In linea da: 06/09/2013

Due bottiglie di vino e soldati in fuga in piazzale Donatello. Firenze, 8 settembre 1943

di Maria Luigia Guaita

In occasione del settantesimo anniversario, riprendiamo il ricordo dell’8 settembre 1943 di Maria Luigia Guaita (1912-2007), partigiana a Firenze, nelle fila del Partito d’Azione. Fu lei, all’alba dell’11 agosto 1944, a percorrere il centro della città per portare gli ordini e le comunicazioni relative all’inizio dell’insurrezione e all’avvio del governo del CLN toscano in città. I suoi ricordi relativi al periodo 8 settembre 1943-11 agosto 1944 furono pubblicati per la prima volta nel 1957, quindi ebbero una seconda edizione ampliata nel 1975 (sempre per l’editore Nuova Italia).

Ricordo confusamente l’otto settembre.

Una giornata d’attesa come tante altre, poi la radio alle diciannove e quarantacinque trasmise il comunicato di Badoglio. Attraverso le finestre aperte nella sera estiva le voci della radio si sommavano creando una sonorità ovattata che sembrava non aver limiti.
Apparecchiavo la tavola per la cena. Le prime parole che la voce di Badoglio pronunciò mi trattennero incerta: «Il Governo Italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta».

Mio padre si tormentava il pizzetto, mia madre si precipitò raggiante dalla cucina: «la guerra è finita!», e rideva felice. Mio padre sibilò: «È la guerra civile». Sentii che diceva chiaramente quello di cui avevo paura; intanto il comunicato continuava:

«Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Ora anche mia madre era smarrita e mio padre diceva: «Speriamo che tutto sia stato combinato, forse gli alleati sbarcheranno a Livorno stanotte».

Appena mi fu possibile scappai fuori. Davanti al bar del viale la folla era molta, ma mi parve vedere una certa perplessità che frenava la gioia della straordinaria notizia, forse la paura dei tedeschi o il senso misterioso dell’ultima frase: «Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza!». Che cosa voleva dire? «Guerra ai tedeschi!», disse un uomo eccitato e un altro disse: «Gli alleati sbarcheranno a Viareggio, Genova e Venezia, taglieranno la strada ai tedeschi!». Per il desiderio che fosse vero altri assentivano calorosamente.

Una donna piangeva e rideva dicendo: «Torneranno i miei ragazzi».

[…]

Edoardo [Fallaci] disse che i compagni si sarebbero riuniti in piazza Donatello. Piazza Donatello, a Firenze, è quella grande piazza nella quale il viale alberato che vi irrompe si divide per un tratto lasciando posto ad un’altra isola di cipressi: «Il Cimitero degli Inglesi». Questo luogo singolare ha ispirato a Böcklin il quadro «L’isola dei morti», ma se nel dipinto l’isola è circondata da un’acqua ferma e densa, a lambire i gradini d’accesso e il capelvenere che trabocca già dal muro di cinta, nella realtà la quiete del piccolo, intimo cimitero confina con il fracasso dei tram, l’urlo delle sirene, il vociare dei ragazzi che giocano. Eppure, guardando la piazza, sia che il sole accenda le vetrate e le ocre delle facciate circostanti, sia che la nebbia grigio-azzurra anneghi, insieme coi cipressi, le edicole funerarie, le colonne di marmo annerite che l’edera tenta puntigliosamente di soverchiare, e anche i grandi platani e di distributori di benzina, da tutta questa familiarità e rumore e confidenza con la morte non sorge alcuno scrupolo d’irriverenza. Niente turba la pace profonda di quegli inglesi che là riposano. Oltre i cancelli rugginosi, la quiete sembra acquistare una forma visibile, una cristallina immunità.

Raggiungemmo i compagni davanti a quei cancelli dove, per tutto il periodo della Resistenza, ebbe luogo il nostro abituale incontro. Pippo [Codignola], Enzo [Agnoletti], Carlo [Ragghianti] parlavano del lavoro che ci aspettava. Anche loro speravano che gli alleati operassero successivi sbarchi, ma non così presto, e temevano prossime le ore difficili. Si preoccupavano dell’organizzazione che doveva nascere e del modo di mantenere i contatti.

Eravamo come sorpresi da un avvenimento che pure era stato tante volte considerato possibile; di chiaro non c’era che una ferma volontà, una coscienza precisa nell’accettare l’impegno e il rischio. Pippo mi disse che avrei lavorato con lui all’organizzazione. Rimasi interdetta: lavorare con Pippo non sarebbe stato facile, lo conoscevo preciso, esigente, e io ero così disordinata! Ma nel mio sgomento c’era una punta d’orgoglio per essere stata prescelta.

Enzo capì il mio turbamento. Sorrise ad incoraggiarmi: «Ce la farai!» disse piano.

[…]

In piazza Donatello, quella sera dell’otto settembre, c’era un insolito movimento. Sulla sua inseparabile bicicletta arrivò Orsola [Biasutti], portava nel cestino davanti al manubrio due bottiglie di vino. Proponeva di andarlo a bere a casa di Rita o di Nella [Colaprete] che abitavano poco lontano. Nessuno si decideva a rincasare, nell’attesa di notizie. L’armistizio, tanto desiderato, aveva diffuso con l’inoltrarsi della notte un senso d’angoscia.

Il comunicato, in qualche modo equivoco, non lasciava molte speranze. Si diceva che i tedeschi avevano accolto la notizia con indifferenza e freddezza. Non erano molti a Firenze, ma questa loro impenetrabilità intimoriva la popolazione che li riteneva invincibili e vendicativi.
Passò un gruppo di soldati bolognesi del 19° artiglieria.

Erano decisi ad arrivare a casa, a Bologna, magari a piedi. Si erano tolte le mostrine e avevano qualche cosa di non precisamente militare. Ci raccontarono che il loro tenente aveva detto: «Curagg, fieui, scapuma!» e si era vestito in borghese.

Verso le prime ore della notte arrivano rumorosamente nella piazza tre carri armati. Il giovane ufficiali che ci venne incontro era Renzo B. [Battaglini], un compagno. Domandava che cosa poteva fare con i suoi tre carri armati. Aveva un’aria un po’ spavalda, ma era deciso. Tutti rimanemmo in silenzio anche Pippo Carlo Enzo, quelli che durante la lotta clandestina avrebbero portato il peso delle più gravi e aspre responsabilità. Il giovane ufficiale decise di sé: «Andremo verso la Futa. Può darsi che vi siano altre forze. Lassù stanno combattendo i bersaglieri».

Ci abbracciò tutti, Orsola gli offrì le bottiglie di vino che accettò ridendo, poi agile si issò sulla torretta e salutava ancora, allontanandosi per il viale buio seguito dagli altri due carri con grande strepito di ferraglia.

***

Tratto da Maria Luigia Guaita, La guerra finisce, la guerra continua, La Nuova Italia, Firenze 1957, pp. 3-8.

Nota. I ricordi di Maria Luigia Guaita uscirono per la prima volta nel 1957, sotto il titolo La guerra finisce, la guerra continua, nella collana “Quaderni del Ponte” per le edizioni Nuova Italia (Firenze), all’epoca proprietà della famiglia Codignola (Tristano “Pippo” Codignola, 1913-1981, protagonista della Resistenza fiorentina e personaggio delle pagine della Guaita, ne era allora consigliere delegato). La guerra finisce, la guerra continua era anche il titolo del primo capitolo dedicato all’8 settembre (quello che qui riprendiamo), a cui facevano seguito altri tredici.

La prefazione – intitolata Presentazione (più dell’Autrice che del libro) – era stata affidata a Ferruccio Parri, che parlava dell’autrice come di una “Gavroche in gonnella”, certo che i lettori avrebbero sempre avuto sempre davanti agli occhi questa “donna della resistenza”, “quando all’alba dell’11 agosto corre senza fiato per le vie deserte di Firenze e quando la campana del Bargello rintocca a martello cade a terra in ginocchio. E singhiozza”. La Guaita raccontava linizio dellinsurrezione, e il suo correre da una parte all'altra della città a recapitare ordini e comunicazioni, nel capitolo Undici agosto ore 5: Io dovevo correre ancora ad avvertire il Comitato di Liberazione in via Condotta. Erano le cinque. Di nuovo spiccai la corsa, ma non ce la facevo più, il mio cuore sembrava volesse scoppiare, mi sentivo disperata e felice, affranta e piena di energia. Davanti alla saracinesca abbassata della Farmacia Bizzarri mi arrestai smarrita, la campana del Bargello, ferma da quattro anni, aveva dato un rintocco che in quel silenzio sembrava magico, ecco, il secondo, alzai gli occhi verso l’alto ed un altro miracolo mi apparve: lentamente sulla torre di Palazzo Vecchio si alzava il tricolore. M’inginocchiai piangendo sul marciapiede mentre ad una ad una le persiane della piazza si spalancavano”.

Nella sua prefazione Parri scriveva anche che il titolo scelto per il libro non gli piaceva molto: Storie di un anno grande gli sembrava molto più appropriato. Il consiglio fu seguito per la seconda edizione, uscita nel 1975 sempre per la Nuova Italia (titolo completo: Storie di un anno grande. Settembre 1943-agosto 1944). In questa nuova edizione veniva aggiunto un elenco dei nomi citati (mentre nessuno scioglimento era stato previsto per la prima), ognuno dei quali corredato da una brevissima nota biografica (più o meno precisa). Soprattutto, per la seconda edizione venivano aggiunti due capitoli, uno dei quali – molto bello, intitolato La carta d’identità azzurra – dedicato alla vicenda di “Annamà” (Anna Maria Ichino, ma ancora “coperta” nell’elenco dei nomi sotto un refuso o, più verosimilmente, un deliberato pseudonimo: “Anna Maria Scheno”) che dal dicembre 1943 all’estate 1944 ospitò “Carlo” (Carlo Levi) in una delle stanze della pensione che gestiva, in piazza Pitti 14 (circostanza da qualche anno segnalata da una lapide sulla facciata dell’edificio).

Maria Luigia Guaita ha avuto una lunga vita, legando il suo nome a numerose imprese culturali, tra cui anche le Edizioni U che pubblicarono per la prima volta il libro di Roberto Battaglia che abbiamo ripreso in questi stessi giorni; il suo nome è poi legato soprattutto alla Galleria il Bisonte di Firenze.

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