In linea da: 29/10/2013

Il Villaggio marino di Caroman. Una gita e un libro (agosto 2012)

di Giannarosa Vivian

Un libro nel cestino della bici: nell’estate 2012 Giannarosa Vivian fa una gita a Caroman, un’oasi naturalistica all’estremità sud dell’isola di Pellestrina, usando come guida per la sua escursione una breve storia del villaggio marino sorto in una parte dell’area a inizio Novecento, pubblicata verso la fine degli anni Sessanta e praticamente introvabile. Il consiglio di Giannarosa Vivian è visitare l’oasi prima che venga realizzato il progetto di costruzione di 42 villette già approvato dalle autorità locali. E muoversi per scongiurare il peggio. Anche grazie al lavoro delle associazioni ambientaliste, i lavori al momento sono bloccati, ma chissà per quanto…

1. Chi ha percorso i viottoli sterrati dell’oasi di Caroman – e d’estate probabilmente lo avrà fatto fermandosi a cogliere le grosse more che piegano i rami dei rovi – sa che girando a sinistra si arriva in spiaggia. Chi invece è andato dritto, seguendo la stradina polverosa che sale e scende dolcemente fino alla laguna, si sarà trovato davanti lo skyline elegante di Chioggia, soffuso di una leggera foschia nel caso di una giornata calda. L’Adriatico a sinistra, Chioggia davanti, oltre l’omonima bocca di porto. 

Solo chi si è trovato almeno una volta a perdersi tra quel verde e quell’azzurro può credermi se dico che sono rimasta di stucco quando ho saputo che a Caroman stanno progettando di edificare alloggi privati con darsena per le barche. A fine 2011 la Giunta comunale di Venezia approva una delibera che prevede a Caroman la costruzione di 42 villette, per un totale di 84 alloggi, sul terreno confinante con l’oasi naturalistica gestita dalla Lipu. Le associazioni ambientaliste iniziano a mobilitarsi. Maggio 2012: la Municipalità Lido-Pellestrina approva il progetto. Pochi giorni dopo, fine maggio, anche il Consiglio comunale di Venezia lo approva, corredato tuttavia della sola Valutazione di Incidenza Ambientale (VIA) perché – così si sostiene – non è richiesta la Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Al momento della mia gita a Caroman, a fine agosto 2012, la situazione è questa. 

2. Un giorno parlando con Rossella Favero, rappresentante dell’associazione “Abitanti in isola”, il discorso va a finire sul libro di don Clemente Bellucco, Il Villaggio marino delle Canossiane a Caroman di Chioggia (Venezia), che non risulta presente in nessuna biblioteca italiana. Gentilmente Rossella me lo presta. Nel libro manca l’anno di pubblicazione, tuttavia la qualità delle immagini, l’abbigliamento dei villeggianti ritratti nelle foto e le date cui si fa riferimento nel testo fanno pensare alla fine degli anni Sessanta, di sicuro dopo il 1965 (ultima data citata). Quanto all’autore, da una breve ricerca in rete risulta essere stato uno dei sacerdoti tradizionalisti e nettamente ostili al Concilio Vaticano II.

Lasciata la bicicletta fuori del recinto – questa è la regola – e superato un breve labirinto di pali di legno, in una torrida mattina dell’agosto 2012 ho proseguito a piedi per un centinaio di metri e, scesa per un viottolo scosceso sulla destra, sono giunta sulla riva della laguna sud, quella parte della laguna di Venezia che ha per orizzonte i colli Euganei, la valle da pesca di Millecampi, la strada statale Romea. Qui, ancorché ridotto a macerie, è tuttora visibile ciò che resta del Villaggio marino. Per descrivere quello che vedo userò le notizie e, spesso, le parole del libro.

3. Nel secondo dopoguerra Sottomarina, frazione di Chioggia, diventa un rinomato centro balneare che «assorbe ogni anno folle immense di bagnanti, i quali si avvicendano in una spensierata e pericolosa promiscuità». Al “quartiere colosso” di Sottomarina si contrappone, nella striscia di terra di Caroman, l’appartato Villaggio marino, «cercato avidamente da tante buone mamme per i loro bambini» (p. 10).

Nessun mezzo di trasporto pubblico si ferma a Caroman, scrive l’autore. D’estate il regolare servizio di andata e ritorno in partenza da Chioggia, piazzetta Vigo, è assicurato da motoscafi organizzati dalla stessa amministrazione del Villaggio, oppure da motobarche di privati. Negli altri mesi dell’anno si prende o la motobarca autorizzata al servizio diretto, oppure la piccola motonave pubblica da Chioggia, ma in questo caso «il turista sceso a Pellestrina ha la noia di dover regredire a piedi o con altro mezzo per un tratto di qualche chilometro, via terra, fino a Caroman» (p. 13). Ancora oggi chi si concede questa gita fuori stagione deve scendere alla fermata del cimitero di Pellestrina e tornare indietro a piedi seguendo lo stretto marciapiede largo un paio di metri, tra cielo, acqua della laguna e murazzo in pietra d’Istria. 

Arrivato al Villaggio, il turista veniva accolto dalla statua in marmo bianco dell’Immacolata. Questo cinquant’anni fa. Oggi la statua non c’è più, né vi è traccia delle «alte e eleganti coppe decorative scolpite in pietra ed elevate su zoccolo a pianta quadrata» che ornavano la muretta lungo la riva (pp. 15-16).

  

4. Seguendo i cenni biografici che il libro riprende da un articolo del Gazzettino del 1923, allorché venne nominato ufficiale sanitario e medico capo del Comune di Padova, facciamo la conoscenza con il protagonista di questa storia. Laureatosi nel 1904 in medicina e chirurgia presso l’università di Padova, il professor Alberto Graziani era presto diventato libero docente in “igiene e polizia sanitaria”, quindi incaricato di vari insegnamenti nei corsi di perfezionamento per i medici presso il Regio Istituto di Igiene. Tra i soci fondatori della Mutualità scolastica, ne fu il segretario fino al 1917. E poi medico primario dell’Ospizio Marino e Istituto Rachitici, propagandista di Igiene nelle università popolari, e nei Circoli di cultura, fondatore nel 1920 della Colonia fluviale sul Brenta e subito dopo della Colonia Padovana di Caroman di Chioggia. Oltre quaranta le sue pubblicazioni. Per tanti e tali meriti in campo scientifico e sociale «il grande medico ebbe numerosissimi riconoscimenti ufficiali ed onorificenze, con diplomi e medaglie d’oro».

«Il Prof. Graziani dunque un bel giorno pose l’occhio sulla striscia di terra brulla e desolata di Caroman come a un luogo ideale per farvi sorgere una piccola stazione climatica per i suoi ammalati, isolata dai pestilenziali pericoli delle spiagge moderne» (p. 37). Manca tutto, a cominciare dall’acqua potabile. Difficoltà tali da scoraggiare chiunque, non fosse che lui, così ci viene assicurato, è una di «quelle forti tempere si muovono spesso sotto la mozione e l’ispirazione della Provvidenza» (p. 38).

L’impresa comincia nel 1923, quando Graziani acquista il terreno dal proprietario conte Cini. Avendo saputo che a San Donà di Piave sono in vendita a prezzo conveniente molte baracche di legno utilizzate dall’esercito italiano durante la prima guerra mondiale, cessata solo da qualche anno, il professore le compra. Perché proprio baracche di legno? Perché quel terreno a Caroman è considerato zona militare, e dunque non è permesso erigervi alcuna costruzione in muratura a uso civile. La Serenissima infatti vi aveva costruito una fortificazione permanente, il forte Barbarigo, che, ampliata e potenziata, era servita anche nella guerra del 1915-18.

L’area è selvaggia, malarica, inospitale. Il progetto va avanti solo grazie al fatto che a San Donà di Piave il prof. Graziani trova, oltre alle baracche, anche un uomo «dotato di iniziativa e di capacità tecnica eccezionali»: Pietro Rosso (p. 42).

5. Pietro Rosso era nato l’11 dicembre 1890 a Oderzo. A San Donà lavorava in una carrozzeria. Il prof. Graziani intuisce le sue doti di bravo artigiano e gli fa brillare l’idea di diventare uno strumento della Provvidenza contribuendo a trasformare Caroman, «incolta e deserta, in un ridente villaggio marino per folle di bimbi bisognosi di cure e nello stesso tempo di riparo e protezione contro le insidie morali delle spiagge moderne« (p. 44).

Poco più che trentenne, Pietro accetta. Porta con sé altri sette uomini, altri ne ingaggerà a Sottomarina. In tutto avrà alle sue dipendenze una ventina di operai che mette subito in regola. Dal 1923 al 1940 – gli anni più impegnativi, stante che si partiva da zero – Pietro tiene un diario dove registra i principali avvenimenti, le entrate, le uscite, l’attitudine e la resa dei singoli operai. Che abbia confidenza con la penna lo dimostra anche la voluminosa corrispondenza che manterrà nel corso degli anni. Primo passo: spianamento del terreno accidentato e ricoperto di canne, sterpi, piante selvatiche. Prosciugamento e drenaggio degli acquitrini. Tutto lavoro di braccia. Bisogna trasportare terra fertile dalla terraferma (dal “continente”, scrive don Bellucco, p. 45); per il concime si importano anche animali da stalla e da cortile. Tenere presente che il 70-80% delle piante messe a dimora non attecchiva. Una prima esplorazione del terreno per trovare acqua potabile era stata compiuta subito, nel 1923, e dopo numerosi tentativi era stata trovata a tre metri e mezzo di profondità nei pressi del forte Barbarigo, verso la spiaggia. Tre anni dopo, Graziani fa arrivare a Caroman una ditta olandese che costruisce un pozzo artesiano che pesca a duecento metri di profondità. Nel 1950 ci penseranno le suore Canossiane a far costruire un secondo pozzo artesiano alla ditta Lazzarini di Ponte di Piave. Nel 1964 la stessa ditta rifarà il pozzo.

Pietro Rosso pensa alla costruzione della rete fognaria, come pure dell’impianto di illuminazione (quella pubblica arriverà nel 1965). Per oltre 40 anni ci si dovrà arrangiare con altri mezzi: gruppi elettrogeni, acetilene in cucina e in sala da pranzo, candele nelle camere da letto, fanaletti a olio nei corridoi. 

6. Agli inizi il Villaggio marino ha una tipica conduzione familiare. Il settore amministrativo è affidato alla sorella di Graziani, Eriè, in seguito anche alla moglie del professore – nel libro viene sempre chiamata così e mai col suo nome. La clientela, che all’apertura era composta quasi esclusivamente da famiglie di colleghi medici, diventa in seguito sempre più numerosa. Ogni anno, finita la stagione dei bagni, a Caroman resta fisso Pietro Rosso con moglie e figlie. Accanto a lui si è stabilita anche la famiglia di un pellestrinotto, di cui don Bellucco non riporta il nome. La proprietà e l’esercizio immediato del Villaggio restano del prof. Graziani dal 1923, anno di fondazione, fino al 1941. Alla fine il numero dei posti letto, tra ospiti e personale, sarà di circa 370. Ma la salute del professore non è buona, e la moglie lo convince a vendere il Villaggio. A chi vendere?

«Il prof Graziani lo aveva pensato e realizzato a prezzo di tanti sacrifici, non già per fini di lucro, ma spinto dall’ideale nobilissimo di creare una zona di sicurezza morale per l’innocenza di tanti bambini. Non voleva perciò assolutamente che il Villaggio cadesse in mano della facile speculazione industriale che ignora del tutto certi scrupoli» (p. 51). Gli suggeriscono di offrirlo in vendita all’istituto delle suore Canossiane. Soppesati i pro e i contro, alla fine la Superiora dell’ordine avrebbe detto: «Accettate! Il Signore vi aiuterà!». Il contratto di compravendita viene firmato a Padova l’8 maggio 1941: festa della Madonna di Pompei, nota l’autore. La sorella Eriè e la moglie di Graziani si incaricano del passaggio di consegne alle suore. 

7. 1941, tempo di guerra. Finita la loro prima stagione estiva, le suore tornano alle Case madri. Come al solito, a Caroman resta fisso Pietro Rosso con la famiglia. C’è da attendere alla stalla e alla manutenzione delle piante e del terreno: concimazione, potature, eliminazione di piante morte, sgombero della sabbia trasportata dal vento.

Ma nel 1943 le suore si trasferiscono nel Villaggio per restarci in modo permanente. Il motivo è che la zona, da sempre considerata strategica dal punto di vista militare, sta per essere occupata dalle forze tedesche che vi istalleranno postazioni fortificate, quei bunker grigi che vediamo ancora oggi tra il verde delle chiome degli alberi.

È il patriarca di Venezia cardinale Adeodato Piazza a consigliare alle suore di restare al Villaggio: in tal modo potranno difendere al meglio i loro beni. Siamo nel settembre 1943 – un periodo tragico, osserva don Bellucco – e di sicuro ai tedeschi quelle baracche avrebbero fatto comodo come legna da ardere.

Nottetempo, di nascosto, tutto l’arredamento del Villaggio compresi i telai delle finestre viene trasportato in barca a Venezia. Per conciliarsi quello che è diventato un alleato ormai temibile, le suore da parte loro abbondano in aiuti e assistenza ai soldati. Questo spiega il fatto che prima di consegnarsi ai carabinieri di Pellestrina, le ultime truppe rimaste a Caroman con l’incarico di far saltare le mine, fanno brillare solo qualche ordigno e indicano l’esatta posizione degli altri alla madre superiora. Dopo la loro ritirata, le operazioni di sminamento saranno effettuate senza troppe difficoltà dal personale specializzato proveniente dall’arsenale di Venezia. 

Al Villaggio marino la stagione 1945 potrà tenersi regolarmente. 

8. Nel novembre del 1951 si verifica la rottura di una diga a mare, e il Villaggio subisce gravi danni. In quegli stessi giorni ci sarà anche l’alluvione nel Polesine. Trecento alluvionati giungono al Villaggio. La cosa che tra tutte più preoccupa le suore è la celebrazione di matrimoni «affinché unioni irregolari di giovani fidanzati profughi vengano regolarizzate». Oltre ai matrimoni, si tengono cresime e prime comunioni. Qualche mese dopo, nel marzo 1952, i profughi lasciano Caroman. Restano ospiti solo una sessantina di bambini che occupano lo spazio destinati ai bambini delle acciaierie di Bolzano. Da Innsbruk arriva uno speciale prefabbricato in legno di tipico stile austriaco che poco si intona a un ambiente naturale acquatico. Sarà il padiglione “Beata Maddalena”.

      

9. Per tutto il tempo in cui era stato proprietario, il prof. Graziani aveva provveduto a che la messa venisse regolarmente celebrata, seppure all’aperto, mancando al Villaggio una chiesa vera e propria. Con l’arrivo delle suore Canossiane, una capanna del villaggio viene trasformata in cappella, mentre i villeggianti continuano con la messa all’aperto. Quando nel 1943 le suore si trasferiscono stabilmente a Caroman, una stanza della “casa Magistrato” diventa chiesetta provvisoria, in attesa che quella in muratura venga finita nel 1948.

Fin dall’inizio la storia del Villaggio marino viene raccontata da don Bellucco come una serie di interventi della Provvidenza. La costruzione della chiesa ne è l’ennesimo esempio. Per costruire un edificio in mattoni in un’area ancora soggetta al vincolo di zona militare, le suore ricorrono a quello che l’autore chiama “innocente stratagemma”, e che in realtà ha l’aria di una dichiarazione falsa: «Si chiese il permesso di costruire un “Rifugio” (una “chiesa” può ben essere considerata letteralmente un “rifugio”: … uno dei più necessari: quello dello spirito, per la salvezza anche del corpo…)» (p. 64).

Manca un posto per alloggiare i preti che chiedono di essere ospitati d’estate, oltre che per il medico e cappellano i quali abitano, sia pure in appartamento separato, nel padiglione delle donne. Ancora una volta «la Provvidenza non tardò a venire in aiuto per una buona soluzione. Il sac. D. Domenico Trevisan, di Chioggia, fratello dell’Ing. Trevisan, residente a Padova e proprietario della “Trevisan Trust”, suggerì alle Canossiane di recarsi a visitare campioni di case prefabbricate presso quella ditta» (p. 68) Il prefabbricato piacque sia alla madre superiora che all’economa provinciale: ne viene costruito uno in meno di un mese, nel giugno 1963, in fretta perché la stagione sta per aprirsi.

Si sa che dopo la pubblicazione del libro le suore sostituirono le baracche in legno con edifici in muratura, e che negli anni Ottanta presentarono richiesta di condono edilizio (dal “Piano di recupero ex colonia di Ca’ Roman”).

10. Al tempo in cui scrive don Bellucco la Colonia ormai apre la sua stagione a metà maggio e funziona fino ai primi di ottobre. Per ogni turno vengono ospitati 300 bambini, circa 30 ragazzine dai 12 ai 15 anni, circa 120 mamme con figli, signore e signorine “isolate”. Agli ospiti c’è da aggiungere il personale in servizio: una sessantina di suore Canossiane, più una ventina di ragazze aiutanti, oltre a una decina di uomini. Le ultime pagine sono dedicate a una piccola rassegna fotografica di immagini di bimbi in spiaggia. «Aria iodata, dolci brezze marine, folate di vento rinfrescante, sabbia, luce, calore, sole fulgente, flutto alterno delle onde che accarezzano la spiaggia, si ritirano dal lido e vi ritornano ritmicamente come un invito a tuffarvisi,… ecco altrettanti doni preziosi della Provvidenza per il ristoro delle forze, la cura dei mali, il riacquisto della salute» (p. 76). 

Ritorno al presente

A poco più di un anno dalla mia visita a Caroman, a che punto è il progetto di costruzione delle 42 villette, firmato dalla – anche questa padovana – Società Ca’ Roman srl? Ecco le novità:

– il Ministero dell’Ambiente sostiene l’obbligatorietà della VAS in quanto la norma di Legge regionale invocata dall’amministrazione comunale di Venezia a sostegno della non necessità di sottoporre il piano a VAS è stata bocciata dalla Corte Costituzionale.

– lo scorso febbraio il Commissario Ue all’Ambiente ha annunciato l’apertura di un’indagine da parte dell’Europa per l’acquisizione di maggiori informazioni riguardo all’applicazione della direttiva sulla VAS al piano di sviluppo di Ca’ Roman.

– Il Consiglio di Stato, con l’ordinanza del 26 marzo 2013, ha accolto l’appello presentato dagli ambientalisti per una sospensiva dei lavori.
Intanto, nell’incertezza del futuro, conviene godere il più intensamente possibile della bellezza del luogo. E muoversi per scongiurare il peggio, prima che la Provvidenza, che fin qui ha permesso costruzioni a Caroman, scenda di nuovo in campo.

27 ottobre 2013

Nota. Tutte le foto sono di Giannarosa Vivian.

Fino agli anni Sessanta del Novecento, la località si trova con la denominazione “Caroman”; da allora (e già nel Censimento del 1961, Istituto centrale di statistica, Roma 1965, p. 23), compare e tende ad affermarsi la grafia “Ca’ Roman”. (red.)

14 commenti per Il Villaggio marino di Caroman. Una gita e un libro (agosto 2012)

  • emiliana voltani

    Vi ho trascorso ben 15 estati fra colonia ed assistente, non potrò mai dimenticare ogni angolo: stupenda

  • Moira

    Bellissimo quest'articolo. Ca' Roman è davvero un luogo incantevole. Una volta attraversati quei sentieri non puoi non conservarli per sempre nel tuo cuore. Spero resti l'oasi naturale che è per sempre, luogo magico e cura per l'anima.

  • roberto

    le cose belle…..per che altro combattere?

  • Alessandra

    Quanti anni ho passato qui dalle Canossiane a Caroman…dal 1969 al 1976. Ero nello stabile Mater Dei sopra al refettorio e a fianco ai bolzanini. Mi ricordo il bellissimo viale alberato che si affacciava sulla laguna e il lungo viale in mezzo ai tamerici che portava alla spiaggia.

  • Danilo Buratti

    Figlio di un dipendente delle Acciaierie di Bolzano, al villaggio ci sono stato ripetutamente, la prima volta all’ età di 4 anni nel ’58. Un’ esperienza indimenticabile. Ci sono tornato 20 anni fa con la mia famiglia, nonostante i cambiamenti la magia di quel posto è rimasta nel mio cuore. Un caro saluto a tutti i miei ex compagni.

  • Sergio

    Negli anni sessanta ho avuto il piacere di fare le vacanze in questo luogo fantastico, ero con le acciaierie di Bolzano e ci stavo per due turni. Ora a distanza di anni la nostalgia di quei magnifici posti si è fatta viva. Vorrei tornarci e rivivere quei bei momenti ma purtroppo……

  • giulio

    Anch’io come tanti ho vissuto delle bellissime esperienze di vacanze a Ca’ Roman negli anni 60. Mi piacerebbe avere oppure visionare il libro di Ca’ Roman, che ricordo era completo di foto che ci ritraevano nel villaggio marino, forse mi sono anche visto ritratto in una di queste foto anche se i ricordi sono sempre più’ lontani. Tanti saluti a tutti gli ex bambini di Ca’ Roman

  • Leggere l'articolo di Giannarosa Vivian è stata per me un'emozione fortissima, perché sono stato a Caroman, nel villaggio delle suore canossiane, negli anni 1941, 1942, 1943 e ciascun anno per tre mesi. Avevo sette anni quando vi andai per la prima volta, mi è rimasto nel cuore, credetemi. Vorrei che restasse così, un sogno, anche nella realtà.

  • Alex

    Anch’io da bambino frequentavo il villaggio delle suore canossiane situato accanto alle colonie con mia mamma e mio fratello; l’ho frequentato fino al 1980 circa e sempre nel mese di luglio; non era ammesso l’ingresso ai papà se non il fine settimana. Ho dei bellissimi ricordi di quei luoghi e di quel mare,ho sentito parlare del libro citato e devo averlo anche visionato; comunque l’epoca di gestione delle suore fu una sorta di “golden age” perché il villaggio funzionava a gonfie vele, le colonie erano piene, accanto al villaggio delle suore c’era anche un altro villaggio gestito da preti che ospitava ragazzi provenienti dalla Val d’Aosta. Spero anch’io che questo luogo rimanga protetto e tutelato da interessi speculativi, ma bisognerebbe ripulire la spiaggia e fare un po’ d’ordine nell’entroterra.

  • Elisa

    Sono anch’io una estimatrice di questi luoghi e mi auguro che se ne possa ancora godere senza possedere la “villetta” o la barca. Se serve una raccolta firme o altro per bloccare queste speculazioni, mi faccia sapere. Grazie del bell’articolo.

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