In linea da: 03/09/2013

La goccia che fa traboccare il vaso. Il 25 luglio e l’8 settembre di Roberto Battaglia

di Roberto Battaglia

Roberto Battaglia (1913-1963) fino all’8 settembre 1943 svolse, a Roma, la sua attività di studioso nel campo della storia dell’arte. Qualche settimana dopo l’armistizio, e la creazione della Repubblica Sociale Italiana (fine settembre 1943), decise di diventare partigiano: sarebbe entrato nelle formazioni del Partito d’Azione, agendo in Umbria e in Toscana. Già nella primavera del 1945 raccontò la sua esperienza in un libro – Un uomo, un partigiano – a lungo rimasto marginale, ma che oggi è riconosciuto come una delle più importanti e acute testimonianze di quel periodo e dell'esperienza partigiana. In occasione del settantesimo anniversario dell’8 settembre, riprendiamo alcune delle sue pagine.

L’8 settembre 1943 ero un tranquillo studioso di storia dell’arte, chiuso in un cerchio limitato di interessi e di amicizie; l’anno dopo, l’8 agosto, ebbi il comando d’una divisione partigiana che ha dato più di un fastidio al tedesco.

Per spiegare questo cambiamento della mia appartenenza sociale, se non di me stesso, debbo accennare a quella che fu la mia vita negli ultimi tempi del fascismo; per chiarire poi che cosa è stato il movimento partigiano in Italia non posso commentarlo che attraverso ciò che io stesso ho visto o fatto, ossia commettere l’immodestia di parlare in prima persona.

Non nascondo che debbo così far forza a impormi a quella tenace educazione letteraria che in Italia non permette se non con molta cautela l’autobiografia. Ciò per molte ragioni difficilmente spiegabili […].

L’italiano, animato da indubbio spirito di concretezza e quasi di scetticismo nella vita d’ogni giorno, vuole entrare, quando scrive, in un mondo totalmente diverso, superiore e distaccato dalla realtà, al quale non giunga che smorzato da un grave sipario di letteratura l’eco della vita vissuta: frattura ormai vecchia nella sua coscienza e ancor più accentuata piuttosto che risolta dalle ultime esperienze. […] Certo è che la nostra vita esce sdoppiata da questa continua insidia: una lingua scritta e una lingua parlata, un uomo pubblico, paludato e dall’ampio gesto, un uomo privato, modesto e preciso nei suoi affetti.

Anche a causa di questa dualità un fenomeno vasto, forse l’unico confortante della nostra storia più recente, quale è stato il sorgere spontaneo di decine di migliaia di uomini contro l’oppressione nazista, corre rischio di non essere sufficientemente documentato.

La pronta e vivace divulgazione che ha avuto ad esempio il maquis francese non può essere ripetuta se non con grande difficoltà in Italia, tanto il nostro carattere tende, per istinto, a esaltare come eroi i partigiani, confinandoli nel mondo dei sentimenti «pubblici» piuttosto che descriverli come uomini simili agli altri nei loro meriti e nei loro difetti; oppure, ancor peggio, scambia la loro umanità con una cronaca violenta ed esasperata di quel momento che è, in guerra, se non uno dei tanti altri e non sempre il più importante, quello in cui s’affronta il nemico.

Riassumere il tono moderato e convincente di chi parla e abbandonare quello concitato di chi declama sarà un primo passo verso una comprensione reciproca con gli altri popoli, ora che la guerra ha rotto le barriere.

In questo senso narrare con semplicità la propria vita è per un italiano porgere la mano a una nuova intesa, chiarire a se stesso e agli altri in qual modo le sofferenze della guerra lo hanno trasformato o migliorato.

***

Al fascismo, incapace di reggere il peso dei morti e delle rovine della guerra, cadeva la maschera e tutto ciò che ci aveva detto su di noi e sugli «altri» risultava, alla prova dei fatti, uno stolto inganno. […] E di queste sciagure, chiunque ci meditava sopra sul serio, sentiva d’essere almeno in parte colpevole.

Non era stata una mia colpa, come quella di tanti altri miei amici studiosi, quella di aver considerato il fascismo un semplice «errore di gusto», chiudendo ipocritamente gli occhi sulla sua vera sostanza? Il comodo «alibi» della dittatura che tutto avrebbe imposto dall’alto soffocando ogni coscienza individuale poteva difenderci dagli altri, ma non da noi stessi, non poteva giustificarci, di fronte alla coscienza, della freddezza o della rassegnazione con cui eravamo arrivati alla catastrofe.

Sentirmi e dichiararmi colpevole cominciò allora ad essere per me l’unico modo per non disperare completamente, poiché già c’era in questa ammissione la possibilità d’un riscatto o d’una rinascita. Come poi ciò dovesse avvenire non avrei saputo spiegarlo a nessuno e tanto meno a me stesso, data la situazione in cui mi trovavo di dovermi aspettare da un momento all’altro il richiamo alle armi.

Sarei finito anch’io come il mio amico in guerra, in un qualsiasi combattimento affrontato per disciplina e fedeltà alla bandiera?

[…]

In uno stato d’animo di questo genere, intento a correggere pazientemente le bozze d’un volume sul Bernini, mi sorprese il 25 luglio come un fatto che avevo intimamente desiderato, ma senza che io fossi potuto uscire in qualche modo dalla mia parte di spettatore. Il crollo ufficiale del fascismo furono poche ore di sollievo: il tempo che passò fra il primo annunzio dato per radio e le prime manifestazioni popolari. Non fu la fine della guerra come istintivamente, anche se ingenuamente, molti di noi si sperava, non fu nemmeno la fine del fascismo, ossia degli uomini e dei costumi che l’avevano rappresentato. Nel mio ufficio (facevo parte allora d’un istituto culturale, avendo momentaneamente rinunciato all’insegnamento [insegnava alla scuola media]) vennero accuratamente staccati i quadri con il ritratto del duce che, insieme a quello del re, era posto di regola in ogni ufficio pubblico, nella carta intestata sparvero i fasci (anche questi di prammatica in un ente sussidiato dallo Stato) e s’ingrandì in cambio la corona reale. Ma poco o nulla si fece nella vita del paese oltre che mutare queste apparenze, intimare il coprifuoco e scalpellare i fasci dalle facciate degli edifici.

Ricordo che in quel tempo cominciai a leggere con avidità tutti i quotidiani e a cercarvi, quasi fosse un problema critico da risolvere, che cosa dovesse intendersi realmente con la parola «libertà». Sul momento mi parve che ci fosse soltanto quella di dir male del fascismo e anche questo fino a un certo limite. Ancora non autorizzati i partiti politici, rimasta in piedi tutta la vecchia struttura dello Stato, era difficile trovare nei giornali, fra i larghi spazi lasciati bianchi dalla censura, un certo indirizzo o orientamento; le tante grida contro il tiranno caduto, l’interesse scandalistico per la sua vita privata, finirono per disgustarmi, come mi avrebbe disgustato, se fossi vissuto nella vecchia Roma papale, il vedere la statua del pontefice defunto fatta a pezzi dal popolo e trascinata per le strade, com’era buona consuetudine popolare nel Cinque e Seicento.

[…]

Poiché il mio mondo di studi e di amicizie stava crollando, tutto doveva in un modo o nell’altro crollare. Ero arrivato a quel punto in cui, insieme a me, molti italiani aspettavano con ansia i bombardamenti, provavano un senso di sollievo durante l’allarme […]. Stato d’animo per cui si seguiva l’avanzata degli Alleati dopo lo sbarco in Sicilia, di giorno in giorno, d’ora in ora, quasi fossimo noi stessi a puntare sugli obiettivi e non un esercito ancora nemico. «Purché finisca presto» è ciò che hanno pensato in tutto il mondo le persone provate dalla guerra, ma forse nessun altro popolo fuori dell’italiano, desiderando la propria sconfitta.

Venne così l’8 settembre e dal mio ufficio, dalla pace conventuale dell’Aventino, sentii crepitare le mitragliatrici che difendevano porta San Paolo contro i tedeschi. Partecipai a quei primi entusiasmi per la difesa di Roma, mi unii alla folla che guardava silenziosamente i granatieri che tornavano stanchi dal combattimento, sicuri di poter ancora vincere, fra la folla assistetti al disfacimento totale del nostro esercito, allo spettacolo umiliante dei nostri soldati trasformati nel giro di poche ore in fuggiaschi che buttavano via giacca e stellette.

A Roma, prima che i tedeschi tornassero a mettere «l’ordine», tutto quello che aveva fino a quel momento reso comprensibile o sopportabile la vita sparve improvvisamente: governo, giornali, servizi pubblici, polizia, e insieme con questo crollo tangibile spariva per sempre in me quella interna quiete di studioso, già tanto insidiata, e che cercavo di impormi fino a quel momento come un inganno teso a me stesso. Se il mondo esterno, che fin da ragazzo ero abituato a vedere secondo uno schema prefisso, si sfasciava così rapidamente, anche dentro di me sentivo rompere ogni freno e tutta la mia vita passata mi sembrava aver teso naturalmente a quel punto di smarrimento. Ma ciò che mi decise ad abbandonare Roma non fu quel giorno di vera tragedia o di follia collettiva: fu, come spesso capita, un particolare della mia vita abituale, l’ultima goccia d’acqua in un vaso già pieno. Nella stanza del mio ufficio, con la stessa tranquillità con cui s’era staccato il ritratto del duce, si staccò quello del re e si sostituì con quello del pontefice: l’Istituto di cultura già REALE [Battaglia lavorava presso il Reale istituto di studi romani] abbreviò il proprio titolo in «R.» (il che, come mi spiegò con compiacenza il suo direttore, poteva significare tanto REALE quanto REPUBBLICANO). Disgusto e incapacità di sopportare le piccole cose, mentre si è assistito senza capacità di reazione ai più vasti avvenimenti: ecco ciò che in questo caso, come in molti altri della vita, dà l’ultima spinta verso il futuro.

Restare significava assumere la maschera giocosa, ma inopportuna, d’Arlecchino, così noto nel vecchio teatro italiano per il suo vestito a mille colori e le ingegnose bugie. Ora si doveva scegliere, né valeva più il comodo riparo della cultura: o restare come un impiegato del nuovo Stato fascista agli ordini del tedesco o andarsene.

In fondo era la prima decisione che la società richiedeva da me, la prima volta che mi metteva con le spalle al muro.

Decisi di partir subito per la campagna insieme a mia moglie, e, venduti quei pochi oggetti di valore che in mancanza di risparmi ci avrebbero permesso di vivere per qualche mese, lasciai Roma senza rimpianto.

***

Nota. Queste pagine sono riprese dalla recente edizione di Un uomo, un partigiano, il Mulino, Bologna 2004, pp. 19-20 e 25-28. Il libro uscì per la prima volta nel 1945, per le Edizioni U, casa editrice legata all’ambiente del Partito d’Azione, che nei suoi pochi anni di vita (1943-1946) mise insieme un gruppo di collaboratori e un catalogo straordinario; Un uomo, un partigiano ebbe poi una seconda edizione nel 1965, presso Einaudi. Sempre con Einaudi, nel 1953, Battaglia pubblicò la prima storia della Resistenza italiana (Storia della Resistenza italiana: 8 settembre 1943-25 aprile 1945), che ebbe un grandissimo successo e divenne un classico (a partire dal 1964 ne circolò anche una versione abbreviata, curata da Giuseppe Garritano, per Editori Riuniti: Breve storia della Resistenza italiana, ripubblicata ancora sino a pochi anni fa, e piuttosto facile da trovare sulle bancarelle dei libri usati e a metà prezzo).

Il catalogo sbn indica un solo saggio di Roberto Battaglia su Bernini: Crocifissi del Bernini in S. Pietro in Vaticano, Reale istituto di studi romani, Roma 1942 (Quaderni di studi romani, 12).

 

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