In linea da: 31/10/2013

“Che i mandatarii rendano conto”. No, è una “inquisizione pedantesca”. Una discussione sulle procedure di voto (Venezia, febbraio 1849)

a cura di Piero Brunello

Torniamo di nuovo al Quarantotto: la lettura del verbale di una seduta dell’Assemblea veneziana dei rappresentanti del febbraio 1849 è stata stuzzicata dalle discussioni che si ascoltano in questi giorni (fine ottobre 2013) a proposito delle modalità di una votazione nel Senato della Repubblica italiana.

Nota preliminare. Nell’Assemblea dei rappresentanti di Venezia del Quarantotto, votata a suffragio universale maschile su base parrocchiale, si discusse se adottare il voto palese o il voto segreto. A intervenire sono quasi tutti avvocati (professione del resto ben rappresentata all’Assemblea). La prima proposta si appella al diritto del popolo di controllare i propri rappresentanti; la seconda, al fatto che il rappresentante è eletto non per rendere conto al popolo, ma per fare il bene del popolo secondo coscienza. Chi è a favore del voto palese accusa il voto segreto di essere la maschera del suddito, mentre il cittadino si assume le proprie responsabilità alla luce del sole; chi sostiene il voto segreto risponde che il popolo non sempre riesce a capire come stanno le cose, e afferma che l’opinione pubblica non riflette le convinzioni del popolo (che oltretutto non dovrebbe occuparsi di politica ma pensare ad altro) bensì la faziosità dei partiti. In particolare a Venezia i sostenitori del voto segreto si appellano all’uso della Serenissima: cioè un’oligarchia aristocratica, ribattono i sostenitori del voto palese. Peraltro, tutti, indistintamente, escludono che il rappresentante del popolo possa essere influenzato da altri interessi che non siano il bene del popolo e la propria coscienza; si tratta di trovare, dicono, la garanzia migliore per assicurare tale condizione. 

Qui di seguito si fornisce una breve sintesi della seduta del 28 febbraio 1849, riprendendo (tra virgolette quando la citazione è diretta) il verbale, ben più lungo, pubblicato nel volume Le assemblee del Risorgimento: Venezia, Tipografia della Camera dei deputati, Roma 1911, pp. 346-362; il dibattito è riportato anche in Raccolta per ordine cronologico di tutti gli Atti, Decreti, Nomine ecc. del Governo Provvisorio di Venezia, Andreola, Venezia 1849, vol. VI, pp. 321-338.

Si dà lettura dell’articolo che prevede il voto segreto nell’Assemblea; comincia la discussione (28 febbraio 1849).

Varè. Chiedo di adottare il voto palese, perché la «dignità delle azioni umane» si basa sulla responsabilità «francamente assunta». Io mi fido «meglio di un uomo, di cui conosca tutte le azioni e che me le faccia vedere», di chi «tenga segrete tutte le cose sue». Il voto palese ha tre scopi: 1. Permettere all’opinione pubblica di controllare l’azione dei rappresentanti; 2. Consentire agli elettori di conoscere i rappresentanti e quindi regolarsi su chi votare; 3. Assicurare forza morale alle deliberazioni dell’Assemblea.

Basta guardare agli esempi: a Napoli i deputati di Napoli hanno votato con voto palese contro il ministero del re Borbone, mentre a Torino, dove è stato adottato il voto segreto, hanno votato a maggioranza il ministero Pinelli [che si opponeva alla Costituente italiana e alla ripresa della guerra contro l’Austria]. L’assemblea nazionale della Francia repubblicana ha abbandonato il voto segreto per quello palese; e così ha deciso l’Assemblea costituente romana. Chiedo che si voti con voto palese e che le deliberazioni vengano pubblicate con i nomi dei votanti. (Applausi.) 

Chiereghin. Mi associo a Varè. Il popolo ha diritto di conoscere le opinioni politiche dei suoi rappresentanti, e di sapere come i suoi rappresentanti svolgono il mandato che hanno ricevuto. Si segua l’esempio di Roma. (Applausi)

Tommaseo. (Legge.) Imporre il voto palese è atto di diffidenza: e la diffidenza è il modo con cui si difende la tirannia, mentre la libertà è frutto della fiducia. Ci conosciamo tutti, possiamo indovinare facilmente il voto di ciascuno. E poi niente vieta di dichiarare in pubblico il proprio voto segreto. Il rappresentante del popolo deve dar conto al popolo di come si comporta: ma deve farlo non a «gente che non è il popolo», bensì agli «uomini più periti». Bisogna vagliare il pro e il contro: il voto segreto comporta il rischio che taluni, «per paure o speranze non degne», facciano un torto al vero; il voto palese comporta il rischio di venir meno alla propria coscienza.

«Ponete che il voto aperto esponga un uomo soverchiamente affettuoso o rispettoso, anche senza viltà, a recar dispiacere, in questione o di persone o di principii, a taluno di quelli a cui lo lega vincolo di parentela o di amicizia o di stima o di gratitudine, senza che v’entrino punto mire servili né traditrici, senza che il suffragio apporti punto di nocumento alla patria». Mettete in conto poi che non tutti «resistono alla tirannia dell’esempio, specialmente se venga da uomini riveriti e diletti. […] Ponete che il deputato discordi da’ governanti, ma per non indebolire l’autorità loro in momento di pericolo, voglia col suo suffragio sostenerli; ovvero che in un punto della proposta il deputato consenta, e, in altri meno notabili, no». In questi casi, con il voto palese potrà essere accusato di contraddire «alle opinioni e agli atti soliti», o anche di «diserzione dal proprio vessillo». Nel voto segreto invece, «la coscienza prende finalmente un partito». «Andar contro corrente, affrontare i pregiudizi della opinione che sola adesso è regina e tiranna, questo è il più raro e arduo de' coraggi. A vilipendere i re, o i frammenti di re, o gli embrioni di re, ognuno è forte: e tali assalti sono ormai tanto facili e triviali, che più vigore è richiesto ad astenersi da essi che a abbandonarvisi. […] Il segreto vi darà più voti indipendenti: credetelo». 

«Voi sapete, o cittadini, che il voto segreto io non chieggo per comodo mio. Ho esercitato il palese in una stanza attigua a questo palazzo [nelle prigioni della polizia austriaca], l’ho esercitato in questa sala medesima non ostante le minacce che precedettero il di quattro di luglio [unico a dichiarare in Assemblea il voto contrario all’annessione di Venezia al regno di Carlo Alberto]. E voi siete certi che il dì, quando l’alzare la voce portasse pericolo, sentireste quel dì la mia voce». («Prima della lettura del discorso, alla metà ed alla fine, l’oratore riscosse universali applausi».)

Sirtori. «Io confesso che le considerazioni dell’illustre Tommaseo hanno fatta sull’animo mio una profonda impressione». Volevo sostenere il voto palese, perché i rappresentanti devono rendere conto al popolo, e perché il popolo ne ha diritto in base alla «sovranità popolare». Però chiedo di aggiornarci. Si stampi il discorso di Tommaseo e si discuta.

Pasini. Come relatore, non è possibile.

Posto ai voti, la proposta non è ammessa. 

Berlan. Il voto deve essere palese in tutti i casi, tranne quando si elegge un rappresentante o un cittadino a qualche uffizio. Con il voto palese, il rappresentante è controllato dalla pubblica opinione. Si dice che il voto palese è meno libero: ma il rappresentante è stato votato con un mandato, che deve rispettare, e non seguire le proprie opinioni. È vero che, con il voto segreto, uno può fare una dichiarazione: ma perché alcuni dovrebbero dar prova di coraggio civile esprimendosi in pubblico? «In ultimo dirò, o signori, che noi non siamo popolo dinanzi a una monarchia, ma popolo, rappresentanti di popolo, dinanzi a popolo; non abbiamo bisogno di maschere, che ci nascondano a noi stessi».

Benvenuti. Si dice che in alcune questioni, nelle quali vi siano riguardi personali, di amicizia o altro, non si può ammettere il voto palese. Ma ci sono altre situazioni in cui sono in gioco riguardi ben più importanti. È più pericoloso «escludere questo o quel rappresentante da una Commissione», oppure dichiarare quello che «gran parte del popolo, in un dato momento, non reputa tale?». Nel secondo caso «ci vuole molto coraggio, e più certo di quel che si esiga a rifiutare il proprio voto ad una persona». È più facile votare secondo coscienza con un voto segreto, e del resto solo «un malvagio» può votare in segreto contro la propria coscienza: mentre è facile che manchi il coraggio dovendo parlare dalla tribuna. «Tutti i rappresentanti devono essere onesti, tutti galantuomini. Ma qualcuno, in qualche circostanza, può subire la sorte di tutti gli uomini: può cedere alla debolezza umana, e non avere quel coraggio civile, che talvolta richiede un eroe». (Applausi.) 

Sirtori. Qui non si discute di persone, ma di questioni d’interesse politico e di principii. Tuttavia, quando si debba decidere chi sia più idoneo a un dato incarico, allora è «più conveniente il voto segreto». Chi è in rapporti con quella persona e non la giudica idonea a quell’incarico, non vorrà infatti dirglielo in faccia: ma questa è una eccezione. In generale poi, «nessun uomo di coscienza» ha difficoltà a rispondere dei suoi atti; ma un uomo «che non ha il coraggio di dire pubblicamente quello che fa», può essere spinto facilmente «da considerazioni personali, o da taluno di quegli agenti meno nobili, che pur troppo si trovano nella natura umana». Ripeto, «noi, mandatarii del popolo sovrano, dobbiamo render conto al popolo di tutti i nostri atti legislativi, di tutte le nostre deliberazioni politiche».

Calucci. Il voto segreto permette di far conoscere «l’intimo e coscienzioso convincimento della maggioranza»; nel voto palese invece «la prepotenza di un partito» potrebbe influire sui votanti. «Ho sentito fin da principio dire che il voto palese ha l’utilità di far conoscere quale opinione abbiano certe eminenze, certe notorietà. Rispondo: o queste notorietà, queste eminenze parlarono, e la loro opinione sarà conosciuta da tutti: o non han parlato, ed io compiangerò mai sempre quel rappresentante che, sopra l’autorità di un nome, fu condotto a dare il proprio voto». (Applausi generali.) 

Alberti. Deliberare con voto segreto è fare un torto all’Assemblea. Il popolo sovrano ci ha eletto, e a tanta fiducia «debbono rispondere coscienziose, franche e palesi tutte le nostre azioni». Dato per scontato che dobbiamo operare secondo coscienza, «perché la voce di questa nostra coscienza non deve essere franca, forte, palese, ma bensì la si vorrebbe, ammettendo il voto segreto, muta ed avvolta nelle tenebre del mistero?». Insisto quindi nel chiedere il voto palese.

Avesani. Siamo una Assemblea veneziana: ebbene «in quest’aula i nostri antichi, fino dai più remoti tempi, hanno sempre usato il voto secreto», e così fecero grande Venezia. «Ecco dunque gli esempi, che noi dobbiamo seguire, poichè si vuole l’Assemblea veneziana: tale sarà quale fu sempre». Si parla di popolo. «Il popolo buono, il popolo tranquillo, che attende alle cose sue, alle sue faccende domestiche, alle proprie officine, che si affolla nei templi per pregar Dio per sé, per la sua famiglia, per la sua patria, questo popolo non ha quella curiosità che gli si suppone; egli non domanda altro se non che il voto dei suoi eletti sia coscienzioso ed utile al bene suo ed alla patria sua. Se vi è un altro popolo, o un’altra frazione, la quale gozzoviglia nelle osterie, la quale tumultua nelle piazze; questa è una porzione di popolo, non una maggioranza, ed alla curiosità di questa non si vuol soddisfare». Ciascuno di noi è eletto da 1500 persone; perciò se anche si riunissero 1500 persone, «queste non darebbero che un voto». Il popolo, ripeto, non ha curiosità: semmai i partiti, dove ci sono. «In nome della libertà, del cui nome si abusa, io domando che la votazione sia secreta, altrimenti non è libera. Così faremo quello che fecero i nostri padri, quello che si esige da Venezia di oggi, come si richiese del 1400 e prima e dopo e sempre».

Sirtori. «Il rappresentante Avesani ha detto che si abusa della parola Assemblea veneziana, e che, perché i nostri maggiori deliberarono a voto secreto, noi pure dobbiamo deliberare così. Altri tempi, io rispondo, altri costumi. Io domando al sig. Avesani se egli crede che noi siamo aristocrazia oligarchica, com’erano i nostri maggiori?» (Applausi.) 

«Noi non siamo sovrani; abbiamo ricevuto un mandato dal popolo, e a lui dobbiamo renderne conto. Vorrei anch’io che c’ispirassimo delle grandi memorie, non già per nascondere tutte le nostre deliberazioni col voto secreto, ma che c’ispirassimo per fare anche noi grande cose. […] E tutti quelli che parlano del buon popolo credo che vorrebbero ridurre il popolo alla condizione di schiavo.

Il rappresentante Avesani disse: il popolo, il buon popolo tranquillo, non dimanda conto dell’operare a’ suoi deputati; si contenta di eleggere i suoi deputati; si occupa del vivere del giorno e di null’altro: è solamente il popolo che gozzoviglia, che tumultua, quello che vuol soddisfare la curiosità su ciò che fanno i suoi deputati. Io domando se il popolo non ha diritto di domandar conto a’ proprii deputati del modo, col quale adempiono al loro mandato, e non credo che cessi per questo di essere un buono e tranquillo popolo. Anzi ritengo che il popolo ne abbia il diritto e il dovere.

Il rappresentante Avesani disse: è in nome della libertà che io vi domando il voto secreto. Come, in nome della libertà? Quasi che un uomo, che delibera pubblicamente non sia libero a deliberare! Chi lo costringe a non seguire i dettami della coscienza?

Credo che noi abbiamo accettato il mandato del popolo per essere responsabili di tutti i nostri atti.

Si diceva che la coscienza è più sicura nel voto segreto, quasiché il rappresentante possa mancare alia propria coscienza. Col dire che un deputato, votando pubblicamente, non è libero, si fa torto all'Assemblea».

Chiereghin. «L’avvocato Avesani ha detto: in quest’aula i nostri maggiori votarono segretamente. Col voto segreto essi resero grande Venezia: dunque dobbiamo votare segretamente anche noi.

Tralasciando d’osservare che il nome di Venezia sarà stato reso grande e temuto, non già pel modo delle votazioni, ma pel senno dei votanti, col modo di ragionare dell’avvocato Avesani si potrebbe anche distruggere la democrazia, perchè si potrebbe dire: Venezia fu grande sotto i dogi, sotto la repubblica aristocratica; dunque facciamo un doge, rimettiamo in onore l’aristocrazia».

Baldisserotto. Varè ha già esposto le ragioni del voto palese. Aggiungo solo una cosa dimenticata da Avesani, «che cioè il voto segreto perdè in questa stessa sala, nel 1797, la libertà di questo paese, che noi riconquistammo». In circostanze normali sarei incerto; ma siamo in «circostanze eccezionali», in cui il voto palese può salvare «questa nostra cara patria», e il voto segreto perderla: perciò sono per il voto palese.

Ruffini. Tommaseo ha dimostrato i vantaggi del voto segreto. È vero, abbiamo ricevuto un mandato del popolo, ma il popolo ci ha solo detto: «alle vostre mani affido la cosa pubblica». Perciò se crediamo più utile il voto segreto, adottiamolo.

Sirtori. Non dimentichiamo il diritto del popolo. «Il popolo ha diritto che i mandatarii rendano conto». Diversamente da quanto ha detto Ruffini, un popolo non può «mai abdicare la propria sovranità; la sovranità è inalienabile; altrimenti, colla teoria del sig. Ruffini, tutte le usurpazioni sarebbero giustificate. Se io domandassi a Nicolò di Russia per qual diritto egli crede di regnare? risponderebbe: io credo, regnando assolutamente, di fare il bene della mia patria e del mio stato. Se io interrogassi tutti gli usurpatori sul loro diritto, tutti mi risponderebbero le parole, colle quali Napoleone usurpava il potere assoluto il 48 brumale, cacciando i deputali dall’Assemblea: io farò meglio il bene della patria».

Benvenuti. «Il popolo non mi ha dato l'obbligo di rendergli conto di ogni questione; il popolo mi ha detto: vota secondo la tua coscienza. Questo è il mandato che io ho ricevuto dal popolo».

Tommaseo. «Il primo elemento della sovranità popolare è il dominio della propria coscienza. La prima condizione della civile libertà, è il rispetto del libero arbitrio». Ai miei argomenti mi si è risposto che «ognuno deve avere il coraggio della propria opinione», ma io credo di aver dimostrato che «si può avere il coraggio delle proprie opinioni anche nel voto segreto. […] Hanno detto: il popolo ha diritto di conoscere le opinioni de’ suoi deputali. Il popolo certamente ha diritto di conoscere l’opinione de’ suoi deputati; ma non ha il diritto di conoscerla in tale o tal caso, perché cotesto è un far torto a’ suoi deputali; non ha diritto di esercitare un’inquisizione pedantesca sopra tutti gli atti dei suoi deputati, perché sarebbe un far torto all’elezione sua propria: non ha diritto di mettere a canto di ciascun deputato due spie per sapere tutte le sue intenzioni, gli atti tutti della sua vita privata. Se voi date al popolo, o a quelli che si volessero fare interpreti del voler popolare, se voi gli date il diritto di sapere in tale o tal altra questione, che il popolo alle volte non intende, quale sia l’opinione del suo deputato, voi gli date insieme il diritto d’invigilare sulla sua vita privata, di sapere le sue conoscenze, le sue amicizie, ogni parola, ogni passo: in somma voi esercitate un’inquisizione nel governo democratico, più tirannica che nelle oligarchie e nelle monarchie più spietate.

La questione di diritto si risolve in una question di dovere. È egli dovere del deputato dare palesemente il suo voto? No, dovere non è: dovere del deputato è di fare il bene del popolo». 

Calucci. «Io ho detto: il popolo ai rappresentanti non diede diritti, diede un sacro dovere: il sacro dovere di cercare il bene della patria». A che titolo il popolo ha diritto di conoscere il voto di ciascun rappresentante? «Forse per mancanza di fiducia? No certamente, perchè il popolo diede ad ogni rappresentante piena fiducia nel deporre nelle sue mani il destino del paese. Forse per conoscerlo in appresso? Dissi già in avanti che questo modo è assai dubbio. Forse finalmente per imporgli nella sua votazione? Rispondo che ciò sarebbe in contraddizione colla fiducia medesima che gli diede».

Posto ai voti il principio fissato dalla Commissione, che cioè il voto debba avvenire mediante scrutinio segreto, «eccetto che nei casi di minor importanza», l’assemblea approva. 

Nota sui personaggi. Antonio Alberti (1820), capitano di marina. Giovanni Francesco Avesani (1790), avvocato, impose la resa al governatore militare conte Zichy il 22 marzo 1848. Francesco Baldisserotto (1815), ufficiale di marina, già affiliato alla società segreta “Esperia” fondata dai fratelli Bandiera. Bartolomeo Benvenuti (1811), avvocato, proprietario con i fratelli del noto albergo “Regina d’Inghilterra”, al ponte dei Fuseri in Frezzeria. Francesco Berlan (1821), già precettore di lingua italiana e latina nel collegio armeno di San Lazzaro, repubblicano, direttore del giornale Sior Antonio Rioba scomunicato dal patriarca. Giuseppe Calucci (1809), avvocato. Ermenegildo Chiereghin (1815), avvocato, repubblicano. Lodovico Pasini (1804), presidente dell’Assemblea. Niccolò Tommaseo (1802), letterato, dalmata, liberato dal carcere con Manin il 17 marzo 1848. Giuseppe Sirtori, lombardo, mazziniano, partecipò alla difesa di forte Marghera. Giambattista Varè (1817), avvocato, repubblicano, ma in luglio 1848 votò per la fusione di Venezia con il regno di Carlo Alberto.

2 commenti per “Che i mandatarii rendano conto”. No, è una “inquisizione pedantesca”. Una discussione sulle procedure di voto (Venezia, febbraio 1849)

  • Giovanni Levi

    Mi pare che il voto dovrebbe essere sempre palese, se gli eletti rappresentano gli elettori. Oggi a maggior ragione, dato il porcellum. Ma credo che bisognerebbe partire dall’articolo di Piero per discutere un tema generale, su cui bisogna stare sull’avviso: le democrazie sono in crisi perché è prevalso un criterio tecnico su uno politico: la governabilità ha ammazzato la rappresentatività, e quindi una tecnologia ha soppresso la democrazia. Dobbiamo fare attenzione: tutte le proposte di premi di maggioranza per esempio sono assurde. Ricordo l’ultima grande battaglia che si è fatta in Italia perché la rappresentatività vincesse sulla governabilità: la lotta contro la legge truffa del 1953, in cui si prevedeva solo che se una alleanza avesse avuto il 50.1 dei voti avesse diritto a un premio di deputati. La battaglia fu vinta e l’Italia ha passato un periodo lungo di relativa democrazia, purtroppo solo per 10 anni.
    Trovo comunque che nella discussione del 1849 le posizioni di Tommaseo rappresentassero una posizione allora molto diffusa: il popolo non sa cosa vuole e per fortuna l’élite sa di cosa il popolo ha bisogno e se ne occupa lei. E’ una posizione che avrà molti teorici specialmente nella scienza dell’amministrazione bismarkiana e nella teoria delle élites di Pareto e Mosca. Ma allora si immaginava un bene comune, oggi una tecnologia che garantisca una assurda stabilità.

  • Carlo

    Molto eloquente questo pezzo. Personalmente sono con Baldisserotto: siamo in circostanze eccezionali. Moooooolto eccezionali.
    Grassie Pierin

Lascia un commento