In linea da: 26/08/2014

Avvisi per i posteri. Dalla Prima guerra mondiale. 16

di Marco Toscano

Nuovo appuntamento con le letture del nostro amico Marco Toscano intorno alla prima guerra mondiale, e alla guerra in generale, questa volta sollecitato dal commento di una nostra lettrice.

Cari di storiAmestre, 

più di due mesi fa Lia Botter – che ringrazio – ha lasciato un commento alla mia scheda su Bertha von Suttner, spingendomi a riprendere in mano il diario di Romain Rolland. Per tutta la durata della guerra Rolland annotò letture, incontri, scambi epistolari, testimonianze relative all’attività dell’Agenzia Internazionale dei Prigionieri di guerra con cui collaborava: credeva che fosse necessario “disonorare” la guerra, e questo diario ne è testimonianza. Uscito in francese nel 1952, nel testo preparato da sua moglie, Marie Romain Rolland, tradotto in italiano in due volumi nel 1960 (è rimasta l’unica edizione), il diario è tra l’altro una miniera di notizie sull’atteggiamento degli intellettuali europei e sui tentativi, isolati e collettivi, di dissociarsi dalla guerra e di opporsi al massacro, per cui credo che lo prenderò dallo scaffale altre volte. In molti gli scrissero per dirgli quanto fosse importante aver sentito la sua voce nel buio e nella violenza in cui erano precipitati.

Il 22 marzo 1915 Albert Einstein inviò a Rolland una lettera, in tedesco, che Rolland riporta nel suo diario. Era una lettera di “stima cordiale” per il coraggio con cui si era esposto pubblicamente “per dissolvere i penosi malintesi che dividono il popolo francese e il popolo tedesco”. “Possa il vostro esempio – continuava – svegliare altri uomini eccellenti dall’accecamento, per me incomprensibile, che ha colpito tanti intelletti finora sicuri nel loro modo di pensare e sani nel modo di sentire: è una maligna epidemia”. Tre secoli di sviluppo culturale avevano dunque portato l’Europa “al passaggio dalla follia religiosa alla follia nazionale”? Gli scienziati dei vari paesi si agitavano come se “avessero loro amputato il cervello”. In conclusione, Einstein si metteva a disposizione nel caso Rolland lo ritenesse “un utile strumento sia per la mia posizione che per le mie relazioni con membri tedeschi e stranieri delle Accademie delle scienze”.

In settembre Einstein – trentasei anni e già considerato un genio – andò a trovare Rolland in Svizzera con un amico dell’università di Zurigo. Aveva da poco pubblicato lo scritto sulla relatività, ma Rolland non lo sapeva, e Einstein nel corso dell’incontro non vi fece accenno; fu l’amico di Einstein a bisbigliare all’orecchio di Rolland che si trattava della più importante rivoluzione intellettuale dopo Newton.

Rolland raccontò questo incontro nel suo diario, facendo un ritratto di Einstein, allora professore a Berlino, e delle sue opinioni sulla guerra. Secondo Einstein, tra tutti gli intellettuali i più “deliranti di passioni nazionali” erano letterati e storici: si riferiva alla Germania, ma in Italia la cosa è altrettanto evidente (peraltro aggiunge che in Germania i professori universitari di scienza erano stati messi a dirigere servizi militari o commissioni); tra le cause della guerra individuava l’educazione, che insegnava “l’orgoglio nazionale e la cieca sottomissione allo Stato”. Personalmente Einstein si augurava la sconfitta del proprio paese, proprio per il bene del proprio paese: un atteggiamento che conosceremo in Italia durante la seconda guerra mondiale. In Germania – aggiunge Einstein – tutti erano convinti della vittoria, però in non meno di sei mesi. La guerra sarebbe durata più di tre anni ancora.

Nel farne oggetto della mia scheda, ringrazia ancora una volta e manda i suoi saluti, il vostro 

Marco Toscano

Opinioni di Albert Einstein sulla guerra in corso, di Romain Rolland

Il professor A. Einstein, il geniale fisico matematico dell’Università di Berlino, che mi aveva scritto durante l’inverno scorso, è venuto a trovarmi da Zurigo, dov’egli si trovava di passaggio, col suo amico il professore dott. H. Zangger, direttore dell’Istituto medico legale dell’Università di Zurigo. Passiamo l’intero pomeriggio sul terrazzo dell’Hotel Mooser, in fondo al giardino, fra sciami di api che succhiamo l’ellera in fiore, Einstein è ancor giovane, non troppo grande, viso largo e lungo, criniera abbondante, capelli un po’ crespi e duri, nerissimi e picchiettati di grigio, che si rizzano sopra un’alta fronte, naso carnoso, bocca piccola con labbra grosse, baffetti corti, guance piene e mento rotondo. Parla con estrema difficoltà il francese e lo mescola di tedesco. È vivacissimo e ridente, non può impedirsi di dar forma scherzosa ai pensieri più seri. È svizzero d’origine, nato in Germania, naturalizzato tedesco, poi, se non ho capito male, rinaturalizzato svizzero due tre anni prima della guerra. Ammiro la geniale vitalità di cui è ricca la Svizzera tedesca. […] Einstein è incredibilmente libero nei suoi giudizi sulla Germania, dove vive. Neppure un tedesco ha questa libertà. Un altro al posto suo avrebbe sofferto sentendosi isolato nel pensiero durante quest’anno terribile. Egli no. Ride. Ed ha trovato il modo, durante la guerra, di scrivere la sua opera scientifica più importante. Gli chiedo se esprime chiaramente le sue idee con gli amici tedeschi, e se ne discute con loro. Risponde di no. Si contenta di porre questioni serie, alla maniera di Socrate, per turbare la loro quiete. Aggiunge che alla gente «il sistema non piace molto!». Mi racconta cose non molto allegre, perché dimostrano l’impossibilità di concludere con la Germania una pace duratura, se non dopo averla annientata. Einstein afferma che la situazione gli sembra assai meno favorevole di qualche mese fa. Le vittorie sulla Russia hanno risvegliato l’orgoglio e l’appetito tedeschi. Dappertutto viene sfoggiato la volontà di potenza, la fiduciosa ammirazione della violenza e la ferma decisione di conquiste di annessioni. Il governo è assai più moderato della nazione. […]

Quanto agli intellettuali delle Università, Einstein li divide in due classi assai nette: matematici, fisici, scienze esatte, che sono tolleranti; e storici e letterati deliranti di passioni nazionali. La massa della nazione è prodigiosamente sottomessa, «addomesticata». […]. Einstein accusa soprattutto l’educazione nel suo complesso, orientata tutta verso l’orgoglio nazionale e la cieca sottomissione allo Stato. Non ne crede responsabile la razza, perché gli ugonotti francesi immigrati da due secoli, hanno acquisito i medesimi caratteri. I socialisti sono il solo elemento indipendente (in certo qual modo): e si tratta anche di una minoranza del partito schierata intorno a Bernstein. […] Spera in una vittoria alleata, che distruggerebbe il potere della Prussia e la dinastia. Siccome io gli chiedo se la prova non unirebbe più strettamente la nazione intorno alla sfortuna dei suoi princìpi, Einstein dice scettico che la sua fedeltà non ha una simile natura; per i suoi padroni essa ha un’ammirazione timorosa, il rispetto per la forza e nessun affetto. Se questa forza è scossa, la Germania diverrà come quei popoli selvaggi che, dopo aver adorato, il proprio idolo, lo buttano nelle fiamme quando si rivela vinto. Einstein e Zangger sognano, dunque, una Germania divisa. Da una parte la Germania e l’Austria, dall’altra la Prussia. Ma la sconfitta dell’Impero è più che dubbia. In Germania tutti sono convinti della vittoria, e ufficialmente si calcola che la guerra durerà ancora sei mesi almeno. Tuttavia Einstein dice che i bene informati sanno che la situazione resta grave e diverrebbe svantaggiosa se la guerra durasse di più. […] I professori di scienza delle Università sono stati tutti messi a dirigere servizi militari o commissioni. Solo Einstein ha rifiutato di farne parte. […] Einstein, nonostante la scarsa simpatia per l’Inghilterra, preferisce ancora la sua vittoria a quella della Germania, perché saprà permettere al mondo di vivere meglio.

Parliamo dell’accecamento volontario e della mancanza di psicologia dei tedeschi. Einstein racconta, con grandi risate che, dopo ogni riunione del Consiglio universitario di Berlino i professori si ritrovano tutti in una birreria e là, ogni volta, la conversazione parte dalla domanda: «Perché siamo odiati da tutti?». Allora comincia una discussione in cui ciascuno dà la propria risposta, ma si guarda bene di dire la verità. Narra di una assemblea generale delle Università, che si è svolta segretamente nel luglio scorso. Si è discusso se le Università dovevano troncare o meno ogni loro legame con le altre università e accademie del mondo. La mozione fu respinta dalle Università della Germania meridionale che formavano la maggioranza. Ma l’Università di Berlino appoggiava la mozione. È l’Università più ufficiale e imperialista di ogni altra: i professori sono appositamente scelti per questo fine.

[…] Il 17 mattino (alle 8), sul marciapiede della stazione ritrovato Einstein col suo sacco a mano in partenza per Berna. Scambiamo ancora qualche parola. Einstein dice che lo spirito in Germania ha subito un mutamento da circa quindici anni, da quando Francia e Inghilterra cominciarono a ravvicinarsi. Fino a quel momento la casta militare non aveva preso il sopravvento. Studiando Einstein, osservo che, al pari del ristrettissimo numero di intelletti rimasti liberi in mezzo al generale servilismo, egli è stato portato, per reazione, a vedere della sua nazione il lato peggiore, e a giudicarla quasi con la stessa severità dei nemici del proprio paese. In campo francese conosco uomini che, per gli stessi motivi, potrebbero dargli la mano. (Tenere anche presente che Einstein è ebreo, di qui il suo internazionalismo nel giudizio e il carattere sarcastico della sua critica). 

Nota. Tratto da Romain Rolland, Diario degli anni di guerra 1914-1919, 2 vol., trad. di Giovanna Bonchio, Parenti, Milano-Firenze 1960, I, pp. 411-414; la lettera citata nell’introduzione alle pp. 223-224. (m.t.)

Le puntate precedenti:

15. Simone Weil, La società attuale è un’immensa macchina di cui nessuno conosce i comandi

14. Andreas Latzko, Malato io? 

13. Józef Wittlin, I misteri della subordinazione militare

12. Elias Canetti, Inni nazionali e facce stravolte dall’odio

11. Karl Kraus, Davanti a una bottega di barbiere

10. Jaroslav Hašek, Quale Ferdinando, signora Müller?

9. Virginia Woolf, Togliere dai cuori degli uomini l’amore delle medaglie e delle decorazioni

8. La rivolta della Catanzaro, da Plotone di esecuzione 

7. Emilio Lussu, Un episodio di decimazione 

6. Corina Corradi, La scena si faceva sempre più spaventosa

5. Helena M. Swanwick, Il senso dell’onore è causa di guerre 

4. Romain Rolland, Ciascuno ha il suo Dio e combatte quello degli altri

3. Guglielmo Ferrero, Cesarismo, burocrazia, esercito

2. Bertha von Suttner, La storia insegna l’ammirazione per la guerra

1. Kurt Tucholsky, Una lettera ai posteri

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