In linea da: 07/03/2017

“Una lapide in via Mazzini”: la vera storia Geo Josz

di Marcella Hannà Ravenna

Sollecitata dall’articolo di Alberto Cavaglion che abbiamo pubblicato in occasione del 25 aprile 2016, Marcella Hannà Ravenna ha intrapreso un raffronto tra il personaggio del racconto di Giorgio Bassani, Geo Josz, e la figura reale che lo ispirò, cioè suo padre Eugenio (Gegio) Ravenna. Marcella Hannà Ravenna è professore di psicologia sociale. Studia i fenomeni sociali distruttivi specie in relazione al funzionamento personale dei perpetratori e delle vittime. Fa parte della Comunità ebraica di Ferrara, del Comitato scientifico del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano) e del GRIVISPE (Gruppo di ricerca sulla violenza sociale, politica ed economica, attivo dal 2012 presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna).

Per delineare Geo Josz, protagonista del racconto Una lapide in via Mazzini, Giorgio Bassani si ispirò liberamente a una persona reale, Eugenio (Gegio) Ravenna, mio padre. È questa una questione sinora mai affrontata negli studi e nei contributi sull’argomento. Quando il racconto fu pubblicato ero troppo piccola e ciò non mi consentì di conoscere o ricordare quale fu la sua reazione. Anche in seguito non ne parlò con noi figli, così come faceva generalmente per tutte le questioni che lo riguardavano.

L’analisi proposta in questo articolo, sollecitato dalla lettura di 25 aprile, un fiore per Geo di Alberto Cavaglion, intende mettere a confronto il personaggio letterario e il suo ispiratore.

1. Geo Josz, il protagonista del racconto di Giorgio Bassani1

Geo è un sopravvissuto alla Shoah nei giorni del suo solitario ritorno nella sua città natale, Ferrara, a pochi mesi dalla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Sebbene descritto come l’unico “fortunato” ad avercela fatta dei 183 deportati2, egli diventa ben presto una figura inquietante, ignorata e ridicolizzata da molti in un clima sociale convintamente rivolto a chiudere i conti con un passato scomodo e ingombrante e a proiettarsi in un tempo nuovo e presumibilmente più promettente3. “Che cosa voleva?” è la domanda retorica che a più riprese ricorre nel racconto e la cui risposta rimane del tutto implicita. Fra gli eventi che via via si snodano, considererò le prime fasi dell’arrivo in città di Geo, quando egli, pallido e gonfio di una grassezza che immediatamente suscita sospetti e insinuazioni, si trova a leggere, sulla lapide che un operaio sta terminando di affiggere sulla facciata dell’edificio della Comunità ebraica, ad alta voce e in tono interrogativo il suo nome fra quelli degli ebrei uccisi.

Trovarsi annoverato fra quei morti suscita in Geo un’immediata e spontanea ilarità, e per ben due volte ride. Rivedendo poi per la prima volta lo zio materno, dai noti trascorsi fascisti, egli grida selvaggiamente e in modo strozzato (p. 126). Se inizialmente prevalgono “sorpresa e imbarazzo”, fra i due seguirà tuttavia un interminabile colloquio.

Centrale nel racconto la colluttazione fra Geo e un anziano informatore dell’Ovra, il conte Scocca, e le contrastanti versioni che di essa furono date. Colpisce nella descrizione la meccanicità del comportamento di Geo più simile a un automa che a un essere umano:

La sua esitazione ad ogni modo era stata minima. Quanto basta per aggrottare le ciglia, stringere le labbra, serrare convulsamente i pugni, borbottare qualcosa di mozzo e di incoerente. Dopodiché, come spinto da una molla, egli era letteralmente volato addosso al povero conte…

Ed è qui che Bassani prefigura un altro possibile scenario che si sarebbe potuto concludere con un urlo tanto “furibondo e disumano” da essere udito con “orrore” fino oltre le mura della città (p. 148). Colpisce il fatto che mentre la prima caratterizzazione evidenzia aspetti meccanici la seconda si concentra su tratti animaleschi, che in entrambi i casi convergono nel deumanizzare Geo4.

Se il racconto coglie con raffinatezza “lo spirito del tempo” che contraddistinse il ritorno alla vita di numerosi ebrei italiani, nonché la tormentata uscita da anni di immersione nella cultura fascista, colpiscono i molteplici riferimenti per lo più impietosi alle caratteristiche personali di Geo che vanno, come vedremo fra breve, dall’esibizionismo, all’incoerenza, alla bizzarria.

Ampio spazio è per esempio accordato all’aspetto fisico: cosicché, se all’inizio si tratta di un “uomo di età indefinibile, grasso […], con un kolbak di pelo d’agnello sul capo rapato, e rivestito di una sorta di campionario di tutte le divise militari cognite e incognite” (p. 104), successivamente appare sempre più magro e con indosso un “impeccabile abito borghese di gabardine color oliva” (p. 130), per poi ripresentarsi di nuovo come una “figura via via più lacera e desolata” (p. 141), “come un pezzente, con la nuca rapata degli ergastolani” (p. 144).

Circa lo sguardo e l’espressione del viso, “i suoi occhi di un celeste acquoso guardavano freddi dal basso quasi che egli emergesse […] dal profondo del mare” (p. 109); “e a me non me la date mica a bere! Diceva il suo sorriso” (p. 117); “con l’occhio freddo di ghiaccio” (p. 120); “nell’atteggiamento di ironico spregio che gli era abituale” (p. 122); “sempre con quell’ombra di rattristato stupore nello sguardo” (p. 141); “ghigni mielati, con quelle smorfie imploranti, ironicamente imploranti” (p. 143).

Riguardo al suo carattere è raffigurato come insofferente verso tutto ciò che sottolinea il passaggio del tempo (p. 115); più orientato a rievocare il passato che a proiettarsi nella nuova epoca (p. 123) come testimonia il desiderio espresso di tornare ragazzo (p. 130). Capita che egli racconti, in un modo che appare agli interlocutori “eccessivo”, dei suoi cari uccisi, che ne mostri le fotografie e addirittura ne tappezzi le pareti della propria stanza (p. 125).

In complesso è definito un individuo bizzarro (pp. 133, 137), “strambo” (p. 146), “indecifrabile”, come una “specie di enigma vivente” (p. 147), la cui presenza, se all’inizio suscita curiosità, gradualmente provoca un sempre più diffuso disagio fino a che tutti finiscono con l’evitarlo come la peste (p. 141).

La descrizione che Bassani fa di Geo si concentra dunque su aspetti discutibili dell’appearance, del carattere e delle condotte favorendo inoltre l’impressione che l’esperienza compiuta nel lager abbia reso il protagonista in qualche misura meno umano.

2. Eugenio Ravenna, l’ispiratore del racconto

Quel che accomuna Geo alla figura reale di Eugenio (Gegio) Ravenna, cugino di secondo grado di Bassani5, è soprattutto aver letto la lapide in via Mazzini: come Geo vi trovò il suo nome, così Gegio trovò quello di un suo omonimo. Poi, a parte l’assonanza dei nomi, le comunalità si limitano secondo me a pochi altri aspetti; senz’altro al colore degli occhi e forse a quell’espressione talvolta un po’ sprezzante dello sguardo. Ma non è sull’appearance o sul “carattere” (gioviale nella vita esterna, silenzioso, taciturno e talvolta cupo in famiglia) che mi soffermerò qui, ma sui fatti che ne hanno scandito la dura esistenza a partire dal 1938, nel loro intreccio con accadimenti e incontri personali cruciali.

Eugenio è un superstite della Shoah che ha vissuto in modo riservato, per lo più in silenzio e senza riconoscimenti, la sua esperienza di perseguitato razziale, fatta di perdita dei diritti civili, di mesi di carcerazione, di internamento nel campo di Fossoli, di deportazione per un anno nel lager di Auschwitz-Monowitz e della perdita di tutta la sua famiglia. Alla liberazione (27 gennaio 1945), dopo un non breve periodo di cure mediche in un ospedale della Croce Rossa polacca6, lavorò per alcuni mesi allo scavo di trincee e al ripristino di ponti per l’esercito russo fino al ritorno a Ferrara il 15 settembre 1945. Circa il viaggio di ritorno così scrive a Leonardo De Benedetti in una lettera del 12 dicembre 1945:

Fui a Katowice, ma eravate già partiti.

Intanto qualche caso di tifo si verificava, ciò faceva molti timori ma, finalmente alla fine di agosto, prima tradotta.

Partono tutti i civili e poche decine di militari.

18 giorni di viaggio attraverso la Germania, la Cecoslovacchia, Austria, Germania e ancora Austria. Brennero.

Arrivai a Pescantina il 15 settembre; nello stesso giorno a Ferrara, con camion degli alleati […]

Sempre mi ricordo di te, caro Leonardo, perché mi hai sempre sostenuto, che mi hai fatto sperare, mi hai confortato nei momenti più cruciali con i tuoi consigli e la tua squisita bontà7.

La sua vita successiva ebbe al centro la famiglia, il lavoro, il tennis e il bridge, ma fu tuttavia costantemente intercalata da fatti connessi ad Auschwitz fino a che, in una notte del 1977, il suo cuore provato, all’improvviso si fermò.

Eugenio nacque nel 1920 a Ferrara, in una famiglia benestante. Secondogenito di Letizia Rossi (n. 1892) e Gino Ravenna (n. 1889), frequentò il Liceo Scientifico fino alle soglie della maturità che interruppe a causa delle leggi razziali del 1938 così come forzatamente cessò la frequenza del Circolo di Tennis Marfisa. Nel 1971, durante la trasmissione III B facciamo l’appello8, alla domanda del giornalista Enzo Biagi “Che cosa pensava di Mussolini prima e dopo il ’38?” così Eugenio rispose:

Sono sincero, c’era un’ammirazione, ero giovane, 15, 16, 17 anni, ero meno riflessivo magari, credevo in questa persona, in questo personaggio, dopo fu una mazzata netta, dal momento in cui Mussolini parlò di razza, il pensiero si rivoltò in modo deciso, quest’uomo diventò un incubo, diventò un odioso personaggio.

Fino al 1943 lavorò insieme alla sorella Franca (n. 1916) nel deposito di alimentari all’ingrosso di proprietà del padre mentre il fratello più giovane Marcellino (n. 1929) frequentava la scuola ebraica di via Vignatagliata9. Il padre Gino10, uomo tanto espansivo e brillante nella vita pubblica quanto riservato in famiglia, fu anch’egli uno sportivo tanto che nel 1908 partecipò come ginnasta alle Olimpiadi di Londra. Inoltre, per un tempo e in luoghi imprecisati, prese parte alla prima guerra mondiale11.

Gli anni della persecuzione e della deportazione

Nell’estate del 1943 la famiglia sfollò ad Albarea (una frazione di Ferrara, sull’argine del Po di Volano) ma l’8 ottobre Gegio fu arrestato e ciò avvenne, secondo la sua testimonianza:

qui nella mia casa, nella mia camera da letto, dalla questura italiana e dalle Brigate nere insieme, quindi fui trasportato a Bologna a San Giovanni in Monte insieme con altri politici e israeliti di Ferrara. Dopo una settimana fummo riaccompagnati a Ferrara dove la detenzione continuò nelle carceri di via Piangipane12.

La tragedia incombente si concretizzò il 19 ottobre 1943 quando sostò per qualche ora a Ferrara il treno che trasportava i 1023 ebrei arrestati a Roma e diretti ad Auschwitz; fra loro la zia paterna di Gegio, Alba (che consegnò a un ferroviere un drammatico biglietto da recapitare al fratello Renzo) insieme al marito Mario e al figlio Giorgio. Altrettanto tragica per Ferrara fu poi la notte dell’eccidio del castello del 15 novembre. Ecco come Gegio ricorda gli ultimi momenti di vita di alcuni di coloro che di lì a poco sarebbero stati fucilati. Nella già citata trasmissione III B: facciamo l’appello, egli così riferì a Biagi:

Mi pare che fossero le 3-4 di notte, che improvvisamente ci svegliarono in questo camerone, eravamo in un camerone del Carcere di Ferrara. Venne dentro il capo guardia con due agenti di custodia. Avevano una lista in mano, cominciarono a leggere, avvocato, avvocato, dottore e altri. Un brivido fu proprio, scosse tutti noi, perché non si poteva in quel momento lì, tutti pensarono che le cose stavano precipitando, ci sarebbe stato qualcosa d’impensabile. Io stesso mi rifugiai sotto le coperte della mia branda, proprio con un gesto di difesa, così, inconscio, cosa c’entrava, non si sa. Eppure quando finirono di leggere questi nomi, un po’ per egoismo, un po’ per la lotta che si fa per sopravvivere, fu un grande respiro. Si vestirono in fretta tutti e quattro, quelli che erano con noi, non capirono neanche loro dove dovessero andare, alle 4 di notte. Chiusero la porta, sparirono. Dopo mezz’ora sentimmo rumori nel carcere un po’ dappertutto: erano i nuovi arrestati che arrivavano, centinaia di persone e dopo ne arrivarono ancora e la notizia della fucilazione del castello estense ci fu resa nota.

I familiari, incalzati dagli eventi e dall’intensificarsi di arresti e confische, a fine novembre, lasciarono loro malgrado Gegio in carcere e organizzarono la fuga. Così, in un piccolo gruppo composto dal padre Gino, dalla madre Letizia, dai due fratelli Franca e Marcello, dalle due giovani cugine Novella Melli (n. 1922) e Amelia Melli (n. 1924)13 e dalla zia Milena Rossi (n. 1898), a fine novembre cercarono fortunosamente di raggiungere la Svizzera. Dopo un viaggio estenuante, giunti finalmente a destinazione furono però respinti. Arrestati a Domodossola l’11 dicembre 1943, furono poi trasferiti a Ferrara nel carcere di via Piangipane dove si ricongiunsero a Eugenio (“Io li credevo in salvo, ma li vidi capitare a Ferrara nel mio carcere…”)14.

Qui, dopo il bombardamento del 29 gennaio che rese inagibile la prigione, i detenuti ebrei maschi furono scortati a piedi alla Caserma Bevilacqua di via Ercole I d’Este15, mentre parte delle donne inviate presso il carcere di Portomaggiore. È dalla Caserma Bevilacqua che Eugenio il 9 febbraio invia una durissima lettera testamento agli amici più stretti di cui riporto qui alcuni passaggi:

tra pochi giorni parto per il concentramento. Lascio così la mia città per inoltrarmi nella provincia di Modena […].

Pongo così fine ad oltre quattro mesi di ansie e di apprensioni per attendere che questo caotico stato di cose si risolva in qualche maniera. Chissà che tutto vada per il meglio, ed è questa la mia speranza suprema. Se non avessi questa certamente potrei spararmi.
Brutto destino davvero, non una me ne è andata bene; incominciando dall’ormai lontano 8 ottobre è stato sempre un peggioramento. Tanti mi invidiavano perché non facevo la guerra ed ora avete visto che razza di guerra mi fanno? Ho perduto tutto, persino il letto, che a nessuno si nega, mi è stato tolto.

Difficilmente, se avrò la fortuna di sopravvivere, avrò a che fare con una masnada di vigliacchi simili. Nemico della Patria: ecco la mia nuova denominazione.

Il mio odio è fortissimo; sono sicuro che saprei anche uccidere16.

1. Eugenio (Gegio) Ravenna ritratto da Cesare Lampronti nelle carceri giudiziarie di Ferrara, 3 gennaio 1944. Archivio di Nara Forti Ravenna. Già riprodotto in Ravenna, La famiglia Ravenna cit., p. 105.

L’11 febbraio i 48 ebrei detenuti17, uomini e donne, sostarono per una notte nell’edificio della Comunità ebraica di via Mazzini 95 che all’epoca funzionava come Campo di concentramento provinciale fino al trasferimento tramite pullman al Campo di Fossoli (Modena) del 12 febbraio 1944 (“Fossoli durò poco, non si stava male, c’era una certa libertà. La polizia italiana non era cattiva gente, mi ricordo che giocavano a carte con noi”)18.

È proprio a partire da Fossoli che la vita di Eugenio si intrecciò in modo indelebile con quella di numerose persone e in special modo Leonardo De Benedetti, Primo Levi, inoltre Luciana Nissim, Italo Moscati, Silvio Barabas. Con essi e con tutta la sua famiglia Eugenio sarà poi deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau con il convoglio n. 08, partito da Carpi il 22 febbraio 1944 e arrivato a destinazione quattro giorni dopo.

Giorni e giorni d’inverno in un vagone, caricati uno sopra l’altro, con la paglia sporca dopo poche ore, sporca di tutti i bisogni […]; giorni e giorni senza mangiare […]. Insomma fu terribile.

Dovevamo andare a Auschwitz. L’avevamo letto nel cartellino di destinazione del vagone in quei pochi attimi d’aria. Auschwitz, per noi non diceva ancora niente, ma i tedeschi, gli jugoslavi […] legati al nostro stesso destino, sapevano di che cosa erano capaci i tedeschi. […]

Auschwitz ci si spalancò davanti al vagone nel buio, verso le otto di sera. […] Le SS si mettevano da spartitraffico: uomini da una parte, donne dall’altra; uomini validi da una parte, uomini non validi dall’altra; così per le donne e i bambini. E lì fui separato da mia mamma e da mia sorella. […] Rimasi con mio fratello, il mio fratellino di tredici anni, che mi era dietro.

Ci buttarono su un camion. Riuscii a vedere ancora mia mamma e mia sorella in un altro camion, chiamai, ma non c’era modo di farsi sentire. Nel camion mi ritrovai con mio padre, ma il fratellino non c’era più.

Da quel momento abbiamo capito che per gli altri non c’era più speranza. […]

Ci portarono nel campo di Monowitz – un sotto-campo di Auschwitz – e ci fecero stare lì una notte intera nudi completamente, in una camera […].

Arrivammo in una baracca e lì ci impressero il numero sull’avambraccio sinistro. Io ho ancora il numero 174542, mio padre aveva il 174541. Alla sera verso le cinque e mezzo ci portarono nella grande piazza dell’appello, per primi. Si dovette aspettare tutti gli altri, circa diecimila deportati, che rientrassero dal lavoro.

Uno proprio non sa cosa dire, come cascare in un altro mondo, vedere queste diecimila persone tutte in fila per cinque, comandate, andavano al passo. E il loro colore! Era una massa grigiastra […] uniforme, era un grigio che quasi dava all’azzurrognolo. Il cranio che s’intravedeva dal baschetto appariva proprio come la struttura ossea della testa19.

Eugenio fu impiegato insieme al padre nei lavori di ampliamento dello stabilimento della IG Farben, un complesso chimico per la produzione di benzina e gomma sintetica. Il compito del kommando (squadra) di cui faceva parte, che operava all’aperto per dodici ore al giorno, era di portare a spalla sacchetti di cemento e di carbone, pile di mattoni o di scavare buche.

Mio padre, un uomo di cinquant’anni, non ha resistito più di un mese e mezzo. Il lavoro era pesantissimo, un suo potenziale disturbo si riacutizzò […] capirono che era un elemento irrecuperabile e quindi alla prima occasione lo fecero “trasferire”. Non era un trasferimento, era l’eliminazione.

Avveniva sempre di domenica, per non perdere le ore di lavoro20.

2. Fabbrica Buna di proprietà della IG Farben nel campo di lavoro di Monowitz (gennaio 1941?). Fonte Bundesarchiv Bild 146-2007-0058, IG-Farbenwerke Auschwitz.jpg (https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_lavoro_di_Monowitz).

Nel periodo di Monowitz Eugenio fu sottoposto a sevizie21 – 25 bastonate in una apposita camera di punizione in presenza di un comandante delle SS e di altri responsabili del campo –, assistette a una decina di esecuzioni per impiccagione e superò fra le sei e le otto selezioni per le camere a gas. Fu inoltre sottoposto a un intervento chirurgico per una sinusite e a sperimentazione di farmaci relativamente ai dosaggi22.

In una intervista a Bruno Traversari dell’aprile 1975, così racconta del 27 gennaio 1945, quando lasciato fra gli intrasportabili dai nazisti in fuga (che evacuarono il campo a metà gennaio), fu liberato dai soldati russi:

Mi trovavo al Ka Be con una piaga sulla fronte che gettava pus, dissenteria acuta e un principio di congelamento ai piedi. […]. Ridotto a 38 chili, venti in meno del mio peso normale, giacevo in uno stato di torpore nell’infermeria […]. Poco prima di mezzogiorno si alzarono delle grida. Ci trascinammo fuori dalla baracca […]. Nella foschia si intravvedevano delle ombre avanzare lungo la strada che costeggiava il campo. Erano soldati sovietici con il mitra a tracolla, che viaggiavano su carretti trainati da cavalli.

“Come ho fatto a salvarmi? Non lo so: il caso, la fortuna, il fatto che ero giovane, la paura di morire che significava voglia di vivere, la speranza che non mi ha mai abbandonato”23.

Soltanto 95 uomini e 29 donne dei circa 500 trasportati da Fossoli furono immatricolati24, tutti gli altri subito “mandati in gas”. Il 27 gennaio 1945 quando Auschwitz fu liberato solo 23 persone di quel convoglio erano ancora in vita25.

Il ritorno a Ferrara

Al suo ritorno Eugenio non poté riprendere gli studi (avrebbe desiderato iscriversi a Medicina) e dopo avere riacquisito l’azienda paterna divenuta sede prima di un gruppo di brigate nere, successivamente degli alleati26, continuò la professione del padre. Nel 1950 si sposò ed ebbe tre figli: Marcella (n. 1951), Franco (n. 1953), Michele (n. 1967). Continuò lo sci e proseguì fino all’ultimo la sua attività di tennista presso il Tennis Club Marfisa. È verosimile pensare che proprio queste attività del tempo libero abbiano funzionato come indispensabili ancoraggi per affrontare la vita “del dopo” che, come vedremo in questa parte, fu costantemente contrassegnata da situazioni che lo facevano ogni volta ripiombare nell’esperienza di Häftlinge. Fra gli episodi della mia prima infanzia ricordo quando, dinanzi a me impietrita dallo stupore, fece a pezzi un mio bambolotto di pezza perché secondo lui era troppo brutto e malmesso. Talvolta si rivolgeva a me e i miei fratelli impiegando termini tedeschi quali raus (fuori), schnell (veloce), was machst du denn hier? (Che cosa fai tu qui?) ed espressioni gergali quali loss, loss (svelto, svelto). Cavoli e rape erano banditi dalla nostra tavola e mio padre non lasciava mai briciole di pane sulla tovaglia. Capitava inoltre che non si tagliasse le unghie ma se le strappasse, e in varie circostanze mi ripeté che era meglio non mi facessi notare. Prese un treno solo in due occasioni.

Ricevette numerose lettere, dolorose e struggenti, che gli giunsero specie fra il 1945 e il 1947 da persone alla ricerca di notizie dei propri cari nei periodi di Fossoli, del trasporto su carro bestiame o di Monowitz. Iniziarono inoltre gli scambi epistolari con diversi ex compagni: Aldo Moscati, che gli chiede se ha notizie di suo fratello Giorgio; Luciana Nissim che saluta con felicità il suo ritorno, gli racconta degli altri scampati e gli comunica con dolore della morte della madre Letizia, di sua sorella Franca, di sua zia Milena e di Novella e Amelia Melli27 che erano state con lei nella sezione femminile del campo di Auschwitz. È l’inizio di una corrispondenza epistolare tra i sopravvissuti che si allarga a comprendere Silvio Barabas, Leonardo De Benedetti e Primo Levi, e che continuerà anche negli anni successivi.

Alla richiesta (con lettera del 16 febbraio 1947) di Raffaele Cantoni, all’epoca presidente UCEI, di presenziare come testimone al processo all’ex comandante di Auschwitz, Rudolph Hoess, che si sarebbe tenuto a Varsavia, Eugenio dette il suo assenso, ma non poté parteciparvi perché sprovvisto del passaporto che non riuscirà ad acquisire in tempo utile. Rina Macrelli, giornalista RAI, lo intervistò per quasi due giorni nel 1960 acquisendo un dettagliato resoconto audio registrato della sua odissea che venne pubblicato in forma sintetica sotto il titolo La forma del cranio nella raccolta di testimonianze Il coro della guerra. Eugenio non parlò mai ad alcuno dei suoi familiari, a eccezione di quanto riferì alla moglie Nara, degli ultimi momenti di vita del padre Gino: questi, prima di essere inviato alla camera a gas (presumibilmente il 30 aprile 1944), chiese a un compagno insieme a lui in infermeria “di dire al figlio che lo salutava e di tenere duro, che si sarebbe salvato e che riprendesse in mano l’azienda”28. E queste parole ebbero presumibilmente un ruolo nella lotta giorno per giorno per la vita che Gegio combatteva.

Nel 1952 per iniziativa di un ex internato si costituì un Comitato per rivendicare dalla I.G. Farbenindustrie un indennizzo per il lavoro coatto effettuato nella Buna e la pratica si concluse solo sette anni dopo. Il 15 febbraio 1972 Eugenio testimoniò al processo all’ex-Sturmbannfürer Friedrich Bosshammer, accusato di avere organizzato e realizzato la deportazione e l’assassinio ad Auschwitz degli ebrei italiani, che si tenne presso la Corte di Assise di Berlino ovest29. Bosshammer, collaboratore di Adolf Eichmann dal 1942 al 1944, dall’agosto 1944 fu a capo della sezione “ebrei” (IV B4) presso il comandante della Polizia di sicurezza e del SD (BdS) Italia a Verona. A tal fine Eugenio compilò un dettagliato questionario di cui una copia fu inviata a Berlino e una restò al CDEC.

Partecipò, inoltre, con una lunga intervista sulla sua esperienza di deportazione ad Auschwitz, alla già citata trasmissione III B: facciamo l’appello del 1971. Il 14 ottobre 1973 assistette all’inaugurazione del Museo Monumento al Deportato politico e razziale da parte dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone nel corso di una manifestazione che richiamò a Carpi più di 40.000 persone; erano presenti Sandro Pertini, allora presidente della Camera dei Deputati, il senatore Umberto Terracini oltre ad altri importanti rappresentanti del Governo, delle forze armate, del mondo culturale, artistico e religioso30.

3. Carpi, 14 ottobre 1973, in occasione dell’inaugurazione del Museo Monumento al deportato politico e razziale. Archivio dei fratelli Ravenna

Quattro anni dopo, nella notte del 18 febbraio 1977, consapevole dei suoi disturbi cardiaci, dopo una partita serale di tennis, Eugenio morì nel sonno per infarto cardiaco.

4. Eugenio Ravenna in una foto degli anni Settanta. Archivio dei fratelli Ravenna

  1. Ho considerato qui l’edizione di Una lapide in via Mazzini compresa in Giorgio Bassani, Cinque storie ferraresi, Einaudi, Torino 1956, pp. 103-148; a essa si riferiscono i numeri di pagina nel testo. Per l’incontro di Geo con la lapide va tenuta presente la versione più estesa che Bassani preparò per un’edizione successiva; ho utilizzato quella compresa in Il romanzo di Ferrara, Mondadori, Milano 1980. []
  2. Così Bassani nelle prime righe del suo racconto. I sopravvissuti in realtà furono cinque: due da Buchenwald, uno da Ravensbruck, due da Auschwitz. La lapide affissa nel 1949 riporta 96 nomi a cui, per la storia della comunità ferrarese, sono da aggiungere i 54 di coloro che, nati e vissuti a Ferrara, si trovavano al momento dell’arresto in altre località. []
  3. Sulla “fortuna” del sopravvissuto, cfr. ora Robert S.C. Gordon, “Sfacciata sfortuna”. La Shoah e il caso, Einaudi, Torino 2010, pp. 49-51. Cfr. inoltre Guri Schwarz, Ritrovare se stessi. Gli ebrei nell’Italia postfascista, Laterza, Roma-Bari 2004, pp. 113-114 e Ilaria Pavan, Il Podestà ebreo, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 192-193. []
  4. I processi di deumanizzazione sono particolarmente studiati dagli psicologi sociali che si occupano di violenze sociali. Indicano la tendenza a negare l’umanità degli altri tramite una forma di discriminazione aggravata per cui individui o gruppi sociali sono percepiti non possedere alcune caratteristiche fondamentali degli esseri umani. Cfr. Albert Bandura, Moral disengagement in the perpetration of inhumanities, “Personality and Social Psychology Review”, 3, 1999, pp. 193-209. Per approfondire: Chiara Volpato, Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, Laterza, Roma-Bari 2011, e Flavia Albarello, Monica Rubini, When hate leads to devaluation of others: denial of humanity and the “Banality of evil”, in Advances in Psychology Research, vol. 77, ed. by Alexandra M. Columbus, Nova Science Publishers, New York 2011, pp. 187-203. []
  5. Eugenia Hanau, nonna paterna di Bassani, era infatti sorella di Amelia, nonna materna di Eugenio. []
  6. Dove, come riporta Paolo Ravenna, La famiglia Ravenna 1943-1945, Ferrara, Corbo, 2001, pp. 28 e 110, l’11 marzo 1945 risulta ancora ricoverato. []
  7. La lettera a Leonardo De Benedetti, datata 12 dicembre 1945, è pubblicata in P. Ravenna, La famiglia Ravenna cit., pp. 61-64: 63-64. []
  8. La serie ideata e condotta da Enzo Biagi andò in onda nel 1971. La puntata a cui facciamo riferimento fu quella inaugurale, trasmessa l’8 giugno, e negli ultimi anni periodicamente replicata dalle reti Rai, l’ultima volta il 27 gennaio 2017 su Rai Scuola. Biagi vi ricostruì tramite interviste a testimoni la vita quotidiana e le storie dei ragazzi e degli insegnanti che, espulsi dalle scuole pubbliche in conseguenza delle leggi razziali del 1938, frequentavano la Scuola Ebraica di via Vignatagliata. Tramite episodi di vita personali furono qui rievocate, oltre all’esclusione dalla scuola e dai circoli sportivi, le limitazioni e le sofferenze imposte ai cittadini ebrei, nonché l’improvviso cambiamento e peggioramento delle loro condizioni di vita. Parteciparono in diretta: Cesare Finzi, Matilde Finzi Bassani, Primo Lampronti, Giuseppe Lopes Pegna, Eugenio Ravenna, Tullio Ravenna, Maurizia Tedeschi Cevidali e Luciano Chiappini; tramite interviste registrate Giorgio Bassani, Ruggero Minerbi e Franco Shonheit. Al riguardo, vedi anche Cesare Moisé Finzi, Qualcuno si è salvato ma niente è stato più come prima, a cura di Lidia Maggioli, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006; Paolo Ravenna, Le persecuzioni e i giovani: la scuola ebraica di via Vignatagliata, in Le Leggi razziali del 1938: ricordare perché non accada mai più, atti del Convegno (Ferrara, 20 novembre 1988), Spazio Libri, Ferrara 1991. []
  9. Una breve storia di Marcellino è stata presentata nel gennaio 2017 al Meis (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah) nel quadro della mostra Touch – Toccare alcune storie di cittadini ferraresi ebrei deportati, installazione a cura di Piero Cavagna e Giulio Malfer. []
  10. Gino aveva quattro sorelle, di cui due, come lui, uccise ad Auschwitz, e un fratello, Renzo, zio di Eugenio, avvocato, assai noto per il suo impegno nella vita pubblica e che dal 1926 al 1938 fu podestà di Ferrara. Cenni sulla storia di Gino e dei suoi fratelli sono contenuti in Pavan, Il podestà ebreo cit., pp. 14-15, 97, 101 e in P. Ravenna, La famiglia Ravenna cit., pp. 13-29. []
  11. P. Ravenna, La famiglia Ravenna cit., p. 13. []
  12. Eugenio Ravenna, La forma del cranio, in Il coro della guerra: venti storie parlate, raccolte da Alberto Pacifici e Rina Macrelli, a cura di Alfonso Gatto, Laterza, Bari 1963, pp. 83-88: 83 (il testo è riprodotto ora anche in P. Ravenna, La famiglia Ravenna cit., pp. 51-54). []
  13. Anche la storia di Amelia Melli è fra quelle presentate nel gennaio 2017 al Meis nel quadro della mostra Touch vedi nota 9. []
  14. E. Ravenna, La forma del cranio cit., p. 83. []
  15. Nel 2013 è stato scoperto in questo “luogo della memoria”, attualmente sede di una caserma della Polizia di Stato, un cippo commemorativo, realizzato da studenti del Liceo artistico “Dosso Dossi” e dedicato ai cittadini di religione ebraica che vi furono ristretti nel febbraio del 1944. Da allora, in occasione del Giorno della Memoria è sempre stata realizzata una cerimonia commemorativa con la partecipazione attiva di gruppi di studenti e la presenza delle autorità cittadine. []
  16. Il testo è riportato in P. Ravenna La famiglia Ravenna cit., p. 23, poi ripreso anche in sia in Mario Avagliano, Marco Palmieri, Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945, Einaudi, Torino 2011, pp. 293-294. []
  17. Fonte: Archivio Paolo Ravenna. []
  18. E. Ravenna, La forma del cranio cit., p. 84. []
  19. Ivi, pp. 84-86. []
  20. Ivi, p. 87. []
  21. Da una breve dichiarazione scritta rilasciata alla Comunità ebraica di Ferrara nel dicembre del 1946. []
  22. Da un’intervista del 2005 alla moglie Nara Forti nel video di Leopoldo Gasparotto, Ferrara, i giorni della Shoah, 2005. []
  23. Le due ultime citazioni da Bruno Traversari, La vita era solo un numero, “Il Resto del Carlino”, 25 aprile 1975. []
  24. Nel 1971, nell’ambito di una testimonianza resa per l’istruttoria del processo contro l’ex colonnello delle SS Friedrich Bosshammer, Primo Levi stilò un elenco degli uomini del suo stesso convoglio selezionati per il lavoro coatto; cfr. Domenico Scarpa, La memoria chimica di Levi, “Il Sole 24 Ore”, 25 Gennaio 2015; una riproduzione dell’originale e di una copia manoscritta ora in Primo Levi con Leonardo De Benedetti, Così fu Auschwitz. Testimonianze 1945-1986, a cura di Fabio Levi e Domenico Scarpa, Einaudi, Torino 2015, pp. 142-143; si veda anche Italo Tibaldi, Primo Levi e i suoi «compagni di viaggio»: ricostruzione del trasporto da Fossoli ad Auschwitz, in Primo Levi testimone e scrittore di storia, a cura di Paolo Momigliano Levi e Rosanna Gorris, Giuntina, Firenze 1999, pp. 149-232, p. 232 per la riproduzione dell’elenco manoscritto di Levi. []
  25. Rimando alla “Dedica” nel mio Marcella Ravenna, Carnefici e vittime. Le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità sociali, Il Mulino, Bologna 2004. []
  26. Cfr. la già citata lettera a Leonardo De Benedetti del 12 dicembre 1945, in P. Ravenna, La famiglia Ravenna cit., p. 61. []
  27. Dalla testimonianza che Luciana Nissim Momigliano pubblicò nel 1946, Ricordi della casa dei morti (in Luciana Nissim, Pelagia Lewinska, Donne contro il mostro, prefazione di Camilla Ravera, Ramella, Torino 1946): “Nella nostra «coja», oltre a me e Vanda, sono Bozena Hirschler, Amelia e Novella Melli, Marianna Reichmann. Dormiamo tutte insieme abbracciate, aderendo l’una all’altra, per tenerci più caldo […]. Invece sono molto care le nostre due sorelle ventenni di Ferrara, che fanno sempre meravigliosi «menus» per quando torneranno a casa, e noi andremo a trovarle, a festeggiarci di essere libere”; “Amelia e Novella erano morte nel mio Block, quando io ero ancora al Revier, una di Durchfall, l’altra di Tbc”. Cito dalla nuova edizione Luciana Nissim Momigliano, Ricordi della casa dei morti e altri scritti, a cura di Alessandra Chiappano, introduzione di Alberto Cavaglion, Giuntina, Firenze 2008, pp. 48-49 e 68. []
  28. P. Ravenna, La famiglia Ravenna cit., p. 27. []
  29. Ferrarese superstite di Auschwitz depone contro ex maggiore nazista, “Il Resto del Carlino”, ed. di Ferrara, 15 marzo 1972. Sul processo Bosshammer, vedi anche supra nota 24. []
  30. Elena Pirazzoli, I quarant’anni del Museo Monumento al deportato di Carpi, in “E-Review. Rivista degli Istituti storici dell’Emilia-Romagna in rete”, dispobinile online []

5 commenti per “Una lapide in via Mazzini”: la vera storia Geo Josz

  • Giuseppina Speltini

    Questo articolo è molto coinvolgente. Mi sono commossa e ho apprezzato la precisione delle informazioni, l’accuratezza del racconto e l’emozione che riesce a trasmettere senza usare né retorica né linguaggio emozionale. Grazie

  • redazione sito sAm

    Segnaliamo che Alberto Cavaglion ha dedicato a questo articolo il suo “ticketless”, rubrica che tiene sul portale moked.it, del 15 marzo 2017: http://moked.it/blog/2017/03/15/ticketless-lurlo-gegio/

  • fiorella monti

    Grazie a Marcella per aver condiviso la storia dolorosissima della sua famiglia e per continuare a tenere viva la sua identità, attraverso l’impegno quotidiano, i suoi scritti e il suo amore.

  • Ringrazio Marcella Ravenna per l’esaustivo e complesso saggio su suo padre. Sto lavorando all’analisi del romanzo bassaniano “Dietro la porta” e le indicazioni fornitomi costituiranno una nota importante. Grazie ancora Gianni

  • silvana onofri

    Un articolo estremamente interessante e aggiornato che mette in evidenza la profonda differenza tra dolorosi eventi storici del nostro passato e indimenticabili pagine della grande letteratura italiana del ‘900.

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