In linea da: 31/05/2013

Eric Hobsbawm. Un ricordo personale

di Lucio Sponza

Pubblichiamo l’intervento che Lucio Sponza ha tenuto il 9 maggio 2013 al convegno “Ascoltare il lavoro. Seminario di storia e scienze sociali”, nella sessione di apertura intitolata Storici al lavoro. Omaggio a Eric Hobsbawm. Il convegno, organizzato dall’Ires (Istituto ricerce economiche e sociali Veneto), dall’Aiso (Associazione italiana di storia orale) e dal Dipartimento di studi umanistici dell’università Ca’ Foscari (si veda anche il sito del corso di laurea in storia), si è tenuto a Venezia il 9 e 10 maggio 2013. Lucio Sponza, allievo di Eric Hobsbawm, ha insegnato all’Università di Westminster; conclusa la sua carriera in Inghilterra, oggi vive a Venezia. Per storiAmestre ha pubblicato, nella collana Quaderni, L’onore e la legge. Un dramma d’amore a Venezia (1924).

1. Come ho conosciuto Eric Hobsbawm

Quando, a metà degli anni Sessanta ho incominciato a leggere Rinascita, il settimanale di politica e cultura del PCI, tra gli articoli che mi interessavano di più erano le corrispondenze (di tanto in tanto) dall’Inghilterra. Mi piacevano perché gli argomenti sulla realtà economica, politica e sociale di quel paese erano affrontati tenendo conto dello sfondo storico che a quei fenomeni aveva dato origine. Erano anni particolarmente stimolanti perché di transizione da una svuotata egemonia del partito conservatore a un ritorno dei laburisti al governo con Harold Wilson. Quegli articoli erano firmati: E.J. Hobsbawm. 

Stavo per laurearmi in Economia e Commercio a Ca’ Foscari, senza entusiasmi per la partita doppia, la teoria dei costi marginali o i meandri del diritto fallimentare. I miei interessi si erano sempre più orientati verso la studio della storia, in particolare la storia economica e sociale.

Nell’estate del 1968 ero a Londra, per qualche settimana – pensavo. E mi capitò di scoprire subito chi era Eric Hobsbawm quando notai che nella vetrina di una libreria era esposto il suo nuovo libro: Industry and Empire. An Economic History of Britain since 1750. Lo comprai, lo lessi e la mia ammirazione per l’autore diventò un po’ patologica. (Galeotto fu il libro, ecc.)

La cosa sarebbe finita lì, o quasi, se – per varie circostanze – non fossi rimasto in Inghilterra. Nel 1970 fui assunto dal Polytechnic of Central London per insegnare a studenti di lingue rudimenti di politica e di economia dell’Italia contemporanea. Finito il primo anno – si era nel 1971 – pensai di impegnarmi nello studio della storia di quel paese e fra i corsi offerti dall’Università di Londra ce n’era uno proprio di Eric Hobsbawm (gli inglesi hanno inventato una parola per queste circostanze fortuite e fortunate: serendipity). Si trattava di un Master da completare in due anni, part-time, presso il Birkbeck College, dove le lezioni erano e sono solo di sera, essendo destinate a studenti lavoratori e dove Hobsbawm insegnava dal 1947. (Questo College fu fondato nel 1823 – 190 anni fa – per iniziativa di un medico filantropo, il dottor George Birkbeck, per offrire corsi di studio a operai e artigiani impegnati con il loro lavoro durante il giorno. Diventò parte dell’Università di Londra nel 1926.)

Il corso era intitolato: MA in Social and Economic History of 19th-Century Britain. L’ammissione era subordinata a un colloquio con lo stesso Hobsbawm. E così l’incontrai di persona per la prima volta. La sua stanza non era grande e a renderla un po’ claustrofobica erano i mucchi e le pile di libri dappertutto. Aveva il volto magro e spigoloso, i capelli un po’ scomposti e la bocca asimmetrica. Era seduto dietro una scrivania ridotta a libero scaffale di libri, solo con lo spazio per una macchina per scrivere davanti a lui. Mi chiese perché volevo iscrivermi al corso. Credo di essermi aspettato questa domanda e risposi accennando agli studi di economia, ma manifestando il mio interesse per la storia economico-sociale e aggiungendo che mi lusingava approfondire quella del primo grande paese industriale. Mi spiazzò un poco, invece, quando mi chiese chi avevo avuto come insegnante di storia economica a Ca’ Foscari. Probabilmente è solo una mia riflessione a posteriori, ma ho l’impressione che mi sarebbe piaciuto rispondere di avere avuto Gino Luzzatto – che però era andato in pensione poco prima della mia iscrizione a Ca’ Foscari. Risposi che il mio insegnante era stato Daniele Beltrami. Anche qui il terreno dei ricordi non è solido, ma mi pare che quel nome non gli fosse ignoto. Fui accettato.

2. Il corso di Master

Nel primo anno del corso, dedicato allo studio del movimento operaio inglese eravamo iscritti solo in quattro; nel secondo, che trattava della storiografia economico-sociale, si aggiunsero altri cinque studenti (per i quali quello era il primo anno di studio). Gli incontri avvenivano una volta alla settimana e duravano due ore; il corso di Hobsbawm doveva essere integrato con un insegnamento complementare – con incontri settimanali di un’ora, con un altro insegnante. Io scelsi Sociologia.

Per il corso principale ci si sistemava in una stanza accanto a quella di Hobsbawm, intorno a dei tavoli avvicinati; lui arrivava con parecchi libri. Quello che sembrava essere sempre presente era un grosso compendio di statistiche per tutto l’Ottocento, al quale ogni tanto ricorreva – l’Abstract of British Historical Statistics, di Brian Mitchell e Phyllis Deane. Lo faceva, credo, più per avere conferme che per cercare risposte. La sua memoria era poderosa; Neal Ascherson ha ricordato che “la capacità di Hobsbawm di immagazzinare e richiamare dettagli ha raggiunto una scala a cui di solito si avvicinano solo grandi archivi con numerosi dipendenti”. Andava a sedersi a capotavola, diciamo così, noi eravamo agli altri lati.

Indossava abiti (pantaloni e camicia, questa per lo più di flanella a scacchi) che sembravano di qualche misura superiore al necessario – data la sua magrezza. Portava con sé la pipa, che però usava solo per rigirarla tra le dita sottili e per appoggiarla sul tavolo quando doveva aprire un libro – e in tal caso spingeva gli occhiali sulla fronte perché, da miope, gli erano d’ingombro per la lettura (un movimento che mi ricordava Ferruccio Parri). Se arrivava da fuori, portava una giacca a vento e una borsa a tracolla, contenente qualche libro e delle carte. Parlava lentamente, scandendo le parole come se dietro ognuna di esse ci fosse un pensiero che veniva elaborato in quel momento.

Ricordo bene la prima lezione: ci salutò rapidamente mentre andava a sedersi; distribuì delle fotocopie, una a ciascuno di noi quattro e diverse l’una dall’altra. Ci disse di guardarle attentamente per qualche minuto. Non so che cosa avessero davanti agli occhi i miei compagni; io avevo la riproduzione di una pagina forse di un dizionario o di una enciclopedia, comunque piena di lemmi. Dopo un po’ ci chiese che cosa pensavamo. Superata la nostra iniziale perplessità era evidente che ci chiedeva di fare qualche rapida ipotesi di carattere – diciamo – filologico, sul foglio che avevamo davanti: la fonte, la data (più o meno), i destinatari, lo scopo, lo stile, ecc. Partendo da quei pochi elementi ci chiedeva di fare uno sforzo per ricercarne un contesto storico, un senso generale.

Questa credo sia una caratteristica di tutti i suoi scritti, oltre che del suo insegnamento: dal dettaglio apparentemente insignificante passava a sintesi folgoranti. Ecco uno degli ultimi esempi in questo senso, tratto dal libro uscito postumo all’inizio del 2013, Fractured Times. Culture and Society in the Twentieth Century (London, Little & Brown; trad. it. La fine della cultura: saggio su un secolo in crisi di identità, Milano, Rizzoli):

“[M]entre scrivevo dello stile Liberty nel mio L’età degli Imperi, verso la fine degli anni Ottanta, mi sono ritrovato a mescolare il tè con un cucchiaino di plastica proveniente dalla Corea: era evidente che i suoi segni decorativi derivavano dallo stile Liberty”. (Traduzione mia; Mark Mazower ha scritto che “nessun altro storico è stato come Hobsbawm a proprio agio scrivendo dell’America Latina in una riga e della Cina qualche riga sotto.”)

In un articolo per il Financial Times (19 aprile 2013) sua figlia Julia ha raccontato che mentre si trovava una sera nella propria camera d’albergo a Siviglia, senza avere sottomano qualcosa da leggere, se non la Bibbia messa a disposizione dal pio albergatore, suo padre si immerse nella lettura dell’elenco telefonico. Ha poi aggiunto che sembra fosse arrivato alla lettera H. La cosa più sorprendente in questo episodio non è l’immersione nell’elenco telefonico (chissà se a qualcuno di noi, nel primo giorno del corso, non fosse stata consegnata proprio la fotocopia di una pagina di un vecchio elenco telefonico!), ma che il Nostro non avesse altro da leggere. Sempre Julia racconta infatti che proprio il giorno della sua nascita (nel 1964), quando l’infermiera chiese a sua mamma come poteva riconoscere il professore fra i padri imminenti che andavano su e giù per il corridoio, Marlene rispose che bastava cercare quello che doveva trovarsi seduto da qualche parte sprofondato nella lettura di un libro.

Ma ritorniamo al corso di MA. Durante il primo trimestre (quello che gli inglesi chiamano Autumn Term, a cui seguono, stranamente, lo Spring Term e il Summer Term – insomma, non c’è un Winter Term, e non ho mai capito perché), dall’inizio di ottobre a Natale, Hobsbawm faceva delle lezioni più o meno tradizionali. Dopo aver delineato, intorno a un tema preciso, l’intreccio ricco di avvenimenti, circostanze e personaggi, l’argomentazione diventava valutativa e comparata (sia temporalmente che spazialmente). Avevo talvolta l’impressione che il professore divagasse, ma alla fine anche i dettagli apparentemente marginali diventavano parte importante del ragionamento – che si rivelava chiaro e illuminante.

Alla fine del primo trimestre veniva assegnato a ognuno di noi un tema di ricerca e nel secondo e terzo trimestre eravamo dunque noi, a turno, a fare una relazione sugli argomenti proposti. La presentazione durava più o meno un’ora; la seconda ora era di discussione. Di solito era Hobsbawm a cominciare facendo delle osservazioni, ma poi sollecitava il dibattito. I miei compagni – l’età variava dai trenta ai sessanta e passa – avevano per lo più una solida base storica e culturale del loro paese. Spesso per questo mi sentivo un po’ disorientato, ma quando avevo modo di parlarne a quattr’occhi con Hobsbawm, ero rassicurato dal suo atteggiamento comprensivo e incoraggiante.

Mi colpiva che durante le lezioni e in quegli incontri non facesse mai riferimento a suoi libri o saggi, pubblicati o in gestazione. Sembrava anzi riluttante a parlarne. Una volta uno di noi gli chiese di ritornare sulla controversia intorno al livello di vita nella prima metà dell’Ottocento. La disputa si era accesa alla fine degli anni Cinquanta quando Hobsbawm pubblicò un saggio che intendeva demolire l’opinione dominante che la rivoluzione industriale avesse portato fin dall’inizio molti più vantaggi che svantaggi alle masse lavoratrici. Ma disse che era una questione vecchia e che non c’era niente da aggiungere. In quei primi anni Settanta stava lavorando – fra altre cose – sull’Età del capitale (pubblicato nel ’75, seconda parte della grande trilogia dell’Ottocento; in italiano è noto con il titolo Il trionfo della borghesia). Riguardava un argomento centrale del nostro corso, ma non ne fece parola. Immagino però che si aspettasse che andassimo a leggere il suo articolo del ’57 e la replica di Ronald Hartwell del ’61, nella Economic History Review, che mise in moto la polemica.

All’inizio del secondo anno dovevamo scegliere un argomento per la tesi (un lavoro di circa 15-20.000 parole). Ne pensai due: il primo su Mazzini, per ri-vederne il pensiero alla luce della realtà politica, sociale, ed economica dell’Inghilterra in cui visse (allora su Mazzini in Inghilterra c’era solo il vecchio e modesto studio di Emilia Morelli). Il secondo era sull’emigrazione italiana nella Londra Vittoriana (cioè dagli anni ’40 alla fine dell’Ottocento). Avrei preferito affrontare il primo argomento, ma Hobsbawm era del parere opposto. Non insistei.

Il nazionalismo, allora, era considerato da Hobsbawm poco interessante e anacronistico. L’emigrazione italiana invece – quella motivata da ragioni economiche e non politiche (altra sberla al povero Mazzini) – era quasi del tutto sconosciuta. E così intrapresi lo studio dei nostri girovaghi, piccoli artigiani, figurinai, gelatai ambulanti, camerieri, cuochi, e così via.

Forse Mazzini gli sarebbe andato bene una decina d’anni dopo, quando si trovò ad affrontare la questione del nazionalismo in occasione di un ciclo di lezioni tenute nientemeno che a Belfast (1985). Da quelle lezioni trasse lo spunto per approfondire ulteriormente l’argomento: il suo Nations and Nationalism since 1780. Programme, Myth, Reality fu scritto nel 1989 e uscì l’anno dopo (trad. it. Nazioni e nazionalismo dal 1780: programma, mito, realtà, Torino, Einaudi, 1991). Nella seconda edizione, del ’92, Hobsbawm aggiunse un nuovo capitolo, intitolato “Nationalism in the late twentieth century”, alla luce della disintegrazione dell’Unione Sovietica e della Yugoslavia. Avrebbe poi affrontato la questione in numerose pagine nel suo Secolo Breve (che è del 1994).

3. Verso il PhD

Ho poi sviluppato l’argomento della tesi di Master in un dottorato, sempre con Eric Hobsbawm, e questo mi dava l’opportunità di incontrarlo numerose volte – anche perché ho impiegato parecchio più tempo per il completamento di quanto fosse inizialmente previsto. 

Ho numerosi ricordi di questi incontri di … aggiornamento, in cui si finiva per parlare di cose diverse. Spesso riguardavano l’Italia, che conosceva bene. Come quando mi parlò della sua grande ammirazione per Italo Calvino, di cui aveva appena letto – fresco di stampa – Le città invisibili. L’ermetismo di Montale, invece, aveva difficoltà ad apprezzarlo (non credo di essere riuscito a fargli cambiare idea). Era molto interessato al dibattito sulle “tre Italie”, intorno allo sviluppo “periferico” delle piccole e medie imprese. Quanto ai suoi stati d’animo, una volta mi manifestò la sua irritazione per i ritardi all’invio dei saggi che sarebbero confluiti nella voluminosa Storia del Marxismo (dell’Einaudi) di cui lui era il curatore, oltre che uno dei contributori. E l’opera uscì con qualche anno di ritardo (in quattro volumi tra il 1978 e il 1982). In un’altra occasione parlava di papa Wojtyła come della sola voce che ormai si levava a denunciare il capitalismo. Infine, fu molto sorpreso e addolorato quando accennai – pensando che lo sapesse – che solo il giorno dopo la morte di Giorgio Amendola, era deceduta (di crepacuore) anche sua moglie, Germaine Lecocque. Li conosceva bene; come conosceva bene molti dirigenti del PCI – non ultimo Giorgio Napolitano, di cui era amico e al quale fece un’intervista sul partito comunista italiano, pubblicata nei saggi tascabili di Laterza (1976).

Questa sua conoscenza dell’Italia e in particolare del PCI, mi porta a ricordare l’occasione (la sola!) in cui abbiamo partecipato da relatori a una conferenza. Si era nel 1977 e con una mia collega e Donald Sassoon (anche lui allora dottorando di Hobsbawm) prendemmo contatto con la casa editrice Lawrence & Wishart, che aveva da poco pubblicato una selezione dei Quaderni del carcere di Gramsci. Era il quarantesimo anniversario della sua morte e si voleva organizzare una conferenza nel mio Politecnico. Chiesi a Hobsbawm se avesse desiderato contribuirvi – e lo fece con entusiasmo. Era stato l’unico inglese a partecipare al convegno su Gramsci a Roma nel 1958. A Londra, quasi vent’anni dopo, parlò di Gramsci come di un pensatore originale e innovatore della teoria marxiana della politica, anzi di un vero genio (anche se non ripeté questa parola nel suo principale saggio su Gramsci pubblicato nel 1982).

Ai margini della conferenza ho avuto modo di sentirlo parlare in buon italiano con gli intellettuali comunisti che il PCI aveva mandato a Londra per l’occasione: Nicola Badaloni, Fabio Mussi, Bruno Trentin e Giuseppe Vacca. Badaloni e Vacca chiesero di fare un intervento alla conferenza, nonostante non fosse nel programma. Non credo che Hobsbawm gradisse questa intromissione. Lo fecero in italiano, leggendone il testo – e Donald Sassoon si prestò da improvvisato interprete – ma il peggio fu che Badaloni aveva preparato un testo lungo, appesantito da citazioni dotte e da contorsioni sintattiche – tanto amate le une e le altre da molti nostri accademici. Purtroppo gli inglesi amano la chiarezza e la concisione, sicché avevo la netta sensazione che Hobsbawm – per dirla con un understatement molto inglese – “was not pleased about it”.

A proposito del buon italiano di Hobsbawm, è noto che era un formidabile poliglotta: oltre a essere bilingue (tedesco e inglese), conosceva molto bene anche il francese e lo spagnolo. Per quest’ultima lingua posso testimoniare, perché in un paio d’occasioni quando ero nella sua stanza a parlare del mio lento progresso con la tesi di dottorato, venne a trovarlo con una certa urgenza qualche rifugiato dell’America Latina, cileno o argentino, che lui in qualche modo stava aiutando.

Passione politica, curiosità per ogni attività intellettuale – e amore sconfinato per il jazz. Tanto che negli anni Cinquanta il Nostro era stato il critico per questo genere musicale del settimanale New Statesman. Gli articoli erano firmati con uno pseudonimo, Francis Newton (che era stato un grande trombettista nero, e comunista). Hobsbawm ha scritto che il jazz è stato e rimane “il più serio contributo degli Stati Uniti alla cultura mondiale”. Di jazz non me ne intendo, ma il necrologio che scrisse per Billie Holiday – che aveva avuto una vita disgraziatissima – mi sembra dimostri che nei momenti di coinvolgimento emotivo sapeva scrivere intensa prosa poetica. È stato ripubblicato nel ’98, nel libro Uncommon people. Resistance, Rebellion and Jazz (trad. it. Gente non comune, Milano, Rizzoli, 1998), e le sue ultime parole sono: “È impossibile non piangere per lei. È impossibile non odiare il mondo che la portò all’autodistruzione”.

Erano famosi i seminari che Hobsbawm organizzava con regolarità (mensile? trimestrale? Non ricordo), invitando storici più o meno famosi a parlare e discutere dei loro “works in progress”. Andai a pochi, ma uno mi rimane chiaro nella mente per la persona invitata, più che per quello che disse: si trattava di Raphael Samuel, che insegnava al Ruskin College di Oxford (un’istituzione indipendente, sorta per l’insegnamento della storia a lavoratori, sindacalisti e persone motivate anche senza qualifiche accademiche). Era stato uno dei più giovani del gruppo di storici del partito comunista britannico, di cui Hobsbawm era stato uno dei fondatori. Era venuto a parlare dei suoi Theatres of Memory, un’opera poco sistematica ed enciclopedica di storia sociale inglese (morì senza aver visto uscire il secondo volume). Non credo di avere mai incontrato un intellettuale più trasandato di Samuel, negli abiti, nel portamento e nella cura di sé (a suo confronto Hobsbawm appariva un modello di eleganza), ma era un torrente di idee stimolanti. 

4. Altri incontri (sporadici)

Dopo che completai il dottorato i nostri incontri si fecero rari, e di solito causati da circostanze esterne, come quando ci scambiammo qualche parola all’Istituto di Cultura Italiano a Londra, dopo che aveva finito la conversazione-intervista con Antonio Polito (pubblicata poi dalla Laterza con il titolo Intervista sul nuovo secolo, 1999). Fu in quell’occasione che lo sentii parlare, per sollecitazione di Polito, della sua prima visita in Italia, nel 1952, e dei contatti che stabilì subito grazie all’intermediazione del suo amico Piero Sraffa, il quale – disse – “conosceva quasi tutti quelli che valesse la pena di riconoscere” (che voleva dire: fra gli intellettuali comunisti) – in particolare, ricordò Delio Cantimori.

L’ultimo incontro ebbe invece carattere più personale: una cena fra pochi in suo onore, in un ristorante cinese. Qualche mese dopo la vittoria elettorale di Tony Blair, nel 1997, era stato conferito a Hobsbawm il titolo prestigioso di Companion of Honour. La cosa lo aveva molto divertito. Fra una portata e l’altra disse che in fondo quello sarebbe stato probabilmente l’atto più rivoluzionario compiuto da Blair.

La serata era stata organizzata da Donald Sassoon, che riunì altri due vecchi studenti di dottorato di Hobsbawm: John Lloyd (che era stato corrispondente da Mosca per il Financial Times, e aveva scritto un importante libro sulla Russia; ogni tanto scrive per la Repubblica) e Nina Fishman (che per parecchi anni aveva lavorato su un sindacalista inglese – Arthur Horner – ma il libro uscì postumo perché Nina morì di cancro alla fine del 2009). Con Hobsbawm c’era Marlene, sua moglie (che voleva parlare un po’ in italiano con me; conosce bene la lingua per essere stata alcuni anni in Italia da giovane), Donald era con la compagna, Nina con il marito, John e io da soli. Donald, come sempre, faceva osservazioni argute e divertenti, ma non riuscì a evitare una seria discussione fra il Nostro e John sulle caratteristiche e sulle prospettive del governo Blair – a cui Hobsbawm guardava con una certa severità, mentre John era favorevole alla “terza via”. L’altra cosa che ricordo di quella cena è che io sono stato il solo a mangiare con le posate: tutti loro si destreggiavano benissimo con i bastoncini!

L’ultima volta che ho sentito la sua voce, invece, è stato nel 2002, in una intervista alla radio della BBC. Era stata da poco pubblicata la sua autobiografia (Interesting Times – A Twentieth-Century Life; trad. it. Anni interessanti. Autobiografia di uno storico, Milano, Rizzoli, 2002). Inevitabilmente l’intervistatrice gli chiese perché era rimasto nel partito comunista anche dopo il 1956, a differenza della maggior parte dei suoi amici e colleghi del Gruppo degli Storici Comunisti. Rispose lentamente, come se ci dovesse pensare – nonostante che quella domanda gli fosse stata rivolta molte volte:

“… Non so … se non, in un certo senso, per fedeltà alla propria vita …” (“… Don’t know … except, in a sense, loyalty to one own’s life …”) 

Di quella intervista vorrei ora, per concludere, riprodurre qui la risposta – nell’originale e tradotta – alla domanda su come gli sarebbe piaciuto essere ricordato. 

Dall’intervista a Eric Hobsbawm condotta da Isabel Hilton (BBC, Radio 3, 23 settembre 2002)

How would you like to be remembered?

As a believer in the values of reason and the Enlightenment, which includes the values of the great revolutions.

As a man who believed in humanity, rather than in particular self-contained groups or sectors of humanity.

As a man who wrote hoping to be read by ordinary people – preferably who’d understand him – without necessarily losing the respect of his peers and colleagues.

If you like, therefore, as somebody who tried to think and communicate in the way in which to compare the smaller with the bigger, as Adam Smith did, and Charles Darwin did, and even Maynard Keynes did.

I think that is an important English tradition. I think it is a tradition which helps in – should you forgive my saying so – the political education of the citizen.

Come le piacerebbe essere ricordato?

Come uno che crede nei valori della ragione e dell’Illuminismo, il quale comprende i valori delle grandi rivoluzioni.

Come un uomo che ha creduto nell’umanità, piuttosto che in gruppi indipendenti o parti dell’umanità.

Come un uomo che ha scritto sperando di essere letto da persone comuni – preferibilmente da chi lo capisca – senza necessariamente perdere il rispetto dei propri simili e colleghi.

Diciamo, allora, come qualcuno che ha cercato di pensare e di comunicare nel modo in cui si confrontano le cose piccole con le grandi, come fece Adam Smith e come fece Charles Darwin, e come fece anche Maynard Keynes.

Credo che questa sia un’importante tradizione inglese. Credo che sia una tradizione che aiuta – se mi consente l’espressione – l’educazione politica del cittadino.

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