In linea da: 30/04/2013

Buon Primo Maggio

di redazione sito sAm

Per augurare buon Primo Maggio, pubblichiamo nel nostro sito le immagini di alcune bandiere del movimento operaio italiano. Furono esposte a Torino, a Palazzo Carignano, nel 1980-81 in una mostra intitolata Un’altra Italia nelle bandiere dei lavoratori; le riprendiamo dal catalogo pubblicato dal Centro Studi Piero Gobetti e dall’Istituto Storico della Resistenza in Piemonte (Torino 1980, uscito con il sottotitolo Simboli e cultura dall’unità d’Italia all’avvento del fascismo). La mostra classificò e restaurò un buon numero di bandiere ritrovate dentro casse depositate all’Archivio Centrale dello Stato: si trattava di oggetti portati via dai fascisti dalle sedi di partiti, leghe e sindacati nel primo dopoguerra, ed esposti come trofei –  “le bandiere rosse strappate ai nemici della Patria” – nella Mostra della Rivoluzione Fascista in occasione del decimo anniversario della presa del potere, nel 1932 (si veda Mostra della rivoluzione fascista: 1. decennale della marcia su Roma, guida storica a cura di Dino Alfieri e Luigi Freddi, P.N.F., Roma 1933, da cui proviene la citazione).

Nell’Introduzione al catalogo della mostra di Torino, Guido Quazza sottolineava l’importanza, nella formazione del movimento operaio, dei riti, dei simboli e delle pratiche, come la scelta di dotarsi di una bandiera, la cura della sua confezione (il lavoro di ricamo eseguito dalle donne) e l’uso di issarla con precise regole nelle manifestazioni pubbliche.

Le bandiere – tra cui abbiamo scelto qualche esempio – rappresentano uno spaccato delle diverse tradizioni, simbologie e parole d’ordine del movimento operaio italiano, dal mutualismo, all’internazionalismo, all’opposizione alla guerra.

 

1. “Ne servi ne padroni”: verso di una bandiera probabilmente appartenuta a un gruppo di minatori anarchici che si ispira a una cartolina celebrativa del Primo Maggio 1904, in cui una folla di proletari marcia verso il “sole dell’avvenire” sotto la stessa insegna. Si ipotizza sia stata realizzata nel 1912 nel corso della campagna antimilitarista contro la guerra di Libia (il recto della bandiera porta la scritta “Né un soldo / Né un soldato”).
 
 
2. “Proletari di tutto il mondo unitevi!”:  bandiera di gruppo sconosciuto, con il motto del Manifesto del partito comunista (1848) ripreso in Italia dalla Prima Internazionale e soprattutto dal Partito Socialista dei Lavoratori Italiani nel periodo della Seconda Internazionale.
 
 
3. Bandiera della sezione comunista femminile di Pievequinta (Forlì), costituita nel primo dopoguerra quando la sezione socialista aderì al Partito Comunista d’Italia; la sede fu  distrutta e incendiata dai fascisti di Ravenna nel maggio 1921.
 
 
4. “Né ozi né guerre”: bandiera proveniente dai Castelli Romani (forse Genzano), risalente alle campagne antimilitariste del 1912 o 1914, o al primo dopoguerra.
 
 
5. Verso di una bandiera della sezione del Partito socialista italiano di Cafasse Torinese (1920), con il simbolo antimilitarista dell’operaio che spezza la spada sull’incudine.
 
 
6. “Giù le armi”: bandiera del Partito Socialista Italiano di Ascoli Piceno, con la spiga, simbolo del lavoro e della fecondità, che disperde le armi, sullo sfondo del “sole dell’avvenire”.

1 commento per Buon Primo Maggio

  • manlio calegari

    Felicina Canepa aveva quasi 80 anni quando era stata intervistata a lungo da Isabella Repetto che lavorava a una tesi di storia sul reclutamento della forza lavoro nel porto di Genova. Tra il 1890 e il 1920 caricatori e scaricatori di carbone, i carbuné, costituivano più della metà della forza lavoro del porto, tra 3 e 4000 persone. Molti di loro provenivano dalle zone rurali o dalla montagna circostante. Adusi alla fatica e al trasporto spalleggiato – le “coffe” che piene di carbone mettevano in spalla pesavano mediamente 130 kg – avevano fatto del porto l’occasione di reddito che aveva permesso la sopravvivenza delle loro piccole “imprese” agricole. Felicina abitava in una frazione montana del comune di Genova da dove erano scesi a lavorare in porto molti carbuné. Anche suo marito – morto sotto il carico di una gru – era stato uno di loro. Isabella era alla ricerca dello scambio tra la montagna e il porto e tra i contadini-contadini e i contadini-portuali: denaro, cultura, associazionismo, politica. Di seguito una citazione dall’intervista di allora.
    “Nel club c’erano anche i socialisti ma molti erano passati coi comunisti al tempo che si erano fondati. Questi club erano anche un mutuo soccorso. I soci pagavano una quota e poi c’erano gli interessi del bar, del vino… Avevano anche la loro bandiera tutta ricamata in oro, una bandiera di lusso. Una volta i fascisti l’hanno portata via dal club e sono passati un mucchio d’anni che non ne hanno saputo niente. “Dove sarà andata a finire? dove sarà andata a finire?”. Era finita la guerra e mio marito l’avevano fatto presidente e lui ha detto: “Io senza bandiera il presidente non lo faccio”. [ride] E non l’ha voluto fare. Poi ne hanno fatta un’altra bandiera, sempre bella, lì, falce e martello, un operaio che taglia il grano, ora non so, ma era bellissima, di seta, roba bella. Poi ceti su ceti – perché il diavolo ci mette la pentola ma il coperchio no – uno ha detto: “Ho visto dov’è la bandiera. E sai dov’è? “Eh sì.” “E dov’è?” Poi questo è venuto a dirlo qui al club. “Ha detto che sa dov’è la bandiera”. “Ma davvero?” “Allora bisogna che tu…”. “Ma mi rincresce, è un amico, sai. Mi dispiace mettermi…”. Ma tanto han fatto e tanto han detto che dopo sono andati, a prenderla tutti insieme. Era una scena che faceva commuovere. Era a Rivarolo, là per andare dalle scuole vecchie, in casa di una donna che la teneva sulla tavola come tovaglia. E allora hanno detto: “I figli vanno incontro alla mamma” e tutto il club di Begato, anche i parenti, tutti, tante persone che mai avrei creduto, ci siamo incontrati laggiù. Che impressione: la bandiera, la musica e tutti che ci salutavamo, ci abbracciavamo e c’era chi piangeva e l’hanno portata di nuovo qui, a casa, al club. E hanno fatto una festa, grande. La prima bandiera del club – disegnata da un socio e fatta dalle donne di qui – quella portata via dai fascisti, era tornata a casa.”

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