In linea da: 28/05/2016

Le origini della Comune di Parigi. Una lettura. 2

di Enrico Zanette

Pubblichiamo il testo dell’intervento che Enrico Zanette ha fatto il 15 aprile 2016 in occasione della presentazione del libro di Innocenzo Cervelli, Le origini della Comune di Parigi (Viella, Roma 2015), presso il dipartimento di studi umanistici dell’università Ca’ Foscari di Venezia. (Per leggere il testo dell’intervento tenuto da Filippo Benfante nella stessa occasione, cliccare qui.)

Per chi conosce la storia della Comune il libro di Enzo Cervelli è senz’altro affascinante.1 La particolare narrazione cronachistica descrive la quotidianità di Parigi nell’autunno-inverno 1870-1871 giorno per giorno, a volte ora per ora, conducendo il lettore lungo i viottoli e i boulevard, per le mansarde della bohème e gli scantinati borghesi, tra i club popolari e le riunioni più ristrette. Una descrizione densa che restituisce vividezza al passato, aggiungendo particolari che altrimenti sfuggirebbero, come quelli relativi all’alimentazione, tali da comporre un vero e proprio menu dell’assedio con paté di ratto e pane sporco.

1. Prima di entrare nel merito di alcune questioni, vorrei segnalare un paio di aspetti della storia della Comune che questo libro mi ha permesso di vedere sotto una nuova luce.

Il primo di questi è Bismarck, impaziente e desideroso di repubblica. Desiderio che mi era parso singolarissimo per un primo ministro di una monarchia militarista che si apprestava a diventare impero. Ma che ora mi sembra di capire non come stravaganza bensì come coerenza: la volontà da parte del “cancelliere di ferro” che i francesi fossero governati da un potere stabile, forte di una sua legittimità (all’interno e agli occhi della comunità internazionale), con cui trovare accordi, stringere e rompere alleanze. In altre parole, il desiderio più che normale per un uomo di potere di affermare ovunque al di là delle accezioni – repubblicano, monarchico, imperiale – il potere in quanto tale. E se ai francesi nel 1871 piaceva repubblicano, allora che fosse repubblicano, con le sue elezioni, l’assemblea nazionale, ecc. Di lì a qualche mese, Thiers e colleghi repubblicani gli dimostrarono nei fatti che il potere poteva essere tranquillamente repubblicano, une répubblique sans les républicans – come dicevano polemicamente i suoi avversari – e che anzi questo potere repubblicano poteva essere l’antidoto migliore all’altra repubblica, quella anti-autoritaria, démocratique et sociale.

Il secondo aspetto è la prossimità del potere. Sembra che da un momento all’altro si possa entrare all’Hôtel de Ville, che non ci sia quella sproporzione di forze che oggi è evidente tra governanti e governati. Una debolezza “fisica” del potere (per quanto debilitato dall’assenza e dalla prigionia del “piccolo” imperatore Napoleone III) che mi sembra suggerire già in qualche modo la rivendicazione più chiara dei mesi successivi, quando la Comune tentò di abolire la separazione tra governanti e governati; quasi che questa volontà libertaria fosse già stata preparata dall’esperienza quotidiana dell’assedio.

2. Vorrei ora soffermarmi su due questioni che mi sembrano caratterizzare profondamente quest’opera: l’uso della cronaca, e la dimensione temporale e spaziale.

Per quanto riguarda l’approccio cronachistico, mi sono chiesto quale fosse il senso di una scelta per nulla scontata. Innanzitutto credo che si tratti di un monito verso tutti quelli che intendono deformare la storia della Comune, e una reazione nei confronti di coloro che in passato, e sono molti, l’hanno fatto. Un volume così corposo, ultra événementiel, dovrebbe, in teoria, impedire sintesi troppo frettolose e narrazioni mistificanti. Penso che sia anche un modo per affermare implicitamente la complessità e imprevedibilità della realtà. L’autore, infatti, non smussa gli angoli, non riduce le contraddizioni bensì le evidenzia e al limite le esaspera: sono numerosi i fraintendimenti, le incomprensioni, le incertezze, la fragilità delle relazioni, con i protagonisti che agiscono in un contesto di razionalità limitata, trascinati in sincronismi, spesso in balia del caso. È esemplare in tal senso il richiamo al ruolo centrale svolto dai piccioni viaggiatori, una forma di comunicazione poco affidabile, intercettabile e manipolabile. Interessante è anche la cronaca della stesura della famosa affiche rouge che non avviene come si potrebbe immaginare nella calma di uno studiolo ma tra le bombe, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio con Leverdays, Tridon, Vaillant e Vallès esausti, alla ricerca delle parole giuste e di quel famoso finale “place au peuple” che arriva all’ultimo secondo, stimolato dall’ennesima esplosione2. Infine, potrebbe sembrare una fantasia di onniscienza, un’illusoria riproduzione totale dello scorrere del tempo, o al contrario la rinuncia a trovare un filo, se mancasse una domanda che invece c’è, e gravita attorno alla diffusione del comunalismo. Una domanda che per l’autore necessita, appunto, di una risposta cronachistica che coincide con la scelta degli estremi cronologici, il 31 ottobre e il 18 marzo.

Con questo, vengo pertanto alla seconda questione, quella della dimensione temporale e spaziale. Prima di entrare nel merito vorrei porre l’attenzione su una singolare coincidenza richiamata dalla scansione cronologica. Negli ultimi due anni sono apparse in Italia due monografie originali sulla Comune di Parigi dopo un più che decennale silenzio. Una è questa del 2015, l’altra è la mia del 2014.3 A ben vedere però, entrambi i testi non parlano della Comune, perché quello di Cervelli tratta di ciò che accadde prima, arrestandosi al 18 marzo, il mio di ciò che accadde dopo, cominciando il 28 maggio. E non sembra essere un caso solo italiano: è del 2015 il libro di Kristin Ross che comincia esso stesso dalle origini e discute delle conseguenze della Comune nel decennio 1871-1880, disinteressandosi degli specifici eventi parigini della primavera 1871.4. Fatto singolare che mi piacerebbe discutere meglio e sul quale vorrei suggerire un’ipotesi. Mentre nel passato la storia della Comune è stata da più parti oggetto di una riflessione indirizzata a guidare l’agire politico, è possibile che oggi, di fronte a un agire politico bloccato, si ricerchi piuttosto quel livello pre-politico su cui si fonda l’agire politico, e non quello che Alessandro Guerra nella recensione al libro di Cervelli ha chiamato “il capriccio dell’evento”?5

3. Tornando sulla questione temporale e spaziale, credo che forse sarebbe interessante per rispondere alla domanda sul comunalismo ampliarne i margini. Prima del 31 ottobre, infatti, c’è l’esperienza della Comune di Lione che durerà dal 4 al 28 settembre 1870 e che appare anche superiore in radicalità, testimonianza almeno del fatto che un ideale comunalista si era già fatto strada fuori Parigi. Ci sono poi le altre esperienze comunaliste sviluppatesi in provincia (Narbonne, Nîmes, Marsiglia, Bordeaux, Rouen, Toulouse e Saint-Etienne). Inoltre, Jacques Rougerie sostiene che il comunalismo sia l’espressione di una tradizione politica – che chiama “communale cantonale” – che risalirebbe al post giugno 1848. L’elaborazione teorica non sistematica di un grado zero della politica, che si traduce nell’utopia di una repubblica democratica e sociale fondata sulla libera federazione dei comuni. Una volontà di democrazia piena che oggi chiamiamo malamente diretta o partecipata.6 Infine, sembra che ci fosse un comunalismo anche oltre il territorio francese. E questo almeno in Italia, testimoniato dalla presenza di numerosi italiani nella Comune di Parigi, o di un Osvaldo Gnocchi-Viani a Lione, e diffuso già in Cattaneo e in Pisacane, nel periodo risorgimentale, e nei primi socialisti.7

4. Concludo con un’osservazione. Queste considerazioni sul movimento comunalista mi portano a suggerire un’alternativa forse un po’ pedante tra le classiche immagini della Comune quale tramonto (delle rivoluzioni del XIX secolo) oppure alba (di quelle del XX secolo). Credo che, se osservata dal 28 maggio, abbia ragione Rougerie quando sostiene che sia stata la chiusura di un ciclo, il tramonto delle rivoluzioni che a partire dalla fine del XVIII secolo hanno caratterizzato la vita politica francese e della capitale. Ma che, se osservata nelle prime settimane successive al 18 marzo non sia né un tramonto né un’alba, bensì un meriggio, il culmine del comunalismo e delle rivoluzioni precedenti, testimonianza della possibilità dell’utopia, di migliaia di uomini e donne che tentarono di opporsi al ripristino del potere e della brutalizzazione. La sconfitta dei comunardi, in fondo probabilmente inevitabile, fu in realtà il successo temporaneo dell’utopia. Così, come ricordò Cafiero, la intesero diversi giovani italiani: «Ciò ch’era stato finallora presentimento in noi (parlo di noi, generazione cresciuta dopo la costituzione del regno d’Italia) divenne idea».8 In tal modo, se effettivamente in Francia il movimento si arrestò, in Italia, invece, si diffuse con la moltiplicazione delle sezioni dell’Internazionale. Il comunalismo rimase ancora vitale per diversi anni per poi tramontare con l’irrigidimento delle correnti politiche, recuperato, dagli anarchici, dall’allemanismo, dal repubblicanesimo radicale e in parte dal socialismo municipale, e marginalizzato, invece, dai marxisti e dai partiti socialdemocratici.

5. Ancora due rapide considerazioni finali.

La prima: Marco Gervasoni ha scritto una breve recensione sul Corriere della Sera in cui si dice che finalmente è stata fatta chiarezza sulla natura patriottica della Comune. Se questo aspetto non è assente nel libro, e presente nei lavori più noti sulla Comune, non è affatto – e aggiungo: giustamente – la tesi centrale del libro di Cervelli. Mi chiedo che libro abbia letto Gervasoni ma soprattutto quali ambienti frequenta? Questo perché l’insistenza sul patriottismo della Comune è cara particolarmente alla destra francese che in certe fasi storiche ha cercato di recuperare la Comune in chiave nazionalistica.9

La seconda su sollecitazione di Filippo Benfante: premetto che su Kobane ne so anch’io molto poco, ma l’affinità tra il comunalismo e il cosiddetto confederalismo democratico del nuovo Ocalan mi sembra interessante anche se non mi risulta dichiarata. Tuttavia, mi piacerebbe capire anche se ci sono i Thiers, i Jules, i Trochu curdi, perché dal racconto che ci arriva pare che vi sia una singolare omogeneità nazionale e che il nemico sia sempre esterno al popolo curdo, il governo turco e siriano, l’ISIS, ecc.

  1. Innocenzo Cervelli, Le origini della Comune di Parigi. Una cronaca (31 ottobre 1870-18 marzo 1871), Viella, Roma 2015. []
  2. Cervelli, Le origini della Comune cit., pp. 249-250. []
  3. Enrico Zanette, Criminali, nartiri, refrattari. L’uso pubblico del passato dei comunardi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2014. []
  4. Kristin Ross, L’imaginaire de la Commune, La fabrique, Paris 2015. []
  5. Alessandro Guerra, Un movimento in tre date per un affresco storico, “il manifesto”, 19 gennaio 2016, disponibile online. []
  6. Jacques Rougerie, La Commune et la gauche, in Histoire des gauches en France, sous la dir. de Jean-Jacques Becker et Gilles Candar, vol. I, L’héritage du XIXe siècle, La Découverte, Paris 2004, pp. 95-112, in part. pp. 109-111; Id., Paris libre 1871, Seuil, Paris 2004, pp. vi-xii. []
  7. Cfr. Zanette, Criminali, martiri, refrattari cit., pp. 35-36. []
  8. La testimonianza è del 1876, riportata in Pier Carlo Masini, Cafiero, Milano, Rizzoli, 1974, p. 26. []
  9. L’articolo di Gervasoni, Il volto patriottico della Comune parigina, “Il Corriere della Sera”, 21 gennaio 2016, è consultabile presso il sito dell’editore Viella, sotto la scheda del libro di Cevelli; sulla tradizione della “Comune di destra”, cfr. le pagine di Eric Fournier, La Commune n’est pas morte. Les usages politiques du passé de 1871 à nos jours, Editions Libertalia, Paris 2013. []

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