In linea da: 08/02/2017

Come raccontare la vita. Sul nuovo libro di Gigi Corazzol

di Valter Deon

Riprendiamo la recensione al libro di Gigi Corazzol, Piani particolareggiati (Venezia 1580-Mel 1659), apparsa sul numero di “Rivista feltrina” datato dicembre 2016. Ringraziamo per la gentile concessione l’autore Valter Deon e il direttore della rivista Matteo Melchiorre. Sul testo sono state fatte minime modifiche e il titolo è redazionale.

Devo dire che alla richiesta di una breve recensione dell’ultimo libro di Gigi Corazzol ho esitato per dubbi. Sono amico dell’autore, con vari capitoli ho avuto familiarità, la brevità raccomandata per un testo così complesso mi ha fatto paura. Alla fine mi sono detto che non dovevo badare a scrupoli di convenienza. Poi ho pensato che l’amicizia è un sentimento esigente da non mettere in mezzo a ogni cosa, specie se impedisce; che del libro nella sua interezza ho avuto conoscenza solo quando lo ho toccato stampato; che sulla brevità dovevo pensare che in poche righe si possono dire tante cose.

A prima vista colpisce la mole. Dentro il libro, se ci si lascia prendere dalla superficialità del peso, si potrebbe dire che ci sono tanti libri. Innegabile. Ma a dirla in altro modo, e forse meglio, nel libro più che tanti libri ci sono tante scritture. Non variazioni, non toccate su registri diversi, ma scritture diverse intorno a un tema che ne genera altri in continuazione: d’altra parte, la storia di ciascuno non è forse una storia di intrecci infiniti, a correre dietro ai quali non riesci mai a trovare il bandolo, o a trovare limiti e confini? Ma sulla scrittura e sulla capacità di dominare tante e diverse scritture ha già fatto leggere pagine esemplari (e ammirate) Fabio Pusterla. Devo dire che quella di Fabio Pusterla, apparsa sul sito dell’associazione storiAmestre, è una recensione da rileggere e da accompagnare alla rilettura del libro. Le tante scritture dicono che il libro si può prendere da ogni parte: che gli si può andare dal mezzo al principio, dal dopo al prima, dall’insù all’ingiù. In un processo di lettura sempre aperto e possibile che non finisce mai. Anche perché è fatto di anticipazioni e di ritorni, di sintesi e di allargamenti, di accenni e di riprese. E con un forte coinvolgimento del lettore, chiamato in causa con chiamate dirette. A me libri così ne sono capitati pochi per le mani. È troppo dire che le diverse scritture sono il primo segnale di una complessità – rappresentata – umana, sociale, politica, geografica, storica, che è la prima cifra del libro? Mi pare di poterlo dire.

Eppure, a guardarlo dal di dentro, il libro ha tre diversi, e forse non immediatamente riconoscibili, protagonisti. Il primo, in assoluto, è l’archivio di Mel. A pagina 39, Gigi si chiede: «Potevo rinunciare a un archivio come quello di Mel? No che non potevo, come spero vorranno concedere, a suo tempo, quanti avranno la pazienza di inframmentirsi con me nel garbuglio di tristi storie che ci attende». Quello di Mel è un archivio totale: apre sulla vita intera di una comunità, senza nascondere nulla. Non è un archivio al quale si possono fare mille domande a partire dal poco; se ho capito bene, è un archivio di cui fidarsi, aperto sul tutto, che non spinge a fare ardite fughe in avanti e successive, rischiose generalizzazioni. Fidarsi dei titoli, mi viene da dire riprendendo una espressione di Gigi. «In ambre di carta ovvero della vita in scala 1:1»: è il titolo del terzo capitolo. Oppure «Feste da ballo» del quinto capitolo. Oppure, e ancora: «Alunni della Piazza, 1620-1650», titolo del capitolo numero nove. Scala 1:1 significa che non occorrono tanti occhiali per vedere dentro e oltre le miserie e le virtù di ciascuno e di tutti. E che i voli di fantasia, pur guidati e frenati dal raziocinio, sono da bandire. E se proprio la vuoi raccontare, la vita, fai parlare le carte o i luoghi o le cose o i segni che si esprimono. Insomma, l’archivio di Mel insegna a far domande sul tutto, non a imbastire risposte dal poco. Non tutti gli archivi sono così, ed è forse per questo che è stato eletto e amato. Devo dire che da tempo Gigi ci aveva abituati a guardare dentro la vita di Mel nel tempo dei quasi ottanta anni di ZM (= Zuanne Maccarini). Ma infine, l’archivio non è il luogo di lavoro dello storico?

Il secondo protagonista è la storia come disciplina alla quale Gigi si è applicato di mestiere. Che non fosse molto d’accordo con le pieghe che specie l’ultima storiografia aveva preso è cosa che non occorre essere amici per saperla: basta cominciare a leggere i primi lavori di Gigi per capire che lui, col mondo col quale ha pur diviso giorni e fatiche, aveva qualcosa da non condividere. Esperimenti d’amore sta lì a parlare; e la Francesca Canton a confermare. Del Cineografo di banditi su sfondo di monti bisogna dire che, pur in un pesante silenzio, ha avuto tanti e inattesi lettori. Libri sicuramente spiazzanti. Per non dire delle tante piccole imprese librarie curate dall’autore che hanno fatto venire a molti il dubbio che non si trattasse di cose che avevano a che fare con la storia (ma che tanti hanno letto, godendo). Insomma, a Gigi l’ultima Accademia stava scomoda, stringeva da più parti; anche se parte di quella stessa Accademia ha sempre apprezzato l’ingegno di Gigi, ne ha in molte occasioni manifestato ammirazione, e ne ha fatto un punto di riferimento. A consolazione (sentimento che in questi casi non si dovrebbe scomodare), da altri centri (centrali) del mondo della ricerca Gigi ha trovato caldi sostenitori che gli hanno riconosciuto, in tempi non sospetti, meriti sui quali in casa e in patria si era fatto un impercettibile bisbiglio. Insomma, anche qui: questo tomo di 400 pagine è un libro di storia o un mucchio di carte accumulate in tanto tempo, messe insieme perché pensate con un tema caldo e a lungo rincorso? Provo a fare due conti veloci e presuntuosi, e per finta.

Che cosa succedeva intorno a ZM? Ballavano? Sì, ballavano. Avevano consuetudine con la violenza? Sì, avevano l’archibugio facile. Si ubriacavano? Sì, si ubriacavano. Si arrangiavano compatibilmente? Sì, facevano quello che potevano. Commerciavano? Sì, alla grande. Lavoravano? I non sfaccendati si ammazzavano di fatica. Si vedevano in giudizio? Si vedevano con molta frequenza. Da dove si capisce tutto questo? Dalle carte, da tante carte. Potrei andare avanti elencando, ma mi astengo. Ho maggior pratica con indagini linguistiche: qui ho visto spesso tre, cinque, dieci casi diventare, con spinte fantastiche, generalità. Allargando a dismisura attribuzioni e ipotizzando (?) caratteri universali. E dunque. Certamente non è un libro paludato. Non è un libro per insegnare o per imparare. Non fa quadri generali e non si allarga sull’umano destino o sull’umanità intera. Non spiega e non promette comodi accessi. Non divulga. Chiede al lettore impegno ma lo ripaga in moneta buona, aprendo al sorriso, invitando all’ironia, sollecitando l’intelligenza, gratificando chi si lascia prendere con buone soddisfazioni del cuore e della mente. È discontinuo, sicuramente. Ma la vita, lo studio, l’applicazione non sono forse fatte di discontinuità, di salti, di varietà, di alti e bassi? Confesso che la storia e i suoi manuali mi hanno sempre fatto paura: più ampi e più seriosi erano, più sentivo lontani l’una e gli altri. Alla fine, ho pensato che la storia doveva essere un piccolo specchio nel quale trovare in fondo un po’ di me, ieri e oggi, e un po’ delle persone che mi stavano intorno. Con le altalene che il vivere comporta. Non per impararmi, non per conoscermi, non per sapere di più del mondo, ma per sentirmi l’altro che sono. E per gratificarmi con la conoscenza. Uno specchio rotto, di spicchi a punta, nei quali ti vedi a pezzi, e diverso.

Il terzo protagonista è ZM. Uno sradicato. Ai titoli del libro bisogna far caso, lo ho già detto. A cominciare dal primo, da leggere fino in fondo: Venezia 1580-Mel 1659. Qui le radici non c’entrano. Sarebbe più opportuno dire ‘spiantati’ rinverdendo il significato letterale della parola: piante tolte dalla propria terra, dal proprio humus (latino). Oppure usare le parole di Gigi che sono le meglio: sofferenti di «nevralgia dell’altrove» (p. 399). Adattamenti a volte facili, altre difficili, spesso con conclusioni amare: alla vita spiantata manca alla fine qualcosa, un quid del prima. Lo si può dire di ZM? Lo si può dire se nel suo testamento, dato a Venezia nel 1653, «affidò il saldo delle sue pendenze col cielo a un forfait di duecento messe da esser celebrate entro otto giorni dalla sua morte. Dove? A Venezia, se possibile. Metà nella chiesa del Redentore alla Giudecca (padri cappuccini), metà nella chiesa di San Bonaventura (padri riformati di San Bonaventura), sita sull’omonima fondamenta di Cannaregio.» (p. 372). Messe in suffragio, non sepolture o funerali. Se proprio si vuole andar dritti dentro la vita di ZM si può cominciare da pagina 349. Gigi, i segnali al lettore li dà scopertamente. Anche da lì si può iniziare. Oppure, ma molto stringatamente, da pagina 399 o da pagina 14; lo stesso ZM di sé avrebbe potuto dire «di essere:

– un cittadino veneziano (di origine trentina),

– un mercante di legname nato a Venezia ma uso fin dalla prima giovinezza a risiedere dove i suoi affari richiedevano (per esempio a Bribano),

– un cittadino veneziano con stabile residenza a Mel».

Ci si potrebbe accontentare se, ridotta all’osso, la vita fosse solo questo; ma la vita è soprattutto l’intorno, il contesto, la cornice, i rapporti, il tempo. In ogni caso. Di Zuanne Maccarini per i più curiosi di storie forti si può subito sapere che, al tramonto, di sette figli non gliene era rimasto nessuno. Ma del brodo dentro il quale è immerso si sa solo se si è passati per l’educazione in Piazza (dei figli). Per l’aria di Mel. Per i commerci grandi e piccoli. Per avvocati e notai. Per doti e matrimoni. Per amici e parenti. Per feste da ballo.

Quella di Zuanne Maccarini è una figura tragica: nel libro ci sono pagine che lo dicono con colori forti. A me le più efficaci sono parse quelle in cui Gigi parla di Carlo (uno degli ultimi figli maschi di ZM), nato a Bribano nel 1615, studente di Padova, dottore in utroque iure. Gigi informa del matrimonio di Carlo «iscritto in una trama di calcoli Zumellesi» (il matrimonio). Di lui non sa altro se non che morì nel 1651 e che aveva avuto un figlio da Ottavia Gaio. A tale figlio «fu posto nome Giacomo nel solco dello schema di pietà adottato da Giacomo nel 1649 per commemorare Daniele, morto nel 1647, e di Daniele, poco prima di morire, per ricordare Giovanni Battista. Giacomo era morto nel giugno del 1650» (p. 363). Non è necessario dire che quelli citati sono i nomi dei figli maschi di ZM. E che ZM muore a Venezia nel 1659. ZM è quel filo nascosto che corre discreto in ogni pagina del libro. È un uomo che si occupa di tutto, ovunque: di legnami, del loro trasporto verso la pianura, ma non solo. Organizza cantieri, attiva squadre di boscaioli, sceglie gli uomini di cui fidarsi da inviare oltre i monti. Arriva a occuparsi dei boschi di val di Fiemme, di Val Gardena, oltre che di quelli di casa. È in affari col Vescovo di Bressanone. Ma naturalmente è dentro le pieghe della vita politica, sociale, economica di Mel. Dove arriva, pianta radici, ma non quelle della propria esistenza. ZM non è un eroe dell’intraprendenza veneta del ’600; non è l’emblema dell’uomo contro il quale il destino si accanisce e nel quale qualsiasi uomo sfortunato si può rispecchiare; non è Giobbe in veste moderna; non è il ‘tipo’ del disadattato o dello sradicato nel quale ciascuno – di ogni tempo – si può vedere; è semplicemente un uomo cui la vita ha fatto conoscere affermazioni e sconfitte, successi e cadute, gratificanti gli uni, amare le seconde. Uno insieme ai tanti, nella folla di personaggi presenti nel libro che appaiono come sono apparsi a Gigi: «[…] folate di apparizioni, una risacca incessante di uomini, donne, bambini lampanti nel presente più accidentale, scaraventati dal loro destino tra noi qui in basso nel nostro, a noi compagni nell’incertezza, silenziosi istruttori di compassione» (p. 85). Meglio di così non si poteva dire. La citazione mi piace dal momento che coinvolge noi e loro. Il ‘noi’ in queste poche righe è ciò che pesa di più. Nel sito di storiAmestre l’avevano già ripresa i primi annunciatori del libro e Fabio Pusterla.

Poche note di chiusura. A Gigi storico si rimproverano tante cose: io provo a dirne una che ne dice tante. È uno cui piacciono gli sconfinamenti. Di essere sradicato magari ti capita, ma di ‘sconfinare’ ti capita se lo vuoi. Gigi è uno cui piace scrivere e cui piace la scrittura. Se scrivi di storia e ti viene da sconfinare oltre il consueto, oltre il canonico, è male? Non lo penso. Si va avanti rompendo anche sul piccolo. Se ripeti stai fermo. Sconfini nel letterario? Per quel che ne so, tutti gli storici hanno silenziosamente aspirato a scrivere ‘bene’, frenando sugli scrupoli dell’oggettività o dell’obiettività, e provando a mettere nelle loro penne cuore e mente. Quelli giusti li distingui anche per questo. Scrivi e agiti? È meglio che lasciare indifferenti, specie se scrivi di storia, se è vero che il mestiere dello storico è il mestiere più libero del mondo: dinanzi all’infinità dell’infinito, dinanzi alle vicende senza confini di tutti e di ciascuno, dinanzi alla vita e alle storie individuali e collettive, al fondo delle quali è impossibile scendere e segnare confini, lo storico sceglie e tematizza. Solitamente pensa a qualcosa che possa toccare cuore e mente di qualcun altro. A non lasciare indifferente, una volta consegnata la pagina al lettore, chi si lascia coinvolgere. Scrivi di te? È meglio che scrivere del poco o del nulla, o del troppo o del troppo grande. Sconfinare è un peccato accademico? Oltre c’è sempre qualcosa di sconosciuto, di non visto, di non provato. Se qualcuno va oltre, è un passo in avanti per tutti.

Nota. Il testo di Valter Deon è uscito senza titolo in “Rivista feltrina”, 37, dicembre 2016, pp. 136-140 (sezione “Recensioni”). Si riproduce qui con minime modifiche e sotto un titolo redazionale.

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