In linea da: 02/06/2016

Storie di operai e dei loro figli. Una lettura per il 2 giugno

di Filippo Benfante

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: vita, lavoro e morte di Renato Prunetti (1945-2004), saldatore metalmeccanico, nei ricordi del figlio Alberto.

“Abitava a Mogliano Veneto, andava a Porto Marghera in treno la mattina presto e tornava la sera; faceva un secondo lavoro in un’officina vicino casa; portava a casa tuta blu, scarpe antinfortunistiche e odore del ferro. Le sue mani era screpolate e con i calli; una volta la mano gli è finita nel tornio e spesso andava al pronto soccorso a farsi togliere una scheggia di ferro dall’occhio: «il mestiere s’incarna», commentava. Nel garage teneva la sua cassetta degli attrezzi, la scatola con il trapano e le punte di varie misure, una saldatrice: sono questi gli oggetti che più me lo ricordano. Gli piaceva lavorare con il ferro. La domenica curava le vigne sul campo vicino a casa. Nel garage, assieme alle damigiane, ritrovo tutti i suoi ferri, ma non più in ordine come li aveva lasciati, perché spesso qualche vicino viene a prenderli in prestito”.

Così scriveva qualche anno fa Mirella Vedovetto per introdurre il primo Quaderno di storiAmestre,1 frutto della sua ricerca, partita da un opuscolo trovato in casa, su uno scaffale, in compagnia di qualche altro libro e dépliant lasciati dal padre morto da poco.

Anche se non per esperienza diretta, ma per il fatto di essere nato e vissuto a lungo a Mestre, zona stazione con affaccio su Marghera, per aver avuto amici e amiche come Mirella, per via di altri libri, perché da anni faccio parte di storiAmestre, la storia dell’operaio livornese-maremmano che Alberto Prunetti racconta nel suo Amianto ha un che di familiare.2

Perché e per chi si scrive una biografia

Qui non è una figlia, ma un figlio a ricordare il padre. Renato Prunetti è morto nell’estate 2004 a 59 anni per un tumore partito dai polmoni, dovuto all’amianto. Aveva cominciato a lavorare a 14 anni, era andato in pensione il primo gennaio 1998, gli effetti del tumore che lo minava da anni si manifestarono a partire dall’estate 2002.

Saldatore tubista, ha respirato amianto, insieme a molte altre sostanze tossiche, praticamente per tutta la sua vita lavorativa, in tutti i cantieri in cui si è trovato a lavorare da “trasfertista” (da Casale Monferrato a Taranto), anche se “a norma di legge” gli sono stati riconosciuti 15 anni 9 mesi e 21 giorni di “esposizione”, secondo la sentenza emessa nell’ottobre 2011. Alberto spiega all’inizio del libro che a partire dal 2005, in casa hanno dovuto ricostruire la vita lavorativa del papà (ovviamente l’autore lo chiama babbo) per ottenere il riconoscimento dell’esposizione all’amianto, pratiche peraltro avviate già da Renato dopo l’entrata in vigore della normativa sull’amianto nel 1992 (pp. 80-81, 91). Alla fine, questi 6-7 anni di lutto sospeso sono serviti più che altro a una piccola soddisfazione morale (il risarcimento materiale consiste in poche decine di euro in più al mese nella pensione di reversibilità).

Quindi prima di tutto si deve scrivere una biografia per le istituzioni. Ma poi confluiscono, e prendono il sopravvento, affetti, rabbia, lutto, orgoglio. Ci sono i sogni che si fanno dopo la morte di un genitore: riapparizioni fugaci, un misto di angoscia e conforto (pp. 20-22). E i segni del destino: Il Tirreno che nel 2005 ripubblica una vecchia foto del 1969, da un night di Castiglioncello: al centro la cantante Nada, sedicenne di Rosignano già diventata famosa con Ma che freddo fa; accanto a lei un giovane e bel Renato, 23-24 anni, in tenuta da cameriere, l’ultima estate in cui alternò la fabbrica, alla Solvay, e “la stagione” (pp. 19-20).

Per buona parte del libro, un figlio fa i conti con il padre, facendo scorrere ricordi (la metafora del cinema, colonna sonora compresa, è costante e intorno a questa idea è costruito in particolare l’ultimo capitolo). È anche il libro scritto da un giovane uomo che a meno di trent’anni si è ritrovato alle prese con l’inversione dei ruoli di cura tra figli e genitori, e gode a ricordarsi il papà supereroe che vedeva con gli occhi di bambino.

Fonti

Per un figlio, come per una figlia, i ricordi, anche sotto forma di foto (alcune riprodotte nel libro, pp. 178-183), di oggetti, di testimonianze di amici e parenti. “Se voglio ricordarmi di Renato posso smerigliare un cancelletto che lui ha costruito saldando dei tondini di ferro…” (p. 111).

Ma non solo. L’archivio di un lavoratore: buste paga, cartellini di identificazione, volantini e appunti legati all’attività nella RSU svolta negli ultimi anni di lavoro, dal 1990 al 1997. Ci sono anche i registri contabili che ha dovuto tenere quando, tra il 1985 e il 1990, per far fronte a una prolungata cassaintegrazione e al rischio disoccupazione, Renato Prunetti dovette aprire una partita Iva e fare lo stesso lavoro di prima, ma in qualità di “artigiano”. Segnali – sottolinea Alberto – di quel che sarebbe diventata la prassi corrente dalla fine degli anni ’90, per la generazione dei figli di Renato. Documenti dell’Inps – un salasso per ricongiungere la posizione maturata da lavoratore dipendente agli anni da “artigiano” (p. 91).

Tra le carte lasciate dal padre, ci sono anche alcuni libri e dischi: «i tre volumi della Storia del Partito Comunista dello Spriano, quattro dischi di Fausto Papetti con copertina osé, il dizionario italiano-russo tascabile della Vallardi, un saggio sul contratto di lavoro (applicato ai metalmeccanici) del 1979, un corso Hoepli di Disegno tecnico, il Manuale pratico del tracciatore-tubista industriale, trapano, flessibile, saldatrice, morsa, un’officina da banco e due pipe. Infine il numero del 13 dicembre 1995 de “La Bussola”, giornale della Fiom di Genova, e una caterva di albi di Tex Willer.

Del Manuale pratico del tracciatore-tubista industriale, va detto che quello era il suo libro con le formule magiche. Mi risulta veramente incomprensibile, con i disegni di raccordi a croce e a forcella, tramogge, curve piegate a caldo e altre metafisiche del tubista tracciatore: le vette noumeniche dell’idealismo della saldatura» (p. 112).

Sullo scaffale del papà di Mirella: “un libretto Sagomario dei Ferri laminati, in cui vengono indicati pesi, misure, forme e altre caratteristiche di barre in acciaio utilizzate nelle costruzioni. Trovo poi un’edizione fuori commercio del Pensiero di Gramsci riservato agli abbonato all’Unità del 1977, e il libro Enrico Berlinguer, una biografia pubblicata a un anno dalla morte del segretario del Pci, con molte foto”.3

Alla fine, dopo i Ringraziamenti, c'è una Bibliografia minima (pp. 187-188).

I luoghi

Intanto la Maremma, con estensione a nord fino a Rosignano e Livorno. I Prunetti stanno a Follonica. Dal ramo paterno vengono dalle Colline metallifere (precisamente da una frazione di Pomarance, che deve essere provincia di Pisa solo per uno scherzo amministrativo, la famiglia si considera livornese). Il nonno muratore si trasferì poi da Casale Marittimo a Rosignano nei primi anni Sessanta, “in un appartamento dentro un casermone di cemento armato: edilizia popolare, perennemente flagellata dalle libecciate” (p. 24). Era stanco di dover fare una quarantina di chilometri al giorno (fra andata e ritorno) per andare sui cantieri che si moltiplicavano sia per le case degli operai della Solvay che per l’avvio dell’edilizia turistica.

Luoghi anche di Cassola e di Bianciardi, a cui l’autore ricorre per il suo libro (soprattutto Bianciardi).

Poi, tutte le fabbriche in cui ha lavorato Renato Prunetti, anche a Mestre (p. 25).

“Alla Solvay, Renato non si accontenta di fare l’operaio non specializzato, quello che sta otto ore al giorno attaccato alla produzione in linea. Affina le sue capacità, se la cava bene come saldatore […]. Si muove, chiede, trova nuovi incarichi. Alla fine, passerà la vita lavorando negli stabilimenti e nelle raffinerie di quasi tutta Italia, rimbalzando dal petrolchimico al siderurgico con la qualifica di saldatore-tubista. […] Operaio sradicato e specializzato, sempre in giro, da un cantiere a un altro. Installazione di nuovi impianti. Revisione di vecchi. Manutenzione di impianti a regime nei periodi di riposo produttivo. Sulle scale, sulle gru. Imbracato. Dentro alle cisterne, ai silos viscidi di idrocarburi. Con la scintilla della saldatrice a un passo dall’olio combustibile. Ripulendo con la soda caustica un filtro innestato su una valvola d’immersione che succhia decine di litri di idrocarburi al secondo” (pp. 25-27).

Qualche volta lavora da trasfertista anche vicino a casa: alla Montecatini di Scarlino, all’Ilva di Piombino, sul Monte Amiata… “sempre in quei luoghi dove adesso sappiamo che l’incidenza di morti per amianto è superiore al resto d’Italia: Liguria, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Lombardia. Ma anche Siracusa, Terni e Taranto” (p. 50). Gli ultimi anni, dal 1990 al 1997, alla Iplom di Busalla, in Liguria, la raffineria di cui si sente parlare periodicamente per esplosioni, fughe di gas, sversamenti. “Una Taranto del nord, meno mastodontica forse, con le case a duecento metri dai muri che perimetrano i serbatoi pieni di greggio e un fiume a regime torrentizio che sfiora per un lato lo stabilimento. […] Un impianto che ogni tanto rilascia una nube nera o versa idrocarburi nelle acque circostanti. Una raffineria che è considerata come una bomba a orologeria pronta a esplodere. Che ogni tanto esplode. È successo nel 2008. E prima ancora nel 2005. E ancora nel 1991. Ma dagli anni ottanta si alternano ferimenti e ustioni di lavoratori, perdite oleose, sversamenti di idrocarburi nello Scrivia, nubi gassose” (p. 77). L’elenco di Alberto Prunetti si può aggiornare con i 680mila litri di greggio fuoriusciti il 17 aprile 2016, avvelenando terra e fiumi, fino al mare.

Fabbriche e città

Il libro di Alberto Prunetti è anche un rapido promemoria sul distretto minerario e industriale che storicamente si è sviluppato tra l’Elba e le Colline metallifere.

“Prima dell’esodo piombinese i forni fusori per eccellenza della Toscana erano quelli granducali, situati a Follonica, dove sono cresciuto io. Da città-fabbrica Follonica si trasformerà negli anni successivi in un dormitorio di operai del polo chimico di Scarlino e di quello Siderurgico di Piombino, per essere infine riconvertita, con la fine dell’occupazione industriale di massa, a un turismo litoraneo di seconde case e di cemento armato sul mare” (p. 27).

Anche quando comincia la precoce deindustrializzazione, la topografia di Follonica resta segnata dalla fabbrica: “Gli edifici dell’Ilva follonichese dopo il 1960 cominciarono a crollare, qualcuno venne occupato da chi non aveva un tetto, molti rimasero abbandonati, qualche altro finirà per ospitare le scuole e la biblioteca comunale. così dov’è che ho fatto le scuole medie? Nei locali dell’ex Ilva. E in biblioteca andavo all’ex Ilva […]. E per arrivarci, in questa scuola mineraria, dovevo passare davanti a una chiesa costruita in ghisa e quando non avevo voglia di studiare andavo a giocare a pallone in un campo di calcio, che era il campetto dell’Ilva, col fondo in asfalto che quando cascavi a terra ti grattugiavi la pelle” (p. 29).

Una città dove insieme a case popolari e palazzine della speculazione edilizia ci sono anche casette autocostruite, come quella della nonna materna, ormai nel centro di Follonica “ma allora era l’ultima prima della campagna, tanto che fu costruita a mano da nonno assieme al muratore del cimitero, a scappatempo, come si diceva, con un apprendista che faceva i lavori di idraulica. Nonno scavò tutte le fondamenta (ottanta metri quadri) affondando a mano la pala nel terreno e nonna aiutava preparando dei mattoni che si ottenevano spengendo la calce con l’acqua e poi impastandola con la sabbia di mare e infilando l’impasto in uno stampo di ferro; il tutto poi veniva fatto seccare al sole. Davanti casa finiva l’asfalto e cominciava la ghiaia, gli orti e i capanni abusivi” (p. 42).

La nonna fa orto e pollaio, persino fagiani, finché la polizia municipale la obbliga a smontare tutto (siamo tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta), perché ormai è in una zona troppo urbanizzata (p. 43). I Prunetti hanno un pezzo di terra, fanno olio e vino. Renato prende ferie per fare la raccolta delle olive, che comincia sempre il giorno dopo i Morti (p. 98).

La fabbrica determina spazi e gerarchie, in ogni ambito: “Quando da piccolo la maestra mi chiedeva quale era il lavoro di mio padre, io imparai presto a dire “tubista”, anche se non capivo cosa volesse dire. Era qualcosa per cui tornava a casa solo un fine settimana ogni due con la tuta verde e i vestiti sporchi. Poi imparai un altro termine: “metalmeccanico”. Questo lo capivo meglio, perché sembrava simile a meccanico, ma un po’ più corazzato. Era un lavoro speciale, o così sembrava a me, perché si faceva lontano. Non mi sentivo affatto sminuito dall’essere un figlio di un operaio, perché a scuola, alle elementari e poi anche alle medie, eravamo tutti figli di operai (perlomeno nella mia sezione: c’erano tre sezioni a scuola, in una andavano i figli dei professionisti, nell’altra quelli degli operai e nella terza i figli dei contadini e i bocciati della classe degli operai). ma i babbi dei miei compagni di classe lavoravano a Piombino alle acciaierie o al Casone di Scarlino, alla Montecatini, come continuavano a chiamarla tutti anche se ormai era diventata la Montedison” (pp. 30-31).

Anni dopo, Alberto Prunetti finisce il liceo con il massimo dei voti. Quell’anno c’erano alcune borse di studio messe a disposizione dallo stabilimento della Tioxide: “per gli studenti che avevano conseguito il massimo dei voti due borse di un milione e mezzo e una di sole cinquecentomila lire. Per far capire quanto la fabbrica fosse parte integrante della vita del posto, dei tre sessanta uno andò alla figlia di un dirigente della fabbrica (credo fosse un ingegnere), l’altro alla figlia di un altro quadro di rilievo (forse dell’amministrazione, adesso non ricordo). Poi c’ero io, il figlio di un operaio che in quello stabilimento aveva impastato il titanio col sudore. Ovviamente la borsa più piccola, quella di cinquecentomila lire, la dettero a me” (pp. 84-85).

Fabbriche, lavoro, morte, orgoglio

Le pagine di Prunetti sono un documento anche sull’immaginario legato alla fabbrica e al lavoro industriale, e sulla sua evoluzione. Saranno anche cose che si sanno, ma leggerle così fa sempre effetto.

Competizioni: “mi ricordo che, come due imbecilli, ignari dei veleni, io e mio padre facevamo a gara a chi aveva la ciminiera più grossa: vinceva lui, perché quelle di Rosignano erano più grandi di quelle di Scarlino e di Piombino” (p. 39).

La stessa immagine torna negli anni ’90 con altri sentimenti, quando Renato Prunetti fa la manutenzione degli impianti in una cava di pietre dell’Isola d’Elba, e il figlio lo accompagna a Piombino per prendere il traghetto: “Lo sguardo di Renato è triste. Non si esalta più per le fabbriche. Proprio fissando il cielo greve sopra Piombino, gli viene in mente che non esiste acciaio senza amianto, anche se questo non te lo racconta nessuno. E adesso non facciamo più la gara, come quando ero piccolo, a chi ha le ciminiere più alte. Ormai sappiamo che i posti in cui siamo cresciuti, lui a Rosignano e io tra Follonica, Scarlino e Piombino, hanno anomali tassi di morbilità per alti livelli di arsenico, piombo, cadmio, mercurio, cromo e per sostanze chimiche come gli idrocarburi policiclici aromatici; sappiamo che chi abita nei pressi della cokeria, dove si liberano polveri sottili, è esposto a un aumento della mortalità per tumore al polmone. Rimaniamo zitti, contemplando gli stabilimenti”.

Sin da piccolo sapeva che la fabbrica era un posto pericoloso: «credono che non possa capire. Ma li sento parlare. Parlano di quelli che vengono risucchiati dagli ingranaggi e dai rulli di un laminatoio, maciullati dai cilindri che schiacciano i nastri d’acciaio. Di quelli ustionati da una colata incandescente sfuggita ai binari di un impianto fusorio. Di quelli incastrati in un nastro trasportatore con la qualifica di “corpo estraneo”, segnalato da un motore che “forza”. Di quelli con il cranio schiacciato da una pressa o investititi da tubature esplose. Di quelli ustionati nella sala pompe di una raffineria mentre collaudano le tubazioni. […]

Già in seconda elementare ricordo di aver visto scomparire un mio compagno di classe, Bruno, da un giorno all’altro […]. Bruno non tornò a scuola perché il babbo, operaio alla acciaierie, era rimasto ucciso in fabbrica, assassinato dalla mega macchina che vomitava acciaio fuso. I miei ricordi sono confusi: io non andai al funerale ma mia madre fece una visita alla sua e mi portò con sé. Ma non mi fecero entrare in casa e non rividi più Bruno. Aveva sette anni e per me quel giorno non era morto suo padre. In fabbrica era morto lui» (pp. 33-34).

Ma i ricordi non sono tutti così tragici, anzi, ricorda subito dopo Alberto. C’è soprattutto un’infanzia piena di aneddoti e di storie raccontate con tono irriverente; la sensazione che i figli degli operai, tra i 7 e i 14 anni, siano loro i padroni degli spazi e dei veri divertimenti della città (campetti, pallone, bici, spericolatezze) (p. 32); c’è l’estate dei mondiali del 1982, seguiti sul Monte Amiata, papà al lavoro, un appartamento in affitto per stargli vicino. E c’è l’attaccamento e l’orgoglio per questo papà forte e muscoloso che quando si metteva la maschera da saldatore diventava un supereroe, e lui, quando il papà gliela cedeva, un robot dei cartoni animati giapponese. “Era la maschera dalle lenti affumicate con cui un giorno mi fece vedere un’eclissi di sole. […] Perché quella maschera serviva per faccende che non tutti potevano capire. L’eclissi di sole, uno che aveva il padre architetto o banchiere non avrebbe potuto vederla come la vedevo io. Loro usavano gli occhiali da sole Persol. E io una maschera da saldatore. Puppa, uno a zero. Questi erano superpoteri operai detenuti solo dai saldatori, da quei metalcowboy con gli occhiali neri che potevano sfidare la luce fissandola con lo sguardo truce fino a farla eclissare in acciaio raggrumato. Così.” (pp. 45-46).

Un padre diventato ben presto “bionico”, per il logoramento a cui è sottoposto: «1985, Renato ha quarant’anni, quanti ne ho io adesso. È ancora magro e muscoloso, apparentemente in ottima forma. Ma già ha bisogno di una serie di protesi per connettersi al mondo: occhiali, dentiera, apparecchio acustico. Lo chiamo il babbo bionico, con infantile cattiveria. Sono i primi danni imposti da un’attività professionale devastante per i quali si vede riconosciuta una misera rendita dall’Inail, in quanto “invalido del lavoro con una parziale riduzione della capacità lavorativa”» (p. 47).

Orgoglio anche per un’altra ragione. C’è un maschio adulto con uno stipendio da operaio, l’unico che entra in famiglia (così si intuisce) e che permette di comprarsi una casa e di far studiare i due figli all’università.

Ruoli

Accanto allo stipendio del padre, ci deve essere stata la madre, a mandare avanti casa durante la settimana con il marito lontano (i ricordi di Alberto cadono per lo più di domenica). La sua presenza nel libro è sullo sfondo, e ancora più sfumata è quella della sorella dell’autore, di qualche anno più piccola. Al centro del libro ci sono un padre e un figlio, passioni e forme di socialità maschili e prove di virilità, come far la lotta, giocare e seguire il calcio. Quante belle pagine di calcio: il gioco nei campetti e il mondo delle piccole società sportive, i tornei delle fabbriche, papà milanista,4 ma che segue le serie minori, radiocronache locali comprese: “attaccati alla radio e ai risultati del campionato che per noi valeva più della Coppa Campioni: il Guasticce che batte il Tuttocalzatura, il Pomarance che va pari in casa del Larderello, il Tuttocuoio che affonda il Calcinaia e lunedì mattina alle due, in piena oscurità, ripartenza in treno sulla linea tirrenica verso Genova, Sarzana o Savona, dovunque ci fossero tubi da saldare, manicotti da congiungere, coibentature da smantellare” (p. 40).

I lavoretti insieme: «Mi aveva insegnato un po’ di cose da fare con le mani, tipo tagliare due tubi, guidare un trattore, mettere un tassello dentro a un muro, smontare, oliare e rimontare una motosega, attaccare una lamiera con qualche rivetto a uno scheletro metallico o piegare un tondino in una morsa. Ma poi si è fermato. “La saldatrice no”, mi ha detto. “Con quella ti ammali. Non lavorare. Studia”, mi diceva» (pp. 129-130).

Lavoretti in casa, però, almeno fino alla pensione, pochi: “nell’ethos dell’operaio di quegli anni, soprattutto in certe subculture livornesi-maremmane, guai se un uomo si piegava a fare i lavoretti in casa, soprattutto se a indurlo era la moglie” (p. 77). Un’officina vera e propria se l’allestisce solo dopo la pensione “perché l’officina era per gli altri, per i dopolavoristi, per il tipo che lavorava in banca o magari faceva l’assicuratore e voleva a provare a se stesso che era ancora buono a qualcosa e finiva in edicola a comprarsi i fascicoli settimanali di bricolage […]. Renato: niet, nada… non c’era verso di fargli fare nulla. Qualsiasi cosa, qualsiasi problema di manutenzione, lui diceva sfavato a mamma: senti Dario (elettricità), senti Ilo (idraulica), senti Azelio (edilizia). Bisognava insomma rivolgersi o ai mestierianti specifici del settore o ai rabberciatori con un po’ di tempo libero, agli amici della strada, quelli che non pagavi ma che ci facevi a scambio con l’olio e il vino che producevamo nella nostra terra. Ma ai professionisti o a chi, come lui, lavorava nell’impiantistica industriale e la domenica voleva giustamente riposarsi scatenando casini davanti al bar sport o sotto ai quattro lecci in cui si radunavano gli appassionati di calcio e hockey locale” (ibidem).

Diverso per i lavori fuori casa: “Quando mio zio di Livorno si comprò una casa per le vacanze, mio padre si trasformò in un provetto idraulico: la casa però era come la tela di Penelope e quel che di giorno facevano, la sera, tra pesce alla brace e vinelli rosati, disfacevano” (ibidem).

Il libro di Alberto è pieno di osservazioni sui diversi tipi umani che si industriano, e come queste figure sono cambiate nel tempo: dal contadino-minatore maremmano degli anni cinquanta, all’operaio specializzato degli anni sessanta-settanta (esempi pp. 95-97).

Generazioni

Mi sono segnato tanti altri dettagli che fanno una vita: i calli alle mani anche dopo la pensione, le schegge negli occhi tolte spazzolando leggermente con un ramo di eucalipto, il tornio dell’officina, come esprimere l’ingiustizia (sulla base della sentenza Alberto calcola che Renato avrebbe avuto diritto a un prepensionamento di sette anni: “te lo dicono non solo quando sei già in pensione, ma quando sei addirittura morto. Sette anni di prepensionamento sono sette anni fuori dal giogo del lavoro, sono sette anni di vita […]. Sette anni possono salvarti la vita, interrompendo la deriva cellulare di un organismo spinto oltre i limiti della biologia nel nome della produttività, nel nome dei lavori di merda […]. Sette anni e avrebbe potuto vedere il Livorno in serie A”, p. 125).

Ma ho già consigliato e citato abbastanza questo libro. Prima di lasciarvi in pace, a leggervelo da soli, torno su uno dei temi principali di Amianto, che ho già sfiorato: quanto, ma quanto breve è stato il Novecento, quello in cui è sembrata possibile un’ascesa sociale, la diminuzione della distanza. Un padre operaio, che si è fermato alla terza media, con due figli laureati. Lui stesso testimone del rapido deteriorarsi delle condizioni di lavoro, nell’arco un paio di decenni. L’ultimo giro sul “miracolo economico”, sullo slancio di quegli anni settanta definiti «anni felici, in cui il lavoro non manca e la vita segue i propri rivoli. Anni di alti salari e alta conflittualità, anni bellissimi, che solo chi non ha mai lavorato in fabbrica poteva definire “plumbei”» (p. 37).

Ma quando è arrivato il momento di passare al piano di sopra, che significa anche fare lavori per cui non si deve scegliere tra salario e malattia e morte precoce, si trova che il piano di sopra “l’hanno già saccheggiat[o] i padroni e per noi, figlioli degli operai che hanno provato a salire le scale, non c’è rimasto niente”.

«Ho studiato. Poi, dopo una serie di lavoracci, ho iniziato a lavorare nell’editoria. Faccio il redattore esterno e il traduttore. Precariamente. A volte non faccio nulla. Altre volte batto diecimila battute al giorno come minimo. Se i tempi sono stretti, anche di più. Il mio record personale è di quarantatremila battute al giorno. […] Roba da impazzire. Meglio il cantiere, mi sono detto.
Faccio un lavoro culturale e ho trentanove anni. Alla mia età mio padre operaio metalmeccanico sindacalizzato dalla Fiom si era già comprato la casa. Io, “lavoratore cognitivo precario”, arranco per pagare l’affitto» (pp. 129-130).

Rabbia e frustrazione, ma anche riconoscenza e desiderio di riscattare anche i morti. Non occorre aver letto Benjamin per intuire quali sono le Tesi sulla storia di Prunetti.

Post-scriptum Tra me e Alberto Prunetti ci sono due mesi di distanza: è nato il 16 luglio 1973 (quello stesso giorno, ma del 1945, era nato anche suo papà). L’ho conosciuto nel 2006, perché aveva presentato e recensito un libro dell’editore con cui collaboravo in quegli anni. Credo che sia stato allora che mi regalò il suo primo libro, Potassa, nell’edizione Stampa Alternativa uscita nel 2003. Ci siamo poi incrociati alle varie Vetrine dell’editoria anarchica e libertaria che, dal 2003, si tiene a Firenze ogni due anni. È lì che, nel 2013, ho fatto caso ad Amianto, che si trovava sul banchino di Agenzia X di Milano, l’editore della prima edizione del 2012. L’ho preso in mano con qualche riserva, perché Potassa, luoghi e argomenti a parte, non mi aveva tanto convinto, troppe pagine fuori misura, almeno secondo il mio occhio e il mio orecchio. E invece quel che leggevo di straforo in Amianto mi colpì subito. Non so perché non l’ho comprato: un atto mancato. Nel 2015, alla Vetrina non ho visto né Alberto né il libro, che ricercavo di nuovo al banchino dell’Agenzia X. L’ho ritrovato solo qualche settimana fa sul banchino di Alegre di Roma, editore della seconda edizione del 2014, al Festival della letteratura sociale di Firenze. Questa volta mi sono deciso, e l’ho letto subito. E poi mi sono accorto che nel mio elogio arrivo ben ultimo in una vasta compagnia che conta anche giurati di premi letterari. Facendo un giro in rete si trovano tante cose, compresa la conversazione tra Prunetti, Wu Ming 1 e Girolamo De Michele utilizzata come postfazione della seconda edizione (pp. 145-177).

  1. Mirella Vedovetto, Introduzione, in Breda, marzo 1950. L’intervento del sindaco Giobatta Gianquinto. Le cronache di Gianni Rodari, a cura di Mirella Vedovetto, storiAmestre, Mestre 2005, p. 6. []
  2. Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Edizioni Alegre, Roma 2014; prima edizione Agenzia X, Milano 2012. Nel testo le pagine si riferiscono all’edizione più recente. []
  3. Vedovetto, Introduzione cit., p. 7 []
  4. A p. 180 una foto dell’officina di Renato Prunetti: il banco di lavoro è sovrastato da uno sciarpone del Milan Club Cilavegna. Ricordo di una trasferta? []

2 commenti per Storie di operai e dei loro figli. Una lettura per il 2 giugno

  • Filippo Benfante

    Nel farsi abbindolare di certo. La seconda parte del commento di Enrico non sono sicuro di capirla: mi pare comunque ingenerosa nell’attribuire all’autore e a suo papà l’idea che l’ascesa sociale sia un frutto individuale, da assaporare in proprio. Al contrario. Il libro è molto preciso sulla retorica della partita Iva e dell’imprenditore, del “padrone di se stesso” (o “a casa propria”, per usare un’altra celebre retorica), ovvero dello schiavo (questo sì individuale e isolato) del vero padrone. Per riprendere il titolo del libro di un altro amico, Andrea Lanza, il brindisi sarà per l’abolizione del proletariato: ma questo non significa che allora tutti saranno padroni, ma che saranno stati eliminati rapporti gerarchici e di subordinazione di ogni genere.

  • Enrico

    Rabbia e frustrazione stanno forse anche nell’essersi fatti abbindolare, nell’aver creduto che fosse possibile un’ascesa sociale individuale senza diventare padroni.

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