In linea da: 25/02/2017

Un incontro impossibile. Alain e Montanelli nel 1951

di Giacomo Corazzol

Al curatore della rubrica Il mondo di oggi guardato da un editorialista di ieri, che pubblichiamo dal maggio 2013, è capitata sotto gli occhi un’intervista ad Alain firmata da Indro Montanelli e datata maggio 1951. Al termine della lettura, perplesso per molti dettagli del testo, Giacomo Corazzol ha fatto qualche verifica: l’autenticità dell’incontro tra Alain e Montanelli è, per usare un eufemismo, molto dubbia.

Nel 1951 l’editore Leo Longanesi pubblicava Tali e quali, secondo volume degli Incontri di Indro Montanelli (il primo era uscito nel 1950). Seguiva, tra i tanti lavori del giornalista, il romanzo Qui non riposano (1945) – “la Iliade del qualunquismo”, secondo Italo Calvino1 – e Il buonuomo Mussolini (1947), in cui Montanelli “rendeva di pubblico dominio un testamento mussoliniano palesemente falso, nel quale il duce ripercorreva in chiave assolutoria il cammino del regime fascista. Se egli aveva portato l’Italia a perdere la guerra, ciò era stato, paradossalmente, per tutelarla, perché soltanto nella catastrofe i suoi abitanti avrebbero trovato la forza per diventare grandi”2.

Tali e quali è un volume di 368 pagine. Prezzo: lire 1000. Nel risvolto di copertina il contenuto del volume, privo di un’introduzione, è descritto così: “Montanelli ha tenuto fede alla promessa fatta ai suoi lettori: una nuova serie di Incontri sbozzati coll’immediatezza ed il realismo che, se suscitano invariabilmente le proteste degli interessati, danno al pubblico la soddisfazione di sedere a tu per tu con gli eroi del nostro tempo. Tali e Quali, come Pantheon minore, contiene incontri editi e inediti. Alcuni dei ritratti apparsi sul Corriere della Sera sono stati riscritti e completati dall’autore, con aggiunte o con note che offrono particolari nuovi non svelati da Montanelli subito dopo l’incontro. La ritrattistica contemporanea ha oggi in Montanelli l’esponente più alto, continuatore del genere di Martini, di Fucini e di Ojetti. Pantheon minore e Tali e Quali, sono pertanto destinati a formare l’unica autentica e intramontabile galleria dei grandi personaggi di questo primo mezzo secolo”.

Stando all’indice, gli incontri (non numerati) sono cinquantaquattro. Uno dei capitoli si intitola “Alain”. Il pezzo apparve originariamente sul Corriere della Sera il 30 maggio 1951, tre giorni prima della morte di Alain, avvenuta il 2 giugno. Occasione del pezzo: il conferimento ad Alain del Grand Prix des lettres, allora alla sua prima edizione. La cerimonia si era tenuta nella sua casa nel Vésinet il 10 maggio 1951. A casa sua perché era da tempo immobilizzato. Non ho avuto modo di controllare se l’articolo originale corrisponde in ogni dettaglio al testo pubblicato in Tali e Quali.

A leggere i suoi biografi, non sembra che Montanelli si trovasse a Parigi nei giorni tra il 10 e il 30 maggio 19513. Paolo Spriano scrive che tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta Montanelli “era da solo metà del Corriere del tempo. Un lungo articolo un giorno sì e un giorno no, su tutto. Mai una sciatteria, mai un pezzo tirato via”.4. Trovò tuttavia il tempo per fare una scappata a Parigi?

Per formulare qualche ipotesi cominciamo da alcuni stralci dall’articolo di Montanelli:

Rifiuti categorici e non circostanziati perché, secondo Alain, “rifiutare circostanziando, non è rifiutare; è contrattare”. (Tali e quali, p. 43)

“Sedete giovanotto. M’han detto che siete un giornalista. Anch’io ho fatto il giornalista. Fu a Rouen, per l’affare Dreyfus, che mi obbligò a scegliere, cioè a far della politica. Perché far della politica significa appunto questo: scegliere; e, una volta che si è scelto qualcosa, restarvi fedele. I rimpianti sono inevitabili, come il giuramento è necessario. Chi non sa giurare non sa pensare. E quando si cambiano le proprie idee, vuol dire che non se ne ha. I miei articoli in principio furono quelli che poteva scrivere un professore: ragionevoli e piatti. Poi migliorai. Stendhal diceva: “Scrivete tutti i giorni, siate o non siate geni. Io, per anni, ho scritto tutti i giorni due ore al giorno, imponendomi la misura di due fogli di carta da lettere. Quante sciocchezze si possono scrivere in due fogli di carta da lettere? Poche, è ovvio. Così io limitai a quelle poche il quantitativo di sciocchezze da dire ogni giorno. Solo che di giorni ce ne furono molti: seimila. Io ho scritto seimila articoli, giovanotto. Eccoli lì, raccolti in volume…” (ivi, pp. 44-45).

E ora confrontiamo con quanto si legge in Histoire de mes pensées di Alain, pubblicato nel 1936 (traduco da Alain, Les Arts et les Dieux, Gallimard, Paris 1958):

È da lui che ho preso l’abitudine di non fornire mai le ragioni di un rifiuto. Allora ho capito che rifiutare fornendo delle ragioni non è rifiutare. (Les Arts et les Dieux, pp. 14-15)

Ora, sono sicuro che almeno in politica bisogna per prima cosa decidere. […] Si sceglie il più bel partito; ogni riflessione porta con sé dei rimpianti; ma abbiamo giurato. Chi non ha giurato non sa pensare. (ivi, pp. 40-41)

Fu allora che scrissi delle cronache, col plauso di tutti; e in effetti era ragionevole e piatto. Lo vedevo bene. Alain, che entrò sulla scena allora, cominciò molto male. Scriveva come un professore. […] Con quale rapimento ho poi trovato in Stendhal questa specie di massima, che egli ammetteva di aver conosciuto troppo tardi: “Scrivere sempre, genî o no”. (ivi, pp. 41-42)

E poiché bisogna pure disciplinare se stessi, mi trovavo a mio agio nelle due pagine di carta da lettere che furono la misura dei miei Propos. (ivi, p. 69)

Delle due l’una: o Alain, ottantatreenne, ripeteva allo sfinimento se stesso; oppure Montanelli era rimasto a Milano, dove abitava in quel periodo, e aveva creato un’intervista immaginaria in cui le parole attribuite ad Alain erano in parte inventate e in parte estratte dagli scritti di quest’ultimo, attraverso una lettura vuoi diretta vuoi indiretta, il tutto montato in maniera tale da creare un discorso continuo.

Certo, oltre a ripetersi, Alain, se si ripeteva, esagerava le cifre: perché, in totale, i propos pubblicati tra il 1903 e il 1936 – ed è evidente che qui ci si riferisce solo ai propos – sono poco meno di 5000, e non 6000. Montanelli era consapevole della malattia di Alain: “anche per compensarlo della grande mortificazione che la sorte gli ha imposto in questi ultimi anni: quella di restare, per un attacco di paralisi che lo ha colto tempo fa, lui, il teorico praticante dell’irrispettosità, piegato in una eterna riverenza” (Tali e quali, p. 43). Era però ignaro del fatto che, in considerazione dello stato di salute di Alain e della sua refrattarietà ai premi letterari, allorché avevano concepito l’idea di far assegnare il premio al maestro, André Maurois e altri allievi di Alain si erano mossi con tatto e cautela. Montanelli infatti scriveva: “Alain ha abbandonato da parecchi anni Parigi, dove credo che in fondo non si sia mai acclimatato, e non vi è tornato nemmeno per ricevere le palme del Gran Premio” (ivi, p. 44). Parole che discordano dal racconto di Maurice Savin: “Avevo preso la precauzione di dire che era un complotto tra amici […] che era solo un po’ di gloria da accettare per far contenti noi, che ce lo doveva e che un’unica volta non fa un costume. Allora fu solo un istante di umore selvaggio e poi il sorriso buono che era quello del nostro maestro. Poiché questa consacrazione tardiva era sotto il segno dell’amicizia, non lo rifiutava”5. Nessuno si era mai sognato di portare Alain a Parigi; nessuno aveva mai pensato a una cerimonia pubblica.

Ma anche per la prima ipotesi, volendo, si potrebbero trovare elementi a conforto. Nella prefazione all’Introduction à la politique di René Chateau, pubblicata nel 1947, Alain scriveva: “L’uomo non può restare imparziale; non deve farlo. […] In ogni cosa bisogna prendere partito. […] Nell’affare Dreyfus non si trattava di essere imparziali”6. E poi con quale ampiezza di dettagli Montanelli descrive la casa di Alain:

La casa in cui Alain si è ritirato, a Voisinet [sic per Vésinet], è piccola e somiglia vagamente a quella di un parroco di campagna. Ma il giardino pieno di dalie si distende sino alla ferrovia su cui ogni poco passano fischiando diretti e direttissimi. (Tali e quali, p. 46)

I treni, le dalie: invenzioni? Leggiamo la chiusa del pezzo:

[Alain] cancella tutto con la spugna e riattacca, accendendo la sigaretta che gli ho offerto: “In realtà è per le libertà, non per la libertà che si deve lottare. La libertà è un assurdo, non esiste… Ma le libertà, come fatto soggettivo… Ognuna di esse rappresenta una conquista ed è l’imperfettibilità di queste successive conquiste che costituisce il fascino della nostra vita di uomini. Io volli essere un uomo libero e ho impiegato ottantatré anni per diventarlo. Ora credo, alle soglie della morte, di esserlo: libero da tutto e da tutti, cioè contro tutto e contro tutti…”

Un fruscio in fondo alla stanza e una voce di richiamo annunziano l’ingresso di qualcuno. Con rapido gesto Alain si è tolto la sigaretta di bocca e l’ha gettata per la finestra aperta, “Fumavi, Emile?” chiede, con una voce fredda come una lama di coltello, la signora Chartier entrando? “Io?” fa Alain senza voltarsi. “Quando mai? Dal giorno che me l’avete proibito…”. (ivi, p. 48)

La donna alla quale Montanelli attribuisce “una voce fredda come una lama di coltello” era Gabrielle Landormy, che Alain aveva sposato il 30 dicembre 1945. Quale distanza rispetto al racconto di André Sernin, biografo di Alain (in generale poco incline, mi sembra, al sentimentalismo): “Si può dire che i cinque anni e cinque mesi che restavano da vivere ad Alain furono, malgrado la malattia, anni felici. Gabrielle non aveva la severità di zia Monique [Morre-Lambelin], gli lasciava mangiare ciò che gli piaceva, sebbene con moderazione, era sempre sorridente, attenta e semplice. Cercava di rendere felice l’uomo Alain. […] Il sorriso di Gabrielle, che per lui è solo tenerezza e dolcezza, lo consola delle sue sofferenze, e deve dirsi di essere fortunato ad averla ritrovata sulla sua strada”7.

E poi le condizioni fisiche di Alain gli avrebbero consentito di concedere l’intervista tra, diciamo, il 15 e il 29 maggio 1951? Nell’indice dei nomi della biografia di Sernin, tra Montaigne e Montesquieu, Montanelli non compare. Quanto alle ultime settimane di vita di Alain, il 12 giugno 1951, a dieci giorni dalla morte di Alain, Michel Alexandre – allievo di Alain, editore dei Libres Propos e vicino fino all’ultimo al maestro – scriveva a Henri Bouché quanto segue:

Quello che mi basta il cuore per dirvi, in attesa di un vero colloquio, è che le settimane prima della fine, malgrado un lento aggravarsi dei disturbi di cui siete stato testimone (inappetenza, difficoltà a ingoiare, infiammazione della bocca etc.) non sono state atroci e che gli ultimi giorni e, soprattutto, l’ultimo giorno (sabato 2 giugno: fuori sole e rose… [ma non erano dalie?]) fu quasi bello e di una calma degna di lui; Laporte, venuto il mercoledì [30 maggio], non lasciava più speranza. Il male o, piuttosto, le sue cause, restavano incerte (alterazione progressiva del bulbo: effetto o causa di un’atonia e dunque di un’infezione generale?). Come un vecchio contadino, smise pressoché di mangiare e di bere (per circa quindici giorni). Lo si sosteneva e liberava dalla sete con iniezioni di siero. Inoltre dieci giorni di penicillina e streptomicina, senza alcun effetto sensibile, fuorché sulla febbre, che era diventata alta. […] La sua presenza di spirito non ha cessato di manifestarsi per tutta l’ultima settimana; la maggior parte del tempo quasi senza parlare, ma sempre con dei segni vigorosi del capo e degli sguardi d’intelligenza, a volte di un’amicizia quasi gioiosa; il lunedì prima della sua morte [28 maggio] ho raccolto dei segni di attenzione e un interesse intenso raccontandogli la commemorazione di Lagneau [maestro amatissimo di Alain] al Liceo Michelet (sabato 26 maggio); c’era un sorriso e quasi del riso nei suoi occhi al sentire certi dettagli con cui volevo dargli gioia. L’ultimo giorno gli occhi rimasero chiusi, ma i segni di presenza non mancarono, attraverso un’immensa tranquillità del viso che in nessun momento fu attraversato dalla minima increspatura. Solo il respiro difficoltoso testimoniava di quest’ultimo combattimento che non ebbe mai l’andatura di un’agonia (nessun rantolo). Eravamo lì, insieme alla signora Chartier, Cancouët, Savin, Buffard, Bost, Barbier e io. Canguilhem si è unito verso sera, ed è stato lui, alle 23:35 a raccogliere il suo ultimo respiro (che fu veramente il respiro col quale si rende l’anima).8

Risulta dunque difficile credere che, in quella seconda metà di maggio del 1951, Alain potesse pronunciare i lunghi discorsi attribuitigli da Montanelli. Quei discorsi e le descrizioni presenti nell’articolo di Montanelli dovevano essere dunque in parte basate su un articolo apparso su un giornale francese all’indomani della cerimonia (articolo che doveva contenere una descrizione della casa di Alain e varie citazioni dai suoi libri); in parte, invece, opera di fantasia.

Nient’altro che un espediente per dare notizia di un fatto notevole nella vita letteraria francese? Non proprio: infatti, perché mettere in caricatura, pur non avendolo mai conosciuto, un uomo anziano, malato, ammirato e amato da allievi, amici e lettori, che si era speso per decenni a difesa della libertà d’opinione, della libertà di dissentire, di pensare con la propria testa, a sostegno della causa pacifista anche quando questo comportava dei rischi e riservava dispiaceri personali, e contro il fascismo in Italia? Perché quello sfregio all’idea di libertà?

In Le sublime quotidien, testo apparso nell’Hommage à Alain pubblicato nel 1952 e ricordato di recente su questo sito da Filippo Benfante, Carlo Levi scriveva:

È naturale che uno scrittore di questo genere non fosse molto conosciuto in Italia, e non soltanto perché la sua posizione politica ne vietava la lettura nel periodo del fascismo, ma soprattutto perché questo modo del pensiero urtava contro un’abitudine sistematica e astratta del mondo ufficiale dei filosofi e letterati italiani, che, al lume freddo dei loro sistemi potevano (se l’avessero letto) meccanicamente confutarlo; ma non potevano, per la sua vitalità sfuggente, afferrarlo. Che sia poco noto dalla nostra critica ufficiale, mi è parso evidente per il fatto che nessuno dei molti che hanno scritto sul mio libro Paura della Libertà si è accorto degli evidenti suoi rapporti (anche se su piani diversi e con risultati diversi e talvolta opposti) con il pensiero di Alain. Tuttavia, per molti giovani, e dei migliori, Alain è stato, anche in Italia, un maestro; e non soltanto per coloro, come Sergio Solmi, che se ne sono nutriti organicamente e ne hanno fatto oggetto continuo di studio e di meditazione e di scritti, ma per altri, per cui egli fu uno straordinario eccitante e suscitatore di pensiero. Vorrei citare ad esempio il gruppo torinese, con Augusto Monti e soprattutto lo scrittore Cesare Pavese (così fisicamente lontano, per sua sventura, dall’armonia felice di Alain) che ne trasse la spinta alle sue meditazioni sul mito. […]

Ma la vera ragione, e non mia in particolare ma di tutti, di riconoscenza per Alain, non sta in questo o in quello dei suoi pensieri; ma nella forma del suo pensiero, che è viva libertà, nel suo atteggiamento verso il mondo, nella sua difesa della volontà creatrice, della felicità volontaria, della resistenza; e soprattutto della massima e fondamentale virtù, il coraggio, il coraggio di pensare, il coraggio di vivere9.

Parlando di Sergio Solmi, Levi aveva in mente il suo Il pensiero di Alain, pubblicato, nel 1930 e subito recensito da Eugenio Montale10.

Nello stesso Hommage à Alain Enzo Paci interveniva con uno scritto intitolato Alain et notre liberté, testo che rappresentava una versione francese (con alcune modifiche) di un saggio apparso alcuni mesi prima sulla sua rivista aut aut (Alain e la paura dell’Europa):

“Au fond de tous les vices il y a sans doute quelque condamnation à laquelle on croit”. L’educazione sarà allora liberazione dalla paura e dalla condanna di se stessi: imparare è liberarsi dagli errori. È così che Alain-Socrate è tornato tra noi e il nulla che Socrate ci ha insegnato è tutto perché il suo “insegnamento negativo” è liberazione. Del resto che cos’è la stessa filosofia? Che cos’è lo stesso pensiero? “Remarquez que nous ne raisonnons que sur une erreur reconnue”. “Penser c’est aller d’erreur en erreur. Rien n’est tout à fait vrai”.

L’uomo è prigioniero degli errori che ha paura di commettere, eppure se non commette errori non è uomo, non può pensare. Bisogna che egli abbia fede nel rischio. Bisogna che non dubiti prima di avere sperimentato, “chacun a vite fait de se condamner”. Alain è il contrario del kafkismo : rimanergli fedeli significa sapersi liberare dal complesso della colpa che distrugge l’Europa. Egli ci ha avvertiti: “Il faut remarquer qu’une grandeur redoutable de l’homme est en ceci qu’il peut se résigner, et même trouver une sorte de consolation à prédire son propre malheur”. “Il faut faire grande attention aux décrets de l’enfant et de l’homme. S’il prend la résolution de perdre toujours, il perdra toujours”.

Si ha paura e ci si condanna. E la paura, la regina delle passioni, ci impedisce di liberarci nel pensiero. La passione non ci può dare che la sua metamorfosi e la liberazione. Come Baltasar Gracian Alain è sicuro che nulla di ciò che nasce dalla passione è fatto bene.11

Paura della libertà. Paura dell’Europa. La nostra libertà. Nel pensiero di Alain, Paci doveva trovare risposte tonificanti ad alcune delle questioni poste nell’Editoriale pubblicato in testa al primo numero della rivista da lui fondata e diretta: “Quando, circa un secolo fa, Kierkegaard scriveva Aut Aut pensava ad una scelta tra le avventure dell’esteta e la realtà etica. […] Non si può tornare indietro: ciò vuol dire che non si può rinunciare alla libertà e che non si può costruire rinunciando alla libertà. […] L’aut aut è molto semplice: o libertà della cultura o barbarie”12. Se durante il fascismo per alcuni intellettuali italiani Alain era stato conforto e nutrimento con il suo stimolo a ricercare in se stessi una libertà più intima e alta rispetto alle libertà negate e calpestate dal regime; dopo la caduta del fascismo egli continuava a essere una guida in quanto metteva in guardia dal nemico che, ben oltre la fine dei regimi totalitari, era destinato a impedire il conseguimento della libertà individuale e di ideali transnazionali.

Nel 1952 Leo Longanesi, editore di Montanelli, scriveva che “‘la parola democrazia’ destava in lui insofferenza fisica, ‘come l’odore stantio dei vecchi cassetti o l’alito guasto di certe vecchie’”13. Forse a Montanelli la parola libertà, pronunciata da intellettuali critici del fascismo e membri della Resistenza, faceva un po’ lo stesso effetto e, dileggiando Alain, intendeva dileggiare chi, in Italia, si riconosceva nel suo insegnamento? Forse. Quel che è certo è che gli “incontri” avuti da Montanelli con “gli eroi del [suo] tempo” non furono cinquantaquattro ma, al più, cinquantatré.

PS. Nel 1961 Montanelli pubblica con Rizzoli due volumi intitolati Gli incontri: raccolgono una selezione dei pezzi pubblicati in Incontri e Tali e Quali nonché numerosi ritratti apparsi nei successivi dieci anni. Ne Gli incontri figurano solo ventisei dei cinquantaquattro pezzi originariamente apparsi in Tali e Quali: Coppi, De Gaulle, Dior, Fabrizi, Moro e Utrillo, per menzionarne solo alcuni, tolti tutti. E così pure Alain. Restano Kuebler, Kornilov, Arnoldo, Benda, Quaroni, Leonor… Sulla base di quale criterio era stata operata la scelta? Di certo colpisce il fatto che quasi tutti i pezzi dedicati ai personaggi più noti erano stati rimossi. Rimaneva, invece, Mannerheim: militare e politico finlandese. Carl Gustaf Mannerheim era un “uomo di statura media” (Montanelli) di un metro e novantaquattro. A questo proposito rimandiamo a Luigi Deanna, La memoria perduta. Montanelli e la Finlandia, All’insegna del Veltro, Parma 2006 e, per un primo orientamento, a http://www.linterferenza.info/contributi/indro-montanelli-fu-vera-gloria/

  1. Italo Calvino, La letteratura italiana sulla Resistenza, “Il movimento di liberazione in Italia”, I, 1, luglio 1949, pp. 40-46; ora in Id., Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Mondadori, Milano 1995, pp. 1492-1500: 1497. []
  2. Sandro Gerbi, Raffaele Liucci, Lo stregone. La prima vita di Indro Montanelli, Einaudi, Torino 2006, p. 233. []
  3. Cfr. Gerbi, Liucci, Lo stregone cit., passim. []
  4. Paolo Spriano, Le passioni di un decennio (1946-1956), Garzanti, Milano 1986, p. 108. []
  5. Citato in André Sernin, Alain. Un sage dans la cité, Robert Laffont, Paris 1985, p. 436. []
  6. Citato in Sernin, Alain cit., p. 436. []
  7. Sernin, Alain cit., pp. 432 e 434. []
  8. Sernin, Alain cit., pp. 447-448. []
  9. Cito dal testo originale in italiano ora in Carlo Levi, Prima e dopo le parole. Scritti e discorsi sulla letteratura, a cura di Gigliola De Donato e Rosalba Galvagno, Donzelli, Roma 2001, pp. 165-167; per il testo pubblicato in francese cfr. Carlo Levi, Le sublime quotidien, traduzione dall’italiano di Louis-Paul Guigues, in Hommage à Alain (1868-1951), numero speciale de «La Nouvelle Revue Française», settembre 1952, pp. 264-267. []
  10. Eugenio Montale, Libri, “Pegaso”, 2/11 (1930), pp. 633-636, ora in Id., Il secondo mestiere. Prose 1920-1979, 2 voll., Mondadori, Milano 1996, pp. 423-429. []
  11. Enzo Paci, Alain e la paura dell’Europa, “aut aut”, 9 (1952), pp. 233-235: 233-234; Id., Alain et notre liberté, in Hommage à Alain cit., pp. 259-263: 259-260. []
  12. Editoriale, “aut aut”, 1 (1951), pp. 3-5: 3-4. []
  13. Citato da Gerbi, Liucci, Lo stregone cit., pp. 229-230. []

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