In linea da: 24/11/2013

Nessuno si consideri in salvo. Presentando Manlio Calegari

di Piero Brunello

Pubblichiamo l’intervento con cui Piero Brunello ha introdotto Manlio Calegari, primo ospite della nuova serie degli “spunti-ni storici” di storiAmestre.

1. I soci di storiAmestre conoscono già Manlio Calegari. È venuto a trovarci più volte: ricordo la prima tanto tempo fa (forse i primi anni Novanta?), al Municipio di Mestre; poi, quando è uscito il quaderno di storiAmestre Pensieri da un motorino, di Gigi Corazzol, è stato lui, insieme a Giovanna Lazzarin, a presentarlo nella sede degli Itinerari educativi in via Pio X; un’altra volta, proprio in questa sede, ha presentato il suo Museo operaio, in cui ciascuno doveva scegliere un oggetto da mettere nel museo (un po’ quel che facciamo noi con la rubrica Oggetti del nostro sito). Abbiamo pubblicato una rievocazione sua e di Jeff Quiligotti sui fatti di Genova del 1960, in occasione del cinquantenario. 

Oggi Manlio ci rende partecipi delle sue riflessioni su una questione personale, se si vuole, ma che ha risvolti archivistici, storiografici e politici. Nel corso di un ventennio Manlio ha raccolto 201 cassette con interviste a ex partigiani e adesso, sembrandogli che quelle interviste possano essere difficilmente comprensibili se non a chi le ha raccolte, cioè a lui stesso, si chiede cosa farne. Su questo ci ha mandato gentilmente uno scritto per il nostro sito. Comincia così:

«Il 7 settembre 2012 è toccata a Licio. Per soli due mesi ha mancato il traguardo degli 89 anni. Nato il primo novembre del 1923, il giorno dei Santi – per questo di vero nome faceva Santo – in casa lo chiamavano Licio per compiacere uno zio “americano”. Inutilmente perché questi, alla sua morte, non aveva dato segni d’accorgersene. Licio se n’è andato verso sera. Prima di cena faceva sempre una dormitina – poca roba, un quarto d’ora al massimo. Sosteneva che gli facesse venir appetito. La sera del 7 però aveva detto alla moglie Esterina che dubitava che il sonnellino gli sarebbe servito: “Ma guarda che strano, diceva, oggi proprio zero fame”. S’era sdraiato egualmente sul divano ma non si era più alzato». 

2. La morte di Licio costringe Calegari a riflettere sul lavoro di una vita. Per cominciare, quei nastri sono un archivio: va conservato? tenuto in casa? affidato ad altri? A dire il vero, l’opzione che Manlio mette in cima al suo ipotetico sondaggio è: “Distruggere”. Questo mi fa in venire in mente un convegno organizzato parecchi anni fa da storiAmestre in una sede del Consiglio di Quartiere di San Lorenzo (Nicola Gallerano, che ora non c’è più, parlò di “Archivi del potere, potere degli archivi”, e Giulia Barrera di “Diritti della ricerca e diritti alla privacy”), e in particolare l’intervento di Giovanni Levi (tra le altre cose un “torinese-genovese”: lo sottolineo perché tornerò sulla geografia). In quell’occasione non dico che Levi auspicò la distruzione di un bel po’ di fonti per l’età contemporanea, questo no: ma mostrò come la sovrabbondanza di fonti faccia sì che la storiografia dell’età contemporanea sia fattuale, si limiti a riproporre tale e quale il materiale documentario, con una certa propensione all’inedito e allo scoop, ricalcando perlopiù i temi della storia politica, e continuando a lamentarsi della mancanza di documentazione; laddove la scarsità delle fonti per i periodi più antichi costringe chi se ne occupa a porsi domande e ad affinare le proprie categorie interpretative, in un dialogo con le scienze sociali. Conclusione, paradossale naturalmente: la storiografia per l’età contemporanea avrebbe tutto da guadagnare se avesse meno archivi a disposizione. 

3. Poi Manlio si pone una domanda non meno radicale: “e anche se i nastri fossero conservati?”. In effetti, quando ascolti un’intervista, ti manca «quello che l’intervista non contiene ma è decisivo per la sua comprensione». Che cosa? «Il non detto», per cominciare, «senza il quale il detto risulta inutilizzabile». Nel suo scritto Manlio – e credo che qui ne parlerà – riporta qualche esempio di battute che non si trovano in una intervista, ma che ne rappresentano la chiave interpretativa. Ci sono molte cose che intervistato e intervistatore considerano ovvio, e che non c’è bisogno di dire. E poi c’è il momento storico in cui l’intervista è avvenuta.

L’interrogativo posto da Manlio riguarda solo le interviste e gli storici che utilizzano le interviste? Vitaliano Freguglia ha mandato questo commento al nostro sito: «Chi non si occupa di storia orale non si consideri in salvo. Questo il sugo che ho tratto dalle riflessioni di Calegari. Le carte scritte possono essere soggette altrettanto, se non di più, a manipolazioni, fraintendimenti ecc. A volte casuali, a volte maliziosi, ecc. tanto più certi quanto più lungo e tortuoso è stato il passamano. L’invito fermo (e sottile) di Calegari a non “inquinare” insomma va preso sul serio da tutti. Dice: non mi tange, io sono modernista. Cosa vuoi modernistare, benedetto?».

La faccenda riguarda per esempio chi scrive una biografia. Mentre discutevamo il commento di Freguglia, Filippo Benfante mi ha mandato un brano in cui Cesare Garboli, parlando dello scrittore Antonio Delfini, che aveva conosciuto di persona, dice di aver provato a «tracciare una scheda biografica», ma che gli era successo «un fatto curioso». «Dai dati esteriori della vita di Delfini – scrive Garboli –, anche se li riassumo con scrupolo e li ricostruisco con una certa penetrazione psicologica, non emerge affatto un uomo straordinario. […] Dov’è la diversità del Delfini che ho conosciuto? Naturalmente, questo dipende dal fatto che la vita è una cosa (mi dico) e una biografia un’altra; la vita di una persona non sta mai nei fatti (nel che cosa) ma nelle modalità (nel come) quei fatti furono vissuti […]. Irriducibile, esiste una frazione di realtà intima, inesplicabile, incomunicabile che andrà sempre perduta (la “vita”) e non potrà mai raggiungere, come Achille la tartaruga, la sua foce storica, sociale, istituzionale (la “biografia”)» (Prefazione a Antonio Delfini, Diari 1927-1961, a cura di Giovanna Delfini e Natalia Ginzburg, Einaudi, Torino 1982, pp. IX-X).

La questione tuttavia riguarda tutti, anche chi non si occupa di storia né per professione né per diletto. È una faccenda esistenziale. Tutte le cose che appartengono a una persona infatti, al momento in cui questa persona non c’è più, diventano immediatamente fonti storiche, e come tali di competenza, per così dire, di chi si occupa di storia: soggette quindi ad analisi, conflitti, malintesi, cancellazioni e via dicendo. Vuol dire diffidare degli storici che si presentano alla porta? Dipende dalla persona che bussa, naturalmente: è poi da sperare che la voce dello storico non si sovrapponga a quella degli individui che egli tende a considerare i “suoi” personaggi. In fondo il testo di Manlio c’invita a riflettere anche su questo.

4. A Manlio è capitato di raccogliere interviste nel momento in cui i suoi interlocutori «potevano parlare liberamente della loro Resistenza senza doversi preoccupare di quello che dicevano», perché, col passare del tempo, non si preoccupavano più dei punti di distacco – non pochi e non di poco conto – tra i loro ricordi e la retorica resistenziale. Per tanti motivi che Manlio spiega, a un certo punto la retorica non reggeva più: «Era l’inizio di approfondimenti e revisioni in precedenza impossibili», ha scritto nel pezzo che ci ha mandato per il sito.

Credo sia anche per questo, che i suoi libri sulle vicende partigiane a Genova e nel genovese siano così riusciti, a parte il fatto che Calegari è un vero scrittore. Prendo il libro Comunisti e partigiani: Genova 1942-1945, Selene, Milano 2001. Ragazzi giovani che vanno in montagna per nascondersi e non per combattere, pacifisti perlopiù e non combattenti; che scelgono la parte giusta senza averne la certezza per parecchi mesi. Togliere enfasi alla scelta iniziale, come se quella comprendesse tutto quello che avverrà dopo. Centralità della guerra, e di una guerra civile, che mette gli individui difronte a situazioni tragiche e a fare cose che mai avrebbero pensato possibile. Importanza di ricostruire vicende biografiche. Generazioni che non si capiscono: da una parte i militanti che tornano da Ventotene, dall’altra i più giovani che trovano parole nuove grazie a un bricolage di letture e di incontri con vicini, compagni di studio o di lavoro: Manlio capisce tutti e due i punti di vista, ma ama i secondi, i comunisti sui generis, come li chiamerà nel libro La sega di Hitler (Selene, Milano 2004, p. 15). 

Il suo amico Gino, ex operaio all’Ansaldo, è uno di questi personaggi, e compare nella Sega di Hitler. Da Gino, Manlio ha imparato molte cose: che lo “sviluppo” è una delle idee più nefaste per il genere umano; come si lavora e si lotta in fabbrica; come si coltiva una vigna e si fa un vino bianco. L’Otto settembre Gino aveva disertato, aveva rifiutato di presentarsi al bando della Repubblica sociale, non aveva fatto la Resistenza armata: era scappato e si era nascosto. Pensando ai lavori artigianali che piacciono a Manlio, ma anche a me, dico che questo libro è un capolavoro. Racconta una ricerca: incontri, interviste, approfondimenti, dubbi, il passaggio da una persona a un’altra, da una conoscenza a un’altra, e così via, di capitolo in capitolo: e così raccontando i dubbi e gli interrogativi della ricerca, Manlio espone le conclusioni a cui arriva via via.

«Io sono sempre stato un dilettante, molto dilettante. Mi sono reso conto che quasi tutte le persone che ho interpellato sono persone intelligenti», ha detto Manlio in un’intervista. E più avanti: «Vuol dire che parlavo con degli intellettuali veri» (intervista di Marianna Tamburini in Il microfono rovesciato. Dieci variazioni sulla storia orale, a cura di Alessandro Casellato, Istresco, Treviso 2007, p. 34). In questo libro lo si sente bene: Manlio dialoga con persone che rielaborano la propria memoria, fissano notizie e ricordi lungo scansioni cronologiche, interpretano vicende personali e collettive. In altre parole sono persone che fanno storia, come si dice: Manlio ne è consapevole, e lo si sente dal suo tono di voce e dal timbro della sua scrittura.

5. Nell’intervista che ho appena citato, Manlio dà un giudizio severo sulla storiografia legata alla retorica resistenziale: «Forse sono un po’ settario, ma gli studi che si salvano durante i quarant’anni precedenti sono pochi: i libri di memorialistica e quelli di impostazione messi insieme si contano sulle dita di una mano» (p. 37). Al contrario, possiamo notare che la narrativa racconta la resistenza in modo non retorico fin da subito. Per restare in ambito ligure, Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino, è del 1947. Come dirà lo stesso Calvino nella Prefazione alla seconda edizione del 1964, il romanzo voleva «lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata». I personaggi sono «tipi un po’ storti», e «nessuno è eroe» (cito dall’edizione Mondadori, Milano 1993, p. XIII). Ricorderò ancora solo I ventitré giorni della città di Alba, di Beppe Fenoglio, del 1952; Una questione privata, sempre di Fenoglio, che esce postumo nel 1963; e I piccoli maestri, di Luigi Meneghello, del 1964. Cito questi libri per dire come in fondo la narrativa sia rimasta ai margini della formazione di una coscienza civile, lasciando il canone resistenziale, e cioè un momento di passaggio fondante della repubblica, in mano ai partiti; su alcuni temi, come quelli che troviamo nei romanzi e poi nei libri di Manlio, la storiografia arriva tardi, e solo dopo essersi liberata dai vincoli imposti da uno specifico spazio politico istituzionale. Sarebbe interessante semmai chiederci che cosa questa relativamente nuova storiografia – con la ricerca dei comunisti sui generis – ci dice del nostro tempo e dello spazio politico istituzionale in cui abbiamo vissuto e viviamo. 

6. Prima di studiare la Resistenza, Manlio ha avuto molto interesse (e ha continuato ad averlo) per il lavoro, le tecniche e le capacità manuali, le soluzioni inventive che risolvono un problema pratico e migliorano uno strumento. Ricordo molti anni fa, direi quasi trenta, una camminata con lui da Genova fino alla vigna che coltivava sopra una collina, giusto accanto alla casa di Gino, da cui si vede il mare: e ricordo camminando le sue osservazioni sui segni della storia nel paesaggio e nel terreno, dapprima nei materiali, nello stile e nell’intonaco dei palazzi dei vicoli, e poi, uscendo dalla città e salendo verso le colline, nelle piante, nei muretti a secco, nella forma dei campi, nelle tracce di pre-esistenze. Qui c’era un orto, lì una torbiera, più avanti una canalizzazione o un pascolo, o una carbonaia. Dietro queste osservazioni s’intravvede la storia di ecosistemi, delle trasformazioni delle colture e delle pratiche agricole. Potrebbe venire, Manlio, da un’altra città e da un’altra scuola storiografica? Mentre stavo per chiudere queste osservazioni, pensando al fatto che a Genova, grazie alla presenza di studiosi come Edoardo Grendi (ma anche Lucio Gambi), la storia locale nasce dalla ricerca sul terreno secondo la tradizione britannica (i documenti d’archivio sono un sussidio), ricevo un dattiloscritto di Alessandro Casellato sui rapporti tra microstoria e storia orale in Italia, che sottolinea il rilievo e la specificità della scuola genovese, «per l’intreccio tra storia e geografia». È una scuola, scrive Casellato, attenta «allo studio empirico del territorio» e all’osservazione microscopica: una pratica che ricorda quella «degli archeologi e dei topografi, interessati all’osservazione dei manufatti o delle risorse vegetazionali o delle tracce lasciate dalla vita passata, da tenere in dialogo con i giacimenti documentari presenti negli archivi».

Faccio fatica a pensare a Manlio lontano da Genova, non fosse altro che per la cadenza quando parla. Sono i luoghi che lui ha studiato fin dall’inizio, fin da quando ricostruiva i modi di lavorare nella siderurgia ligure del XV secolo; o fin da quando studiava tecniche e pratiche di produzione della carta, e le figure artigiane che costruivano impianti e attrezzature necessarie alle manifatture genovesi nel Cinque-Seicento (Altoforno e basso fuoco nella siderurgia ligure del XV secolo, “Studi & Notizie. Bollettino del Centro di Studio sulla Storia della Tecnica del Consiglio Nazionale delle Ricerche”, 1977; La cartiera genovese tra Cinque e Seicento, CNR-Grafica Genovese, Genova 1984).

7. Leggendo la Prefazione di Italo Calvino alla seconda edizione del Sentiero dei nidi di ragno, m’imbatto in questa frase: «Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos’altro: a delle persone, a delle storie. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone. Il romanzo che altrimenti mai sarei riuscito a scrivere è qui». Anche questa, penso, è una faccenda ligure: non è tanto strano, quindi, che Manlio passi dallo studio del paesaggio alla storia della Resistenza. Scrive Calvino: «Io ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città – San Remo – cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico – lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville – quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi dei garofani, preferivo le “fasce” di vigna e d’oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m’inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e così ero passato dal mare – sempre visto dall’alto, una striscia tra due quinte di verde – alle valli tortuose delle Prealpi liguri» (p. IX). Fin qui Calvino (tra l’altro, com’è noto, figlio di un agronomo): ma, pensando alle Langhe di Fenoglio e all’Ortigara di Meneghello, non sono tutti i romanzi della Resistenza altrettanti romanzi «di paesaggi» e «di figure» (sempre per usare un’espressione di Calvino)? 

8. Una cosa analoga si può dire per il passaggio tra gli oggetti e le persone – le loro conoscenze, le loro tecniche, le loro relazioni – che li costruiscono. Il libro Saper fare. Ricordi di un bilanciaio di Campogalliano (Clueb, Bologna 1996) racconta la storia di un gruppo di operai, licenziati nel 1949 perché comunisti, che si mettono assieme e danno vita a quella che sarebbe diventata l’azienda leader nel settore. La storia nasce così. Il Museo delle bilance di Campogalliano invita Manlio a partecipare a un convegno. Manlio va per conoscere gli organizzatori e declinare l’invito. Vistando il museo della bilancia, vede riprodotti in un volume celebrativo «alcuni fogli di appunti manoscritti relativi alla costruzione di bilance». Manlio dice a chi stava organizzando il convegno: «“Più delle bilance mi interessa la storia di chi le fa. Come le fa, che cosa sa, dove ha imparato a farle e così via. Tanto per fare un esempio: mi piacerebbe sapere chi è l’autore di questi appunti…”. “Facilissimo – mi risposero – si chiama Guido Gabrietti e gli si può parlare in qualsiasi momento”» (p. 13). E così Manlio raccoglie le memorie di Guido Gabrietti: inizia a lavorare presto nelle officine di fabbro (è lì che conosce «un artista»), poi in una fabbrica di bilance dove il padrone disegna le sagome direttamente sulla lamiera, e lì comincia a prendere appunti su misure e fasi della lavorazione, che serviranno di base per il lavoro nella cooperativa, in cui ciascun lavoratore metterà in comune con gli altri quello che sa fare meglio. Questa non è solo la ricostruzione di una vicenda, ma anche una preferenza per un modo in cui le cose potrebbero funzionare.

Infine

Non mi capita mai di parlare in pubblico dei libri di Manlio, e l’ho fatto volentieri. Pensando alla discussione che potrà seguire il suo intervento di questa sera, aggiungo un’altra citazione dal suo L’ultimo partigiano, dove Esterina dà una risposta a Manlio: «In una delle solite visite ho riferito a Esterina dei miei dubbi. Sento – le ho detto – la responsabilità delle parole che mi sono state affidate. Lo considero un privilegio da condividere ma nello stesso tempo mi mette in difficoltà. Ho provato anche a spiegarle la storia del non detto e della natura storica e personale della registrazione e dell’importanza de “il giorno dell’intervista”. Mi sembra che abbia capito. “Tocca a chi legge di cavarsela. Non è così per qualsiasi testo che arrivi nelle nostre mani?”, ha detto, sbrigativa», eccetera.

Concludo col dire che abbiamo piacere ad averlo con noi questa sera a storiAmestre. Spero che Manlio senta anche tutta la nostra stima.

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