In linea da: 07/03/2016

Diritti politici e diritti civili. Una discussione sul voto alle donne nel 1848 a Padova e a Parigi

a cura di Piero Brunello e Filippo Benfante

Il 27 maggio 1848, nel settimanale padovano Il Caffé Pedrocchi. Foglio politico letterario, uscì un Dialogo fra un cittadino ed una cittadina che qui riproponiamo con una nota di Piero Brunello. L’autore del dialogo era un uomo, Cesare Magarotto, che si firmava con la sigla C.M. e che naturalmente parlava anche a nome della donna. Il tema della discussione era l’estensione del diritto di voto alle donne. Magarotto aveva sei sorelle. Un mese prima, anche a Parigi si discuteva di che cosa doveva significare “universale” quando si parlava di diritti e di suffragio. Tra le stesse donne, come ricorda una nota di Filippo Benfante, le opinioni divergevano.

C.M., Dialogo fra un cittadino ed una cittadina

La Cittadina. L’uomo che avrà ventun anni compiuto avrà diritto di sottoscrivere – L’uomo voi dite; e perché non anco la donna?

Il Cittadino. Ove s’è mai udito che la donna possa dar voto in affari politici?

La Cittadina. Non è questa una buona ragione, mio caro. Perché pel corso di mille secoli fu usata un’ingiustizia, non si acquista il diritto di continuarla sempre.

Il Cittadino. Ma la donna non può sapere né di repubblica né di costituzione.

La Cittadina. E come? Non intenderà che nella repubblica i capi del governo sono tutti elettivi e mutabili, e nella costituzione v’ha almeno un capo che non è né elettivo né mutabile? Credete pure che ciò intende anche il villano che adopera la marra, il ciabattino che racconcia le scarpe, il facchino che porta i sacchi; e pensate che la donna, perché donna, non sia capace d’intenderlo?

Il Cittadino. Come la donna è sollevata da tutti i carichi dello stato, come essa non sostiene né i pubblici ufficii, né le rappresentanze popolari, né la milizia, e quindi è esclusa da ogni pubblica ingerenza, così è giusto che non abbia neppure il diritto di essere sentita in alcuno degli oggetti di pubblico interesse.

La Cittadina. Se ella è esclusa dagl’impieghi, dalla rappresentanza e dalla milizia, questa potrebbe essere un’altra ingiustizia, della quale ora non mi occupo, e sulla quale mi faccio la più ampla riserva. Forse la condizione, in cui finora voi uomini avete educato la donna, sarà la causa di questa immeritata esclusione. Ma qui nel caso nostro si tratta soltanto di scrivere il proprio nome o un segno di croce per dichiarare se si voglia unirsi subito al Piemonte, ovvero se si debba aspettare a deliberare in altra sessione. Qui non v’è bisogno di portarsi nella capitale, e sostenere le difficoltà d’una pubblica discussione. Basta sapere ove si trova la casa del proprio parroco, e tener in mano una penna.

Il Cittadino. Oh se oggi gli uomini cominciassero a concedervi questo, domani per una simile ragione vorreste avere il diritto di essere anche elettrici per l’assemblea costituente.

La Cittadina. E perché no? Il suffragio non deve essere universale? Se escludete le donne cominciate intanto a ridurre a mezzo la vostra universalità.

Il Cittadino. Ma la universalità del suffragio s’intende riguardo a quelli che ne sono capaci.

La Cittadina. Eh sì! se voi dichiarate incapaci 99 centesimi del genere umano, avrete ancora nel vostro senso la universalità. Per voi le donne sono incapaci quando si tratta di aversi le paghe, gli onori, il comando; ma sono capacissime quando si tratta di sostenere i pesi della società, di pagare le pubbliche imposte, e di assoggettarle a tutti gli obblighi prescritti dalle leggi civili e penali. Ove occorrano opere di carità, bisogno di tener vivo il patrio entusiasmo, le donne divengono angeli; angeli sono quando educano i figli al buon costume, alla religione, al sacro fuoco della patria. Perché un essere che con tante forze cospira al bene della nazione, deve poi escludersi dalle analoghe sue deliberazioni? Se le leggi devono obbligare anche le donne, devono essere fatte anche in loro concorso. Le bestie, che non hanno diritti, non hanno nemmeno doveri; e noi saremo a peggior condizione di quelle cioè aggravate di obblighi senza poter godere diritti?

Il Cittadino. Se ponessimo le donne in un consiglio legislativo, quanti inconvenienti mia cara! Il minore male sarebbe il perdere nelle sedute il nostro tempo in vani cicalecchi.

La Cittadina. Pei consigli legislativi ora non parliamo. Cambiate la nostra educazione, e forse diverremo mature anche per essi. Ma almeno ci sia permesso di dire se ci accomoda o no la dinastia di Savoia; non dobbiamo far altro, lo ripeto, che il nostro nome ovvero la nostra croce alla presenza del parroco e di due delegati del comune. Per bacco! secondo il vostro decreto ciò potrebbe far persino chi è condannato alla casa di forza, ed alla forca, e nol potrà fare una donna?

Il Cittadino. Io non posso compiacervi, poiché ormai il decreto stampato non si può più riformare.

La Cittadina. Almeno promettetemi d’interessarvi a farci comprendere nel suffragio universale per l’elezione della futura assemblea costituente.

Il Cittadino. Vi prometto che farò quanto potrò.

[Il testo originale C.M., Dialogo fra un cittadino ed una cittadina, “Il Caffé Pedrocchi. Foglio politico letterario”, n. s., 27 maggio 1848. Si ripropone qui nella trascrizione che Piero Brunello aveva preparato per il suo Voci per un dizionario del Quarantotto: Venezia e Mestre, marzo 1848 agosto 1849, Venezia, Comune di Venezia, 1999, pp. 239-240, con una nuova nota.]

Nota, di Piero Brunello

Con la rivoluzione del 1848, i Comitati dipartimentali veneti, che rappresentavano le province, non entrarono a far parte del Governo provvisorio della Repubblica Veneta presieduto da Manin, ma furono chiamati a far parte di una Consulta: ciò che fece pensare al vecchio modo di fare della Serenissima, di cui i più vecchi avevano un ricordo personale.

Il 12 maggio il governo di Milano indisse un plebiscito per decidere tra due alternative: “l’immediata fusione” con gli Stati Sardi con l’impegno a convocare “sulla base del suffragio universale” una assemblea costituente “la quale discuta e stabilisca le basi e le forme d’una nuova monarchia costituzionale con la Dinastia di Savoia”; oppure rinviare la questione “a causa vinta”. Il “suffragio universale” era riservato ai maschi di 21 anni compiuti. I Comitati dipartimentali veneti abbandonarono Venezia e seguirono Milano, organizzando votazioni con gli stessi quesiti e i medesimi criteri. Venezia invece decise di aprire una consultazione per eleggere un’assemblea, basata comunque sul suffragio maschile.

Nel settimanale padovano Il Caffé Pedrocchi uscì un Dialogo fra un cittadino ed una cittadina, in cui la donna protesta contro l’esclusione delle donne, dichiarando: “Il suffragio non deve essere universale? Se escludete le donne cominciate intanto a ridurre a mezzo la vostra universalità.” Il dialogo è firmato C.M.

Non m’interrogo sulla genealogia degli argomenti emancipazionisti sostenuti nel Dialogo, ma dirò due parole sull’autore.

C.M. è Cesare Magarotto. Non conosco la data di nascita. Nei primi anni Quaranta, quando mandò alcune sue poesie all’Accademia di Padova, fu presentato come “giovane” e “alunno”. Prima del Quarantotto si laureò nella Facoltà politico-legale. Abitava a Padova, in borgo Savonarola, di fronte al palazzo del conte Carlo Leoni. Dopo gli scontri tra studenti e soldati austriaci l’8 febbraio 1848, sia Leoni sia Magarotto subirono una perquisizione da parte della polizia. Partiti gli Austriaci il 24 marzo 1848, Leoni entrò a far parte del Comitato provvisorio dipartimentale di Padova, e Magarotto ne fu vicesegretario. In quel periodo Magarotto scrisse per il Caffé Pedrocchi alcune puntate di una storia degli avvenimenti padovani dall’8 febbraio 1848. Il Dialogo fra un cittadino ed una cittadina uscì nel penultimo numero del giornale, il 27 maggio.

Il 13 giugno 1848 (tra l’altro giorno del santo protettore della città) a Padova tornarono gli Austriaci. Carlo Leoni riparò a Venezia, Magarotto in campagna. Due mesi dopo la madre di Leoni uscì dalle porte di Padova in compagnia di due amici, camminò per le valli di Gambarare, con la paura di essere sorpresa dai Croati, fino a che raggiunse Chioggia e di lì Venezia, dove incontrò il figlio, a cui raccontò le novità. Magarotto era rientrato a Padova per un solo giorno “dal suo nascondiglio campestre”; avvisato da qualcuno, il commissario di polizia Malanotti era corso con ventiquattro uomini, ma nel frattempo Cesare si era rifugiato in una casa vicina, dove si era vestito da contadino e fuggito in Romagna. Nell’agosto 1849, mentre le truppe austriache stavano entrando a Venezia dopo oltre un anno mezzo di assedio, un proclama di Radetzky pubblicò un elenco di individui che non potevano tornare nel Lombardo Veneto “per la loro ingiustificabile perseveranza nelle mene rivoluzionarie”: tra questi c’era il nome di Cesare Magarotto.

Nel settembre 1849 Magarotto riparò a Torino e di lì a San Giorgio Canavese, in provincia di Ivrea, dove divenne giudice di mandamento. Un anno dopo chiese lo svincolo dalla cittadinanza austriaca per poter diventare suddito del regno sabaudo: non si poteva avere più di una nazionalità, per richiederne una bisognava rinunciare alla propria. Nel gennaio 1851 era pretore a Prazzo, nel cuneese. Nel 1854 è citato dal console britannico a Torino sir James Hudson come uno di quanti (“non posseggono alcuna proprietà”) hanno ottenuto “lettere di naturalizzazione come sudditi sardi”.

Nell’aprile 1858 Magarotto chiese alle autorità austriache un salvacondotto per tornare a Padova dove, così scrisse, possedeva alcuni beni con le sorelle. Sentita la polizia, il delegato di Padova propose di rifiutare il permesso, “in riflesso alla sinistra condotta osservata in addietro, al suo povero stato, alla mancanza d’affari, e più di tutto alla suscettibilità della gioventù qui raccolta per gli Studi Universitari”. Quali affari, se la sostanza posseduta da Magarotto era “nulla o pressoché nulla”?

Nell’agosto dello stesso anno 1858 Cesare Magarotto scrisse una seconda istanza. L’ispettore di polizia fece un’inchiesta. Cesare aveva sei sorelle: Marianna governante in casa Papafava; Anna suora di carità in servizio presso il Civico ospitale col nome di suor Maddalena; Adelaide suora col nome di suor Adelaide; Teresa maritata a Pietro Nalato “macchinista” in Borgo Savonarola; Luigia maritata a Luigi Bresciani impiegato all’Archivio notarile di Venezia; Regina di 41 anni che abitava con il Maggiore Maffei. Quanto ai beni in suo possesso, risultava proprietario assieme alla sorella Regina di pochi campi a Paluello, e di un terzo di una piccola casa in Borgo Savonarola: ma su questi stabili gravavano dei debiti. Sembrava che Cesare volesse cedere alla sorella Regina la sua parte di campi e della casa, addossandole le passività. E siccome l’università era chiusa, l’ispettore questa volta propose di accettare la richiesta. Oltretutto i fermenti suscitati dalla morte di Felice Orsini, ghigliottinato qualche mese prima a Parigi, sembravano cessati. Cesare ebbe un permesso di quarantacinque giorni: arrivò a Padova l’8 ottobre 1858.

Magarotto continuò la carriera nella Magistratura fino alla fine della sua vita. Il 4 febbraio 1890 il Procuratore generale del re presso la Corte d’Appello di Venezia ricordò il “sempre compianto consigliere Cesare Magarotto che nel maggio scorso accompagnammo all’ultima dimora”.

Fonti. Sulla pubblicazione di poesie giovanili: Dei lavori dell’Accademia di Padova negli anni 1837-38, 1839-40, 1841-42, 1843-44, 1846-47. Relazioni del segretario perpetuo Andrea Cittadella Vigodarzere, A. Sicca e figlio, Padova 1848, pp. 195-196. Sui rapporti con Leoni: Carlo Leoni, Cronaca segreta de’ miei tempi 1845-1874, Rebellato, Padova 1976, pp. 64, 134, 411. Il decreto di Radetzky, Milano 19 agosto 1849, in Raccolta per ordine cronologico di tutti gli Atti, Decreti, Nomine ecc. del Governo Provvisorio di Venezia non che Scritti, Avvisi, Desiderj ecc. dei Cittadini privati che si riferiscono all’epoca presente, VIII, Andreola, Venezia 1849, p. 358. La lettera del console britannico, Torino 18 giugno 1854 è in Le relazioni diplomatiche tra la Gran Bretagna ed il Regno di Sardegna dal 1852 al 1856. Il carteggio diplomatico di Sir James Hudson, II, 2 gennaio 1854-31 dicembre 1856, a cura di Federico Curato, Ilte, Torino 1956, p. 103. Carteggio sulla richiesta di ritorno temporaneo a Padova: Archivio di Stato di Venezia, Presidenza della Luogotenenza, b. 333, IV 3/211, fasc. “Magarotto Cesare, Emigrato politico temporario rimpatrio”. Un ricordo della sua morte: Insediamento del Comm. Francesco Santamaria Nicolini nelle sue funzioni di Primo Presidente e Relazione statistica dei lavori compiuti nel della Corte d’Appello di Venezia esposta all’Assemblea Generale del 4 febbraio 1890 dal procuratore del re Tullio Pinelli, Stabilimento Tipografico Pinelli, Venezia 1890, p. 28.

A proposito: una discussione tra donne a Parigi nell’aprile 1848, di Filippo Benfante

Nel dialogo di Magarotto si trovano temi ed espressioni correnti nel 1848 europeo. Per esempio, viene in mente subito la discussione, sfociata in una dura polemica, che aveva avuto luogo a Parigi qualche mese prima (ma è improbabile che Magarotto ne fosse venuto a conoscenza).

Tra i primi atti del governo provvisorio della Repubblica francese, nato dalle giornate rivoluzionarie del 24-26 febbraio, c’era stata la proclamazione del suffragio “universale”, beninteso solo maschile. L’entusiasmo di febbraio e marzo riattivò anche quello di donne che già una volta avevano potuto sperimentare, nei circoli sansimoniani o fourieristi, forme di presa di parola, associazione e persino emancipazione, soprattutto all’indomani della rivoluzione del luglio 1830, quando, per un breve momento, era sembrata a portata di mano la “repubblica” – all’epoca sinonimo di totale rinnovamento dei rapporti sociali e politici –, prima dell’esito monarchico e quindi dell’irrigidirsi, verso la metà del decennio, del regime del nuovo re dei francesi Luigi Filippo.

Nella primavera del 1848, a Parigi, nacquero associazioni di lavoratrici, club e anche giornali organizzati da donne. Il 20 marzo uscì il primo numero della Voix des femmes, con l’esplicito programma di coordinare le numerose iniziative femminili che rivendicano la piena emancipazione della donna, la totale parità con l’uomo. Vi si leggeva la “professione di fede” firmata da Eugénie Niboyet (una delle tre responsabili del giornale, insieme a Jeanne Deroin e a Désirée Gay): “E allora come, a rischio di incoerenza, un governo libero potrebbe escludere dalle sue previsioni la metà numerica dell’umanità, colpita fino a oggi da interdizione, per mezzo di ingiustizia e di forza bruta? Le lettere si onorano della celebrità di George Sand, le arti si onorano della celebrità di Rachel1. […] Noi non possiamo associare l’idea di privilegio con l’idea di democrazia”.

Se ci sono esclusi (escluse in questo caso), allora vuol dire che ci sono privilegi. Come la cittadina del dialogo di Magarotto, Eugénie Niboyet non rifletteva con il tono di chi intende radicalizzare la rivoluzione: semplicemente chiedeva di applicare coerentemente gli slogan repubblicani che dominavano la scena pubblica. Forse più radicale era quanto si poteva leggere qualche settimana dopo, l’11 aprile: “La donna non deve emanciparsi facendosi uomo; deve emancipare l’uomo facendolo donna”.

L’attività di queste donne andava ben oltre la questione elettorale: pensavano, proponevano e cercavano di praticare l’organisation du travail – la riorganizzazione dei rapporti di lavoro, questione cruciale del ’48 parigino –, forme concrete di emancipazione, l’abolizione della minorità giuridica delle donne. Ma il caso più clamoroso scoppiò mentre si avvicinavano le elezioni previste per il 23 aprile. I primi giorni del mese, il Club de l’Émancipation du Peuple, femminile, avanzò la candidatura di Aurore Dudevant, nata Dupin, cioè di quella donna che tanto si era affermata nel campo delle lettere firmando con uno pseudonimo maschile: George Sand.

Una prima risposta arrivò il 6 aprile, dal Bulletin de la République, un organo ufficiale, facente capo al ministro degli interni e membro del governo provvisorio Ledru-Rollin: “In questi ultimi tempi, molte donne, incoraggiate da uno spirito settario, hanno alzato la voce per reclamare, in nome dell’intelligenza, i privilegi dell’intelligenza. La questione era mal posta. Ammettendo che la società abbia molto da guadagnare all’ammissione di qualche capacità del sesso [femminile] nell’amministrazione degli affari pubblici, la massa delle donne povere e prive di istruzione non ci guadagnerebbero nulla. Queste rivendicazioni personali non hanno commosso la società […]. Noi non abbiamo remore a dirlo: i tentativi della donna libera nel sansimonismo hanno avuto un carattere aristocratico. Quando l’uomo non era libero, come poteva la donna aspirare saggiamente a esserlo più di lui?”.

La prima reazione della Voix des femmes fu malgrado tutto ottimista: il fatto di ricevere una risposta dal governo era già un risultato. Ci volle qualche giorno per realizzare che quell’articolo anonimo l’aveva scritto George Sand, la quale nel frattempo aveva indirizzato alla Réforme, giornale legato già prima della rivoluzione di febbraio al nome dello stesso Ledru-Rollin, una risposta indiretta ancora più secca: “Un giornale pubblicato da delle signore ha proclamato la mia candidatura all’Assemblea Nazionale. Se questo scherzo non ferisse il mio amor proprio, attribuendomi una pretesa ridicola, lo lascerei correre, come tutti quelli di cui ciascuno di noi può diventare oggetto. Ma il mio silenzio potrebbe far credere che aderisco ai principi di cui questo giornale vorrebbe farsi portavoce. Vi prego quindi di ricevere e di voler rendere pubblica la dichiarazione seguente:

1. Spero che nessuno elettore vorrà sprecare il suo voto seguendo l’estro di scrivere il mio nome sul suo bollettino.

2. Non ho l’onore di conoscere una sola di queste signore che formano dei club e redigono dei giornali.

3. Gli articoli che potrebbero essere firmati con il mio nome o con le mie iniziali non sono miei.2

Raccomando a queste signore che, certamente, mi hanno trattato con molta benevolenza, di essere prudenti nei confronti del loro zelo.

Non ho intenzione di protestare oltre contro le idee che queste signore, o ogni altra signora, vorranno discutere tra loro; la libertà d’opinione è uguale per entrambi i sessi; ma non posso permettere che, a mia insaputa, mi si prenda a bandiera di un cenacolo femminile con cui non ha mai avuto il benché minimo rapporto, cordiale o astioso”.

Michèle Riot-Sarcey ha sottolineato quanto questa risposta fosse sprezzante e umiliante: George Sand, per sua stessa ammissione personalmente piccata, non solo rifiutava una candidatura, ma espelleva queste donne dal campo della discussione pubblica: “settarie” (niente di peggio per Sand che questo epiteto, che rimanda al suo giudizio sulla tradizione rivoluzionaria cospirativa, e in particolare su Blanqui, alla clandestinità, alla incapacità di incarnare una autentica rappresentatività); sconosciute; relegate a un “cenacolo di donne”; preda di “estri”. Più o meno il linguaggio che gli uomini sciorinavano sugli altri giornali, di tutte le tendenze politiche, o nelle caricature – celebri tra le altre quelle del Charivari, alcune firmate dal repubblicano Honoré Daumier – che mettevano in ridicolo i club e le rivendicazioni delle donne.

Michelle Perrot, che ha ripercorso questa vicenda a partire dagli scritti “polemici e politici” di Sand, registra soprattutto l’argomento – esposto nel Bulletin de la République e peraltro destinato a lunga fortuna (come sa bene, per esempio, chi ha studiato le discussioni sul voto alle donne in Italia nel 1945-46) – dell’ignoranza delle donne. Aggiunge Perrot, che Sand insisteva sulla necessità di acquisire diritti civili, prima che politici, e che in sostanza manteneva una certa distanza dal “politico”: le donne avrebbero dovuto impegnarsi soprattutto in altri campi, c’era di meglio da fare che dedicarsi agli affari della politica. Si ritrova, negli scritti di Sand, un’altra questione destinata a far discutere a lungo: se la lotta per l’emancipazione delle donne dovesse avere posto a sé all’interno della lotta per l’emancipazione dell’umanità o, in altre parole – per tornare al problema di partenza –, dell’“universale”. Perrot sottolinea peraltro che “il paradosso sandiano risiede nel contrasto tra l’audacia dell’azione personale e la timidezza, per non dire nullità, della rivendicazione collettiva in materia di uguaglianza politica delle donne. Sand si comporta come un individuo dimentico del suo sesso e indifferente al genere a cui appartiene. […] Sand manifesta talvolta una certa misoginia nei confronti delle sue contemporanee, che giudica troppo poco evolute. […] In effetti, lei stessa si pensa come un’eccezione”.

Fonti. Tutti i testi citati sono ripresi da Michèle Riot-Sarcey, La démocratie à l’épreuve des femmes. Trois figures critiques du pouvoir, Albin Michel, Paris 1994, capitolo Quand la mémoire renaît à l’espoir. 1848 ou le temps de l’égalité, pp. 183-261, in part. pp. 191-206; la lettera di Sand, apparsa anche su La Voix des femmes del 10 aprile 1848, è riportata per intero alla nota 111, pp. 326-327.

Per gli scritti politici di Sand, rimando all’edizione George Sand, Politique et polémiques, présentation de Michelle Perrot, Belin, Paris 2004; le citazioni alle pp. 39 e 41 della prefazione di Perrot, Sand : une femme en politique (testo alle pp. 7-57); si vedano ancora le pp. 44-45 per la specifica questione della candidatura nel 1848.

Nell’immensa bibliografia su Sand, segnalo George Sand. Littérature et politique, textes réunis par Martine Reid et Michèle Riot-Sarcey, Éditions Pleins Feux, Nantes 2007.

  1. Attrice già famosa, che in quei giorni godeva di una straordinaria popolarità per una sua interpretazione della Marsigliese: questa performance l’aveva fatta adottare dal movimento repubblicano progressista/socialista, anche se in effetti le opinioni di Rachel in proposito erano piuttosto fredde, per non dire ostili; nota mia. []
  2. Sulla Voix des femmes comparivano articoli di Gabrielle Soumet, che firmava G.S.; si trattava di un’autrice relativamente nota nel 1848; nota di Michèle Riot-Sarcey. []

4 commenti per Diritti politici e diritti civili. Una discussione sul voto alle donne nel 1848 a Padova e a Parigi

  • Filippo Benfante

    Chi fosse interessato all'argomento, può vedere un bell'articolo di Andrea Lanza, Umanità androgina e repubblica sessuata. Valorizzazione ed esclusione della donna nel socialismo francese intorno al 1848, in Il governo del popolo, a cura di Giovanni Ruocco e Luca Scuccimarra, vol. 2, Dalla Restaurazione alla guerra franco-prussiana, Viella, Roma 2012, pp. 189-208. Con un po' di pazienza credo che ormai si trovi anche in rete. Tra le altre cose, Lanza introduce un altro elemento cruciale: la valutazione del lavoro e il rapporto tra lavoro e cittadinanza. Riporto le ultime righe dell'articolo (p. 208), sperando che la scelta non faccia torto all'autore: "Naturalizzazione delle differenze di genere, confronto ambivalente con il lavoro femminile e volontà di valorizzare socialmente la sfera domestica [che mi sembra essere anche l’idea di George Sand, ndr.]: sono questi gli elementi più importanti della dinamica di inclusione/esclusione delle donne dal popolo nei discorsi socialisti francesi intorno al 1848. IN gioco […] ci sono l'identità femminile e l'identità maschile, e quella concezione sessuata dell'universale che segna il dispiegamento della società democratica in Francia".

  • Filippo Benfante

    Come chiarisce Perrot, “sfiducia nelle donne” potrebbe essere detto anche a proposito di George Sand: donne non educate e dipendenti da uomini, cosa avrebbero potuto votare? Prima diritti civili, poi se ne riparli.
    La questione dell’ignoranza e della dipendenza di uomini da altri uomini (padroni, notabili e preti soprattutto nelle campagne) non era posta in termini altrettanto espliciti, ma tutto lo schieramento repubblicano, di tutte le tendenze, aspettava il voto con timore. Si capiva che poteva diventare una conquista a doppio taglio. Si temeva l’elezione di un’assemblea monarchica, conservatrice, comunque ostile a quel contenuto democratico e sociale che si riteneva l’essenza del termine “repubblica”.
    Il posticipo delle elezioni fu uno dei primi motivi di tensione, ancora nell’euforia delle giornate di febbraio: erano state previste inizialmente per il 16 aprile, ma in seguito all’imponente manifestazione del 17 marzo, orchestrata soprattutto dai club radicali, furono posticipate di una settimana appena. Così sarebbero cadute la domenica di Pasqua.
    Il 15 aprile sul “Bulletin de la République” uscì una nota anonima che cominciava così: “Non abbiamo potuto passare dal regime della corruzione a quello del diritto in un giorno, in un’ora. Un’ora di ispirazione e di eroismo è bastata al popolo per consacrare il principio della verità. ma diciotto anni di menzogna oppongono al regime della verità ostacoli che non basta un soffio a rovesciare; le elezioni, se non fanno trionfare la verità sociale, se sono l’espressione degli interessi di una casta, sradicata alla fiduciosa lealtà del popolo, le elezioni, che dovrebbero essere la salvezza della Repubblica, ne determineranno la perdita, non v’è alcun dubbio. Non ci sarebbe allora che una via di salvezza per il popolo che ha fatto le barricate, quella di manifestare per una seconda volta la sua volontà, e di rivedere le decisioni di una falsa rappresentazione nazionale” (si legge nell’antologia curata da Michelle Perrot, citata sopra).
    L’autore della nota era di nuovo George Sand: il trambusto che provocò, accelerò la fine di una collaborazione cominciata a marzo. L’articolo infatti fece immediato scalpore: le forze conservatrici, relativamente sicure di una vittoria elettorale e quindi schierate a difesa della legalità che sarebbe uscita dalle urne, lo denunciarono come l’annuncio di un colpo di Stato. La discussione – che sfocerà in conflitto, prima nella giornata del 15 maggio e poi, in modo ben più ampio e grave, nelle giornate di giugno – riproponeva questioni essenziali dell’idea di cittadinanza e il rapporto con la rappresentanza: se le elezioni fossero l’unica forma di esercizio della sovranità e di rappresentanza (una celebre stampa dell’epoca mostra un uomo vestito come un operaio che con una mano depone il fucile in un angolo e con l’altra infila il bollettino di voto nell’urna: il passaggio dal cittadino in armi al cittadino elettore); se delegassero tutta la sovranità all’assemblea e alle altre istituzioni elettive, o se ai cittadini non eletti rimanessero altre forme di controllo tra un appuntamento elettorale e un altro.
    È l’attualità di queste domande che negli ultimi anni ha spinto alcuni storici e storiche a riesaminare le vicende del Quarantotto francese.

  • Piero Brunello

    Grazie. Sì, i motivi di interesse del Dialogo tra un cittadino e una cittadina sono più d’uno. Intanto per l’autore, che è un uomo: ma questa circostanza, che lascia intuire rapporti e discussioni personali con una donna, non è una novità nel movimento emancipazionista femminile. Poi perché la richiesta del voto alle donne non proviene dagli ambienti repubblicani di Venezia, come si potrebbe pensare, ma da un giornale padovano che appoggiava un plebiscito in sostanza a favore di re Carlo Alberto. Non conosco richieste analoghe a Venezia. Del resto le discussioni sulla segretezza o meno del voto tra gli uomini votati (con suffragio maschile) nell’Assemblea veneziana nel 1849 mostrano la generale sfiducia nel popolo e viceversa la fiducia nelle capacità dell’élite di decidere per il popolo (http://storiamestre.it/2013/10/voto1849/, con il commento di Giovanni Levi).

  • Maria Teresa

    molto interessante, grazie

Lascia un commento