In linea da: 02/12/2015

È una questione di diritti. Sul 13 novembre 2015

di Luisa Accati

Come nel gennaio scorso, dopo aver ricevuto le notizie degli attentati a Parigi abbiamo subito scritto alla nostra amica Luisa Accati, sapendo che si trovava in quella città. Dopo le rassicurazioni, a qualche settimana di distanza ci fa avere questa riflessione.

Cari,
avrei voluto rispondere al vostro messaggio per esteso appena l’ho ricevuto, ma per alcuni giorni sono stata un po’ frastornata, il Bataclan è a 300 metri da casa mia, la sera del 13 ero al cinema a la Bastille e uscendo mi sono trovata in un turbine di polizia, ambulanze e pompieri, arrivata a casa ho sentito le ambulanze per tutta la notte.

L’episodio di terrorismo del 13 novembre a Parigi, purtroppo, conferma e rafforza le mie opinioni relative all’altro attentato, quello del gennaio scorso su cui già avevo scritto per storiAmestre.

Sono d’accordo con Pennac: la scomparsa di un partito politico com’era quello comunista e l’indebolimento di un sindacato forte come era la CGT che si facevano carico del disagio, offrendo una prospettiva di miglioramento, lascia scoperta la protesta e non dà spazio alle giuste rivendicazioni. Gli attentatori di Parigi dovevano fare una strage allo stadio, ma non sono riusciti a entrare e sono morti solo loro (loro tre e un barista), come hanno mancato anche l’attacco alla Défense, sono riusciti invece a sterminare un po’ di ragazzi della loro stessa età che ballavano o mangiavo nei ristoranti del canal St.-Martin, una zona con locali meno cari, per ragazzi appunto, da cui i banlieuesards, tuttavia, sono lo stesso esclusi, per mancanza di soldi e non per motivi religiosi. I motivi religiosi e i suicidi (perché si sono suicidati in 7 tutti giovani e in ottima salute) sono solo veicoli di una rabbia e di un’invidia economico-sociale del tutto impotente. È orgoglio narcisista ferito quello che esplode e nessuno sembra rendersi conto che questi terroristi muoiono anche loro, più disperati e senza progetto non si può. E l’Isis esprime nella ferocia la stessa impotenza delle popolazioni mediorientali di fronte all’abuso della loro ricchezza che vedono da decenni: l’Isis non vincerà di certo, ma prima di essere sconfitto farà più danni che potrà e ne farà tanti grazie alle tecnologie e alle armi fornite dalla irresponsabilità degli occidentali. Kamikaze è una parola giapponese e l’idea del guerriero suicida viene dal Giappone dunque con l’Islam non c’entra, l’Islam serve solo per rifarsi ad antichi conflitti con i cristiani.

Non sono i terroristi a essere forti, ma l’Europa a essere debole. Da gennaio la situazione è peggiorata soprattutto perché non è stato fatto niente. In una riunione informale di ingegneri alla quale ero presente e in cui si discuteva di come affrontare i rifugiati, il padre di uno di loro di origine russa ha spiegato come per lui, 50 anni fa era stata essenziale la scuola e la leva nell’esercito dove aveva imparato a capire l’importanza dei “valori repubblicani e della laicità” che avevano permesso a lui di essere un ortodosso praticante senza problemi e un “buon cittadino francese” e attribuiva il cosiddetto islamismo radicale alla perdita d’importanza della scuola (meno finanziamenti e troppe privatizzazioni).

Un amico nativo della Cabilia e perfettamente integrato in Francia mi spiegava che un buon musulmano, come era suo padre, non aveva nessun bisogno di andare alla moschea, ci si può raccogliere a pregare in ogni luogo come faceva appunto suo padre. Le moschee si moltiplicano, su imitazione e per impulso delle autorità, secondo il modello delle chiese cattoliche dove i fedeli vanno per sentire la parola “superiore” del prete, mentre i musulmani non riconoscono alcuna superiorità agli imam che acquistano potere (e spesso fanno discorsi fanatici come i preti cattolici) per confronto implicito con la gerarchia cattolica. Le autorità politiche chiedono il parere agli imam e così li autorizzano al di là del compito che i fedeli musulmani riconoscono loro, mentre dovrebbero rivolgersi a tutti richiamandoli all’interesse comune della convivenza, senza autorizzare nessuno. Il ricorso a capi religiosi da usare come noi siamo soliti usare i parroci e i vescovi è un elemento non trascurabile della natura “islamica” che i disperati si danno. E anche in Siria e in medio oriente in genere c’è l’ipotesi nefasta di creare degli stati in base alle suddivisioni religiose (area sunnita, area sciita ecc.) appoggiando ora gli uni ora gli altri, rinfocolando di fatto il conflitto. E questo lo hanno fatto soprattutto gli americani, seguiti poi anche da molti europei. Mentre si dovrebbero cercare soluzioni unicamente politiche ed economiche, le sole capaci di fermare i massacri di matrice religiosa.

In Italia (ma non solo) in prima linea fra gli errori c’è l’esaltazione continua del papa fatta soprattutto a sinistra (“la Repubblica” sembra un giornale del Vaticano) e dalle televisioni (martellanti). Per i terroristi cosiddetti islamisti che di teologia non sanno nulla è solo la religione dei dominatori dunque una provocazione in più che riattiva antichissimi conflitti e non per caso i terroristi parlano di “crociati”. Purtroppo a me sembra un ulteriore ostacolo, pericolosissimo, a una soluzione politica di tutto il conflitto. È evidente che le braccia aperte del papa possono risultare simpatiche, ma sono assolutamente inadeguate. Avallano l’ipotesi che i poveri continuino e vengano accolti per bontà, e non per i loro diritti umani.

Il discorso dei diritti è scomparso e si parla solo più di “accoglienza”. Al contrario sarebbe utile una trattativa capace di coinvolgere le persone in difficoltà come contraenti responsabili in un piano che affronti i problemi e che ci faccia uscire da un’emergenza che dura da più di vent’anni, sempre peggiorando. È evidente che le schiere di miserabili convengono a qualcuno (diceva un noto economista che il capitalismo non può fare a meno di schiere di poveracci) e la sinistra non sa più proporre che l’abbraccio protettivo del papa. Del resto la disponibilità del medesimo verso le altre religioni (che egemonizza sotto la sua protezione), così come il suo interesse ambientalista mirano al ruolo di sempre della Chiesa: il controllo dell’intera sfera del malessere e del dissenso da offrire ai governanti. Agli americani piace e alla sinistra pure, ma se non si esce dall’accoglienza buonista per passare ai diritti il fanatismo terrorista continuerà.

Lascia un commento