In linea da: 24/05/2015

Orologi, binari e telefoni: come scoppia una guerra mondiale

di Luca Pes

Pubblichiamo uno dei saggi di Luca Pes contenuti nel volume Guerra mondiale, racconti nazionali. La prima guerra mondiale nei libri di scuola in Europa, con suggerimenti di letture e di film, a cura di Piero Brunello e Luca Pes, Comune di Venezia, Venezia 2015, frutto dell’iniziativa per il centenario della prima guerra mondiale promossa da storiAmestre e Itinerari educativi del Comune di Venezia nel marzo 2014. Scopo del saggio di Pes è offrire una “visione laterale” della guerra: rivedere il racconto dello scoppio del conflitto, sulla base della storiografia esistente, sottolineando il ruolo giocato da innovazioni come la ferrovia, il fuso orario, il telefono… Tutte novità che sembravano dover contribuire alla pace e invece ebbero un ruolo cruciale nello strutturare gli eventi e preparare una “macchina” di distruzione inarrestabile.

La cronistoria della crisi del 1914 – dall’assassinio di Sarajevo, alla dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia, all’allargamento del conflitto – rivela la rapidità con cui una serie di decisioni hanno portato allo scoppio di una guerra mondiale. I protagonisti sono imprigionati in una logica perversa. È una guerra che scoppia anche per cause tecniche. La maggior parte delle potenze aveva preparato nei dettagli una macchina militare, basata su previsioni pessimistiche e sul sospetto, che una volta azionata non potesse essere fermata. È un contesto in cui la tecnologia e le potenti nuove forme di comunicazione hanno certo contribuito a strutturare l’evento, sottraendo agli uomini un controllo pieno.

La cronistoria 

Belgrado, capitale del Regno serbo. Nell’aprile 1914, un gruppo di nazionalisti serbo-bosniaci sta seduto in un caffè, quando qualcuno porta una busta inviata da Zagabria contenente un ritaglio di giornale che annuncia l’arrivo a Sarajevo dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono Asburgo. La data prevista ha un significato perché ricorda la sconfitta dell’armata serba contro i turchi, avvenuta nel 1389. Considerando l’arrivo dell’arciduca un affronto in terra ritenuta serba, i presenti decidono di ucciderlo. 

Sarajevo, Bosnia, Impero Austro-Ungarico. Il 28 giugno 1914, quando il corteo imperiale passa in automobile per le strade della città, ci sono ventidue “cospiratori”, in gran parte studenti di liceo, armati e dislocati in diversi punti. Dopo aver aspettato che la macchina rallenti, uno di questi lancia una granata che però ferisce soltanto alcuni ufficiali. Francesco Ferdinando, illeso, viene convinto dalle autorità militari a lasciare Sarajevo. Mentre tenta di uscire in auto dalla città, sbuca da una curva Gavrilo Princip, studente diciannovenne. Gli punta la pistola. Il primo colpo è fuori mira, ma trafigge la duchessa Sofia all’addome, uccidendola: si dice fosse incinta. Il secondo colpo va a segno: l’arciduca muore all’istante. Princip e l’autore del lancio della granata vengono arrestati1

Baden, località turistica, Impero Austro-Ungarico. Il 29 giugno, Stefan Zweig sta leggendo un libro sulla letteratura russa, su Tolstoj e Dostoevskij, nel parco. È una bella giornata e c’è un’orchestra che suona. A un certo punto la musica si interrompe e gli orchestrali se ne vanno. Al loro posto, si forma un capannello di uomini e donne intente a leggere un comunicato affisso sul palco. Zweig si avvicina e legge della morte dell’arciduca. Ha un leggero presentimento, ma due ore più tardi non scorge alcun indizio di vero lutto, niente di simile alla commozione per la morte dell’unico figlio dell’imperatore, Rodolfo, nel 1889. La gente chiacchiera e ride; nei locali pubblici si torna a suonare. L’arciduca – pensa Zweig – non era popolare e molti in segreto avranno tirato un respiro di sollievo, sapendolo tolto di mezzo. I giornali del giorno dopo non fanno presagire che si voglia usare l’attentato per un’azione politica contro la Serbia, come si poteva temere2

Belgrado, capitale del Regno Serbo. Tra il 29 giugno e il 23 luglio, sul tavolo del primo ministro arrivano relazioni allarmate dall’ambasciatore a Vienna. Quest’ultimo racconta come nell’Impero austro-ungarico si fa strada l’ipotesi che nell’attentato di Sarajevo sia coinvolta la Serbia. Giornali, militari e circoli cattolici sembrano soffiare sul fuoco. Circolano notizie false, come quella che gli assassini siano cittadini serbi. Si fa un uso politico del fatto che l’attentato sia stato preparato a Belgrado. Opinioni antiaustriache pubblicate da giornali in Serbia vengono usate come prova che il governo serbo non fa nulla per fermare il movimento irredentista. Pare che il governo austriaco voglia chiedere delle garanzie, sotto minaccia di guerra, ma che queste verranno formulate in modo che sarà impossibile accettarle: molti esprimono opinioni favorevoli a una soluzione militare3

Bad Ischl, residenza estiva dell’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe. Il 23 luglio, il ministro degli esteri gli consegna il testo dell’ultimatum. L’imperatore è sorpreso della severità e della precisione delle richieste rivolte al governo serbo: condannare e proibire la propaganda anti-austriaca, sciogliere la società irredentista Narodna Odbrana e accettare che dei funzionari austriaci prendano parte alla soppressione del “movimento sovversivo”. “Probabilmente la Russia non potrà digerire una nota di questo genere” osserva. Però la sottoscrive. Alcuni giorni dopo una telefonata da Vienna lo informa che la Serbia ha rifiutato l’ultimatum. Così almeno viene interpretata l’accettazione quasi integrale delle condizioni, tranne la richiesta che funzionari austriaci prendano parte nelle investigazioni sull’assassinio dell’arciduca, ritenendola lesiva della costituzione e del codice di procedura criminale serbo. Perciò l’imperatore, ordina la mobilitazione e il 28 luglio, da Vienna, il ministro degli esteri comunica al governo serbo, tramite telegramma, lo stato di guerra4

San Pietroburgo, capitale dell’Impero russo. La mattina del 29, lo zar Nicola II, senza per il momento dichiarare guerra, si fa convincere dal capo di stato maggiore a ordinare la mobilitazione totale. L’esercito deve coprire lunghe distanze prima di raggiungere la frontiera, meglio giocare d’anticipo sul probabile coinvolgimento della Germania. Il generale Sergei Dobrorolski, capo della sezione per la mobilitazione è d’accordo: “Che cosa deve guidare la strategia? La politica. Che cosa caratterizzava allora la costellazione politica in Europa? Due blocchi rivali. Mentre era possibile dubitare sulla tenuta dell’alleanza franco-russa, date le forme di governo molto diverse, non c’era nessun dubbio sull’unità e solidità del legame tra Germania e Austria-Ungheria”. La sera, però, c’è un colpo di scena. Lo zar cambia idea: ha ricevuto una lettera rassicurante del kaiser Guglielmo. Manda un messaggero da Dobrorolski, per comunicare il contrordine. La manovra deve essere diretta a contrastare solo l’Austria. La reazione dei generali è preoccupata, se non furente. Pensano che sia “una follia”. Il 30, il capo di stato maggiore telefona al ministro degli esteri per informarlo che una mobilitazione parziale non era prevista. Avrebbe intralciato quella totale che, con tutta probabilità, sarebbe stata comunque necessaria. Inoltre, se ci si muove solo contro l’Austria, la Francia avrebbe potuto dichiararsi neutrale, lasciando la Russia ad affrontare la situazione da sola. Il ministro degli esteri parla allo zar. Nel caso la Russia venisse colta impreparata a un attacco austro-tedesco, gli dice, “migliaia e migliaia di uomini saranno mandati a morire”. Lo zar cede di nuovo. È mobilitazione generale5.

Sempre a San Pietroburgo, il primo agosto alle 7.50 di sera, i passanti si assembrano davanti alla finestra dell’ufficio di un giornale che espone scritte che aggiornano sulla situazione: “la mobilitazione prosegue con grande entusiasmo” e “la Germania dichiara guerra alla Russia”. La gente guarda e comincia a ragionare su quali conseguenze personali può avere la notizia. Con moto spontaneo, ci si mette a cantare l’inno nazionale. Alcuni pronunciano la parola “ambasciata tedesca”. L’ambasciata viene assaltata da una folla che proviene da diverse direzioni. Sul tetto c’è chi demolisce le statue che decorano l’edificio. La porta viene sfondata, i mobili, il pianoforte, le carte, i libri, il ritratto del kaiser lanciati dalla finestra e bruciati6

La situazione è ormai precipitata. La Francia si mobilita contro la Germania. L’esercito tedesco invade il Belgio, nonostante quest’ultimo avesse dichiarato la propria neutralità. È la prima azione offensiva su vasta scala (4 agosto) che provoca l’intervento – a fianco di Francia, Russia, Serbia e Belgio – della Gran Bretagna. Tre settimane dopo, contro gli imperi centrali, entra in campo anche il Giappone. Combatterà una guerra “parallela”, non coordinata con le battaglie europee, occupando le isole tedesche del Pacifico. Tutta la “Grande guerra” si gioca in qualche modo su fronti distinti e separati, anche se collegati.

A novembre il conflitto coinvolge anche la Turchia che si schiera contro le potenze dell’Intesa. L’Italia per il momento si dichiara neutrale, nonostante sia nella Triplice. Si tratta infatti di una alleanza difensiva, mentre la mobilitazione di Russia e Francia contro Germania e Austria-Ungheria appaiono come risposte a un atto aggressivo di questi ultimi contro la Serbia. Ma la ragione principale del non intervento sta nel fatto che la diplomazia italiana per il momento non vede interesse a entrare nel conflitto e il presidente del consiglio Antonio Salandra non vuole rischiare. Il capo di stato maggiore Raffaele Cadorna, pronto a far muovere l’esercito a fianco degli imperi centrali, non viene consultato.

La macchina

Scrive il generale Dobrorolski, ripensando alla crisi del luglio 1914: “quando il momento è stato scelto, si deve premere soltanto il bottone e tutto lo stato comincia a funzionare automaticamente, con la precisione di un meccanismo di orologio […]. La scelta del momento è influenzata da un insieme di varie ragioni politiche. Ma una volta che il momento è stato fissato, tutto è sistemato; non c’è più alcun ritorno sui propri passi; esso determina meccanicamente l’inizio della guerra”7.

Macchina inarrestabile e precisione dell’orologio sono metafore appropriate per raccontare lo scoppio della Grande guerra e non solo. Pensiamo alla rivoluzione industriale: anche qui c’è l’idea di uno sviluppo costante che si auto-alimenta. È la modernità. Tra le trasformazioni tecnologiche più importanti che progressivamente portano conseguenze enormi su tutti i piani, ci sono quelle nel campo della comunicazione: la ferrovia, il telegrafo e il telefono. La ferrovia, come scrivono due testimoni negli anni Settanta dell’Ottocento, corre più veloce dei destrieri sognati dai poeti ed educa alla puntualità: “non aspetta nessuno. Mostra che creatura utile sia il minuto nell’economia delle cose”8. Il telegrafo e il telefono consentono una comunicazione immediata, stabilendo una simultaneità tra chi trasmette e chi riceve. Non ci sono più tempi di attesa. Cambia il senso del tempo e dello spazio, cambiano le aspettative. In un mondo che si trasforma così velocemente, prevedere e anticipare i tempi diventa importante. 

Nel 1884, rappresentanti di 25 paesi propongono di stabilire come meridiano zero quello di Greenwich, determinando la lunghezza esatta del giorno e fissando un inizio preciso dell’ora universale. Le prime ad adottarlo sono le Compagnie ferroviarie: vogliono evitare che, per esempio, un viaggiatore tra Washington e San Francisco incontri 200 ore locali diverse. L’ora universale consente di stabilire con esattezza quando entra in vigore una legge o scade una polizza di assicurazione. Il suo sostenitore più noto però è un militare, il conte Helmut von Moltke. Nel 1891 fa appello al parlamento tedesco, denunciando che i cinque fusi orari della Germania e i diversi fusi alla frontiera francese e russa impedivano il preciso coordinamento dei piani militari. 

Nel 1870 l’esercito tedesco aveva sovrastato quello francese, perché Moltke era stato in grado di mettere in campo velocemente 370 mila uomini grazie al sistema ferroviario. Da quella vicenda aveva tratto insegnamento: “Non costruiamo più fortezze, costruiamo ferrovie”9. Così i generali tedeschi, ma anche quelli degli altri paesi, avevano cominciato a considerare le ferrovie e la capacità della mobilitazione come fattore decisivo nella vittoria in guerra. Bisognava essere in grado di spostare verso la frontiera il più alto numero di uomini il più velocemente possibile. Questo comportava anche considerazioni difensive: la Russia costruì le ferrovie con un sistema di scartamento più largo per mettere in difficoltà il nemico, qualora fosse in posizione di invadere. 

Gli eserciti europei mano a mano si dotano di piani di mobilitazione e di attacco che implicano almeno due cose: 1) la previsione di chi sarà il probabile nemico; 2) l’assunto che, in età moderna dove conta la velocità d’azione, la migliore difesa sia l’attacco preventivo. L’identificazione del probabile nemico viene agevolata dal fatto che le alleanze diventano stabili. Nel caso dell’Italia, l’esercito viene dotato di due piani di guerra: uno offensivo contro la Francia e uno difensivo contro l’Austria. Questo riflette una politica estera per necessità più aperta e soprattutto il rapporto complicato con uno degli alleati, l’Austria. Il che garantisce fino al maggio del 1915 un primato della politica e della diplomazia rispetto a logiche strettamente tecnico-militari.

Il generale Alfred von Schlieffen, invece, dota l’esercito tedesco di un piano di mobilitazione che non distingue tra mobilitazione e guerra e presuppone non azioni distinte, ma un’unica evenienza: la guerra su due fronti. Il piano prevede prima un attacco a tutta forza alla Francia, aggirando la sua linea difensiva invadendo il Belgio neutrale, sfruttando l’effetto sorpresa, per poi spostarsi velocemente sul fronte russo, sfruttando la relativa lentezza dei russi. Il piano ha però il difetto che il trascorrere del tempo lo rende meno efficace, per via del riarmo e dei preparativi russi e francesi. Nel 1914, i generali tedeschi pensano la guerra come inevitabile e credono sia meglio combatterla subito, sfruttando l’occasione della crisi di Sarajevo. Scrive Taylor: “I tedeschi non volevano deliberatamente sovvertire le libertà d’Europa. Nessuno aveva avuto il tempo di avere obiettivi deliberati né il tempo di pensare. Tutti erano stati intrappolati dall’ingenuità dei loro preparativi militari, soprattutto i tedeschi. In tutti i paesi, la gente pensava di essere stata chiamata a una guerra difensiva, e in un certo senso aveva ragione. Dato che tutti i capi di stato maggiore pensavano che l’attacco fosse la miglior difesa, ogni operazione difensiva consisteva in un attacco contro qualcun altro”10.

I piani di mobilitazione sono dei meccanismi infernali. Come spiega un osservatore francese: “Ogni unità, una volta completata e completamente equipaggiata, in un dato giorno all’ora fissata deve essere pronta a procedere alla destinazione predisposta in un treno che l’attende, il quale a sua volta deve muoversi secondo un piano ferroviario accuratamente preparato. Ogni unità deve anche entrare al suo posto nelle formazioni superiori, e queste di nuovo devono trovarsi raggruppate in posizione secondo il piano fondamentale. Durante la mobilitazione non sono possibili cambiamenti né alterazioni. L’improvvisazione, mentre si organizzano circa tre milioni di uomini e i movimenti di 4.278 treni, come dovettero fare i francesi, è del tutto fuori discussione”11. È per questo che Taylor parla di War by Time-table. L’orario dei treni trionfa.

La vecchia diplomazia europea era abituata a un diverso senso del tempo, dove “il tempo è il solo conciliatore”. L’introduzione dell’uso del telegrafo aveva portato a un’accelerazione del ritmo delle negoziazioni diplomatiche. Non consentiva di raffreddare gli animi. Lo storico Pierre Granet attribuisce al telegrafo un ruolo importante già nell’aver causato la guerra franco-prussiana: “la trasmissione continua di dispacci fra i governi e i loro agenti, la rapida diffusione di informazioni polemiche fra un pubblico già agitato, accelerò, se non provocò effettivamente lo scoppio delle ostilità”. Nella crisi di luglio 1914, la maggior parte degli scambi e delle decisioni furono “plasmati” dall’uso del telegrafo e del telefono che non lasciavano “alcun tempo alla riflessione o alla consultazione” richiedendo “una decisione immediata e spesso affrettata su materie di importanza vitale”. Uno storico del telefono contrappone il potenziale pacifico dell’invenzione all’uso che ne è stato fatto in occasione dell’assassinio di Sarajevo: “tutte le facilitazioni delle comunicazioni nel mondo… che avrebbero dovuto essere rivolte ad usi pacifici, furono utilizzate al frenetico servizio della guerra”. Tanto che “fino al 25 luglio una ricostruzione accurata degli eventi richiede una precisazione temporale accurata fino al giorno; dopo di che diventa cruciale l’ora, talvolta persino il minuto”12.

Orologi, orari, ferrovie, telegrafi, telefoni, la fretta, la velocità, la sete di controllo degli eventi futuri, la pianificazione, le scadenze e la puntualità sembrano, nel luglio 1914, essersi messi tutti a lavorare contro la pace. La tecnologia non è solo strumento ma anche struttura gli eventi. Il settimanale satirico londinese Punch associava il telefono, per la sua immediatezza, alla mancanza di veridicità: “Che brutte frottole diffonde in giro / quel filo elettrico! / Una corrente di falsità! / Oh! Dateci il fatto che in confronto / Per posta va a passo di lumaca / Piuttosto che la frottola che balza silenziosa come il fulmine / E ci fa credere ciò che vero non è”13. Caustico Karl Kraus in un libro del 1909 sulla civiltà dell’epoca: “Siamo stati abbastanza complicati da costruire la macchina e siamo troppo primitivi per farci servire da essa. Le nostre comunicazioni internazionali vanno su binari cerebrali a scartamento ridotto”14. Nel luglio 1914, i mezzi di comunicazione hanno contribuito a far partire la macchina della mobilitazione preparata dai militari, mettendo fuori gioco la diplomazia e la pace.

D’altronde come fermarla? In un racconto tutto al maschile, in cui finora l’unica protagonista femminile è la duchessa assassinata a Sarajevo, è la rivista socialista di Anna Kuliscioff e Margherita Sarfatti, La Difesa delle Lavoratrici, a immaginare una soluzione disperata, proponendo alle donne di mettere in gioco i propri corpi: “Se i nostri figli, i nostri mariti, i nostri fratelli, saranno obbligati a marciare al confine, per offendere in un esercito di altra nazionalità l’amore e il sangue di altre madri proletarie, ebbene: essi ci troveranno là, ritte dinnanzi a loro, ferme dinnanzi le zampe dei loro cavalli, compatta muraglia vivente dinnanzi le macchine dei loro treni in partenza… immobile e mute… ad attendere che essi passino sul nostro corpo”15. Nel 1915, però, una volta decisa la mobilitazione italiana, proposte simili non erano più pubblicabili. La macchina da guerra esige la censura. Una delle sue prime vittime è la libertà di parola. I paesi coinvolti si trasformano in stati di polizia.

Tratto da: Guerra mondiale, racconti nazionali. La prima guerra mondiale nei libri di scuola in Europa, con suggerimenti di letture e di film, a cura di Piero Brunello e Luca Pes, Comune di Venezia, Venezia 2015, pp. 95-101.

  1. Per una ricostruzione dettagliata vedi la testimonianza di uno dei partecipanti all’attentato, Borijove Jevtic, pubblicata sul “New York World”, 28 giugno 1924. []
  2. Stefan Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 2002, pp. 173-176. []
  3. “The Serbian Blue Book”, in The Times Documentary History of the War, vol. II, Printing House Square, London 1917, raccolta di documenti diplomatici (disponibile online). []
  4. Alan Palmer, Francesco Giuseppe. Il lungo crepuscolo degli Asburgo, Mondadori, Milano 2001, pp. 392-393. []
  5. Si veda, tra l’altro, Sergei Dobrorolski, Die Mobilmachung der russischen Armee 1914, Deutsche Verlagsgesellschat für Politik und Geschichte m. b. h., Berlin 1922 (traduzione in inglese disponibile online). []
  6. Sergyei N. Kornakov, Savage Squadrons, Hale, Cushman and Flint, Boston 1935, pp. 34-36 (disponibile online). []
  7. Dobrorolski, Die Mobilmachung cit., p. 10. []
  8. Citato in Asa Briggs, Peter Burke, Storia sociale dei media. Da Gutenberg a Internet, il Mulino, Bologna 2002, pp. 150-151. []
  9. Citato in Stephen Kern, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento, il Mulino, Bologna 1995, p. 342. []
  10. Alan J.P. Taylor, War by Time-Table. How the First world War Began, Mc Donald and Co., London 1969, p. 121. []
  11. Kern, Il tempo e lo spazio cit., p. 343. []
  12. Ibidem, pp. 348-350. []
  13. Briggs, Burke, Storia sociale dei media cit., p. 183. []
  14. Karl Kraus, Detti e contraddetti, Adelphi, Milano 1990 p. 106. []
  15. R. Raiteri, Donne, la guerra!.., “La difesa delle lavoratrici”, a. III, n. 16, 16 agosto 1914 (consultato online presso il sito della Fondazione Lelio e Lisli Basso il 16 febbraio 2015). []

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