In linea da: 17/04/2013

Il Grande Vajont, trent’anni dopo

di Maurizio Reberschak

È imminente l'uscita, per Cierre edizioni, della nuova edizione de Il Grande Vajont, curato da Maurizio Rebeschak: è la terza, dopo quelle del 1983 (patrocinata dal Comune di Longarone) e del 2003 (Cierre edizioni). Per l'occasione, pubblichiamo una parte della nuova introduzione scritta da Reberschak.

Mercoledì 9 ottobre 1963, ore 22,39: Vajont.

            

Una data, una storia. Ma la data è un picco di una lunga storia durata un secolo. Altro che «secolo breve» per il Vajont! È stato lo storico inglese Eric J. Hobsbawm a coniare per il Novecento la definizione di «secolo breve», un secolo che non dura un secolo ma meno di 80 anni, dal 1914-1918, prima guerra mondiale, al 1989-1991, caduta del muro di Berlino e fine dell’Unione Sovietica. Prima e dopo le cose sono state diverse.

Il Vajont no, il Vajont è un secolo pieno, tutto intero, dal 1900, anno della prima concessione di derivazione acque dal torrente Vajont con relativa diga di contenimento alta m 7,40, al 2000, anno della transazione di 900 miliardi di lire sborsate in parti uguali tra i «corresponsabili» riconosciuti nello Stato, e negli “eredi” della Società adriatica dei elettricità (Enel e Montedison) costruttrice della diga alta m 261,60.


La cartiera Protti, titolare della prima diga sul Vajont che era alta 7,40 m (Biblioteca del Comune di Longarone)

Nel 1983, per la prima edizione del libro Il Grande Vajont, si scriveva: «Se qualcuno oggi associa questa data a un avvenimento, è plausibile che rammenti più il 6 a 0 inflitto dal Real Madrid al Glasgow Rangers nella partita di calcio per la coppa dei campioni, trasmessa in differita per televisione alla stessa ora, che non i “2.000” morti di quella notte”. Effettivamente, nei primi vent’anni intercorsi dalla catastrofe si era messo in atto un intervento di rimozione della memoria: non solo del ricordo, ma anche − e soprattutto − della vicenda e della storia. Vajont: un luogo, una valle, un torrente, un lago, un paese, un comune, una diga, un processo, un’industria; e ancora: risarcimenti di danni, ricostruzione di paesi e infrastrutture, piani urbanistici, edilizia pubblica e privata, agevolazioni e incentivi statali, nuclei di industrializzazione, rifinanziamenti della legge speciale. Tuttalpiù queste erano le individuazioni parziali − seppur non scorrette − di un “incidente di percorso” nella storia d’Italia e di alcuni “correttivi” posti in atto. Il nome Vajont provocava una sensazione di sgradevolezza, un diffuso fastidio, una immediata irritazione, una spiacevole suscettibilità. Al massimo si associava il termine a qualche notizia di cronaca, che annoverava il Vajont alle catastrofi “naturali”: il Vajont come le alluvioni del Polesine o di Firenze e Venezia, come le frane di Agrigento o di Genova o di Ancona, come i terremoti del Belice, del Friuli, dell’Irpinia… Si usava indifferentemente per il Vajont la medesima nomenclatura delle calamità della natura e delle rovine dell’ambiente, adoperata per le ricorrenti emergenze divenute ormai pressoché abituali del territorio italiano: disastro, catastrofe, tragedia, sinistro, calamità, sciagura, disgrazia, incidente, fatalità, frana, alluvione, inondazione, cataclisma, distruzione… Tutti stereotipi collaudati, di sicura efficacia. Ma i termini identificativi corretti per il Vajont erano allora − e rimangono tuttora − senza alcun dubbio i primi due: disastro sotto il profilo giuridico, catastrofe sotto l’aspetto epistemologico, ad indicare rispettivamente i meccanismi dei procedimenti tecnici e decisionali e le soglie degli equilibri naturali forzati dalla violenza dell’uomo.

A distanza di cinquant’anni le cose sono cambiate.

Il Vajont è arrivato in televisione e approdato al cinema. La comunicazione mediatica se ne è impadronita, ha messo insieme codici e linguaggi. Marco Paolini il 9 ottobre 1997 ha diffuso attraverso un canale della televisione pubblica la sua Orazione civile. Renzo Martinelli ha proiettato il 9 ottobre 2001 il film da lui diretto Vajont. Entrambi gli eventi sono stati realizzati sul palco-schermo spettacolare della frana con lo sfondo scenico della diga. Tre milioni e mezzo di spettatori per la trasmissione televisiva (altrettanti per la replica del 27 ottobre 2003), cui vanno aggiunti i fruitori di VHS e DVD realizzato da una casa editrice in collaborazione con la TV pubblica. Quasi 800.000 spettatori per le proiezioni del film nelle sale cinematografiche, cui vanno aggiunti oltre sette milioni settecentomila nel passaggio televisivo dell’8 ottobre 2003 e quasi 3 milioni settecentomila in quello del 9 novembre 2005 più un numero non quantificabile di audience in 23 passaggi in pay TV prive di auditel. Una sferzata di visioni, che hanno colpito giovani ignari e meno giovani dimentichi. Suoni di parole e colossi di immagini hanno costruito una nuova realtà. Il fantastico ha superato il realistico e prodotto una nuova forma di notorietà del Vajont.

Ma se le rievocazioni dei media hanno squarciato il velo di silenzio steso e risteso sul Vajont, il recupero della memoria e la diffusione della conoscenza sono riconducibili soprattutto a fattori di crescita della società civile italiana a cavallo tra il secolo finito e l’esordio del nuovo. La depoliticizzazione della vita pubblica, la deideologizzazione dei tradizionali canoni di appartenenza, la ricerca di originali bisogni collettivi in una società postindustriale, l’insorgenza di nuove sfere identificative in necessità primarie (ambiente, salute, solidarietà, ecc.), hanno incrementato riflessioni e coinvolgimenti diffusi. Sembrerebbero quasi paradossi questi stimoli in un contesto in cui globalizzazione e omogeneizzazione tendono all’appiattimento delle informazioni, alla trasformazione dei centri decisionali, alla distruzione dell’ambiente in nome del “benessere”, alla sostituzione dei tradizionali canali solidali con flussi egocentrici di discriminazione. In realtà la società civile in trasformazione individua sì vecchi modelli di prestigio ascendente (ricchezza, dominio, familismo, ecc.), ma fa emergere anche e soprattutto prototipi di condivisione e comunicazione ampiamente acconsentiti, sintetizzabili nel corpo della rivendicazione e della tutela dei diritti civili. In una società complessa i meccanismi di partecipazione sono superiori a quelli di fuga.

Tutto ciò provoca aspirazione al sapere, desiderio di conoscenza, ricerca del passato, proiezione nel futuro. E il Vajont è divenuto proprio questo: conoscenza del passato e comprensione del presente, o, meglio, comprensione del presente attraverso la conoscenza storica del passato. 

Non sono state quindi singole occasioni a produrre conoscenze. Specifici episodi possono avere stimolato ripristini di memorie lacerate e spesso rimosse. Così Edoardo Semenza, geologo figlio del progettista della diga Carlo, ha ripercorso la “sua” memoria del Vajont, intitolandola Storia; Nicola Walter Palmieri, legale della Montedison, ha presunto una “spiegazione storica” del Vajont attraverso una comparazione con Stava (1985), e con l’“Agent Orange” (defogliante) nella guerra del Vietnam.

L’elaborazione di memoria tuttavia è stata generata non da episodi, bensì da continuità di riflessioni o da svolte radicali. Tra le prime vanno ricordate le appassionate ricostruzioni di Fiorello Zangrando e Tina Merlin; tra le seconde la visita del pontefice Giovanni Paolo II al cimitero delle vittime a Fortogna nel 1987 e la conclusione della pluridecennale vicenda dei procedimenti civili, apertisi dopo la conclusione dei processi penali nel 1971, mediante le convenzioni transattive definite nel 2000.

La ricomposizione e la ricostruzione della memoria, o, meglio, delle “memorie” del Vajont, possono quindi proiettarsi nella dimensione loro più consona, quella che rende finalmente ragione al Vajont del suo significato universale. Basti pensare alla dichiarazione fatta dall’Onu a Parigi nel febbraio 2008 in occasione dell’apertura dell’anno internazionale del pianeta terra, in cui si indica il Vajont come il primo dei più recenti esempi disastrosi: «The Vajont reservoir disaster is a classic exemple of the consequences of the failure of the engineers and geologists to understand the nature of the problem that they were tryiang to deal with» (Il disastro del bacino del Vajont è un classico esempio delle conseguenze del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che tentavano di risolvere). Spesso infatti, e troppo volentieri, si è cercato di ridurre il Vajont a una dimensione e a un rilievo esclusivamente locali, sia nella prospettiva del disastro che in quella della ricostruzione: un fatto limitato a una piccola zona in provincia di Belluno (Longarone, Castellavazzo) e a un’altra nell’allora provincia di Udine, poi in provincia di Pordenone (Erto Casso). Il Vajont va ricondotto a un’interpretazione storica di rilievo nazionale e internazionale, sia perché la congiuntura in cui si verificò la catastrofe si inseriva in un contesto e in un quadro di intervento forzato dell’uomo sulla natura, di incremento di politica energetica, di rapporti fra potere privato e potere pubblico, di compenetrazioni tra imprese private e istituzioni statali, di emergenze delle politiche delle multinazionali; sia perché il suo senso nella conoscenza culturale e nella carica pedagogica di educazione civile non può essere disgiunto dall’intreccio mondiale dei “valori” che il Vajont porta con sé: rispetto dell’uomo e della natura, solidarietà sociale, eguaglianza di diritti e doveri, promozione della giustizia, equa ripartizione delle risorse. Il Vajont, da simbolo iniziale di disprezzo della natura e di distruzione dell’uomo, si è trasformato in modello attuale di etica.

È per questo che la storia del Vajont è una storia lunga, una storia che non è conclusa, una storia che dura ancora nel tempo.

2 commenti per Il Grande Vajont, trent’anni dopo

  • Gianni Sartori

    http://www.alternativacomunista.it/content/view/2216/1/

    segnalo questo “fumetto sperimentale” sul 19 aprile 1968 in cui si parla anche di Tina Merlin
    ciao
    Gianni Sartori

  • Gianni Sartori

    Ho visto che l’articolo citava la compianta Tina Merlin. Senz’altro indegnamente, ho avuto l’onore di conoscerla tanti anni fa. Era il 1969 e mi trovavo a Valdagno in “visita” alla fabbrica occupata di Marzotto. Portavo la mia testimonianza, un volantino di solidarietà di alcuni studenti dell’istituto magistrale di Vicenza dove avevo organizzato uno sciopero riuscendo a tener fuori un paio di classi (in particolare la mia, la 3° E).
    Credo in quella occasione di aver avuto un alterco con il futuro sindaco Variati che era, mi pare, in 2° (e forse già seguace di Rumor) che voleva entrare. A Valdagno lasciai il volantino agli operai “di guardia” (non era l’occupazione delle fabbriche del 1921, ma insomma era già qualcosa) e ritornai a Vicenza in autostop. A darmi un passaggio fu proprio Tina Merlin (giornalista dell’Unità) che mi aveva intravisto parlare con gli operai. Ovviamente consegnai anche a lei copia del volantino (che poi inserì nel suo libro “Avanguardia di classe e politica delle alleanze”, Editori Riuniti, 1969). Le lotte della classe operaia di Valdagno erano diventate di rilevanza nazionale con la rivolta del 19 aprile 1968 (evento a cui, non del tutto casualmente, avevo partecipato, almeno come spettatore – ricordo che all’epoca avevo sedici anni).
    Del viaggio ricordo soprattutto un suo auspicio: “Voi giovani vedrete realizzarsi i nostri sogni, quelli del vostri genitori… un mondo meno ingiusto” (cito a memoria). Sembrava convinta e non posso fare a meno di pensare a quanto ne sarebbe delusa, vedendo il disastro, non solo ambientale, compiutosi in questi anni…
    In ogni caso la sua testimonianza rimane salda, a futura memoria (come quella di un’altra donna dall’analogo destino, aver previsto e anticipato i drammi dell’inquinamento e venir per questo derisa e umiliata: Rachel Carson, autrice di “Silent Spring”, del 1962).
    Scusate per l’intervento a carattere memorialistico (e forse troppo personale) ma invecchiando sto diventando sentimentale, ciao
    Gianni Sartori
    PS il volantino si trova a p. 225 del libro citato (“Gli studenti del “Fogazzaro” in sciopero”, Vicenza 8 febbraio 1969). Lo avevo scritto nella sede del PSIUP di Vicenza insieme all’allora compagno, poi democristiano, Alfredo Zaniolo (con la supervisione, in parte censoria, di Domenico Buffarini).
    Riporto la conclusione:
    “Operai!
    Gli studenti non vi esprimono solo la loro solidarietà, ma vi portano il contributo cosciente della loro lotta contro il comune nemico, il capitalismo!
    Uniti, studenti e operai possono costruire un mondo nuovo!
    Uniti, studenti e operai possono diventare padroni del loro destino!
    A Valdagno, a Vicenza, nel Veneto, in tutta Italia studenti ed operai uniti nella lotta”.
    La lotta continua? Forse…
    ciao

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