 sono andato a fare il militare: era l’anno santo e così mi hanno abbonato un poche di settimane di leva. Dopo il militare sono andato a lavorare in Piemonte. Quando sono tornato dal Piemonte, lavoravo con la Mantelli che era una ditta esterna dentro la SICE. Era una grossa impresa che faceva strade, ora si chiama SACAIM.

Conoscevo un impiegato che lavorava alla SICE, era figlio di uno che faceva il capo qua a Ca’ Tron, e un giorno mi ha detto «Perché non ti fai assumere qua? Se ti va bene mi arrangio tutto io». L’idea di entrare in uno stabilimento mi andava: «Proviamo», ho detto.

Dopo 10 giorni, io stavo giocando a bocce qua da Ziggiotti, e Matteo mi ha detto: «Hai fatto domanda per la Montedison, tu?» «Sì», dico io. «Sono venuti i Carabinieri a domandarmi informazioni su di te…». Dopo qualche giorno infatti mi è arrivata la lettera. Ho avuto qualche difficoltà perché per entrare dovevo passare da muratore che è uno specializzato, a manovale. E non era facile. I primi otto giorni ho fatto il giornaliero e poi i turni per 22 anni: 6-2, 2-10 e 10-6. Pasqua, Natale, fino alla fine. […]

I primi tempi andavo a lavorare in pullman. Lo prendevo al Ponte della Catena, ci andavo in bicicletta. Poi hanno cominciato a mettere treni che andavano bene per i turnisti e allora sono andato in treno. In treno fino a Mestre e poi un pullman che ci portava nei vari stabilimenti. I ritardi… Il pullman non ti aspettava e allora noi, da Meolo fino a Portogruaro, dovevamo telefonare in stabilimento che venivano a prenderci col pullmino. Non ho nessuna nostalgia del treno, non ne ho più preso uno dopo la pensione!

Luigi B. (1939)

Ho cominciato a prendere il treno nel giugno del 1955, andavo a Marghera da Berengo che faceva fonderia carpenteria e meccanica.

Quegli anni erano robe da matti con i treni: ore di ritardo, ore, ore! Con le macchine a carbone, d’estate con i finestrini aperti, arrivavi a casa tutto nero in faccia perché stavi fuori per prendere aria, sudato, si attaccava tutto il fumo nero. Allora lavoravo da Berengo dalle sette fino alle cinque e mezza di sera, perché l’uomo della forgia (io ero il “bocia”) attaccava alle sette e mezza e alle sette e mezza il fuoco doveva essere pronto per mettere su il ferro a scaldare. Fino alle cinque e mezza perché lui finiva alle 5 e io dovevo riassettare un po’ il posto. E il treno l’avevo alle sei e spesso facevo fatica ad arrivare a fare la passerella e tutto. Cosi saltavamo lo steccato e andavamo al binario.

Una sera c’è la Polfer che ci spetta. Gli altri vedono la Polfer e si fermano. Io penso che non devo perdere il treno e il treno è fermo in stazione. Allora io vado avanti e prendo il marciapiede per andare verso il treno. Questo della Polfer mi viene dietro e io gli spiego del disagio della passerella che ci fa perdere il treno e parliamo. Quando vedo che il treno è partito, parto anch’io, riesco a saltare sull’ultima carrozza e lui rimane a terra a guardarmi. Era un disagio notevole.

C’è stato un periodo che avevamo davanti l’Orient-Express, proprio davanti al nostro che era l’accelerato come si chiamava allora. L’Orient-Express andava da Lisbona a Istanbul e accumulava ritardi: quindi non gli mettevano l’accelerato davanti che doveva fare tutte le fermate e c’era un solo binario allora. I sorpassi potevano avvenire solo nelle stazioni. E allora aspetta: aspetta che passi l’Orient-Express. E avanti. Siamo andati avanti anni così, finché non siamo un po’ cresciuti e allora abbiamo cominciato a fare le battaglie. Abbiamo cominciato a fare le battaglie e siamo andati avanti circa un mese a prendere sempre l’Orient-Express e a ogni fermata tiravamo l’allarme. Quelli di Quarto d’Altino e quelli di Meolo. A ogni fermata: una sera il treno sta arrivando a Meolo e da lontano vediamo che ci sono i carabinieri che ci stanno aspettando. Perché questa era una cosa ripetitiva e non si poteva pensare che ti lasciassero andare avanti. Insomma qualcuno di noi si è accorto dei carabinieri che ci spettavano dalla parte della stazione. Passaparola veloce e siamo scesi tutti dall’altra parte; e via! Sarà stato il ’58 o il ’59.

Ma questo era successo per un motivo, perché con alcuni capostazione a Mestre si poteva anche ragionare, si poteva parlare e trovare un accordo, dicevano loro al macchinista di fermare.

Una sera in particolare, e da lì si è scatenato tutto il conflitto, troviamo un capostazione che dice che non si poteva, e basta. Noi da Venezia prendevamo un treno qualsiasi, scendevamo a Mestre e assieme con quelli di Mestre che erano più numerosi, concordavamo il da farsi. Io e un Calza da Quarto d’Altino tentiamo inutilmente di convincere il capostazione, spiegandogli che abbiamo già due ore di ritardo. Gli promettiamo che il treno noi lo fermeremo lo stesso. Lui ci ride sul muso, ma il treno si fermerà quella e le sere successive.
C’era molta gente nel treno. Alla mattina facevamo la strada con Placido Cappellina che lavorava in via della Pila, e Luigi Furian alla Polvere Metalli, un lavoro di chimica. Io e Placido per rompere le palle a Luigi facevamo i conti di quanto ci mancava per andare in pensione: avevamo 16 anni! “Porca puttana! Voialtri fate i conti?”. Tutte le mattine lo facevamo arrabbiare. Montavi in treno la mattina e c’era la prima classe, la seconda e la terza.

A quel tempo c’era anche la terza, e la terza classe puoi immaginarti era strapiena: c’erano quelli che salivano a Portogruaro che venivano magari da Concordia, avevano già fatto strada in bicicletta o a piedi ed erano in treno che dormivano. Nei compartimenti chiusi, a volte ce n’erano quattro e occupavano tutto, a volte erano anche stesi sulle reti: neanche tentare di entrare perché dormivano e perché c’era un gas, roba da morire.

Le carrozze aperte erano piene con la gente in piedi, e allora si andava anche in prima classe. Altra guerra anche là. Una mattina prendo il treno e con altri quattro andiamo direttamente in prima classe. Come entriamo, entra anche il controllore; io ero sul posto più lontano da lui. Chiede biglietti e tessera a uno e glieli ritira, così a un secondo e a un terzo. Io faccio lo gnorri, quando me lo chiede rispondo: “il biglietto? Abbiamo tempo, la strada è lunga, devo andare a Venezia, abbiamo tempo… Sbrighi intanto le altre cose”. È cominciata un po’ di discussione e io mi siedo. Lui incazzato “Si siede anche!” “Certo, non vorrei disturbare”. Mi rifiuto di consegnarli la tessera, obietto che lui la può vedere e constatare che è regolare, in ordine, ma la tessera è personale, è mia e gliela mostro soltanto. Ti posso dare il biglietto se vuoi (tanto era sabato) e avanti così fino a Mestre. Come il treno si ferma, scendo e lo lascio…

Una sera siamo a Venezia e il treno non parte. Non parte. Vado dal capostazione primo aggiunto. Ennio viene con me, andiamo e gli chiediamo quando pensa di far partire quel treno. Risponde che non c’è il personale per la sicurezza del treno, per le porte e quelle cose là, e il treno non parte. “Mandi due della Polfer, non potrà tenere ancora treno qui in stazione!”. Risponde che non si può e che il treno non parte. Allora gli promettiamo che, visto che il treno prima o poi partirà, quando sarà nel bel mezzo degli scambi glielo blocchiamo e paralizziamo tutta la stazione.

Ennio pronto a una maniglia del freno d’emergenza, io con la testa fuori dal finestrino per vedere dov’eravamo, “Ennio, ci siamo, tira!” Ennio tira e il treno si ferma. Poi cambia carrozza prima che arrivi il personale a riattivare il treno. Raggiungo Ennio in un’altra carrozza. Ci mettiamo d’accordo e blocchiamo di nuovo il treno. Intervento del personale, verbale e noi una terza volta: dalla sera dopo il treno è partito in orario. Non c’era più il problema del personale.

Qui alla stazione c’erano tre capistazione e poi operai, c’erano molte manovre manuali, ma tutto era molto curato, era in ordine, qui passavano centinaia di persone ogni giorno. Ma a quel tempo non c’erano studenti. C’erano solo operai e ora solo studenti o quasi. Così come oggi è ridotta la stazione: senza porte, senza panchine, in questo stato, tu non risolvi un problema.

Se un problema c’era, questa è la resa. Adesso che tutta l’area attorno viene riorganizzata dal progetto del sottopasso, sai come ci sta bene questo tugurio al centro di un’area urbana?

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