In linea da: 21/07/2012

In città. Mestre, giugno-luglio 2012

di Claudio Pasqual

Secondo appuntamento con le cose viste e sentite a Mestre e dintorni dal nostro amico e socio Claudio Pasqual: al mercato, una lapide in piazza, vetrine, incontri pubblici, feste d’estate, delusioni europee, passanti, impalcature di sera, fisarmoniche, demolizioni, spazi vuoti nella città…

7 giugno 2012

Al mercato stabile della frutta di via Fapanni, i venditori italiani sono ciarlieri, vocianti, estroversi; i bengalesi silenziosi e riservati.

8 giugno 2012

L’Ecoistituto Veneto Alexander Langer ha organizzato alcuni incontri di “dialogo pubblico sui problemi della città”, che ha intitolato Agorà e si tengono in piazza Ferretto. Passo di là verso la fine del secondo incontro, quello di oggi, e di “agorà” ce n’è poca, una trentina di persone al massimo, nella completa indifferenza dei passanti e degli astanti ai tavoli all’aperto dei bar. Ma forse è perché sono arrivato all’ultimo momento, immagino e spero che prima ci fosse più gente.

9 giugno 2012

Su un pilastro di palazzo Vivit in Piazza Ferretto è comparsa, non so da quando ma certamente da poco tempo, una nuova lapide di marmo con su scritto: “Questo palazzo, con ingresso in Via Gino Allegri, fu sede della casa del fascio. Qui era anche insediata, dall’estate del 1944, una compagnia delle brigate nere che vi trattenne prigionieri numerosi membri della Resistenza mestrina, sottoponendoli a brutali interrogatori e torture”. La targa è stata affissa esattamente sopra una precedente scritta, graffita nell’intonaco, che recitava: “Chi in piazza vuole edificare, alle critiche deve sottostare”. Dalla testimonianza del piccolo pettegolezzo da cittadina di provincia al monumento per una religione civile. Ma perché la targa non è firmata né datata? Semplice dimenticanza o che altro?

11 giugno 2012

Nei negozi della Galleria Matteotti, incollati alle porte e alle vetrine, sono comparsi degli adesivi con impresso il simbolo del pericolo di radiazioni, per intenderci quello che si vede nei reparti ospedalieri di radiologia, e sotto la scritta “Mestre off limits”. Dentro al simbolo si leggono le consonanti ZTL. In una bottega di calzature il gestore ha addirittura esposto una t-shirt identica al cartello, appesa a un bastone orizzontale come uno spaventapasseri. È la protesta dei negozianti della zona contro il progetto del Comune di trasformare in zona a traffico limitato (ecco perché ZTL e “off limits”) via Verdi e la riviera XX Settembre. Temono la morte delle due strade e la fine del commercio. Personalmente, è da un pezzo che vedo le due strade, anche con le auto, sempre semideserte e i negozi vuoti. Comunque, ho saputo da un altro cartello, firmato “Comitato Mestre Centro”, che hanno organizzato una protesta pubblica, in piazza Ferretto se non ricordo male, per il 20 giugno.

12 giugno 2012

Stasera sono stato al Marghera Village. Ho contato quattro cartomanti. L’anno scorso, se non ricordo male, ce n’era una sola. La crisi moltiplica l’ansia e sguinzaglia gli spacciatori di placebo esoterici.

17 giugno 2012

È domenica, mezzogiorno passato, ed è il primo giorno di gran caldo dopo un’incerta primavera. Sotto casa mia, un signore anziano dall’aria dignitosa fruga nella campana della carta. Cerca qualcosa da leggere. Infatti osserva con attenzione i quotidiani che via via toglie dal contenitore ma li scarta uno dopo l’altro e rifruga. Forse non trova il numero più recente, quello del giorno prima; meno probabile che a guidarlo sia l’orientamento politico, per quello basta un occhio alla testata; è vero però che scorre per un po’ con lo sguardo la pagina: allora fantastico che vada in cerca di qualche titolo, di qualche notizia capace di risvegliare l’attenzione, di suscitare il suo interesse.

19 giugno 2012

Con il caldo, in città hanno riaperto i centri climatizzati per gli anziani. Leggo gli orari sul volantino: si chiude alle 12 e 30, si apre alle 14 e 30. In filosofia, si chiamerebbe eterogenesi dei fini.

27 giugno 2012

Stasera c’è una festa senegalese al Forte Marghera, davanti al capannone del Progetto Museo delle Barche. La stradina che conduce al posto è illuminata da una fila di larghe candele dentro piatti di terracotta posati per terra. Molto suggestivo, al calar del buio. Su un lato dello spiazzo, su dei tavoli sono esposti prodotti artigianali in vendita. Di fronte, c’è una lunga tavolata dove servono da mangiare cucina senegalese. Questa è affollata, c’è una discreta coda. Arriva un gruppo di ragazzi, una strilla nel telefonino e a un certo punto se ne esce: “sono a una festa celtica! Ah, e smettetela voi di prendermi in giro! Mi dicono che non è celtica, è africana!”.

Alle dieci, comincia un concerto di musica afroreggae. Band mista, cantante e batterista neri, gli altri italiani. Il cantante invita i presenti a ballare ma in pochi si muovono e dopo qualche minuto hanno già smesso. La gente sta ferma, ascolta ma a me pare distrattamente.

29 giugno 2012

Mescolanze. L’Osteria Manin in via Torre Belfredo, di fronte alla chiesa della Salute, ha conservato il nome ma è diventata un ristorante dello Sri Lanka, solo che il mercoledì e il giovedì si serve ancora la pizza.

1 luglio 2012

Su un maxischermo in piazza hanno trasmesso la finale Italia-Spagna degli Europei di calcio. Ci sono andato per il secondo tempo. Volevo essere partecipe almeno per un po’ di un momento collettivo, è finita nel modo che si sa; allora mi è venuta la curiosità di osservare come la gente reagiva alla sconfitta. La corsa da via Palazzo alla Torre di un ragazza senza maglietta e in reggiseno, probabilmente il pegno per una scommessa persa, è stata sul momento l’unica nota “forte” cui ho assistito. Il clima direi generalizzato era quello di un’ostentata indifferenza dietro la quale nascondere la propria amarezza, un parlar d’altro, nei tanti discorsi che afferravo qua e là, come esorcismo contro la delusione. Che però un po’ più tardi si è manifestata rumorosamente nella frustrazione urlata a squarciagola del coro “forza Italia, forza Azzurri”, intonato da un gruppo di giovanissimi in bicicletta (fra i quali spiccava, il più accalorato di tutti, un ragazzino nero con indosso la divisa della nazionale).

3 luglio 2012

Hanno buttato giù la chiesetta di legno di fronte all’ingresso del parco Albanese in via Rielta. Me ne sono accorto soltanto oggi, era da parecchio che non passavo di là. Al suo posto adesso c’è una distesa di sassi e un cartello di proprietà privata che vieta l’ingresso.

5 luglio 2012

Undici e mezzo di sera, via Colombo. Davanti al commissariato di Mestre, tre operai smontano le impalcature sulla facciata di una palazzina in manutenzione. Niente caschi, niente cinture di sicurezza, le tavole vengono fatte scendere a braccia, legate a una semplice fune. Sul marciapiede dall’altro lato della strada, un uomo di mezza età in canottiera blu e pantaloni corti, guarda con il naso all’aria e la bocca spalancata il lavoro dei tre operai. Intanto il suo grosso cane defeca nell’aiuola proprio davanti al cancello della polizia.

6 luglio 2012

Micromodificazioni del paesaggio urbano. Demolizioni questa volta, vuoti (provvisori? temporanei sempre, in tutti i casi?) che si aprono, sguardo che penetra oltre barriere dissolte, spazi che mutano forma e immagine. Quattro situazioni in cui mi sono imbattuto in questi giorni. 

1) Stanno demolendo l’ex deposito dell’Actv in via Torino: sparite le tettoie, abbattuta in parte la palazzina degli uffici, è rimasta in piedi, ma sventrata come dopo un bombardamento o un terremoto, l’ala d’angolo, vicino al semaforo. Per terra ci sono le macerie, immagino che la prossima settimana (oggi è venerdì) i lavori riprenderanno. 

2) Tra piazza Cialdini e via Lazzari, sul lato di via Colombo che va da piazza Barche al ponte sull’Osellino, sono ripresi i lavori del tram. In questo luogo sarà collocata la stazione di cambio fra le due linee. Le rotaie gettate finora disegnano un arabesco per il momento difficile da decifrare. Hanno anche abbattuto due vecchi muri e lo spazio si è immediatamente slargato, e dà una sensazione gradevole di apertura, di respiro.

3) Lungo via Fratelli Bandiera, non distante dall’incrocio con via dell’Elettricità, sul lato delle fabbriche hanno abbattuto un edificio, non grande, che per quanti sforzi faccia non riesco a ricordare. È rimasta in piedi sono la parte bassa del muro che dà sulla strada. Il cielo si è improvvisamente abbassato: ecco la sensazione che ho provato passando di lì in automobile.

4) All’incrocio di via Bissuola con via San Donà c’è Palazzo Bragadin, già Villa Luca Grimani, del Seicento. I proprietari hanno presentato un Piano di recupero, che è stato approvato dal Comune. Da tempo l’edificio è impalcato, le linee della facciata riprodotte sul telone che la ricopre per intero. Da poco è stato liberato dalle orribili superfetazioni, tra cui una bassa bottega con saracinesca e grata, che lo univano in linea continua alle altre costruzioni sull’una e sull’altra fiancata. Adesso il palazzo è isolato, dietro c’è un cortile e qualche metro lo separa a destra e a sinistra dalle case; e così è davvero diventato il fuoco in testa alla T di strade in questo punto di Carpenedo, il quale ha guadagnato una profondità prospettica che prima non aveva, quando il bel palazzotto non si notava, passava quasi inosservato.

9 luglio 2012

È mattina. Sono in casa, sento una musica provenire da fuori, avvicinarsi, salire di intensità. Mi affaccio. Sotto le mie finestre vedo passare un’orchestrina di quattro suonatori, probabilmente rom, due fisarmoniche, un sax e una chitarra. Intonano un motivo vivace, allegro, procedono con passo spedito. Bizzarro. Sono venute a galla reminiscenze letterarie e cinematografiche: città d’altri tempi, un mendicante con l’organetto, la scimmietta sulla spalla con il piattino per le elemosine… La globalizzazione, questo ritorno al passato! 

Li ritrovo la sera in piazza Ferretto, e i due fisarmonicisti sono impegnati in una specie di serratissimo “duello”, faccia a faccia a colpi di rapidi, svolazzanti fraseggi musicali, apparentemente disinteressati alla carità circostante.

10 luglio 2012

Anche Mestre ha i suoi “matti”. Intendo quelle singolari figure di “irregolari”, un altro termine non mi sovviene, che frequentano le strade della città. Io ne conosco almeno cinque. Si potrebbe farne il ritratto in base a una precisa classificazione. 

C’è il tipo “cattivo”: per la verità “Attila”, questo il suo soprannome come mi è stato riportato da mia figlia, ha comportamenti alterni. Piuttosto giovane, di bassa statura e magrissimo, con il volto scavato e la pelle color del mattone, cotta dal freddo e dal sole, negli ultimi tempi sempre più macilento e trasandato, la maggior parte del tempo Attila si limita a camminare senza sosta, con il suo passo inconfondibile che somiglia a quello di un cavallo lipizzano, e con fare assente, estraneo a tutto e tutti. Capita anche che chieda l’elemosina ma non reagisce mai di fronte ai sistematici rifiuti, passa oltre e tira avanti. Altre volte invece inveisce con offese terribili e sconcezze contro i passanti, tutti e nessuno in particolare; oppure si accosta con fare molesto alle ragazze (ho assistito personalmente al lancio contro di lui di un bicchierino di caffè da parte di una commessa, molto alterata, che aveva evidentemente infastidito); in più di un’occasione l’ho visto tirar fuori dalle campane del vetro bottiglie che poi scagliava con violenza a terra. 

C’è invece il tipo educato. È anche lui giovane, domanda un euro o una sigaretta, a voce altissima, ma già subito scusandosi per il disturbo arrecato e premurandosi di rassicurare che fa niente, non è un problema e grazie lo stesso, se la risposta sarà un rifiuto. 

E c’è il tipo mite e gentile. È un giovane alto, biondo, che mi ha subito colpito per l’aspetto distinto e lo sguardo buono, dolce, un po’ smarrito. Sempre curato e ben vestito, cammina con lentezza, quasi faticasse a muovere i piedi; per un certo tempo appariva ingrassato o gonfio, forse i farmaci, adesso è tornato magro. L’altro giorno mi sono fermato con l’auto al passaggio pedonale: mi ha ringraziato due volte con un cenno della mano, subito e in mezzo alla strada, e ha accennato a un sorriso di gratitudine.

C’è poi il “matto” allegro. Questo è uno molto giovane, con la barba, anche lui sempre curato e ben vestito; per la verità non è che faccia nulla di particolare, la sua allegria si vede dal fatto che ha stampato sulla faccia un eterno sorriso; insomma, ha l’aria allegra. 

C’è, infine, l’“indolente”. È un ragazzone biondo, grande e grosso, che staziona permanentemente in piazza Ferretto, seduto contro la vetrina di un negozio, oppure per terra sotto i portici o sui gradini di San Lorenzo; silenzioso e pacifico, ogni tanto ti saluta, “buongiorno, signore”, o ti chiede qualche soldo o una sigaretta.

Tranne l’ultima, tutte queste figure hanno un tratto in comune: il camminare continuo, incessante, senza tregua. Non ricordo chi mi riferiva che si tratta di una terapia contro il disagio, una necessaria medicina pacificatrice del malessere che si portano dentro.

11 luglio 2012

No, non ho previsto giusto. La palazzina sventrata e le macerie del deposito Actv sono ancora là (oggi è il giovedì successivo). E sembra tutto fermo, non un’anima viva.

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