In linea da: 19/01/2017

Da “Riva degli Schiavoni” a “Riva degli Slavi”. Venezia, marzo 1849

di Pacifico Valussi, a cura di Piero Brunello

In questi giorni ha aperto a Venezia la mostra “Ascari e Schiavoni, il razzismo coloniale e Venezia”, organizzata in occasione dell’ottantesimo anniversario della prima legge razziale italiana, emanata nel 1937.

Per l’occasione Piero Brunello presenta un articolo di Pacifico Valussi che nel marzo 1849 annunciava il cambiamento del nome di Riva degli Schiavoni in Riva degli Slavi, in nome della fratellanza tra i popoli. Si trattava in realtà di una richiesta, promossa da diciotto Dalmati che vivevano a Venezia, e che il governo di Manin decise di non prendere in considerazione.

Alla fine di marzo 1849 Pacifico Valussi, un friulano accorso alla difesa di Venezia, scrisse una lettera aperta a Ernest von Schwarzer, giornalista viennese conosciuto anni prima a Trieste nella redazione del Giornale del Lloyd austriaco. La lettera uscì nel quotidiano L’Italia nuova il giorno dopo l’arrivo della voci ancora confuse sulla sconfitta di Carlo Alberto a Novara. La notizia fu accolta con sgomento: Venezia si ritrovava sola, le truppe austriache accampate a Mestre si preparavano all’assalto finale contro Forte Marghera e al bombardamento della città.

Intanto a Vienna, dove viveva Schwarzer, la rivoluzione era stata sconfitta. Nell’ottobre 1848 la città era stata ripresa dalle truppe dell’imperatore Ferdinando che aveva imposto uno stato d’assedio sotto il comando del governatore militare Ludwig von Welden. In precedenza il Parlamento era stato costretto a trasferirsi a Kremsier in Moravia, vicino alla fortezza militare di Olmütz dove per un periodo si era rifugiata la corte imperiale. In dicembre Ferdinando aveva abdicato in favore del nipote diciottenne Francesco Giuseppe. Quando infine nel marzo 1849 il testo della Costituzione discussa a Kremsier era pronto, l’imperatore sciolse il Parlamento e impose una Costituzione che eliminava ogni accenno alla sovranità popolare e faceva dell’Impero uno Stato centralistico e autoritario. Per sottomettere Budapest che ancora resisteva l’imperatore sarebbe ricorso all’aiuto militare dello zar Nicola.

Dalla lettera di Valussi si capisce che Schwarzer era stato “costretto a tacere dal dispotismo militare”, cioè dal governatore Welden, per aver definito “disonorante” per l’Austria la richiesta di aiuto allo zar contro gli Ungheresi. Schwarzer continuava insomma a credere nelle libertà garantite da una monarchia costituzionale austriaca. Illusioni, secondo Valussi, anzi peggio: complicità. “La libertà d’un popolo – scriveva – non si nutre colla schiavitù d’un altro”. I liberali austriaci avrebbero dovuto combattere la pretesa austriaca di dominare i popoli, e nel caso di Schwarzer partecipare – lui “tedesco nativo dell’Austria” – al Parlamento tedesco di Francoforte.

Qualche mese prima Cattaneo aveva concluso la sua storia dell’insurrezione di Milano con le parole: “Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa”. Problemi analoghi si poneva Valussi nella lettera a Schwarzer quando scriveva che il futuro dell’Europa passava per la dissoluzione della Casa d’Austria e per una “fratellanza dei popoli”, perché “i Popoli liberi sono tutti fratelli”. Formando “una grande Nazione, compatta, libera ed una”, i Tedeschi avrebbero avuto “amici i loro vicini Slavi ed Italiani”; contemporaneamente “Croati, Czechi, Polacchi, Ungheresi, Valacchi, Dalmati” avrebbero formato “una federazione di Popoli, intermediaria fra la Germania, la Russia e l’Italia, una specie di Svizzera in grande”. Valussi aggiungeva che per propagandare questi obiettivi il circolo di intellettuali legati come lui a Tommaseo aveva fondato un’associazione dal nome La fratellanza dei popoli, con l’obiettivo “di combattere i più possenti alleati del dispotismo, gli odii di un Popolo verso l’altro”. Un paio di giorni dopo quell’associazione avrebbe cominciato a pubblicare un quotidiano con l’omonimo titolo.

Per dare un segno della volontà di stabilire buoni rapporti con i confinanti popoli slavi, Valussi annunciava a Schwarzer che d’ora in poi riva degli Schiavoni si sarebbe chiamata riva degli Slavi. Così i Veneziani avrebbero risposto “da buoni amici” agli Slavi che avevano già fatto conoscere “parecchi indizii di nascente amicizia”. L’amicizia con gli Slavi, commentava Valussi, era nata nella comune lotta di Veneziani, Dalmati e Serbi “contro la barbarie ottomana, dalla quale preservarono l’Europa”. La fratellanza provata “nell’antica gloria” di un tempo e “nella posteriore schiavitù” (Valussi si riferiva al “giogo dell’Austria”) si sarebbe d’ora in poi fondata in un rapporto tra “amici e collegati”.

 

 

 

 

 

 

Riproduzione in b/n del ritratto di Pacifico Valussi in costume slavo, dipinto di Filippo Giuseppini (1811-1872). Tratto da Fabio Tafuro, “Senza fratellanza non è libertà”. Pacifico Valussi e la rivoluzione veneziana del Quarantotto, Franco Angeli, Milano 2004, p. 148. L’originale si trova presso l’Accademia di Scienze Lettere e Arti di Udine.

Nella lettera Valussi dava la notizia del cambiamento di nome come di una cosa fatta: “Chiudo annunziandovi, che la così detta Riva degli Schiavoni, quind’innanzi com parola di più vero e più ampio significato, si chiamerà Riva degli Slavi”. In realtà Valussi aveva sotto gli occhi – si capisce da qualche citazione – una richiesta avanzata qualche giorno prima a Daniele Manin a firma de “I Dalmati attrovantisi in Venezia”. L’istanza affermava che a Venezia il termine riva degli Schiavoni “non era di spregio”: è significativo che portasse a riprova l’apprezzamento per “la specchiata probità e la sincera franchezza di quegli abitatori della sponda orientale dell’Adriatico, che protessero ultimi la bandiera di S. Marco” (in altre parole la riconoscenza per la fedeltà dei sudditi alla Dominante). Ma il termine, proseguivano i Dalmati, “suona male agli orecchi di taluno” (non veneziano), tanto che “più d’uno degli Slavi colto ed amico all’Italia venendo a Venezia si dolse che la Riva degli Schiavoni non si chiamasse piuttosto Riva degli Slavi”. Seguiva la richiesta a Manin di gettare “un ponte di comunicazione fra i liberi cuori che palpitano sulle due sponde dell’Adriatico”, di modo che Venezia e l’Italia porgessero “amica la mano ai Popoli vicini, che vedranno nell’Austria non di qua dell’Alpi i loro nemici”. Una settimana dopo Manin prese in mano l’istanza e rispose in due righe di passarla “agli atti”, non ritenendosi di prenderla “per ora” in considerazione. Il testo integrale di questo documento si trova in Appendice.

Valussi e i suoi amici continuarono a legare alla causa veneziana, per usare le loro parole, “l’Italia, l’Europa e l’Umanità” (sono termini che meriterebbero un’apposita riflessione). Essi pensavano che le Alpi dividono e il mare Adriatico unisce, temevano la politica aggressiva della Russia zarista, ribadivano la contrapposizione secolare nei confronti dell’impero turco (la “barbarie ottomana”). Soprattutto, dall’esperienza del Quarantotto avevano imparato quanto fosse pericoloso e fonte di guerre il nazionalismo nelle aree in cui si mescolavano lingue, religioni e popoli diversi, e per questo ritenevano così importanti i segni di amicizia e di buon vicinato.

Pacifico Valussi, Lettera quarta. Ad Ernesto De Schwarzer1

Ecco per voi pure, o Schwarzer, tornato il bel tempo di pria, un despotismo, peggiore del metternichiano.

L’assunzione vostra al ministero era stata il non plus ultra della forza dell’opinione pubblica in Austria, dove in altri tempi il fare d’un giornalista un ministro sarebbe parso bestemmia. La democrazia salì con voi al potere e con voi discese. Gli aristocratici vostri compagni vi sopportano forse alquanto vicino a loro, perché, democratico nei principii, avevate pure qualcosa di alteramente imperioso nei modi. Però voi, sbarazzatovi dal peso del ministero tornaste al vostro giornale, credendo, che una libera voce valga bene la potenza d’un ministro. Ma ahimé! Voi aveste il gravissimo torto di trovare disonorante, perniciosissimo per l’Austria l’aiuto ch’essa domandò o subì dalla Russia contro gli Ungheresi, contro quelli ch’erano un tempo il braccio forte dell’impero. Welden, il quale confessò ne’ suoi ordini del giorno che i suoi soldati trovavansi in Italia in mezzo ad una popolazione ostile, che gli giurava guerra all’ultimo sangue; Welden sa meglio di voi lo stato delle forze austriache, e che i soldati della paterna casa non possono domare i popoli senza l’aiuto dei Cosacchi. Costui se l’ebbe a male, che voi col giornale vostro disturbiate l’alleanza delle due potenze contro la libertà dei popoli; ed egli con un colpo della sua spada troncò la vostra penna malintenzionata. Oh! I valorosi generali, che bombardano l’una dopo l’altra le città, e fanno guerra ai giornalisti!

Per tutto l’aprile scorso ed in seguito ve l’abbiamo predetto, che se i liberali tedeschi di Vienna persistevano nell’ingiusta idea di tenere schiava l’Italia, la quale unita all’Austria non potrebbe essere, che dal più feroce dispotismo; v’abbiamo predetto, ch’essi s’avrebbero rifabbricate a sé medesimi le catene. Quel Radetzky che insolentiva turpemente contro i disgraziati italiani prima della rivoluzione di Vienna, era troppo vecchio per cambiare natura; e dovevate sapere, che, com’egli trattava gl’Italiani, avrebbe trattato i Tedeschi. Gli orrori della guerra italiana non erano che un preludio di quello che dovea avvenire a Vienna. La libertà d’un popolo non si nutre colla schiavitù d’un altro. Due tori, l’uno sciolto, l’altro soggiogato, non possono tirare il medesimo carro. Dal momento che si volea tenere sotto strettissimo giogo Italiani ed Ungheresi, doveano i Tedeschi e gli Slavi pure soggiacervi. Ditemi, vi pare bella prospettiva per l’austriaca libertà, un’alleanza coi Cosacchi, due guerre accanite, interminabili contro due popoli della monarchia, lo stato d’assedio proclamato in tre quarti di questa, dopo i successivi bombardamenti di tutte le capitali dell’impero, il Parlamento disciolto con indegna sorpresa, imprigionatine i suoi membri caldi partigiani di libertà, chiusa la bocca alla stampa, promessa una Costituzione assurda che ha da venire dopo che saranno fatte e proclamate e messe d’accordo una dozzina di Diete provinciali fra loro ripugnanti?

O liberali Tedeschi dell’Austria, quanto vi dovete trovare umiliati dal vedervi così indegnamente delusi nelle vostre speranze, voi che credevate poter andar di pari passo la Germania libera ed una, colla sussistenza dell’impero austriaco e colla soggezione dei popoli del giogo tedesco intolleranti! Se voi avete il coraggio di rifare adesso nella mente vostra la storia dell’Austria dal marzo 1848 al marzo 1849, vi meraviglierete al pensare con quanta stoltezza si governi il mondo, e non oserete più sperar nulla, finché il nome d’Austria sussiste. O quanta ridicola era, o Schusselka, e voi altri deputati del Parlamento austriaco, la vostra pretesa di liberaleggiare in lingua tedesca scagliando imprecazioni contro i ribelli Italiani che preferivano la propria nazionalità al piacere di venire nel Parlamento austriaco ad ascoltare le vostre chiacchierate senza intenderle!

Ora, che cosa farete voi, o Schwarzer, in Austria, dopo che Welden, con un colpo da maestro, vi ha spezzata la vostra penna? Farete come Rieger, e gli altri Deputati Tedeschi della Boemia, che cacciati da Kremsier, dissero di volersi recare a Francoforte? Credo, che sarebbe il meglio, che voi poteste fare: dovreste andarci, non già come austriaci, ma bensì come Tedeschi. Per quanto vi dimeniate di qua o di là, o presto o tardi si dovrà venire alla separazione delle diverse membra di un mostruoso corpo. L’Italia vinta è quotidiana rovina dell’Austria; l’Ungheria, quand’anche perdesse, potrebbe protrarre la lotta mesi ed anni; gli Slavi vogliono, o slavizzare la Monarchia, o separarsi anche essi, ed essendo impossibile il primo partito si terranno al secondo: che resta a fare a voi, o liberali Tedeschi? I marescialli, dopo il bombardamento di Vienna, pensano a fortificarla, perché quella popolazione non sia presa un’altra volta dall’umore della democrazia: sieno tali fortificazioni principio a quelle, che faranno di Vienna la prima fortezza della Germania libera ed una. Giacché Casa d’Austria confessa di non poter essere tedesca, ma che vuol mantenersi poliglotta come il suo imperatore, voi aiutate la Germania a prendere la parte sua: allora, ma allora soltanto noi saremo buoni amici coi Tedeschi; allora potrà formarsi dei Croati, Czechi, Polacchi, Ungheresi, Valacchi, Dalmati, una federazione di Popoli, intermediaria fra la Germania, la Russia e l’Italia, una specie di Svizzera in grande, che divenga il centro fra l’Europa e l’Oriente, il punto d’appoggio per una futura civiltà delle regioni barbare ancora, ma che hanno un presentimento dell’avvenire che le attende. Così si porrebbe un argine al dominio dispotico della Russia, e coi principi di libertà che crescerebbero giganti negli Slavi meridionali si avrebbe il modo di guadagnare anche gli Slavi settentrionali, che sarebbero attratti verso questo nuovo centro, e sarebbero resi innocui alle Nazioni incivilite, cui minacciano adesso.

Andate, voi tedesco nativo dell’Austria, a Francoforte ed a Berlino, a combattere colla vostra penna la sciabola di Welden e degli altri marescialli; mostrate a tutti i vostri compatriotti, che bisogna farla presto finita con questa utopia dell’Austria; fate loro conoscere il vantaggio, che avrebbero a formar parte d’una grande Nazione, compatta, libera ed una; veggano essi quanto sia da preferirsi fin d’ora l’unione coi Tedeschi, avendo amici i loro vicini Slavi ed Italiani, che non il consumarsi in una lotta impossibile contro questi e quelli. La voce d’un uomo, che in Austria divenne di giornalista ministro, e che tornato giornalista per dire il vero, fu costretto a tacere dal dispotismo militare; questa voce avrà autorità fra i vostri compatriotti. La democrazia tedesca austriaca, emigrando dall’Austria proclami in Germania la fratellanza dei popoli, e la metta in atto col propugnare la libertà di tutti. Emancipatevi dai vostri pregiudizii, e noi molto vi perdoneremo, tutto dimenticheremo, per non ricordarci altro, se non che i Popoli liberi sono tutti fratelli.

Giacché v’ho detto della Fratellanza dei Popoli, sappiate che con tale nome qui in Venezia si fonda una società, che si propone di combattere i più possenti alleati del dispotismo, gli odii di un Popolo verso l’altro. Promotore di questa società è Nicolò Tommaseo, al cui giornale che porta il medesimo titolo collaborerò io pure, e collaboreranno parecchi distinti stranieri. Quei Tedeschi, che andranno esulando dall’Austria, dove domina il dispotismo anteriore con di peggio l’ipocrita maschera della libertà; facciano essi in Germania qualcosa di simile e si mettano in comunicazione con noi. Tutto ciò, che v’ha di vivo in quel cadavere dell’Austria che si scioglie, si raccolga ai confini per penetrarvi di nuovo, come l’erba che va grado grado vestendo il nudo terreno.

Spero, che presto udrete notizie di noi Veneziani, che in un anno di spontanei sacrifizi ci siamo rinnovati e ricreati a Popolo. Voi vedreste adesso quei cittadini, che immiserivano nei caffé e nei teatri maneggiare le armi come esperti soldati ed agguerrirsi ogni giorno più nella custodia dei Forti loro affidati, mentre le milizie tornano in campo; vedreste fino i ragazzi che escono dalla scuola fare il servizio di Guardie Nazionali; vedreste tanti giovani, che imbeccilivano negli ufficii austriaci in perpetuo alunnato, essere divenuti bravi cannonieri, desiderosi di entrare in campagna contro coloro, che facevano perdere ad essi la dignità d’uomini. Giorni sono molti di questi giovani erano alquanto disgustati, perché soltanto a sessanta di essi (sono circa 400) si concedeva di entrare per il momento in campagna. Voi vedete che gl’Italiani, se si dà loro tempo di formarsi, non sono poi quei poltroni, che voi stimavate.

Chiudo annunziandovi, che la così detta Riva degli Schiavoni, quind’innanzi con parola di più vero e più ampio significato, si chiamerà Riva degli Slavi. Dagli Slavi ci vennero già parecchi indizii di nascente amicizia, ai quali noi vogliamo corrispondere da buoni vicini, pronti però sempre a combattere all’ultimo sangue sul campo quelli che sono tratti contro di noi. Veneziani, Dalmati, e Serbi furono per secoli l’antemurale contro la barbarie ottomana, dalla quale preservarono l’Europa. E gli uni e gli altri n’ebbero in premio il giogo dell’Austria. Fratelli nell’antica gloria, fratelli nella posteriore schiavitù, essi vorranno risorgere fratelli. Lo spirito d’invasione è lontano da entrambi i Popoli: dunque, come vicini che sono, essi dovranno essere naturalmente amici e collegati d’interessi. Fate voi, che i Tedeschi lo sieno del pari.

Appendice

Istanza di diciotto Dalmati al Governo provvisorio di Venezia, 23 marzo 1849

Cittadino Presidente!

Venezia e gli Slavi meridionali ebbero per secoli comune la lotta gloriosamente durata contro l’irrompente barbarie ottomana; comuni ebbero in appresso le catene imposte dallo Straniero.

Fraterne furono nei gloriosi giorni le relazioni dei due Popoli, e tali devono essere nel giorno del risorgimento.

Il nome di Schiavoni che il Popolo di Venezia dava ai Dalmati non era di spregio; ch’esso sapeva apprezzare la specchiata probità e la sincera franchezza di quegli abitatori della sponda orientale dell’Adriatico, che protessero ultimi la bandiera di S. Marco. Il nome di Schiavoni non era uno spregio, ma una corruzione di Lingua.

Però questo nome suona male agli orecchi di taluno: e più d’uno Slavo colto amico all’Italia venendo a Venezia si dolse che la Riva degli Schiavoni non si chiamasse piuttosto Riva degli Slavi.

È codesto un desiderio di molti che noi esprimiamo per tutti. Noi che conosciamo l’importanza dell’amicizia dei due paesi, che dovrebbero con comuni sforzi emanciparsi dall’Austria; noi desidereremmo, che gli animi degli Slavi, già disposti per bene a simpatizzare cogli Italiani sentissero che Venezia e l’Italia risolute a combattere all’ultimo sangue i disgraziati, che si lasciano adoperare come strumenti di oppressione, onorano i liberi spiriti della Slavia, e sono pronte a porgere amica la mano ai Popoli vicini, che vedranno nell’Austria non di qua dell’Alpi i loro nemici.

Noi vorremmo che voi, il quale presiedete al Governo di questa Venezia ormai tornata degna dell’antico suo nome, con una parola gettaste un ponte di comunicazione fra i liberi cuori che palpitano sulle due sponde dell’Adriatico. Né vi paia troppo lieve la cosa per occuparvene fra le gravi cure della Patria. Una seria parola che cada fra gli animi all’ira concitati può impedire molti mali ed essere di molti beni cagione. Procuratela: e noi che siamo intermediari naturali fra due popoli la faremo suonare sulle illiriche e dalmatiche spiaggie, certi che l’eco risponderà nella lingua del Popolo Slavo alla voce del Popolo Italiano.

Venezia lì 23 Marzo 1849

I Dalmati attrovantisi in Venezia

Nota. È stato Adolfo Bernardello a richiamare l’attenzione sull’articolo di Valussi e sulla supplica dei “Dalmati attrovantisi in Venezia”, nel suo saggio Il parlamento di Kremsier (Kroměříž) nei giornali veneziani del 1848-1849, “Studi veneziani”, XLIV (2002), pp. 367-379, consultabile online; ampia trattazione in Fabio Tafuro, “Senza fratellanza non è libertà”. Pacifico Valussi e la rivoluzione veneziana del Quarantotto, Franco Angeli, Milano 2004, pp. 127-169; Persida Lazarević Di Giacomo, Pacifico Valussi o Hrvatima za vreme revolucionarnog dvogodišta 1848/1849 [Pafico Valussi sui Croati nel biennio rivoluzionario 1848-49], “Croatica et Slavica Iadertina”, 5 (2009), pp. 351-364 (le citazioni dagli scritti di Valussi sono in italiano); Dominique Kirchner Reill, Bordertopia: Pacifico Valussi and the Challenge of Borderlands in the Mid-Nineteenth Century, “Californian Italian Studies”, 2 (2011), pp. 1-24.

Sul multinazionalismo adriatico nel periodo asburgico si vedano ancora di Dominique Kirchner Reill il saggio The Risorgimento: A Multinational Movement, in The Risorgimento Revisited: Nationalism and Culture in Nineteenth-Century Italy, ed. by Silvana Patriarca and Lucy Riall, PalgraveMacmillan, London 2012, pp. 255-270; e la monografia Nationalists who feared the nation: adriatic multi-nationalism in Habsburg Dalmatia, Trieste, and Venice, Stanford University Press, Stanford 2012.

L’istanza a Daniele Manin, 23 marzo 1849, in Archivio di Stato di Venezia, Governo provvisorio, b. 81, n. 4856; l’estensore sembra C. Botteri primo dei firmatari (stessa scrittura e stessa penna); la risposta di Manin è del 6 aprile 1849. (p.b.)

  1. “L’Italia nuova. Giornale quotidiano”, I, n. 36, 29 marzo 1849. []

5 commenti per Da “Riva degli Schiavoni” a “Riva degli Slavi”. Venezia, marzo 1849

  • Piero Brunello

    La necessità di contestualizzare non impedisce un rapporto tra la storia e le altre scienze sociali compresa l’antropologia. “Superiorità” non è solo un dato antropologico o uno stato psicologico, ma si traduce in istituzioni politiche economiche giuridiche. Il dialogo tra storiografie nazionali è uno dei temi che storiAmestre segue da anni, e contiamo di riprenderlo ancora sul sito per questo caso specifico. Le rappresentazioni sono, e hanno effetti, altrettanto reali dei fatti. Per quanto riguarda la mostra abbiamo girato l’osservazione direttamente al cordinatore, che ci ha promesso una risposta.

  • Mauro Pitteri

    allora bisogna chiarire se si fa storia o antropologia. il concetto di sentirsi superiore fa parte dell’essere umano. la storia dovrebbe contestualizzare il sentirsi superiore nelle varie epoche.
    poi ora persino la storiografia croata e slovena comincia a rivedere il giudizio “colonialistico” dato alla dominazione veneziana. un solo esempio, il ripopolamento di regioni dalmate o istriane col favorire l’immigrazione di sudditi ottomani, un tempo visto da loro come prova di colonialismo ora comincia a essere interpretata come prova di buon governo. Così come, ad es., l’assicurare l’approvigionamento di cereali in Dalmazia durante la carestia del 1764. perciò, ribadisco, trovo insensato mettere in relazione le leggi razziali del 1938 con il dominio veneziano da mar. un conto sono i fatti e un altro le loro rappresentazioni.

  • Piero Brunello

    Valussi aveva un vantaggio che noi non abbiamo, parlava cioè a chi aveva conosciuto la dominazione veneziana in Dalmazia, o almeno sentito racconti di testimoni di prima mano. Dire che “I veneziani si sentivano superiori” è un buon punto di partenza, siamo d’accordo, da precisare e da approfondire. Del resto né Valussi né io che ho presentato il suo scritto usiamo mai i termini “razzismo” e “colonialismo”. Siamo d’accordo anche sul tener conto che le ricerche storiche dei contemporaneisti “non partono dal nulla”, tant’è vero che la risposta della redazione suggeriva una piccola bibliografia a cominciare da un saggio di Benjamin Arbel (che non è un contemporaneista). È fuorviante cercare di ricostruire una genealogia? Mah, secondo alcuni studiosi per studiare le legislazioni razziali è utile partire dalla “limpieza” di sangue spagnola dell’età moderna, e credo che così si possa fare utilmente per altre tradizioni ideologiche cittadine e nazionali (penso agli studi di Mosse e di Poliakov). A questo proposito, il fascismo non “strumentalizza” la storia di Venezia, ma riprende, rielabora e caso mai rifunzionalizza un repertorio lessicale e mitologico, oltre che storiografico pre-esistente (per questo nella risposta della redazione avevamo rinviato alla mostra di Ca’ Foscari https://razzismocolonialevenezia.wordpress.com/ e ad alcuni studi).

    Ps Il nazionalismo è una brutta bestia? È proprio di questo che Valussi aveva paura.

  • Mauro Pitteri

    allora, mezzo secolo dopo la caduta di Venezia l’esperienza napoleonica aveva già prodotto il germe del nazionalismo. voglio dire che concetti degli storici contemporanei come razza e colonialismo non possono essere retrodatati. è un vizio degli storici contemporanei, ignorare che le loro ricerche non partono dal nulla. Ora le differenze in età moderna sono religiose. I veneziani si sentivano superiori perché veneziani ceto dominante appunto non perché di una razza superiore. E, almeno l’Istria, che conosco meglio, non è una colonia veneziana. infatti per loro gli altri sono sudditi veneti, siano essi cremaschi, feltrini, istriani dalmati o greci. Confermo essere fuorviante parlare di razzismo nei secoli precedenti all’Ottocento. che poi il fascismo abbia strumentalizzato la storia veneziana, è affare dei fascisti, non certo dei Mocenigo o dei Cicogna.

  • redazione sito sAm

    Dopo aver ricevuto la newsletter del 25 gennaio, un nostro lettore ci ha scritto chiedendoci di cosa stavamo parlando esattamente: le leggi razziali italiane non sono del 1938? è sensato parlare di “razzismo coloniale a Venezia”? Abbiamo pensato di rispondere pubblicamente.

    Per quanto riguarda le leggi razziali, la prima legge sulla “tutela della razza” per impedire rapporti “d’indole coniugale” tra uomini italiani e donne africane fu varata nel 1937.

    Per quanto riguarda il secondo punto, la storiografia recente invita a tornare sulle relazioni tra dominante e dominati, al di là del mito del dolce e paterno governo veneziano. La lettera di Pacifico Valussi a distanza di mezzo secolo dalla caduta della Serenissima segnala una sensibilità e una percezione molto diversa, significativamente non a Venezia ma nei territori dell’ex Stato da mar.

    Nell’ambito della mostra organizzata da Ca’ Foscari, si sottolinea come il mito del dominio veneziano oltremare sia stato un elemento costitutivo del discorso imperialista a Venezia e in Italia negli anni Trenta.

    Infine segnaliamo alcune letture: Benjamin Arbel, Una chiave di lettura dello Stato da mar: la situazione coloniale, in Il Commonwealth veneziano tra 1204 e la fine della Repubblica. Identità e peculiarità, a cura di Gherardo Ortalli, Olivier Jens Schmitt, Ermanno Orlando, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed arti, Venezia 2015, pp. 155-179. Sull’imperialismo adriatico e sul mito imperialista a Venezia: Filippo Maria Paladini, Storia di Venezia e retorica del dominio adriatico. Venezianità e imperialismo (1938-1943), “Ateneo Veneto”, n.s., 38 (2000), pp. 253-298 (numero che ospita La Venezia di Gino Damerini (1881-1967): continuità e modernità nella cultura veneziana del Novecento, atti del convegno di Venezia, 1-2 dicembre 2000, a cura di Id.); Maurizio Reberschak, Gli uomini capitali: il “gruppo veneziano” (Volpi, Cini e gli altri), in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2002, II, pp. 1255-1311; Luca Pes, Il fascismo adriatico, ivi, pp. 1313-1354; Id., Une Venise impériale (1895-1945), “Laboratoire italien”, 15 (2014) (numero dedicato a Venise XXe siècle), pp. 43-57 (consultabile online: https://laboratoireitalien.revues.org/823).

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