In linea da: 21/08/2016

Lavorare nel vicentino. I racconti di Vitaliano Trevisan, metà anni Settanta-2000

di Davide Zotto

Il nostro amico Davide Zotto ci invia qualche nota presa leggendo il nuovo libro di Vitaliano Trevisan.

Non voleva più la bicicletta da donna di sua sorella, voleva come i suoi amici la bicicletta da uomo, col palo. Bene, gli dice il padre, allora ne parliamo con il mio amico. E quella bicicletta con il palo se la comprò con i soldi guadagnati stampando gabbie per quaglie nell’estate dopo la prima geometri. Lavoro in nero, ovvio.

Inizia così la parabola lavorativa di Vitaliano Trevisan, che narra nel suo “non romanzo” – così lo definisce lui – Works (Einaudi, Torino 2016, 664 p.).

Anch’io mi comprai la prima bici lavorando d’estate.

Quella di Trevisan è anche la narrazione della parabola industriale, o meglio artigianale, del nordest; dagli anni Settanta (Trevisan è nato nel 1960) al Duemila. Scorrono nelle sue pagine le zone industriali del vicentino, l’autosfruttamento artigianale; il boom di grandi marchi e, infine, l’andamento che prende la fase discendente.

Le estati passate a lavorare fino al sospirato diploma di geometra e poi il rifiuto di fare quel lavoro, il suo no all’esame di abilitazione e ai concorsi pubblici.

Una ricerca continua del lavoro ideale, di quel lavoro che non esiste, attraverso gli annunci del Giornale di Vicenza. Il quotidiano che ricompare come una costante nei libri di Trevisan, a simboleggiare una città che l’autore considera mediocre. Girandola di mestieri, i suoi, in nero e non, ma sempre con il cosiddetto “fuori busta”; impieghi d’ufficio e lavori manuali. Professioni che gli sono servite da spunto per suoi scritti, come il lattoniere o il gelataio stagionale, da cui ha ricavato dei racconti. Dalla rievocazione di lunghe giornate lavorative in fabbriche, cooperative sociali, negozi, magazzini, uffici comunali, con le consuete dinamiche del confronto e scontro tra colleghi, esce uno spaccato di vita particolare condito dall’ironia, e nel caso dei lavori manuali, dalle classiche bestemmie e frasi in dialetto.

Lungo è l’elenco dei lavori: oltre al lattoniere e al gelataio, designer, magazziniere, portiere di notte, operatore sociale; senza mai resistere a lungo nello stesso impiego. Una volta si trova a che fare barche a vela. “Niente di romantico: si trattava di costruirle”. Classe Optimus, piccole “tinozze” in vetroresina che usano i bambini alle prime armi. Si trattava di un piccolo laboratorio a Bolzano Vicentino cinque operai in tutto, compresi i titolari: due fratelli.

“Ci arrivai grazie al Pilo, un amico del bar da A, che lavorava lì da qualche mese. Gli ordini fioccavano e avevano bisogno di gente. Per il momento in nero, mi disse uno dei fratelli quando mi presentai, perché sai, non è detto che continui così; cioè: adesso facciamo fatica a starci dietro, ma poi magari gli ordini calano, e prima di prendere uno fisso in regola bisogna pensarci. Mentre pensavano, a lavorare in nero eravamo in tre”.

Trovava incomprensibile l’entusiasmo per quel lavoro che accompagnava gli amici, tutti frequentatori dello stesso bar. Ma quando cominciò a frequentare il laboratorio capì: “Stare piegati con la testa dentro lo scafo, a tirare fogli di vetroresina con un rullo imbevuto di colla, dopo un po’ metteva inevitabilmente allegria. Quelle mascherine bianche, di carta, non filtravano un granché. Forse anche per questo di quel mese non ho altri ricordi, a parte quell’impressione di costante euforia che dominava le nostre giornate”.

Ma poi gli ordini crollarono repentinamente , il personale divenne in esubero e smise di sniffare colla. Alla chiusura del rapporto di lavoro: “Nessun sintomo da sindrome di astinenza da riportare” (tutto questo episodio alle pp. 97-98).

Tra l’altro, per un lungo periodo avrebbe svolto anche un’attività di spaccio, che considera un secondo lavoro a tutti gli effetti perché, oltre a permettergli di arrotondare le entrate, si sarebbe trattato di una vero e propria attività commerciale. Una postilla nell’ultima pagina avvisa però che “tutto ciò che potrebbe incriminarmi è frutto di invenzione” (p. 651).

Lascia un commento