In linea da: 06/03/2014

Quando le scienze sociali parlano di “non lavoro”

di Stefano Petrungaro

All’epoca in cui storiAmestre organizzò il convegno “Movimento operaio: storiografia e nuove prospettive”, avevamo discusso di un progetto di ricerca, poi mai avviato, anche con il nostro amico Stefano Petrungaro, che oggi ci manda una sua riflessione a proposito di un dibattito in corso in alcuni ambiti disciplinari sulle categorie di “non-lavoro” o “multiverso dei lavoratori”: sono pensate per analizzare l’attività umana slegandola da quella categoria “lavoro” che in realtà corrisponde al lavoro maschile salariato in fabbrica diffuso nel mondo occidentale per non più di un secolo.

– Tu nella vita che fai?

– Io? Mah, studio storia, indago quel ch’è successo nel passato.

– Bello. Ma intendevo “di lavoro”, che fai?

Avvertenza

Negli ultimi tempi, in certi studi sociologici e interdisciplinari, si parla sempre più di una categoria chiamata “non-lavoro”… Già, non è che i confini tra quel che è considerato “lavoro” e quel che non lo è siano chiari. Il pittore sdraiato sull’erba sta riposando, o sta studiando l’azzurro del cielo? E anche la “pausa” in sé, quanto va scissa dal lavoro, o non va invece intesa come una sua parte integrante? E allora, dove finisce il “lavoro”? 

Questo è un primo ordine di domande che rendono la questione già bella complessa e interessante. Personalmente, a dire il vero, se ho iniziato a leggere qualcosa a riguardo, è perché mi interessava anzitutto un altro versante della tematica, legato non al riposo, all’attività ricreativa, ai cosiddetti hobby, bensì a quella lunga serie di mestieri che spesso non vengono e non sono stati ufficialmente riconosciuti come lavori “veri e propri”: artisti e venditori ambulanti, elemosinanti, prostitute, per esempio. E a parte simili casi “estremi”, sono innumerevoli le occupazioni che in passato – e oggi la situazione è solo peggiorata – non godevano di pieno riconoscimento giuridico, di rappresentanza sindacale, di protezione sociale. Il moderno diritto del lavoro e il moderno stato sociale, d’altronde, sono stati costruiti attorno alla figura dell’operaio salariato industriale. E gli altri? Per restringere il campo: come la mettiamo con quelli che attualmente vengono detti i “precari” del lavoro, i lavoratori “atipici”?

Alla ricerca di una categoria adatta per raggruppare simili lavoratori in una ricerca di taglio storico, ho cercato di mettere a fuoco la nozione di “non-lavoro”, una categoria che viene usata per decostruire la presunta centralità del lavoro “normale”, insomma il posto a tempo indeterminato, full-time, con le tutele sociali a esso connesse. In questo modo alcuni studiosi cercano di dare un nome collettivo e di tematizzare tutto ciò che, a vario titolo, non gode di piena cittadinanza nel mondo lavoro, e che tuttavia ti fa lavorare, eccome. Ho letto parecchio, ne ho discusso, ci ho persino organizzato un workshop interdisciplinare. Volete sapere a che conclusione sono giunto?

Aha, no no, non ve lo posso dire subito. Perché uno degli aspetti divertenti di questa categoria è proprio una certa ambiguità intrinseca, che stimola parecchio la riflessione. Allora facciamo così: io riassumo qui di seguito alcuni pensieri, così che ognuno si possa costruire la propria opinione. Leggendo, si noterà senz’altro anche la mia, ma non è certo quello l’importante. Piuttosto, visto che ultimamente se ne parla sempre più, credo possa essere interessante pensare un po’ a quel che possa star dietro all’espressione “non-lavoro”. Presento perciò ai lettori e alle lettrici del sito una versione rielaborata di un mio articolo di prossima uscita sulla rivista Südost-Forschungen.

Quando si dice “non lavoro”

1. Negli ultimi decenni la “storia del lavoro” ha vissuto svariate evoluzioni che hanno portato a un suo profondo ripensamento. Agli ambiti tradizionalmente coperti dalla storia del movimento operaio, si sono aggiunte la prospettiva di genere, quella culturale, transnazionale e globale. Inoltre, ha avuto luogo un deciso ampliamento della nozione di “lavoro”, tale da arrivare a includere un’ampia serie di occupazioni prima non prese in considerazione. Leggiamo infatti che il proletariato “classico”, ossia industriale, era sempre “attorniato da, e intrecciato a un variegato ‘semi-proletariato’ di venditori ambulanti, mezzadri, lavoratori domestici, prostitute, lavoratori autonomi, elemosinanti e da chi rovistava nei rifiuti” (Marcel van der Linden, Globalizing Labour Historiography. The Amsterdam Approach, in “Arbeit”. Geschichte-Gegenwart-Zukunft, a cura di Josef Ehmer, Helga Grebing, Peter Gutschner, Leipzig 2002, pp. 151-164, qui p. 159). È un insieme assai eterogeneo di mestieri e attori sociali, che per questo è stato definito un “multiverso” del lavoro e dei lavoratori: una categoria che ben si presta per l’analisi di situazioni geografiche e temporali anche distanti l’una dall’altra.

Ciò ha a che fare con le critiche mosse, fin dagli anni Settanta del Novecento, al concetto di “classe operaia” e che hanno avuto forti ripercussioni anche in storiografia. Non a caso, una parte dei mestieri chiamati in causa nella citazione poco sopra formavano quel Lumpenproletariat cui Marx ed Engels rifiutarono lo status di classe. Non “operai” e nemmeno proprio “lavoratori”: si sarebbe trattato di soggetti storici al margine del mondo del lavoro e al di fuori di una “coscienza di classe”, membri di ciò che ultimamente sempre più spesso viene definito “non-lavoro”. Questa categoria, infatti, attualmente è sempre più utilizzata, da sociologi e altri umanisti, tendenzialmente in riferimento al mondo del “precariato” tipico del tempo presente.

Nell’ottica di una riflessione sul “multiverso” del lavoro, ossia sulla natura assai variegata del mondo del lavoratori, occorre mettere maggiormente a fuoco la categoria di “non-lavoro” (così come altre che a essa sono affini e parzialmente si sovrappongono, di cui però non mi occuperò in questa sede). Come “chiamare” ciò che viene ritenuto ai margini del mondo del “lavoro”, del lavoro cioè socialmente, giuridicamente, amministrativamente, economicamente riconosciuto? “Chiamare” vuol dire già “definire”, e ciò significa che l’analisi è già iniziata. La domanda diviene quindi: come “studiare” i confini del lavoro? Le considerazioni che seguono trarranno ispirazioni dal panorama interdisciplinare degli studi esistenti, mirando a mettere a fuoco soprattutto le questioni storiografiche.

2. Il “non-lavoro”: per capire cosa si intenda in una data epoca, in un dato luogo, in un dato ambiente sociale, per “non-lavoro”, occorre necessariamente sapere cosa si intenda nelle stesse circostanze per “lavoro”. Com’è noto, il significato ascritto socialmente, culturalmente, legislativamente al “lavoro” dipende – e varia notevolmente – da epoca a epoca, da un contesto sociale e geografico all’altro. Se, tuttavia, vi sono delle apprezzabili sintesi generali sul tema del “lavoro”, non è così per la sua negazione. Non conosco sintesi storiche del concetto di “non-lavoro” e sono estremamente rare le opere storiografiche che offrano panoramiche generali dei fenomeni a esso legati.

Limitandoci all’epoca contemporanea (secoli XIX-XX), e al di là dello specifico lemma, la “negazione” del lavoro, cioè ciò che non veniva inteso come lavoro “vero e proprio”, dovette necessariamente fare i conti con la “formalizzazione” del lavoro in Europa, ossia con l’avanzata del capitalismo industriale nel corso dell’Ottocento. Nel corso di questi sviluppi politico-economici, si è affermata anzitutto nei Paesi dell’Europa occidentale una “norma”, legata al lavoro salariato, il cui tipo ideale era il lavoro salariato industriale, incarnazione di un rapporto di lavoro divenuto “normale”. Avvenne quindi al passaggio tra Otto e Novecento una “codificazione del lavoro”, che di quest’ultimo tentò di stabilire i confini.

Di “deviazioni” rispetto a questo modello, ossia di forme di “non-lavoro”, vi sono sempre stati infiniti tipi. Anche alcune di esse andarono incontro a un processo di formalizzazione. Nacque così, per esempio, la moderna “disoccupazione”, altro concetto sorto parallelamente alla codificazione statale e giuridica del “lavoro” di fine Ottocento: è una formalizzazione di una precisa inattività lavorativa, i cui confini giuridici mutano nel tempo, e ha una sua storia in ambito giuridico, amministrativo, nelle scienze statistiche. Similmente, si mise a fuoco il “tempo libero”, quale ambito nettamente distinto da quello lavorativo. Anche concetti affini come quello di “ozio” mutano e si rinnovano nel tempo, e nasce il volontariato moderno, per esempio in ambito sociale. Un’ulteriore, estrema forma di lavoro “anomalo” è il lavoro coatto, che recentemente attira sempre più l’attenzione degli studiosi. 

Alla definizione del lavoro “formalizzato” – e alla sua conseguente distinzione rispetto a tutto il “resto” – si agganciava la nascita del moderno Stato sociale, ciò che significa, tra le altre cose, l’introduzione dell’assicurazione sociale, dell’assicurazione per malattia, per la pensione etc. Nacque così parallelamente anche il moderno diritto del lavoro, e si articolò il moderno sistema rappresentativo dei lavoratori, ossia sindacale. Questi sviluppi erano strettamente intrecciati ad alcune determinate forme di lavoro, anzitutto quello salariato industriale. La formalizzazione di determinati rapporti di lavoro portava all’automatica esclusione, dal punto di vista legislativo, amministrativo, come spesso pure nell’immaginario comune, di tutte le altre “attività”, ricondotte in un ampio e vago ambito del “non-lavoro”, soprattutto se si trattava di attività non continuative, prive di un’entrata regolare o non retribuite affatto, non definite chiaramente per mezzo di orari di lavoro e che non erano vincolate a un luogo di lavoro.

Ben presto, però, simili, rigide dicotomie tra ciò che veniva concepito come “lavoro” e il suo “Altro” iniziarono a essere criticate, anzitutto dalle esponenti del pensiero femminista. Non è certo un caso se, anche nella letteratura scientifica, è in questo ambito che incontriamo un utilizzo non più episodico, ma frequente e maggiormente ragionato, della categoria “non-lavoro”. Si sviluppò così una critica all’ideologia del male breadwinner (l’uomo che mantiene la famiglia) e al mancato riconoscimento del lavoro domestico, elemento integrante e cruciale dell’economia familiare e sociale. Per richiamare il complesso dei “lavori” generativi, (ri)produttivi e domestici, si tendeva comunque a utilizzare prevalentemente espressioni come “lavoro domestico” e “lavoro di sussistenza”.

Nel corso della seconda metà del Novecento, e in modo particolare a partire dalla crisi economica degli anni Settanta, è aumentata la consapevolezza, in tutte le discipline umanistiche e sociali, rispetto al carattere fittizio di una netta distinzione tra “lavoro” e “non-lavoro”. L’attenzione si è progressivamente spostata dalla fabbrica verso la società e dal lavoro salariato verso la complessa interazione di numerose tipologie di attività economiche, ufficiali e ufficiose, formali e informali. È un vasto insieme di fattori quello che determina, da sempre, il funzionamento di un’economia familiare, ciò che ha portato a parlare di makeshift economies (lett. “economie di fortuna”), ossia assemblaggi di entrate di natura assai diversa.

Anche la filosofia politica, basti pensare al filone operaista e post-operaista, ha riflettuto intensamente sulla frammentazione e la riformulazione del lavoro negli ultimi decenni, con il focus sulle forme occupazionali precarie contemporanee, per le quali si usa non infrequentemente proprio la dizione di “non-lavoro”.

In un’ottica differente, anche negli studi di psicologia del lavoro sono emerse forti incertezze circa la possibilità di distinguere chiaramente la sfera del “lavoro” da quella del “non-lavoro”, benché qui, come in molti altre tradizioni di studio, si tenda ad associare il “non-lavoro” alla sfera del privato o alla disoccupazione, e quindi a fare un uso del concetto di “lavoro” che lo lega a livello teorico con le attività lavorative contrattualizzate e formalizzate.

Più utile per il ragionamento che stiamo svolgendo è l’utilizzo operato recentemente in molti studi di sociologia del lavoro e in alcuni studi multidisciplinari. In essi si ricorre, oltre alla classica nozione di “precariato”, anche a quella di “non-lavoro” proprio per riferirsi alle innumerevoli forme di lavoro “atipico” caratteristiche dell’epoca post-fordista: contratti a progetto, posti a tempo determinato, compensi per performance, mini-jobs ecc. Si tratta di forme contrattuali e lavorative che si sottraggono alla sfera del diritto del lavoro, che privano gli “pseudo-lavoratori” di sistemi organizzativi, meccanismi di rappresentanza, di protezione sociale.

L’uso che viene fatto attualmente di questa categoria è quindi sia provocatorio che analitico, e ha come fine quello di decostruire gli aspetti “normativi” di certe accezioni del lavoro. L’obiettivo non è di delimitare la sfera della “vita”, del “privato”, del “tempo libero”, e di distinguerla rispetto a quella del “lavoro”, ma al contrario di dilatare l’ambito del “lavoro” fino a includervi numerose forme di occupazione e attività, anzitutto i lavori non formalizzati e “irregolari”.

La categoria del “non-lavoro” ha il vantaggio di focalizzare subito e in maniera diretta il rapporto con il lavoro, quello normativo ed egemone. Ha inoltre il vantaggio di avere una sfera semantica assai ampia, che permette di includere numerosi fenomeni all’interno di una categoria “ombrello”, che agevola peraltro il dialogo interdisciplinare. Una certa ambiguità intrinseca al concetto, inoltre, porta con sé il pregio di risultare particolarmente stimolante per indagare fenomeni sociali “di confine” in numerosi riguardi. Nella sua non-autoevidenza si può riconoscere la sua forza, poiché “inserisce un dubbio relativo a quel fatto sociale totale che sembra evidente”, il “lavoro”, appunto, permettendo così di pensarlo criticamente (Yoann Boget, Martin Baloge, Ségolène Débarre, Miriam Freitag, Hanna Klimpe, Masoud Pourahmadali Tochahi, Penser le (non-)travail: perspectives interdisciplinaires, numero monografico della rivista Trajectoires, 2012/6).

Tuttavia, ha lo svantaggio di essere spesso fuorviante, poiché in certi contesti tradizionalmente si riferisce, come abbiamo brevemente visto, ad ambiti di inattività o di attività non direttamente legate al sostentamento individuale o familiare (il tempo libero, il riposo). La categoria di “non-lavoro” esige pertanto un costante chiarimento rispetto al significato che si sceglie di attribuirle, dovendo distinguere tra quello più “tradizionale” (esterno alla sfera del lavoro) e quello più “critico”, che intreccia più dinamicamente il lavoro formalizzato e le attività informali, e soprattutto amplia la sfera semantica del “lavoro”.

Per via di queste difficoltà, pur riconoscendo l’utilità degli approcci che ne fanno uso, torna molto utile il concetto di “multiverso dei lavoratori”, che mi pare maggiormente intuitivo, essendo sufficientemente elastico, senza però originare troppi equivoci. Esso ha inoltre il pregio di porre fin da subito il focus sul concetto di lavoro – e non in una sua, seppur provocatoria, negazione –, in una accezione ampliata fino a includere i lavoratori non ortodossi. Rinunciando alla nozione del “precariato”, generalmente assai legata all’estrema contemporaneità, la nozione di “multiverso dei lavoratori” sembra più adatta a una sua applicazione “retrospettiva”, al passato, insomma in un’ottica storica. Nel lemma confluiscono il filone della new labour history e quello della storia sociale delle classi subalterne, sulle quali bisogna ancora dire almeno qualcosa.

3. Anche in ambito strettamente storiografico la presunta “normalità” di certe forme contrattuali e lavorative è stata ampiamente criticata. Ciò si ricollega a quel rinnovamento della “storia del lavoro” (labour history) cui ho fatto riferimento all’inizio di questo testo. A esso si possono ulteriormente aggiungere diversi altri filoni storiografici, che dei vari mestieri in qualche modo ritenuti “marginali” si sono occupati da sempre, seppur chiamandoli con molti altri nomi, e questo perché approcciati non solo o non necessariamente in un’ottica di storia del lavoro.

Anzitutto, per un’indagine dei “confini” del lavoro, rimane di enorme importanza la ricca tradizione della storia sociale/dal basso, quindi le opere di autori ormai “classici” per lo studio della storia delle società europee occidentali (meno per quelle europee orientali, cui mi interesso io) come George Rudé, Christopher Hill, Charles Tilly, oltre naturalmente a Eric J. Hobsbawm e l’“eterodosso” Edward P. Thompson. A essi occorre aggiungere la storia dei marginali sociali, la microstoria e la storia antropologica, la storia di genere e quella culturale. 

Un’attenzione particolare andrà dedicata alla trattazione storiografica del cosiddetto “settore informale” da parte della storia socio-economica, ma qui si apre un altro capitolo, che non è il caso di affrontare ora. Torna utile osservare almeno che grazie al corpo di studi sorto in quest’ambito e all’approccio comparativo che lo sostanzia, sia sincronico (globale) che diacronico, emerge con grande chiarezza la limitatezza di uno sguardo che concepisca il lavoro salariato industriale come “norma” del “lavoro”: tale regolamentazione è stata “tipica” solo per un determinato e limitato periodo della storia europea, solo per alcune sue regioni e solo per alcuni loro gruppi di lavoro. I rapporti di lavoro “poco o per nulla regolati sono, dalla nascita del capitalismo e visto in termini globali, ben più ‘tipici’” (Andrea Komlosy, Christof Parnreiter, Irene Stacher, Susan Zimmermann, Der Informelle Sektor. Konzepte, Widersprüche und Debatten, in Ungeregelt und unterbezahlt. Der informelle Sektor in der Weltwirtschaft, Frankfurt am Mein 1997, pp. 9-28, qui 21).

Già solo all’interno del campo storiografico, quindi, le tradizioni di studio da raccogliere sono molte e ricche. Per rintracciare una via da seguire all’interno di questo mare di studi, che diventa un oceano se includiamo anche altre discipline oltre alla storia, può tornare utile ragionare di gruppi sociali specifici, delle peculiarità del loro rapporto con lo Stato, il diritto, il pensiero comune, e di riflettere infine su come “chiamare” l’oggetto d’indagine.

Delle varie categorie, infatti, si può e si deve discutere. Perché la riflessione sulle categorie non è certo una questione puramente nominalistica, visto che dietro a ogni categoria (e se ne potrebbero aggiungere molte altre, rispetto a quelle qui chiamate in causa) stanno accenti diversi, talvolta approcci e in genere obiettivi di ricerca specifici. Proprio per questo ho voluto brevemente illustrare, per esempio, le diverse interpretazioni date a quella di “non-lavoro”, e accennare ad altre categorie che possono risultare utili per avvicinare, da angolature differenti, la tematica generale. Se, abbiamo visto, “non-lavoro” è una nozione stimolante ma assai controversa, “settore informale” o ancor più “multiverso” dei lavoratori sembrano prestarsi meglio a descrivere ciò di cui ci stiamo occupando. In ogni caso, non intendevo scrivere un plaidoyer per una categoria, ma per un’area d’indagine e un approccio, che sarebbe importante accogliere anche per lo studio dell’area di cui mi occupo io, il Sud-est Europa. 

Rileggendo il testo devo dare ragione agli amici della redazione del sito di storiAmestre, che me l’hanno fatto notare: in queste disquisizioni terminologico-concettuali non salta mai fuori la parola “sfruttamento”, che è un po’ la sostanza del precariato e del lavoro non retribuito, comunque lo si voglia chiamare. Già, suona certamente un po’ “vecchio stile” chiamare in causa lo sfruttamento, ma è indubbiamente l’elemento centrale delle dinamiche che danno corpo a tante attività lavorative. Forse non aiuta a dar loro un nome, ma ne è certo la caratteristica essenziale.

Al di là delle ragioni personali che mi hanno portato a confrontarmi con il precariato in chiave storica, le questioni sollevate da una nozione come quella di “non-lavoro” sono di ampia portata, riguardano, come ho brevemente riferito, la maggioranza della popolazione del passato, se lo guardiamo in un’ottica globale e di lungo periodo. E riguardano, neanche a dirlo, un gran numero di noi. Se una delle “giustificazioni” classiche per lo studio della storia (si sa, gli storici, come tutti gli umanisti, stanno sempre sulla difensiva) è che “lo studio del passato serve a comprendere meglio il presente”, o come minimo a guadagnare spunti per riflettere criticamente sul presente, beh, in questo caso il gioco vien facile…

1 commento per Quando le scienze sociali parlano di “non lavoro”

  • Giovanni Levi

    Il tema è naturalmente fondamentale, ma credo si debba separare il lavoro come fatto generale, non formale, cioè ogni attività legata alla sussistenza materiale e immateriale dal lavoratore, cioè da chi svolge il lavoro. Per spiegarmi: l'errore dell'organizzazione sindacale che si articola sul luogo di lavoro e su chi lo svolge è di aver appunto separato questo da tutto ciò che si svolge in un territorio: per esempio il problema dei bambini di quel territorio, della scuola, delle persone che fanno una vita precaria ecc. perché tutto questo ha relazione col lavoro e non solo con chi svolge il lavoro normato. Un esempio clamoroso è la vicenda della Fincantieri, in cui i lavoratori normati (e oggetto dell'intervento sindacale) sono a Marghera solo un terzo delle persone che svolgono lavori nella fabbrica, in appalti che sono gestiti da imprese che hanno ragione sociale per esempio in Tunisia e che quindi stipulano contratti tunisini. Il sindacato non ha la possibilità di intervenire perchè per quanto l'attività sia svolta a Marghera i lavoratori hanno contratti, salari, pensioni, orari ecc. tunisini. Certo qui si tratta di lavoratori normati, sia pur con norme differenti, ma l'esempio mi serve per dire che l'organizzazione sindacale dovrebbe trasformarsi separando il luogo di lavoro (l'impresa) dal luogo complessivo dove il lavoro si svolge che comprende non solo il lavoro in fabbrica ma tutto quello che si svolge in quel luogo, a cominciare dai bambini e dai loro asili, dalle scuole, dai vecchi, dai mendicanti, dai precari, da tutte le persone che dipendono dal lavoro anche se non svolgono un lavoro normato ecc. Per quanto mi rendo conto di essere stato piuttosto confuso, quello che voglio dire appunto è che ci sono due idee di lavoro, quello che fa il lavoratore normato e quello che riguarda la totalità delle persone che hanno relazioni di qualsiasi tipo con i risultati delle attività che si svolgono in un'area specifica. La debolezza del sindacato deriva appunto dal fatto che si occupa di lavoratori 'ufficiali' e non di tutto quello che riguarda le persone che col lavoro hanno relazioni. Così mi pare necessario, anzichè inventare classificazioni come 'multiverso', che pure partono dalle persone come separate, recuperare alla storia del lavoro una territorialità complessiva in cui ogni attività recuperi il suo significato in una catena di relazioni anziché nella sua separatezza normata o precaria.

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