In linea da: 17/11/2014

Questa non è una panchina. Una passeggiata a Padova, quartiere Sacra famiglia

di Enrico Zanette

Osservazioni fatte a Padova, nel corso di una passeggiata.

Cammino lentamente lungo il marciapiede. Parallelepipedi con facce bianche e grigie e infissi colorati di verde, giallo o rosso compongono il paesaggio. Pare di stare in uno qualunque di quei quartieri residenziali anni Settanta, asettici e uniformi: Italia o banlieue parigina.

M’infilo in portico moderno lastricato in porfido a spacco di cava, quello con le fughe grigie, rigate a mano.

Sulla destra, la vetrina di un supermercato ricoperta con una pellicola adesiva fa da sfondo al logo e alla scritta arancione “QUALITÀ AL MIGLIOR PREZZO!”. Le colonne squadrate aprono su un piccolo parcheggio semivuoto; in fondo, la vetrina di una farmacia illumina il selciato irregolare. 

Faccio per uscire dal portico. Una siepe di lauroceraso verde lucido chiude il passaggio, obbligando a svoltare a sinistra verso il parcheggio. Sulla destra, tra la siepe e l’edificio del portico, una panchina diversa dalle altre del quartiere si fa notare.

Le strette liste di legno naturale, quello chiaro con i nodi a vista, tracciano un’ampia esse elegante. Due righe di borchie zincate, poste ciascuna ai margini delle liste, scendono a zigzag, marchiandone delicatamente la superficie. La struttura è robusta, ben ancorata a terra. A lato, un cestino verde scuro, diverso dai comuni cestini in acciaio che si vedono nel quartiere, è bordato, sotto l’apertura, con una raffinata lamina dorata. Sullo schienale della panchina, in alto a destra, è affissa una targhetta con il logo del supermercato e la scritta “Un posto al verde”, composta con un font che simula il corsivo a mano, tipo il Lucida Handwriting che si trova tra quelli disponibili in Word.

Stesso logo e stessa scritta sul cestino e su un cartello metallico affisso di fianco, dove si legge che si tratta di un dono del supermercato al quartiere, parte di un progetto più ampio di una campagna ambientalista. Gli alberelli piantati dietro, degli aceri campestri stretti tra l’edificio del portico e un condominio ocra, sarebbero miracolosi per l’ambiente e per la salute. Mi segno una delle frasi: “La presenza di verde ben tenuto e facilmente raggiungibile vicino a casa riduce la necessità di trasferimenti (e quindi spese) per finalità di svago, riducendo di conseguenza traffico e inquinamento”. Come a dire, state a casa e comprate da noi: eviterete sprechi e contribuirete alla salvaguardia dell’ambiente.

Voglio provare a sedermi, ma qualcosa non torna e mi blocco. Guardandomi intorno, vedo il parcheggio, il portico, il condominio ocra, la siepe di lauroceraso e in fondo i palazzi con gli infissi colorati. Non è “Un posto al verde”, semmai una panchina su un parcheggio. 

Mi rigiro verso la panchina e non la vedo più, mi sembra evaporare nell’irrealtà. E se non fosse reale? Se questa panchina fosse solo l’immagine ambientalista bio-green del supermercato, la palese ipocrisia di una delle imprese più impattanti sull’ambiente? Provo una sensazione straniante, come se stessi osservando un pezzo di mondo capovolto, nel quale la finzione ha preso il posto della realtà, e la realtà è stata ridotta a supporto fisico della finzione.

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