In linea da: 24/01/2015

In città. Il 7 gennaio visto tra casa e scuola

di Claudio Pasqual

Le note di Claudio Pasqual questa volta sono dedicate alle  reazioni registrate in città a quanto è accaduto in Francia a inizio anno, in particolare alle discussioni “in uno spazio pubblico ma chiuso”, cioè la scuola: circolari e proclami politici, mail tra genitori, discussioni e “microconferenze” di studenti; e per il giorno della memoria?

La risposta della città ai fatti luttuosi di Parigi mi pare che sia stata piuttosto contenuta. A Venezia c’è stata la manifestazione dell’11 gennaio, in campo Manin, organizzata dall’Alliance Française, ma apparentemente nulla più. Girando per Mestre non ho riscontrato segni tangibili di una qualche reazione. In realtà, una reazione collettiva c’è stata in uno spazio pubblico ma chiuso, il mondo della scuola.

1. Mi risulta che da subito, già dal giorno dopo gli insegnanti abbiano proposto ai loro studenti di riflettere e discutere sull’accaduto. Contemporaneamente, sulle aule è piombata la nota ai dirigenti scolatici del Veneto dell’assessore regionale all’istruzione, Elena Donazzan (Fratelli d’Italia). Di questa circolare io ho saputo da mia figlia, studentessa all’ultimo anno del classico Franchetti. 

Mia figlia mi ha raccontato delle reazioni sue e dei compagni; quindi c’è stato un giro di mail tra genitori. Dell’intervento di Donazzan hanno poi parlato la carta stampata e la rete, in seguito alle vivaci proteste da esso suscitate. (Ho visto che il testo si trova anche nel sito personale della Donazzan.)

La nota, scritta a caldo (è uscita datata 8 gennaio), comincia con la richiesta di “un fronte comune e impenetrabile di condanna”, tanto più necessario per la forte carica simbolica di aggressione alla democrazia e ai suoi valori di un “fatto terroristico di matrice islamica” avvenuto a Parigi, “capitale di una nazione che ha fatto nascere e crescere la civiltà dell’uguaglianza, della fraternità e della libertà. Cardini di un pensiero moderno che ha intriso le scelte e la mentalità di questa nostra Europa che ha costruito i fondamenti del nostro vivere civile”. La libertà di stampa ed espressione, prosegue l’assessora, sono “libertà sconosciute in altri paesi del mondo, certamente impedite in quegli stati a matrice islamica così distanti culturalmente da noi, ma così pericolosamente vicini sia geograficamente che nelle comunicazioni sulla rete”. Un’aggressione che proviene da “una cultura che predica l’odio verso la nostra di cultura, la nostra mentalità, il nostro stile di vita fino ad arrivare all'estremo gesto terroristico”. Solo “una forte presa di coscienza di ciascuna persona e collettiva di popolo” può salvarci da questa minaccia.

Che l’assessora non pensi solo a fondamentalisti e jihadisti ma all’intero mondo islamico si comprende chiaramente dal passaggio successivo: l’odio “si può manifestare con attacchi terroristici, come in gesti di violenza per noi inaccettabili ed incomprensibili. Come quello di quel padre italiano, accoltellato due giorni fa nel veneziano da un ragazzino di 14 anni tunisino, per difendere il proprio figlio aggredito a scuola con atti che chiamiamo ‘bullismo’”. Dopo questa analisi politico-sociologica, chiarificatrice dell’autentica natura di episodi di violenza da noi ingenuamente scambiati per manifestazioni di devianza giovanile, la nota prosegue sostenendo come palese che: “se non si può dire che tutti gli islamici sono terroristi, è evidente che tutti i terroristi sono islamici e che molta violenza viene giustificata in nome di una appartenenza religiosa e culturale ben precisa”. Contro questa barbarie si precisano anche i contorni della “nostra” cultura, che non deve ammettere nessuna tolleranza, “l’Europa civile, libera e laica, che spesso dimentica di essere tale perché cristiana, deve ritrovare la forza di indignarsi e reagire”.

Nel finale, ecco il piatto forte del messaggio – il suo implicito obiettivo politico? –: “una condanna morale […] è un’esigenza necessaria anche alla luce della presenza dei tanti alunni stranieri nelle nostre scuole e dei loro genitori nelle nostre comunità. Soprattutto a loro dobbiamo rivolgere il messaggio di richiesta di una condanna di questi atti, perché se hanno deciso di venire a vivere in Europa, in Italia, in Veneto devono sapere che sono accolti in una civiltà con principi e valori, regole e consuetudini a cui devono adeguarsi e che la civiltà che li sta accogliendo con il massimo della pienezza dei diritti ha anche dei doveri da rispettare”. Il modello di integrazione francese ed europeo, chiude Donazzan, è fallito; un nuovo sistema va costruito e il primo indispensabile presupposto è un “cambio di rotta”, “una ferma condanna senza alcun distinguo tra italiani, francesi o islamici se questi ultimi vogliono veramente essere considerati diversi dai terroristi che agiscono gridando ‘Allah è grande’”. 

Ancora mi viene un sussulto a sentir parlare di libertà e democrazia un personaggio con la formazione e il passato politico di Donazzan. Stupiscono le enormità storico-filosofiche, per esempio la libertà e la laicità come frutto del cristianesimo. Infastidiscono le falsificazioni propagandistiche: l’esclusiva mondiale del terrorismo ai musulmani – senza andare tanto lontano, e Breivik in Norvegia?; l’equiparazione ad atti terroristici di crimini comuni commessi da islamici in Italia – “incomprensibili” perché mai è accaduto che italiani si accoltellino tra loro. Preoccupa, vista anche la premessa, l’idea di un modello di integrazione che risulterebbe esattamente l’opposto di quanto sarebbe necessario – vera integrazione, effettiva equità economica e sociale. Su un piano più generale, emerge la cultura di fondo della destra, la logica del “noi” e “loro”, il senso di appartenenza a una civiltà occidentale pretesa superiore, contrapposta a un mondo altro arretrato e violento. Queste le mie riflessioni. 

Per tornare alla scuola, più che il tono da proclama alla nazione, ha impressionato i ragazzi il tenore di ultimatum agli studenti di fede musulmana: la richiesta di una condanna e di una presa di distanza che suona tanto da pretesa di dissociazione. Cosa avrebbero provato questi loro compagni, a sentirsi trattati come terroristi? Perché infatti ci si dissocia da un’appartenenza, altrimenti non si dà dissociazione. Mi è stato riferito che i nostri liceali, nella classe di mia figlia tutti italiani, si erano immedesimati nello stato d’animo dei loro coetanei musulmani ed erano tutti preoccupati. Quanto ai genitori, c’è chi ha interessato il consiglio di istituto, che ha manifestato unanime disapprovazione verso i contenuti della circolare (nella discussione via mail che è seguita, è stata criticata la dirigenza per aver diffuso la nota). Mia figlia mi ha detto che in classe è stata presentata in modo anodino. Voglio pensare che non fosse approvata dai vertici scolastici e che si sia scelto un modo per farla passare inosservata il più possibile. Una professoressa l’ha letta per commentarla, studenti e docenti l’hanno disapprovata, ne hanno parlato in famiglia, da casa è partita una prima mail alla lista degli indirizzi degli altri genitori.

I genitori che hanno partecipato alla discussione telematica hanno espresso sbigottimento e indignazione; evidenziato la maturità dei loro figli, impegnati con spirito critico e voglia di capire in una seria discussione; sottolineato il bisogno in questo momento di unità e coesione, mentre la lettera di Donazzan divide e contrappone. Ma il dissenso rispetto alla nota di Donazzan quanto era diffuso, si è chiesto qualcuno? Ecco, questo è un punto di forte perplessità. Mentre i ragazzi sono più di venti, alla discussione via mail abbiamo partecipato in cinque o sei. Pochi. Come si deve interpretare il silenzio degli altri? Quali sono le reali opinioni e orientamenti di chi si è astenuto?

2. Altro episodio, dov’è risuonata l’eco della strage parigina. Venerdì 16 gennaio si è tenuta in varie città d’Italia, promossa dall’Associazione Italiana di Cultura Classica, la “Notte bianca dei licei classici”. Anche il Franchetti di Mestre ha organizzato un suo appuntamento, dalle venti alle ventitré, nei locali dell’istituto. Ci sono andato sempre nelle vesti di padre (i genitori erano invitati a partecipare). Nel discorso d’apertura del dirigente, evidente il tono da serata dell’orgoglio, la rivendicazione di un ruolo e dell’attualità della formazione classica – questo era l’obiettivo degli organizzatori – in un tempo in cui il valore e l’utilità della cultura umanistica sono da più parti messi in dubbio o addirittura screditati. Quindi, programma composto da “miniconferenze” e altri dotti interventi tenuti non dagli insegnanti ma da studenti, alternati all’esibizione del coro del Franchetti e di band musicali rock formate da ragazzi della scuola.

Gli argomenti erano vari, ma la scelta non poteva non risentire del clima del momento, non poteva prescindere dai recenti fatti di Parigi. Con riferimento implicito all’attualità, il tema della performance principale in aula magna, una serie di letture dall’Iliade, dall’Apologia di Socrate di Platone e da saggi critici, è stata la parresìa, in greco “libertà di parola”. Alcune microconferenze sono state dedicate ai rapporti tra occidente e Islam e alla satira. Personalmente ho potuto seguirne un paio. Dati lo scopo della serata e la sede, i relatori hanno affrontato la questione partendo da lontano, muovendo dalla cultura antica per farne riferimento delle loro osservazioni sui rapporti tra civiltà e sui conflitti del presente. Una studentessa, trattando del fotogiornalismo, si è soffermata sull’immagine vincitrice nel 1997 del “World Press Photo of the Year”, che ritrae il pianto disperato di una donna algerina per i propri familiari uccisi nella guerra civile. Ha mostrato come la composizione dell’immagine corrisponda ai canoni e agli stilemi artistici dell’arte sacra dell’Occidente medievale. Non a caso, un titolo che le è stato attribuito suona come “La Madonna di Bentahla”. Ci ha poi informato che la donna della foto ha denunciato il fotografo per averla ripresa senza il preventivo consenso del marito: un esempio di incomprensione verso i costumi sociali e l’etica di un’altra cultura. Però si è dimenticata di dire, io l’ho scoperto più tardi, che il fotografo, Hocine Zaourar, è anch’egli algerino. Mostrando l’episodio, forse al di là delle intenzioni della nostra studentessa, per l’ennesima volta e ce ne fosse bisogno, come fra culture si diano intreccio e scambio, nel caso di Hocine (così si firma il fotografo) da Occidente a mondo arabo-musulmano, e come ciò possa generare, in questo caso sul secondo versante, forti contraddizioni nei comportamenti e vissuti personali. 

3. Per il 27 gennaio, Giornata della Memoria, una classe di scuola media ha programmato un’attività al museo ebraico di Venezia. Su ventitré alunni, sei hanno avvisato che non verranno. Le loro famiglie hanno paura.

So di maestre che hanno annullato la visita dell’intera classe, per sicurezza.

1 commento per In città. Il 7 gennaio visto tra casa e scuola

  • lina meneghetti

    A puro titolo informativo, senza entrare nel merito della rozzezza dell’ass. Donazzan, faccio presente che esiste una Dichiarazione Islamica dei Diritti Umani, firmata nel 1981 al Cairo da Paesi islamici, che differisce di molto da quella firmata dall’Italia nel 1948 per poter aderire alle Nazioni Unite.
    Immagino che prima o poi bisognerà fare chiarezza e sapere chi preferisce la prima e chi la seconda.
    Mi chiedo – e non ho la risposta – a quale delle due si sentono di appartenere gli studenti musulmani che frequentano le nostre scuole. Se fosse quella islamica, che facciamo?

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