In linea da: 09/10/2014

Vivere a Vajont. Una lettura

di Gigi Cameroni

Riceviamo e pubblichiamo un’ampia scheda di lettura relativa al libro di Monica Musolino, New towns post catastrofe. Dalle utopie urbane alla crisi delle identità (Mimesis, Milano 2012).

Da casa, 9 ottobre 2014

Cari amici di storiAmestre,

nel 2013 ho seguito con attenzione la vostra serie di articoli in occasione del cinquantesimo anniversario del Vajont. Qualche mese fa ero a Parigi, in visita a un amico che fa l’insegnante. Un pomeriggio che sono andato a prenderlo a scuola, ho notato subito l’illustrazione di copertina di un libro che aveva sul suo tavolo in sala insegnanti (ho questa abitudine, talvolta indiscreta, di dare sempre un’occhiata ai libri che vedo sparsi sui tavoli o sugli scaffali): facile riconoscere la diga del Vajont. Incuriosito, gli ho chiesto in prestito il libro e ho preso qualche appunto, che ora – a distanza di tempo e pur senza poter verificare di nuovo l’originale – ho pensato di proporvi: sia perché è un libro che non si trova facilmente (stando al catalogo opac-sbn si trova in tre biblioteche, si direbbe solo in quelle del deposito legale), sia perché è la stagione giusta. Che sia anche il libro giusto? Mah, su questo ho delle riserve, ma prendetela come un servizio bibliografico, a uso di chi voglia completare la sua lista di letture sul Vajont.

Cordiali saluti

Gigi Cameroni

Monica Musolino, New Towns post catastrofe. Dalle utopie urbane alla crisi delle identità, con una prefazione di Tonino Perna, Mimesis, Milano 2012, 169 p., euro 14.

1. Presentazione

Argomento del libro è la sorte che tocca ai superstiti, dopo che la città o il territorio in cui abitavano viene travolto, pesantemente danneggiato, ridotto in macerie o cancellato da una catastrofe naturale. In altre parole: dove e come si ricostruisce? Dove e come sono prese le decisioni cruciali? In che misura la popolazione (o almeno l’“élite politica locale”, cioè i detentori di cariche pubbliche: sindaci, assessori, ecc.) riesce a farsi ascoltare, a imporre quelle che sente come le proprie priorità ed esigenze, o almeno a negoziare con chi ha il potere di decidere “dall’alto”? Quali sono gli effetti del trasferimento sul nuovo sito, che nella maggior parte dei casi rappresenta un secondo trauma per i superstiti? 

Nella prefazione, Perna (pp. 7-8) sottolinea l’attualità del tema in un mondo dove gli “eventi estremi” sono sempre più ricorrenti, il numero dei “profughi ambientali” cresce e i processi di ricostruzione continuano a essere, nella maggior parte dei casi, insoddisfacenti se non fallimentari proprio per lo scarso coinvolgimento delle popolazioni locali (Perna parla di “deficit di democrazia”). 

L’autrice parte con due capitoli teorici. Nel primo (“La matrice epistemica: le utopie urbane”) passa in rassegna le utopie urbanistiche che sono alla base dei progetti di costruzione delle “città nuove” in tutto il mondo (sono esaminati anche i più famosi casi di passaggio “da utopia a realtà”: le new towns inglesi e cinesi, le villes nouvelles francesi, le fondazioni fasciste in Italia, Brasilia e l’indiana Chandigarh). Nel secondo (“La sfida delle catastrofi: ricostruire ex novo”) entra nel merito degli studi sulle catastrofi, mettendo a fuoco due temi: a) il rapporto tra individui, comunità e luoghi, secondo un approccio filosofico (branca “geofilosofia del paesaggio”); b) le occasioni di mutamento economico e sociale che un evento catastrofico può aprire per la comunità (o almeno per una parte dei suoi membri) e il ruolo che la comunità stessa riesce ad avere nelle scelte post-catastrofe. Ricorrendo in particolare agli strumenti elaborati nell’ambito della “sociologia delle catastrofi”, l’autrice classifica gli esiti più o meno felici della ricostruzione in base alla capacità di reazione degli “attori” locali (in altre parole il grado di coinvolgimento e dinamismo della comunità e dell’élite politica della comunità nei confronti degli “attori” esterni: dagli “esperti” alle autorità dello Stato). 

I temi illustrati sul piano teorico nei primi due capitoli sono il filo conduttore di una ricerca sul campo, i cui risultati sono esposti nel terzo e ultimo capitolo (“Le new towns post catastrofe in Italia. Uno studio comparato”), che potremmo definire il pezzo forte del libro (anche quantitativamente: riempie metà del volume). La Musolino si dedica a quattro casi storici di “città nuove”: Canolo e Africo in Calabria (in seguito ai danni subiti dai vecchi centri nell’alluvione del 1951), Gibellina in Sicilia (in seguito alla distruzione del vecchio centro a causa del terremoto del 1968) e Vajont (l’insediamento dove, come sul vostro sito ha già raccontato Matteo Flumian, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta confluì una parte della comunità sgomberata da Erto e Casso dopo l’ondata del 1963).

Spiega l’autrice: “La metodologia di ricerca si è composta di due strumenti/momenti di indagine: una lettura spaziale-paesaggistica delle new towns post catastrofe, così come si presentano oggi, per mezzo dell’analisi fisiognomica1, attraverso ripetuti soggiorni nei centri oggetto dell’analisi, durante i quali sono state condotte, nel complesso, 52 interviste narrative, sullo stile delle storie di vita” (p. 81). E poco più avanti: “L’approccio complessivo alla ricerca è stato completato dall’osservazione di tipo etnografico, fissata puntualmente attraverso gli appunti in un diario” (p. 83).

Nel terzo capitolo la materia è esposta secondo la “griglia delle interviste” (come la definisce l’autrice) già delineata nel secondo capitolo: 1) l’impatto del trasferimento e del nuovo paesaggio sulla popolazione; 2) l’azione dell’élite politica locale; 3) le “strategie e tattiche di adattamento”.

I brani delle testimonianze sono riportati senza mai dare indicazione di data e luogo preciso dell’intervista; solo dal contesto e facendosi i conti a mente si riesce a intuire l’età della persona che sta parlando; i nomi di amministratori e personaggi pubblici sono veri, gli altri sono pseudonimi.

Per questa scheda rinuncerò alla comparazione e mi concentrerò solo sul caso del Vajont che peraltro nel libro – oltre a guadagnarsi la copertina – occupa uno spazio leggermente superiore a quello di tutti gli altri. Forse dipende dal fatto che la capacità di resistenza e il coinvolgimento della popolazione riscontrata per Vajont furono più elevate che non negli altri casi. Forse ha contato anche l’entusiasmo per una nuova scoperta: probabilmente l’autrice, che all’epoca lavorava per l’università di Messina, conosceva già i casi dell’Italia meridionale per i suoi studi precedenti; anche nei ringraziamenti si nota un entusiasmo supplementare in occasione di viaggi e soggiorni a Vajont, che talvolta hanno tratti avventurosi (giornate di piogge torrenziali, passaggi in macchina per correre a prendere un treno al volo…).

2. Arrivare a Vajont

Il progetto di Vajont nasce da quella tradizione urbanistica “utopica” che l’autrice analizza nel primo capitolo del libro; il modello è quello della città-giardino, i principi sono la razionalità, la funzionalità, la modernità, la ricerca (e teoricamente la soddisfazione) della felicità degli abitanti. Monica Musolino descrive così Vajont e le sensazioni che l’osservazione le suscita: “Ciò che colpisce (e ferisce) lo sguardo di chi percorre lo spazio di questo piccolo comune – uno dei più piccoli d’Italia, in realtà, per dimensioni fisiche – è il suo carattere di totale uniformità. Se, da un lato, ciò è lampante sul piano della struttura viaria e dell’organizzazione complessiva dello spazio, è altrettanto evidente, dall’altro lato, sul piano della caratterizzazione architettonica: buona parte dell’edilizia residenziale privata è costituita da edifici a uno o due piani, perfettamente geometrizzati, e chiusi da uno spazio destinato al giardino, secondo uno schema che vede i giardini di ogni schiera di case toccarsi all’interno, mentre la facciata delle abitazioni si rivolge verso la strada. Si tratta delle prime tipologie edilizie che vennero progettate e realizzate per accogliere gli Ertocassani, in seguito al disastro del Vajont del 1963. Le abitazioni più recenti sono agevolmente identificabili poiché si rifanno a una tipologia un po’ diversa, ma pur sempre legata a quella dell’abitazione mono o bifamiliare, e si ergono in prossimità dei confini comunali. Lungo uno dei viali più ampi si notano gli edifici destinati all’attività scolastica: sono attive le scuole materna ed elementare, mentre le medie, un tempo funzionanti, sono state spostate. E poi, ampi spazi verdi. A una estremità del paese è stato costruito un centro sportivo, con varie strutture attrezzate e un poligono di tiro, recentemente realizzato: strutture, queste, che hanno un che di singolare, per la loro ampiezza, se rapportate alle modeste dimensioni complessive di Vajont” (p. 92).

“Quando si percorre Vajont, sembra di entrare nel disegno di una città-giardino dalla pianta razionale, dallo spazio funzionalmente diviso e amplificato dal vuoto di una maglia ortogonale lungo la quale camminare a piedi sembra quasi rappresentare un atto di coraggio o privo di senso […] gli spostamenti sembrano avvenire in prevalenza in auto” (pp. 92-93).

La Musolino prende appunti sulla toponomastica: piazza Monte Toc, via Longarone (p. 93); sa che alcuni blocchi di case hanno dei soprannomi (le “case del Corriere”, costruite con la raccolta fondi lanciata dal “Corriere della Sera”, p. 93). Rileva che esiste un netto confine tra dentro e fuori: il Comune di Vajont fu ritagliato dal territorio del Comune di Maniago, una superficie di circa 1,5 km quadrati che corrispondono esattamente al perimetro dell’abitato e danno un’idea di recinto chiuso. L’area industriale che fu promessa (promessa di sviluppo economico) per decidere gli abitanti di Erto a stabilirsi a Vajont fu poi realizzata sul territorio del Comune di Maniago.

Tra i suoi intervistati ci sono sia personalità che hanno ricoperto cariche pubbliche sia cittadini che non ne hanno mai avute. Tra questi, mi sono annotato due testimonianze relative all’arrivo.

Rosa racconta: “Sembrava di essere in America! Le strade ci sembravano enormi! A parte che io avevo 10 anni, lui [il marito] 14. Questo era un cantiere nel ’68, noi siamo venuti ad abitare nel ’68 qua. Questo paese era un cantiere. Le strade, giganti, grandi… mi sembrava di perdermi. Bello, comunque” (p. 97).

Enrico, che aveva 13 anni nel ’63 dice: “La mia generazione ha avuto dei traumi sicuramente, dal punto di vista psicologico, perché per me ambientarmi è stato un disastro megagalattico” (p. 97).

3. “Partecipazione” e “democrazia”

La Musolino ricostruisce le tappe della vicenda della comunità ertana dal divieto di residenza nel comune di Erto e Casso e dalla deportazione forzata dopo il 9 ottobre 1963 fino alla separazione dei comuni di Erto e Casso e di Vajont. Dopo aver delineato il quadro storico ricorrendo soprattutto a quanto scrisse Tina Merlin (i lettori del sito hanno sotto mano l’articolo di Matteo Flumian), comincia a  far parlare i testimoni. La questione è misurare il ruolo che l’élite politica locale è riuscita ad avere, pertanto il grado di “democrazia” e “partecipazione”.

Italo Filippin, sostenitore della scelta di restare a Erto, di cui fu commissario e sindaco, ricorda la rottura all’interno della comunità di fronte alle varie ipotesi: «Cominciarono a discutere dove ricostruire e allora qualcuno disse “andiamo in una zona dove ci sono le fabbriche” – perché a quell’epoca il lavoro in fabbrica sembrava una cosa… – “così troveremo tutti lavoro in fabbrica”; qualcuno diceva “no, andiamo a Cortina d’Ampezzo, perché a Cortina si vive bene, c’è il turismo, chiediamo un posto e andiamo là, con loro”, no? qualcuno diceva “dietro questa montagna c’è la piana (…), là c’è il posto per fare non Erto, ma più di un Erto, no? E qualcuno diceva “perché non andiamo a Longarone, ché siamo fratelli nella disgrazia e andiamo a ricostruire tutti assieme come fanno Longarone?” che già avevano deciso di costruire dov’era il paese vecchio. E molti dicevano: “Visto che siamo a Claut e a Cimolais, c’è posto anche per noi”. Ormai avevano fatto amicizia con chi li aveva ospitati tre quattro anni… “Costruiamo qui a Cimolais, così almeno diamo una mano ai paesi che ci hanno ospitato”. E molti dicevano “No, il nostro paese è Erto, Erto è ancora in piedi, noi abbiamo le case, i terreni, torniamo nel nostro paese”, anche perché era stato risolto il problema dell’acqua. E non c’era più motivo di dichiarare questo territorio inabitabile, perché la sicurezza era stata ripristinata con lo svuotamento del lago. E là la comunità si ruppe. Perché c’erano mille idee, mille ipotesi…» (pp. 114-115).

Virgilio Barzan, all’epoca dell’intervista vicesindaco di Vajont, conia la definizione “democraticamente deportati”: «Parto dalla fine. Io definisco, anzi ci siamo definiti, o li ho definiti io o mi ho definito… i deportati, i “democraticamente deportati” dalla valle de Vajont alla piana del Maniaghese, questa è la piana del Maniaghese, qui era un deserto nel ’66 dove non vedevi neanche crescere l’erba, perché il sasso più piccolo era così, era un ghiaione in pratica. Definisco i deportati del Vajont in questo luogo perché tu prova ad immaginare una popolazione abituata a vivere a 1000 metri d’altitudine, su una valle, può piacere o non piacere, per noi era bellissima, poi agli altri può piacere o non piacere, ma dove si nasce e si vive di solito è il più bel posto del mondo. Deportare questa gente in una piana dove non c’è niente, niente. Hanno fatto scegliere come ripeto democraticamente, perché non si può dire che non sia stato così, perché c’è stata una votazione di scegliere fra alcune zone dove insediare queste nuove… queste popolazioni che dovevano assolutamente fino al ’67-68 che poi sono rientrate nella valle, ma dovevano… la valle doveva essere abbandonata completamente perché subito dopo era insicura, e quindi non c’era la sicurezza, non era assolutamente un posto sicuro per viverci quindi c’era la possibilità di altre frane, il lago era ancora più alto, più pieno di prima, quindi era ancora più pericoloso, quindi c’è stato un decreto di trasferimento globale di tutta la popolazione. A seguito di questo decreto è stata data l’opportunità alla popolazione di Erto e Casso di scegliere dove insediarsi. Una parte ha scelto Ponte nelle Alpi, la gran parte, i due terzi hanno scelto questo posto, detto allora Luogo del Giulio, una località del Maniaghese, altri ancora in seguito, alcuni anni dopo, hanno scelto di ritornare. E io mi sono ritrovato nel ’78 sindaco di Erto e Casso, nel pieno della ricostruzione nuova di Erto e Casso» (p. 115).

Tra i testimoni che non hanno avuto incarichi pubblici, Piero contesta la democraticità del referendum, richiama la nota questione della divisioni tra ertani e cassani, e recrimina sui criteri di assegnazione dei terreni: «Avevo 24 anni. Potevo anche essere maturo, ma politicamente non si era maturi, ecco, si lavorava così, di studio aveva fatto quel poco che era necessario eee… così. (…) È stato fatto un referendum con tanto di cartella, di domande, così, e poi, per dirne una, quelli di Casso erano più propensi per andare verso Longarone, verso Ponte nelle Alpi, loro infatti sono confinanti. Per spiegarci, noi di Erto siamo friulani, per idee friulane e anche per dialetto, mentre loro sono più veneti e sarebbero andati più volentieri verso il bellunese, però il sindaco di allora ha forzato un po’ quelli di Casso, dando loro più terreno. Perché se lei ha visto Vajont, la maggioranza delle case hanno l’area di 18×24 metri, a quelli di Casso, proprio per farli andar giù, ha promesso e dato il terreno di più, sarà un 18×48, un contentino, “Vieni giù ti do qualcosa in più”, che forse non è stato neanche giusto, perché le dico subito che i più maltrattati sono stati quelli che avevano il fabbricato distrutto, la casa distrutta, perché anche quelli di Casso hanno avuto le casere distrutte, più che le case, la casera era dove si spostavano d’estate con le bestie – non la casa di residenza. Allora avrebbero potuto dare qualcosa in più a quelli che abbiamo perso la casa di residenza, ma ormai insomma è fatta… Io ho scelto Maniago, qualcuno ha scelto Ponte nelle Alpi – pochi – e Stortan abbastanza, Erto, parlo di Stortan perché chiamiamo quella zona Stortan e… bon» (pp. 115-116).

Maurizio ritiene che la scelta di venire a Vajont non fu affatto democratica, ma pilotata da interessi particolari: “Hanno cominciato a fare i loro progetti senza mai informare la gente. Perché la gente è stupida, la gente non capisce mai niente. Anche se non è vero. E così hanno fatto queste scelte, logicamente politicizzate, perché gli interessi qua a valle specialmente per il Comune di Maniago era un vantaggio enorme, perché praticamente col paese veniva una zona industriale, venivano fabbriche, stanziati dei contributi perché facessero queste fabbriche, perché facessero lavorare questa gente prima del Vajont. Poi è andato tutto come già si prevedeva insomma” (p. 116).

Anche Daniele Mazzucco, assessore a Vajont tra il 1978 e il 1983, contesta la validità del referendum, per i criteri di assegnazione di diritto di voto, e individua una “classe dominante” (socialmente dominante, diversa dunque dalla “élite politica” su cui si concentra l’autrice) che è riuscita a imporre i propri interessi: “Referendum privi di validità, a mio avviso, perché non hanno interessato tutti, perché chi aveva avuto danni, per esempio nel mio caso, mio papà, mia mamma, mio zio, eccetera, non poteva neanche partecipare al referendum perché non era residente a Erto e Casso, perché era stato mandato via negli anni ’60, però le proprietà erano rimaste tutte là. Quindi han tagliato fuori tutta quella parte, decideva chi aveva la residenza, magari non era proprietario di uno spillo, quello ha deciso per tutti gli altri. E quello, per me, è l’errore maggiore che è stato fatto, perché a decidere doveva essere chi ha avuto il danno, non chi, sì… chi ha avuto il danno non ha avuto neanche la possibilità di partecipare alle scelte, se non altro. Va ben, erano parecchi, non era solo la mia famiglia, parecchie famiglie costrette a cambiare residenza, allora si aveva i figli a scuola, o cambiavi residenza o non potevi mandare i figli a scuola. Qualcuno, invece, anche abitando a Tarvisio, o a Bergamo, eccetera, gli Ertani, perché era la classe dominante di allora, anche se abitavano a Brescia da 50 anni, continuavano ad avere la residenza a Erto e Casso, o a Tarvisio da 30 anni continuavano ad avere la residenza a Erto e Casso. Quelli erano residenti, hanno preso tutti i contributi, tutti i sussidi e tutto il resto. Chi, invece, come nel mio caso, è andato fuori, ha perso tutto. (…) Bene o male la scelta della maggioranza è stata fatta con la scelta di venire qua a Vajont. Anche là, a mio avviso, con scelte difficili, perché chi aveva avuto un immobile distrutto lì aveva diritto a un lotto agricolo qua con il doppio della superficie e poi non è stato proprio così, perché anche lì chi era residente ha potuto giostrare, soprattutto se faceva parte della Commissione aree, mi pare, non mi ricordo più come si chiamava, e se guardi come è diviso Vajont, chi era in Comune sta in centro, quest’angolo qua di un potentato, questo di un altro, questo di un altro, bon, non importa. Qualcuno ha potuto ricostruire in zona commerciale, non essendo commerciante, qualcuno ha avuto il lotto, non avendo niente lassù, bon” (p. 118).

4. Generazioni

Nell’ultimo blocco dedicato al Vajont, la Musolino indaga le modalità di adattamento degli Ertani nel nuovo insediamento, ragionando sull’attaccamento ai luoghi, di “radici” e di “origini”, sul passare del tempo e delle generazioni. 

Comincia ricordando l’accoglienza: “Vale la pena di ricordare, se pur brevemente, che l’innesto della comunità ertocassana in un pezzo di territorio espropriato al Comune di Maniago suscitò una vera e propria manifestazione di dissenso da parte di un nucleo di coltivatori maniaghesi, che si videro espropriare le terre per la fondazione di Vajont. Questo malcontento produsse una sorta di stigmatizzazione dei Vajontini, considerati alla stregua di privilegiati, che avevano sottratto un territorio produttivo agli abitanti del comune in questione. Tuttavia, oggi il rapporto difficile che da questa vicenda nacque fra Vajontini e Maniaghesi sembra essere del tutto superato, come affermano quasi tutti gli intervistati” (p. 140).

Altra tensione, stavolta interna: la tradizionale distanza tra ertani e cassani. Anche in questo caso tutti sostengono che è svanita nel tempo con la convivenza a Vajont. Tuttavia, nota la Musolino, questa differenza incise sullo spazio urbano: le case dei Cassani ebbero “un’area destinata a giardino più estesa rispetto agli altri lotti previsti, al fine di compensarli, se così si può dire, della perdita dei terreni che possedevano sul monte Toc” e il paese fu diviso tra “una zona in cui si concentravano le famiglie provenienti da Casso e un’altra in cui si concentravano quelle di provenienza ertana, tentando anche di rispettare i legami di vicinato che caratterizzavano  le frazioni di Erto” (p. 142).

Infine, la tensione tra chi è rimasto nel vecchio paese e chi è “sceso” nel nuovo. Proprio l’esistenza del vecchio centro sollecita di continuo la prima generazione che si è trasferita a Vajont. Rileva la Musolino: «Gianni Antonio Filippin, dell’Associazione Superstiti ed ex vice sindaco di Vajont, mi parla del paese come di un centro “non bello, ma funzionale” e questo è, probabilmente, l’elemento centrale che racchiude il senso della scelta rivendicata tutt’oggi da chi ha scelto di spostarsi, credendo in un salto qualitativamente migliore della propria vita. […] Vajont è rappresentato come un’occasione, come un luogo tranquillo, organizzato funzionalmente in modo piuttosto soddisfacente e comodo, ma non c’è un’identificazione con qualcosa, né con un luogo del paese, né con un evento o una manifestazione, né con un tratto specifico. Vajont è il luogo della casa ricostruita, dell’entrata nella modernità” (p. 145). 

Le cose cambiano parlando con i più giovani, quelli già nati a Vajont. Massimo: “Beh, noi – o almeno io parlo della fascia della mia età – abbiamo ricordi, tra virgolette, nel senso che celebriamo il 9 ottobre, quelle cose lì, abbiamo sentito storie dai nonni, su cos’era prima… però non si può dire che fa parte della nostra storia, fa parte della storia del nostro comune, ma non della nostra storia il disastro del Vajont […] per noi il Vajont è questo, viviamo qui. […] Io mi posso definire ertano […] però non mi sento di dire che sono ertano, io ho origini ertane, però io sono vajontino, perché ho sempre vissuto qua” (p. 146).

La testimonianza di Luca: “Sono del ’72. Io son sempre stato qua e mi son sempre trovato bene, naturalmente perché, essendo nato qua, in questo paese, è il mio paese […] dopo, ho capito che era un paese particolare, nel senso che è nato praticamente quando sono nato io, però per me, sì, è il mio paese, è il paese dove sono nato, son sempre stato, quindi… e io mi sono sempre trovato bene. so che magari tanti… tanti, qualcuno si lamenta… anche magari, non so, per tutte queste vie che hanno tante case uguali, che forzatamente son state fatte in un determinato modo, sì, però io insomma mi son sempre trovato bene” (pp. 146-147).

Le interviste dell’autrice ai più giovani proseguono sul filo dell’“identità” e ricevono risposte che risentono dell’insofferenza per un paese piccolo, il famoso chilometro quadrato o poco più, poco dinamico e che alcuni sentono molto chiuso verso l’esterno e verso chi ha origini diverse (il tema dell’immigrazione resta però sullo sfondo, non c’è nessuna intervista a qualcuno che si è stabilito a Vajont provenendo da altri luoghi che non sono Erto o Casso).

Secondo alcuni è impossibile legarsi a Vajont. Paola: “è un paese un po’ fantasma, hai visto che paese è… con tutte ‘ste case, sembra un villaggio… sì, sembra un po’ un villaggio turistico, no? Io sono di Vajont. Però i miei genitori sono originari di lassù (…). Però Vajont… è un paese che non è un paese…” (p. 148). Secondo altri il paese non è riconoscibile; Massimo: «Non ha una sua identità in giro. Io a scuola, gente di Pordenone, non di lontano: “Vajont? Ma vieni giù da lassù?”» (p. 148); Luca: “Tutti, quando dici Vajont: “Ah ma vieni dalla diga!”. No, ma anche adesso, tantissimi che si fermano qua chiedono dov’è la diga” (p. 148); rivelatori i lapsus di Sara: “Questo è un po’ un Vajont di serie B, questo qui, ecco. No, mi sono sbagliato, è un Erto di serie B, volevo dire, ecco, e Casso, naturalmente” (p. 149).

L’autrice sceglie di chiudere il capitolo con le parole di Ivana: «Non è un paese che ha delle sue origini, un suo modo di fare, cioè ha delle sue cose particolari (…). Alla fine dici sempre “il paese ricostruito in seguito a”, quindi non puoi dire che Vajont è un paese in cui ci si dimenticherà di questa cosa, è sempre il paese ricostruito…» (p. 149). 

5. Conclusioni

Nelle rapide conclusioni l’autrice ricontestualizza il Vajont e le altre new towns all’interno delle tendenze complessive che la società italiana stava conoscendo al momento dei disastri degli anni Cinquanta e Sessanta. “[I]l nuovo centro, la new town post catastrofe è per tutti gli intervistati la porta d’accesso alla Modernità, il luogo, a volte in parte deludente, a dirla tutta, che ha connesso popolazioni più o meno isolate, legate a pratiche materiali e simboliche di matrice antica, contadina e montanara, con i processi del razionalismo industriale o pseudo industriale, in ogni caso con quei processi, in atto in tutta la società italiana dell’epoca in cui si realizzano le ricostruzioni analizzate, di progressiva borghesizzazione dei ceti più bassi e popolari” (pp. 162-163).

Quel che all’autrice preme sottolineare ancora è l’esistenza di un “doppio meccanismo di costruzione identitaria” per cui si rivendica la scelta del nuovo luogo di residenza ma allo stesso tempo si conserva e si coltiva il legame con il luogo d’origine, spesso mitizzato (pp. 162-163).

  1. In nota precisa: sulla base dell’insegnamento del geografo tedesco Herbert Lehmann, si tratta di “leggere, come su un volto, i tratti significativi ed espressivi del paesaggio, nel quale rintracciare le varie stratificazioni storiche e culturali, consapevoli che lo sguardo dell’osservatore è situato storicamente e culturalmente”. []

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