In linea da: 24/04/2013

La liberazione di Venezia, 28-29 aprile 1945

di Maurizio Reberschak

Per augurare buon 25 aprile, quest’anno ripubblichiamo un articolo di Maurizio Reberschak uscito il 28 aprile 1995, Cinquantenario della Liberazione di Venezia, sulle pagine del “Gazzettino” con lo stesso titolo che riproponiamo qui e il sottotitolo "Una liberazione anomala". Subito, dunque, l'autore mette in evidenza  che le modalità con cui Venezia e Mestre furono liberate rappresentarono un’anomalia rispetto a quanto accaduto nelle altre città del Nord. Reberschak rievoca peraltro anche altre "anomalie" di Venezia nell'ultimo scorcio della guerra, in primo luogo il fatto di essere diventata, nell'ambito della Repubblica Sociale Italiana, una "città ministeriale" . Sottolinea inoltre che il 28-29 aprile la scena principale (per le manifestazioni popolari, le trattative che si snodano tra i luoghi del potere in città, e infine l’esultanza) fu piazza San Marco, il che, a suo avviso, suggerisce qualche analogia tra l’aprile 1945 e il marzo 1848. Infine, nelle sue conclusioni, evoca le grandi discussioni (storiografiche e politiche) in corso in quel periodo, sulla scia dell’allora recente libro di Claudio Pavone, Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella Resistenza (prima edizione Bollati Boringhieri, Torino 1991). Per questa occasione, l’articolo è completato da una bibliografia e dalle indicazioni per raggiungere alcuni video, sempre a cura di Maurizio Reberschak.

La liberazione di Venezia avvenuta tra il 28 e il 29 aprile 1945 si configura come un’anomalia rispetto alle modalità della liberazione verificatasi nelle principali città del nord Italia dal 25 al 28 aprile, Genova, Milano, Torino. Mentre in queste città infatti la resa o l’evacuazione dei tedeschi avviene senza condizioni, a Venezia i meccanismi con cui si impostano le trattative con i comandi tedeschi si presentano inconsueti.

Accanto ai due protagonisti, che a prima vista sembrerebbero i principali, cioè da un lato i responsabili della direzione politica e militare del movimento di resistenza – rispettivamente il CLN (Comitato di liberazione nazionale) e il CVL (Corpo volontari della libertà) – e dall’altro il comando e la rappresentanza diplomatica tedesca, si pongono subito in primo piano altri due interlocutori che non compaiono mai ufficialmente, agiscono quasi sotterraneamente, ma impostano le direttive fondamentali degli accordi: la Curia patriarcale e due missioni alleate presenti in città – la Margot Hollis e la Corral – nelle persone dell’avv. Ferraro e del cap. scozzese Cottrel.

La mediazione dei vescovi non è certo una novità. Era intervenuta già nei giorni precedenti con alterne fortune nelle grandi città dell’Italia occidentale per cercare di assicurare condizioni dignitose per tutti: nota è ad esempio la disponibilità manifestata in tal senso dall’arcivescovo di Milano, il card. Schuster, che cercò inutilmente di farsi garante per la salvezza di Mussolini. E così non è affatto sconosciuto l’intervento pressante di esponenti alleati, come quello esercitato dal col. inglese Stevens a Torino per garantire le migliori condizioni di accesso in città agli alleati, consiglio però rimasto inascoltato dai partigiani che preferirono agire di propria iniziativa.

L’aspetto nuovo che si verifica a Venezia è il fatto che i due interlocutori non ufficiali dei comandi tedeschi agiscono in maniera determinante per far accettare alle parti in causa l’evacuazione delle truppe tedesche senza la consegna delle armi, in cambio dell’impegno a non mettere in opera minacce di distruzioni (porto, collegamenti, industrie) più volte avanzate.

A questa conclusione porta la giornata del 28 aprile, giornata frenetica e convulsa che si apre con la diffusione attraverso il giornale “Fratelli d’Italia” – che sostituisce la testata del “Gazzettino” troppo compromesso con il neofascismo della RSI (Repubblica sociale italiana) – del proclama insurrezionale decretato la sera prima dal CLN di Venezia: il CLN ordina lo «sciopero generale insurrezionale» e dichiara di assumere «tutti i poteri di governo e di amministrazione». Le calli e i campi di Venezia sono percorsi in lungo e in largo da gruppi di partigiani e gente comune che si accoda a loro.

1. Sul ponte di Rialto. Fonte: galleria fotografica pubblicata da La Nuova Venezia (si veda anche l'articolo collegato).

Ma il cuore delle vicende si svolge a San Marco, riproponendo una specie di rituale ormai consueto nelle grandi occasioni: così era avvenuto per esempio in un antecedente significativo sotto il profilo nazionale risorgimentale con la costituzione della Repubblica veneziana del 1848. Piazza San Marco diventa il luogo emblematico e simbolico del popolo – la folla, i partigiani, i rappresentanti del CLN – che si impadronisce del luogo aperto (in questo caso le immediate adiacenze, poiché’ in nella piazza non si poteva restare sotto il tiro degli spari) e snoda le sue richieste tra i centri della rappresentanza e del potere chiusi nei palazzi – il patriarcato quale prolungamento della basilica, il palazzo Reale sede della Platzkommandantur, le Procuratorie vecchie sede delle SS – che cingono la piazza quasi a dominarla e controllarla. È una liturgia quasi dogale già sperimentata anche nelle celebrazioni della Serenissima Repubblica.

Gli esponenti del CLN e del CVL, che avevano presentato ai tedeschi una richiesta di resa senza condizioni – non accettata –, fanno la spola tra il comando tedesco e il patriarcato. Alla fine – sotto la protezione di una bandiera bianca – Gatto (democristano), Damo (comunista), Lisato (socialista), Pasetti (azionista), Rubin (liberale) accompagnano i comandanti tedeschi in patriarcato, dove il card. Piazza può mettere in atto la sua mediazione con l’aiuto decisivo di padre Mapelli, suo segretario, e di monsignor Urbani, cancelliere della curia. Più tardi si attraversa ancora la piazza lungo il palazzo Ducale verso il molo, per raggiungere l’albergo Danieli, dove si erano stabiliti gli esponenti delle missioni alleate, quasi in disparte rispetto ai “luoghi” consueti e tradizionali di piazza San Marco, ma in posizione strategica, pronti per ogni evenienza all’intervento immediato. Vengono definite le condizioni da inserire nell’accordo.

Gli organi di direzione politica e militare della resistenza rinunciano alla scelta politica e alla posizione di principio. Il CLN lascia al CVL il compito di decidere in merito, valutando la questione un problema di carattere militare. Il CVL accetta – con un solo voto contrario, quello del rappresentante comunista – che si concluda con i comandi tedeschi un protocollo di condizioni reciproche. Il CLN e il CVL firmano il documento con i comandi tedeschi: le firme apposte sono quelle di Eugenio Gatto per il primo organismo, dell’amm. Zannoni per il secondo; l’avallo è sancito dal presidente del CLN regionale veneto, Ugo Morin, presente all’atto della ratifica dell’accordo. Le truppe tedesche lasciano la città tra la sera dello stesso giorno e la mattina seguente.

Anche da Mestre l’esercito tedesco se ne può andare dopo aver concluso con il locale CLN una convenzione, in base alla quale riconosce il passaggio dei poteri al CLN e si ritira in armi dalla città senza operare distruzioni.

2. Partigiani e folla a Mestre nella liberazione. Fonte: La resistenza nel veneziano, vol. I, La società veneziana tra fascismo, resistenza, repubblica, a cura di Giannantonio Paladini e Maurizio Reberschak, Comune di Venezia, Venezia [1984]. Si veda anche www.agendavenezia.org

Nessuna condizione invece avevano imposto i comandi fascisti della GNR (Guardia nazionale repubblicana) e delle BN (Brigate nere), e i vertici politici del PFR (Partito fascista repubblicano), che si erano consegnati senza alcuna riserva all’inizio della mattinata del 28: e così era avvenuto già in ogni città. Soltanto la X Mas, il reparto d’assalto della marina asserragliato nell’ex collegio navale a Sant’Elena, attende la mattina del 30 per arrendersi contemporaneamente all’arrivo a Venezia dell’VIII armata inglese, che era stata preceduta il giorno prima dalle avanguardie della divisione italiana Cremona.

3. L’arrivo dei soldati neozelandesi in piazza San Marco. Fonte: galleria fotografica pubblicata da La Nuova Venezia.

Ci si può chiedere quale sia stato il motivo per far accettare ai responsabili del movimento di resistenza la trattativa a discrezione conclusasi con il protocollo di condizioni. Non è il caso di interpretare il loro atteggiamento come cedimento incontrollato o addirittura sconfitta subita. Certo, la liberazione di Venezia fu un’anomalia, come si è detto.

4. La festa della liberazione e la consegna delle armi in piazza San Marco il 1 maggio 1945. Fonte: galleria fotografica pubblicata da La Nuova Venezia.

Ma tutto per Venezia era stato un’anomalia. Anzitutto la condizione stessa della città, che dopo l’8 settembre 1943 era stata soggetta all’occupazione militare nazista prima e all’insediamento di numerosi e importanti uffici della RSI poi. Fino all’aprile 1945 a Venezia si possono contare ben 17 sedi di comandi nazisti a vario livello e 24 uffici ministeriali repubblicani, tra cui primeggiavano il Ministero dei lavori pubblici, direzioni dei Ministeri degli esteri e della cultura popolare, l’Istituto Luce, “Cinevillaggio” (Cinecittà trasferita a Venezia), e così via. Venezia era diventata ormai una “città ministeriale”.

Per di più la città si trovava in una situazione di “salvaguardia”, essendole stata garantita l’integrità da bombardamenti e distruzioni in seguito ad accordi segreti tra alleati e tedeschi con la garanzia della Santa Sede.

 

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5. Sfilata di partigiani in piazza San Marco il 1 maggio. Fonte: galleria fotografica pubblicata da La Nuova Venezia.

6. Sfilata di partigiani in piazza San Marco il 1 maggio. Fonte: galleria fotografica pubblicata da La Nuova Venezia.

Anche la resistenza aveva fatto i conti con la situazione anomala di Venezia, passando dall’azione clamorosa degli attentati, che aveva scatenato la dura rappresaglia dei nazifascisti nell’estate 1944, alla guerriglia psicologica, di cui era stato esemplare l’episodio più clamoroso, la “beffa del Goldoni” del marzo 1945.

Ogni cosa a Venezia si presentava anomala nella contingenza di una guerra a sua volta anomala, in cui oltre agli eserciti tradizionali si erano schierate le formazioni di coloro che con la loro iniziativa si erano trovati coinvolti in una guerra patriottica sì, ma anche civile e talvolta di classe, come si è espresso senza titubanze uno storico dalle posizioni certamente non equivoche, Claudio Pavone. E anomala non poteva non esserlo anche la liberazione.

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7. Sfilata di partigiani in piazza San Marco il 1 maggio. Fonte: galleria fotografica pubblicata da La Nuova Venezia.

8. Foto di gruppo di partigiani in festa. Fonte: La resistenza nel veneziano, vol. I, La società veneziana cit.

 

Bibliografia (aprile 2013)

1943-1945. Venezia nella resistenza. Testimonianze, a cura di Giuseppe Turcato, Agostino Zanon Dal Bo, Comune di Venezia, Venezia 1976

La resistenza nel veneziano, vol. I, La società veneziana tra fascismo, resistenza, repubblica, a cura di Giannantonio Paladini, Maurizio Reberschak, Comune di Venezia, Venezia s.d. [1984]

La resistenza nel veneziano, vol. II, Documenti, a cura di Giannantonio Paladini, Maurizio Reberschak, Comune di Venezia, Venezia s.d. [1985]

Giulio Bobbo, Venezia in tempo di guerra. 1943-1945, prefazione di Marco Borghi, Il Poligrafo, Padova 2005

Guarda i video

1. (la liberazione a Venezia), presso l’archivio dell’Istituto Luce

2. (la liberazione in Italia), presso l’archivio dell’Istituto Luce

3. Dieci anni di vita italiana. 1944-1954 (la liberazione di Venezia alle sequenze 40-48, intorno al minuto 4)

4. Il tricolore sventola a Venezia (la liberazione a Venezia e dintorni)

2 commenti per La liberazione di Venezia, 28-29 aprile 1945

  • Luisa Lisato

    Mio papà mi diceva che mio nonno e gli altri del cln non volevano rischiare che venezia fosse distrutta dai tedeschi in ritirata.

  • Rosanna Trolese

    Sono veneziana ho un vivissimo ricordo di una mattina soleggiata in cui sulle scale del palazzone dove abitavamo una donna iniziò a gridare che la radio aveva annunciato che la guerra era finita e tutti in calle urlavano mentre tutte le campane della città hanno iniziato a suonare, mia madre si mise a piangere e mi bagnò gli occhi con l’acqua santa, avevo 5 anni.

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