In linea da: 10/02/2017

Come diventare padroni del Veneto, almeno per un po’. Spigolature da un libro di Renzo Mazzaro

di Maria Giovanna Lazzarin

La nostra amica e socia Giovanna Lazzarin ha letto il libro di Renzo Mazzaro, I padroni del Veneto (Laterza, Roma-Bari 2012) e ne ha fatto una scheda per noi. È un contributo alla discussione avviata da Piero Brunello nel novembre scorso: gestione del denaro pubblico, uso privato della cosa pubblica, rapporto tra cittadini e istituzioni, stato di salute della democrazia.

È una pretesa così radicale quella di sapere come sono andate veramente le cose – direbbe Luigi Meneghello1 – che la prima difesa possibile è sottrarsi. Così ho fatto (per quattro anni, da quando è uscito) con il libro I padroni del Veneto di Renzo Mazzaro2 che prometteva per l’appunto di raccontare come erano andate veramente le cose nel Veneto degli ultimi 20 anni. Il testo mi incuriosiva, leggerlo è dovere civico, mi dicevo, ma poi che fare? E l’ombra dell’impotenza che vedevo calare su di me mi spingeva a distrarmi.

Quando ho letto nel sito di storiAmestre l’analisi di Piero Brunello sulla superstrada Pedemontana, ho capito che era l’ultima chiamata per quel libro. Per non aver alibi l’ho comprato in e-book, così l’avrei potuto leggere ovunque, sul tablet, al computer, in e-reader, non c’era modo di dimenticarlo.

Ma ancora non mi decidevo. Poi mi è venuta un’idea: se lo leggessi in contemporanea con qualcosa di frivolo tipo le saghe di Wodehouse, forse potrei reggere il peso e compensare? Così è stato. Ho scelto Aria di tempesta3, mi sembrava un titolo adatto.

Leggendo ho poi notato strani parallelismi tra i due testi che a prima vista sembrano lontanissimi. Aria di tempesta è una fiaba scanzonata ambientata nello Shropshire, a pochi chilometri da Londra, dove i soldi e il potere sono nelle mani di Lord Clarence Emsworth, a sua volta dominato dalla terribile sorella Lady Constance, il vero “uomo di casa”; la trama però si muove sulle memorie piccanti, scritte dal fratello Galahad, che tutti vogliono, chi per distruggerle ed evitare scandali alla nobiltà inglese, chi per pubblicarle sperando in un ricco guadagno.

I padroni del Veneto è un’inchiesta costruita con brio sull’intreccio tra affari e politica in una regione italiana. Al posto di un Lord c’è un Doge, Giancarlo Galan, che ha in mano potere e cassaforte dell’ubertosa regione e l’amministra in modo altrettanto scanzonato; secondo l’autore anche lui subisce l’influenza decisiva di una Lady, tale Lia Sartori, e per aggiunta anche di una dark Lady, Claudia Minutillo. La realtà a volte supera la fantasia.

Se Lord Clarence aveva un unico interesse – la mastodontica scrofa Imperatrice di Blandings, vincitrice di concorsi di ingrasso –, tutti sanno che il Doge Giancarlo passava il suo tempo tra pesca d’altura e battute di caccia; vantava anche tra i suoi consiglieri regionali il leghista Maurizio Conte, sorpreso a passeggiare con un maiale per contaminare l’area dove avrebbe dovuto sorgere a Padova una moschea.

Qui finiscono, a una prima lettura, le somiglianze tra i due testi, perché le memorie di Galahad verranno distrutte in un modo sorprendente che non rivelerò, mentre Renzo Mazzaro è riuscito nell’intento di pubblicare le storie scottanti che ha raccolto e documentato per anni sui poteri politici ed economici del Veneto.

Dove scorrono i soldi

La prima parte de I padroni del Veneto racconta l’ascesa del Doge Giancarlo, il suo quindicinale governo, fino al sorpasso e alla defenestrazione da parte del giovane Luca Zaia nel 2010. Il racconto fila veloce fino al capitolo 6: dove scorrono i soldi.

È qui che Mazzaro pone la domanda centrale: come mai poche imprese, sempre le solite – Mantovani costruzioni, studio di progettazione Altieri, Gemmo impianti, per far dei nomi – facevano tutto in questa regione: ospedali, passanti, treni, dighe a mare, ristorazione? Dipendeva solo dalla capacità professionale?

Mentre a noi elettori in quegli anni veniva passata la storia di una classe politica fattiva e decisionista sempre intenta a tagliare nastri, questa domanda restava sotto traccia. Mazzaro la sottrae alla dimenticanza e costruisce la risposta attraverso una rigorosa documentazione, arrivando a concludere che la presenza dei soliti nomi, sempre quelli, non dipendeva soltanto dalla capacità professionale, ma in larga parte dalla vicinanza e dalla collusione con la politica, e che questo era un danno per la collettività, perché alla fine le opere costavano di più.

Prendiamo gli ospedali. La formula del project financing viene sperimentata per la prima volta nella costruzione del nuovo Ospedale all’Angelo e della Banca degli Occhi di Mestre: 254,7 milioni di euro IVA compresa, di cui 134,6 di contributo pubblico e 120,1 anticipati dai privati. In compenso i privati – Mantovani, Astaldi, Gemmo, studio Altieri e altri – si garantiscono fino al 2032 la concessione dei servizi tecnici, amministrativi, di supporto alle attività di radiologia, di ristorazione e alberghieri in cambio del pagamento di un canone annuo di 71,5 milioni di euro4.

Peccato che questi servizi costino in alcuni casi, per esempio per la lavanderia, anche il doppio che nei vicini ospedali di Padova o Treviso – questo è emerso da valutazioni della Regione e della Corte dei Conti – per cui l’attuale direttore dell’ex Usl 12 (oggi Usl 3) Giuseppe Dal Ben sta da tempo cercando di rivedere il contratto5.

“Mestre è solo l’assaggio, dal 2006 in poi il project financing dilaga”6: ospedale dell’Alto Vicentino, ospedale unico della bassa padovana, ampliamento e ristrutturazione dell’ospedale di Treviso e degli ospedali di Verona, nuovo ospedale di Padova.

C’era proprio bisogno di tutte queste opere? Mazzaro racconta un episodio che fa dubitare.

Durante la campagna elettorale per le regionali del 2000 il direttore dell’Usl 4 Alto Vicentino Sandro Caffi accompagna Galan e Lia Sartori a visitare i lavori di ristrutturazione dell’ospedale di Schio. «Qui sarà prevista la maternità» dice. Alle sue spalle arriva un perentorio «No!»7, ripetuto due volte perché non ci siano dubbi. Chi parla è Lia Sartori. Il perché di questo diniego così deciso si capirà solo nel dicembre 2003 quando Lia, allora eurodeputata, a una cena a Vicenza – presenti Caffi, l’assessore alla sanità e quello al sociale del Veneto – comunicò la futura costruzione del nuovo ospedale Alto Vicentino al posto dei due di Thiene e Schio: se Caffi avesse portato avanti il reparto maternità, quello di Schio sarebbe diventato un ospedale completo, difficile da smantellare.

Costruire un nuovo ospedale o adattarne uno esistente non sono la stessa cosa e la decisione spettava a Caffi in quanto direttore dell’Usl 4. Prevalse il no di Lia, compagna di Vittorio Altieri, titolare dell’omonimo studio di progettazione e amica di famiglia di Livio Gemmo, fondatore della Gemmo impianti che con Mantovani, Serenissima Ristorazione e Coop service si sarebbero aggiudicati il project financing del nuovo ospedale8.

La virtù dell’obbedienza portò Caffi a diventare nel 2010 direttore generale della sanità di Verona dove, per pura coincidenza, lo studio Altieri realizzò i due project ospedalieri9.

Questo è solo un esempio di come e dove scorrevano i soldi. Nel libro ne vengono presentate serie intere: i project stradali, quelli marittimi, la ristorazione, la formula 1 del Veneto e naturalmente il Mose, che però sta stretto dentro a un paragrafo e avrà bisogno di un secondo libro a parte, uscito nel 201510.

Come diventare potenti

I padroni del Veneto è innanzitutto un prontuario su come si faceva a diventare potenti all’epoca.

“Galan riceveva gli ospiti stravaccato sul divano e si vedeva subito che non era uno stakanovista”11. Di sé diceva: «Devo tutto a Berlusconi». E quest’affermazione dà da pensare a Mazzaro: “perché sappiamo come è andata: per caso Berlusconi è sceso in campo, per caso Galan lavorava per lui, Berlusconi l’ha candidato presidente del Veneto e Galan è andato a cercare i suoi amici. Che altro poteva fare?”12. E i suoi amici come hanno fatto carriera?

Enrico Marchi è forse il personaggio più interessante: laureato con un certo ritardo alla Bocconi, gestisce con il socio Andrea De Vido la Finanziaria Internazionale spa, una banca d’affari fondata negli anni Ottanta. Nel 1995-2000 è responsabile regionale di Forza Italia per gli enti locali del partito e arriva spesso a Palazzo Balbi con la valigetta 24 ore a prendere ordini da Giancarlo. Intanto nel 1997 dà la scalata alla Urvait Service srl, che possiede il 10% delle quote di SAVE, società di gestione dell’aeroporto Marco Polo, ancora a maggioranza pubblica (ciascuno dei soci pubblici – comune di Venezia, provincia di Venezia, regione Veneto attraverso Veneto Sviluppo – aveva allora il 17%). Nello stesso anno presenta al governo veneto un progetto di privatizzazione della Brescia-Padova, svolgendo il servizio di consulente regionale per un compenso di 113.050.000 lire. L’operazione non va in porto, ma la parcella viene pagata. Così incoraggiato, all’antivigilia di natale fa presentare dalla Marketing Network srl – società che fa parte di una holding in cui è presente – il progetto di valorizzazione dell’immagine del Veneto “prima il Veneto” che Galan finanzia con un miliardo.

Nel 1999 con una cordata di imprenditori rileva la Nord Est Avio, che ha un altro 20% di SAVE.

Nel 2000 è uno dei finanziatori della campagna elettorale del Giancarlo, che da anni grida: «Privatizzare la SAVE!» e con l’aiuto dell’amico partirà alla conquista di questa società13.

Scriveva nel 2006 l’avvocato Malvestio: “La partecipazione della Regione è stata sottoscritta dalla Veneto Sviluppo e la Veneto Sviluppo l’ha scambiata con una partecipazione di minoranza in Marco Polo Holding, che è una società a maggioranza privata, la quale oggi esprime il controllo della SAVE. Per effetto di questa serie di passaggi, la SAVE è controllata da privati, il valore della partecipazione e i dividendi sono stati lasciati a loro e un intero aeroporto è passato dal controllo pubblico al controllo privato. Come nelle fiabe i ranocchi diventano principi”14.

Nel libro di carriere veloci come questa ne troviamo molte, tanto da far pensare che in molti avessero letto e fatto proprio il consiglio che Charles Forestier dà a Georges Duroy – allora modesto impiegato nelle Ferrovie del Nord – in Bel-ami di Guy de Maupassant : “Vedi ragazzo mio, qui tutto dipende dalla disinvoltura. Un uomo un po’ astuto diventa più facilmente ministro che capufficio. Bisogna imporsi e non domandar nulla”15.

***

Quando ho finito di leggere I padroni del Veneto ho capito perché Mazzaro ha sentito la necessità di scriverne un secondo. Nel primo non si salva niente: Luca Zaia, che subentra a Galan nel 2010 promettendo di cambiare tutto “ha trovato solo muri […] capitoli di bilancio esauriti, buchi da chiudere e un futuro ipotecato dai project […]. Inevitabile chiedersi se è in corso un vero sorpasso […] oppure un sorpasso camaleontico, […] cambiare tutto per non cambiare niente”16. L’opposizione di sinistra sembra star bene a perdere, gli imprenditori sono troppo impegnati a produrre e vendere in un momento in cui del Veneto si dice che è diventata la locomotiva d’Italia.

Veneto anno zero – questo il titolo del secondo libro-inchiesta del 2015 – apre invece uno spiraglio perché l’indagine giudiziaria sul Mose ha colpito persone che si sentivano onnipotenti e a quanti gli domandano “E allora che cosa fare?”, già nel giugno 2014 Mazzaro rispondeva così: “Non ho ricette, però cercherei di non essere così disfattista e pessimista, io vedo nell’intervento di questi magistrati giovani […], che hanno remato contro i propri uffici, […] e dei finanzieri, che avevano dentro la finanza corpi separati di comandanti che operavano praticamente per segarli, vedo in questi comportamenti speranza, cioè le istituzioni, lo Stato, ha qualche organismo almeno capace di aggredire questa forma di cancro17.

Il libro del 2015 si chiude segnalando che “anche il fattore “S”, come società veneta, non è rimasto a guardare. Dopo gli arresti del 4 giugno 2014 la procura di Venezia è stata letteralmente sommersa da esposti, come se si fosse aperta una porta. Con denunce più varie su casi di corruzione e malaffare”18. “E allora noi veneti per lo meno dobbiamo chiederci, dove eravamo quando questo sistema andava a tutto vapore?”19.

  1. Luigi Meneghello, Le Carte I. Anni Sessanta, Rizzoli, Milano 1999. []
  2. Renzo Mazzaro, I padroni del Veneto, Laterza, Roma-Bari 2012. []
  3. Pelham Grenville Wodehouse, Aria di tempesta, TEA, Milano 1994. []
  4. Cifra che comprende anche l’uso dei “muri”ed è cumulativa di tutti i servizi, non solo quelli dati in gestione, si veda Mazzaro, I padroni del Veneto cit., p. 185. []
  5. Si veda a tal proposito l’articolo di Francesco Furlan sulla Nuova Venezia del 27 gennaio 2017: Project, battaglia per i costi degli esami, Riviste le spese del laboratorio analisi fatturate nel periodo 2012-2016. Veneta Sanitaria restituisce 5,6 milioni all’Usl 3. []
  6. Mazzaro, I padroni del Veneto cit., p. 185. []
  7. Citato ivi, p. 198. []
  8. Ivi, p. 6. L’ospedale dell’Alto Vicentino fu costruito su progetto esecutivo dello studio Altieri, offerta vincente fu quella di Mantovani, Gemmo, costo: 143,5 milioni di euro di cui 70 milioni dei privati. []
  9. Ivi, p. 198. []
  10. Renzo Mazzaro, Veneto anno zero, Laterza, Roma-Bari 2015. []
  11. Mazzaro, I padroni del Veneto cit., p. 3. []
  12. Ivi, p. 20. []
  13. Questa descrizione riassume il paragrafo Il finanziere d’assalto, ivi, pp. 204-207. []
  14. Massimo Malvestio, La capriola di Save, “Corriere del Veneto”, 11 luglio 2006, ora anche in Id., Mala gestio: perché i veneti stanno tornando poveri, Nordesteuropa e Marsilio, Padova e Venezia 2012, pp. 83-84 []
  15. Guy de Maupassant, Bel-ami, Rizzoli, Milano 1994, p. 10. []
  16. Mazzaro, I padroni del Veneto cit., p. 4-5. []
  17. Passaparola: I padroni del Veneto, Renzo Mazzaro, il blog di Beppe Grillo 9 giugno 2014. []
  18. Renzo Mazzaro, Veneto anno zero cit., p. 264. []
  19. Passaparola: I padroni del Veneto, cit. []

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