In linea da: 29/01/2017

“Perché Valussi mi sembra illuminante”. Una lettera a storiAmestre

di Alessandro Casellato

Pubblichiamo la lettera che ci ha mandato Alessandro Casellato, docente di storia dell’università Ca’ Foscari di Venezia e coordinatore del progetto e della mostra “Ascari e schiavoni. Il razzismo coloniale e Venezia”. Casellato parte dai commenti ricevuti sulla pagina facebook della mostra e dalla discussione in corso sul nostro sito (si vedano i commenti in calce al testo di Pacifico Valussi, presentato da Piero Brunello).

L’articolo di Pacifico Valussi presentato da Piero Brunello ha suscitato, oltre ai commenti sul sito di storiAmestre, alcune reazioni stizzite nella pagina facebook della mostra “Ascari e Schiavoni. Il razzismo coloniale e Venezia”. A me invece sembra illuminante, perché rivela che già a metà Ottocento il termine Schiavoni era sentito come fastidioso (“suona male”) alle orecchie di 18 Dalmati che vivevano a Venezia, e a quelle di “più d’uno Slavo colto” che Venezia frequentava come “amico all’Italia”, oltre che – evidentemente – a quelle di Pacifico Valussi, che slavo non era.

Nella mostra c’è un video di dieci minuti, frutto di un’inchiesta sul campo condotta da due studentesse, Hilde Merini e Caterina Zanatta Pivato, che fa vedere come le parole “ascaro” e “schiavone” siano percepite, interpretate, utilizzate dai veneziani di oggi nel parlare quotidiano. Affiorano grumi e stratificazioni di significati, spesso contraddittori, non tutti benevoli. Sempre nel video, lo storico della lingua Daniele Baglioni spiega l’evoluzione del significato dei due termini. Osserva che in Istria e nella Venezia Giulia oggi il termine “s-ciavo” e “s-ciavon” ha una netta connotazione ingiuriosa: per offendere una persona di lingua croata o slovena lo si chiama “s-ciavo”, che significa anche “schiavo” e “scarafaggio”. Baglioni riporta un esempio – tra molti possibili –, la testimonianza di C.D., tratta dal libro Istria allo specchio di Enrico Miletto1:

“L’atteggiamento verso gli slavi era, ed è ancora, gli s’ciavoni. Quando tu parli di s’ciavoni, è come dire una razza inferiore… Ancora adesso mia madre [che] ha novant’anni, quando parla degli s’ciavoni ha questo atteggiamento di ripulsa e ripugnanza. Considerare gli s’ciavoni un po’ come persone da tenere alla larga, adibite alle cose più umili, a quelle che non volevano fare loro. Questo era l’atteggiamento: un senso di superiorità che li portava spesso a dire che noi siamo un’altra cosa rispetto a loro. E in questo credo che il fascismo abbia contribuito molto ad alimentare […]”

Siamo di fronte a un fenomeno solo istriano e giuliano, frutto del contatto e dei contrasti tra due gruppi linguistico-nazionali? Non proprio. Anche il Vocabolario del dialetto chioggiotto di Riccardo Naccari e Giorgio Boscolo2 riporta il modo di dire “spussare come un s-ciavon” traducendolo come “puzzare come uno slavo”, mentre nel Vocabolario etimologico veneto-italiano di Dino Durante e Gianfranco Turato3, il termine “s-ciavo” viene tradotto in italiano come “slavo”, come “schiavo” e come “scarafaggio, piattola” (che deriverebbe dalla voce “schiavo”, presa in senso dispregiativo).

Ma a guardar bene già il Dizionario del dialetto veneziano del Boerio4 riporta che “schiavo” significa “scarafaggio”, e che “schiausson” significa “quegli che nel parlare mescola e confonde varie lingue storpiandole”, cioè straniero interno, linguisticamente meticcio, tendenzialmente ridicolo. Siamo a Venezia, proprio nel torno di anni in cui 18 Dalmati chiesero di cambiare nome alla Riva della Schiavoni, e forse dopo questo breve excursus storico-linguistico si capiscono meglio le ragioni per cui quella titolazione a loro “suonasse male”.

Aggiungo un’ultima cosa. All’interno della mostra, la parola “s-ciavo” ricorre, oltre che nel video, nella fotografia di una scritta a mano fatta negli anni venti sulla porta di una scuola di Dresenza (oggi Drežnica, Slovenia): «Evviva l’Italia, Abasso i sciavi».

La mostra, infatti, tratta del “razzismo coloniale” di epoca fascista e ha al centro la triste ricorrenza della prima legge razziale introdotta in Italia: quella del 1937 volta a impedire il “meticciato” nelle colonie africane (preludio delle leggi razziali antiebraiche del 1938). Tuttavia la politica estera italiana tra le due guerre non guardava solo all’Africa, ma anche ai Balcani e al Mediterraneo orientale. Da Venezia questo si vede particolarmente bene.

Già nei primi del Novecento, Venezia fu un luogo di elaborazione culturale e di direzione politica di un vero e proprio progetto neo-imperiale, cresciuto negli anni a cavallo della Prima guerra mondiale, diventato egemone durante il fascismo e naufragato nella Seconda guerra mondiale (dopo l’occupazione dell’Albania, l’annessione della Slovenia meridionale e della Dalmazia, l’invasione della Grecia e del Montenegro). Questo disegno si alimentava del recupero e della riattivazione del passato della Repubblica di Venezia, da cui trasse simboli, linguaggi e pretese di legittimazione. Vi trasse anche l’aspirazione a esercitare un “buon governo” sulle popolazioni slave e albanesi, verso le quali pretendeva di svolgere benevolmente un’opera di sottomissione, fidelizzazione e civilizzazione insieme. Ma ogni qual volta questo disegno fu da loro messo in discussione o rifiutato, esso venne imposto con la violenza.

Una parete della sala che ospita la mostra è occupata da una grande carta murale di Venezia (centro storico e terraferma) dove sono indicate le tracce (e le rimozioni) del passato coloniale, di cui spesso i cittadini contemporanei sono poco consapevoli: monumenti, nomi di strade, scuole e istituti di cultura, luoghi che furono sede di “eventi”, come la Mostra dell’Impero allestita a Palazzo Ducale nel maggio 1939, un mese dopo l’occupazione italiana dell’Albania e in coincidenza del terzo anniversario della conquista dell’Etiopia e della proclamazione dell’impero. Per realizzare la carta, oltre ad attingere ai quotidiani del tempo e agli archivi veneziani, si è potuto fare riferimento a una bibliografia sul tema ormai molto ricca e alla consulenza di diversi studiosi, di Ca’ Foscari e non solo. Tuttavia, tengo a sottolineare che i concetti e i prodotti più originali della mostra – il titolo, il video, la carta murale e altro ancora – sono il frutto delle idee e delle ricerche del gruppo di studenti che l’ha progettata e realizzata, i cui nomi sono riportati in apertura del percorso espositivo.

  1. Enrico Miletto, Istria allo specchio: storia e voci di una terra di confine, Franco Angeli, Milano 2007, uscito nella collana dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea. []
  2. Charis, Chioggia 1982. []
  3. La Galiverna, Battaglia Terme 1978. []
  4. Leggo dalla ristampa anastatica dell’edizione del 1856. []

2 commenti per “Perché Valussi mi sembra illuminante”. Una lettera a storiAmestre

  • Alessandro Casellato

    Penso che se gli studenti dello Zuccante venissero a visitare la mostra troverebbero informazioni su come Mussolini si è comportato proprio con croati, albanesi e sloveni, oltre che con le popolazioni della Libia e dell’Etiopia. Troverebbero fotografie della deportazione di civili slavi nei campi di concentramento nell’isola di Arbe/Rab e nella Caserma Cadorin di Treviso. Troverebbero anche alcuni spunti per collegare l’ideologia imperiale fascista con la memoria e il mito della Repubblica di Venezia, e quindi con la storia e il tessuto urbano della loro città.
    Per prenotare visite guidate, gratuite e condotte dagli studenti curatori della mostra, si può scrivere a ascari.e.schiavoni@unive.it; domenica 5 febbraio alle ore 17 è prevista una visita guidata aperta alla cittadinanza.

  • Mauro Pitteri

    se può valere un'esperienza personale, negli anni Sessanta, in Strada Nova vi erano negozi che vendevano vestiario di bassa qualità e a poco prezzo. i clienti erano cittadini jugoslavi che iniziavano a uscire dalla gabbia titina, almeno per un giorno, e venivano a Venezia. lo stesso accadeva a Trieste. ebbene quella dicevamo essere "roba da slavi". dunque a Cannaregio dicevamo (e si dice tuttora) "slavi", non "schiavi". mi pare che quanto scritto da Casellato non spieghi minimamente la relazione tra il veneziano dominio da mar e gli ascari. capisco che occorrano titoli che attraggano l'attenzione per richiamare pubblico. Ma una locandina è affisa nell'atrio dello Zuccante. fortuna che gli studenti non leggono, altrimenti cosa dovrebbero capire? che i veneziani con croati, albanesi, sloveni si son comportati come Mussolini con gli ebrei? ecco cosa intendo per fuorviante.

Lascia un commento