In linea da: 27/01/2012

La poesia della storia

di Elena Iorio

Pubblichiamo l’intervento tenuto da Elena Iorio il 18 gennaio 2012, al terzo incontro del ciclo “Insegnare la storia, trasmettere la memoria, oggi” organizzato dall’Anpi di Venezia e coordinato da Ruggero Zanin.

1. Piccola digressione personale

Per questo incontro del ciclo “Insegnare la Storia…”, gli organizzatori ci avevano posto una domanda di partenza ben precisa: “Qual è il senso della storia?”. Domanda estremamente complicata che ho preferito girare in un “perché studiamo e scriviamo di storia?”.

Sapendo che a questo incontro avrebbero partecipato anche molti studenti – oltre che insegnanti – ho pensato di rispondere a questa domanda con un consiglio bibliografico. I motivi per rispondere con un libro sono principalmente due: prima di tutto un buon libro a volte aiuta molto di più di decine di conferenze; un libro, un buon libro, può essere letto e riletto e prevede una certa partecipazione attiva del pubblico che non sempre si può verificare in circostanze pubbliche. Il secondo motivo è che provo un attaccamento particolare per il libro di cui ora andrò a parlare. Si tratta di un libro che lessi per la prima volta a 17 anni, dopo averlo trovato per caso su uno scaffale della libreria, ancora avvolto nel suo cellophane. Inutile dire che quel libro ha segnato le mie scelte universitarie, certo è che da allora l’ho riletto più volte e che spesso mi è venuto in aiuto in questi anni in cui mi sono dedicata allo studio della storia.

Ma veniamo al libro, la famosissima eppure spesso dimenticata Apologia della storia o mestiere di storico di Marc Bloch.

2. Il libro e il suo autore

Nato nel 1886, Bloch compie studi brillanti e comincia la sua carriera di insegnante nella scuola superiore poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Mobilitato nel 1914, Bloch presta servizio nell’esercito per tutta la durata del conflitto, che conclude con il grado di capitano e alcune importanti decorazioni di guerra. Nel 1919, la pace e la ripresa della vita di studioso, con l’approdo all’università. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, malgrado l’età, parte di nuovo volontario e vive in presa diretta la disfatta della Francia di fronte all’esercito tedesco. Dopo l’armistizio riesce a continuare a lavorare all’università, ma comincia l’emarginazione: di origini ebraiche, anche Bloch è colpito dalle conseguenze della politica razziale del regime filonazista francese, insediato a Vichy. Quando nel 1942 i tedeschi assumono il controllo diretto di tutta la Francia, non c’è più nessuna possibilità: Bloch entra in clandestinità e prende parte alla Resistenza. È in questo periodo che, ormai ultracinquantenne, scrive l’Apologia; è quindi un’opera del Bloch maturo e fu l’ultima opera che scrisse prima di morire, nel 1944, fucilato dai nazisti.

Non è un caso che Bloch scriva l’Apologia proprio in questi anni. Bloch era uno storico brillante, geniale, fu uno dei pionieri della storia comparata: sosteneva cioè che attraverso la comparazione di sistemi storici diversi lo storico può avvicinarsi, da un lato, alle generalità che formano l’ossatura della storia e, dall’altro, riconoscere la specificità e l’originalità di ogni epoca, d’ogni società, d’ogni civilizzazione. Ecco allora che anche l’esperienza della guerra viene messa in questa prospettiva, la prospettiva della comparazione, che porta Bloch a una più profonda comprensione dei meccanismi della storia e delle sue specificità.

Questo il motivo principale per il quale ho voluto parlare di questo libro. All’interno di questo ciclo di incontri in cui ci si chiede qual è il senso della storia, io preferirei girare la domanda così: a cosa serve studiare la storia e il passato per le nostre vite di oggi?

Bloch era un medievista e che si era occupato quasi sempre solo di quel periodo, con due eccezioni: un breve opuscolo sulla prima guerra mondiale, i Souvenirs de guerre, e La strana disfatta sull’esperienza di guerra del 1939-40 (entrambe pubblicate postume). Per molto tempo sono rimaste le sue due opere forse meno lette (nel primo caso complice la pubblicazione arrivata solo nel 1969), e solo a partire dagli anni Novanta sono state “riscoperte”. Credo siano le più interessanti per capire qual era il senso della storia per Bloch: in queste due opere Bloch trasforma il vissuto presente in riflessione storica. Ecco a cosa, secondo me, serve la storia.

3. Storia e memoria

C’è però una precisazione che ritengo doveroso fare quando si parla di “trasformare il vissuto presente in riflessione storica”. Vorrei infatti ricordare che fare storia o fare memoria non è la stessa cosa e che storia e memoria sono due cose diverse. Si potrebbe parlare a lungo di memoria, ma l’unica cosa che credo si debba ricordare qui è che la memoria è legata a fattori non solo cognitivi ma anche emotivi. La storia, invece, dovrebbe esserlo molto meno. Ed è anche per questa differenza principale che la memoria diventa una delle principali materie prime della storia, senza però identificarsi con essa. Anche Bloch si esprime a riguardo e spiega come il compito dello storico sia quello di studiare le relazioni reciproche tra passato e presente: e quindi anche il fenomeno della memoria e di come essa si forma. Memoria quindi come oggetto della storia e non suo fine.

4. I segreti del mestiere di storico

Come si fa quindi della buona storia? E perché è importante che sia precisa e ben fatta?

Il consiglio principale che Bloch dà allo storico è quello di mostrare sempre quali sono gli strumenti e i metodi che vengono utilizzi per fare storia. In questo modo il lettore può avere sotto mano le prove della ricerca che sta leggendo e quindi giudicare anche l’attendibilità di quello che lo storico dice: qualsiasi tesi uno storico propone deve sempre essere supportata da fonti attendibili e ragionamenti logici che devono essere esplicitati al lettore.

Mostrare quale procedimento si è utilizzato può anche essere utile perché il lettore, un poco alla volta, apprenda il metodo della ricerca scientifica e lo applichi al mondo che lo circonda e alle esperienze che vive: insegnare il metodo storico significa cioè fornire un’arma intellettuale utile per una condotta matura e responsabile.

“È uno scandalo che, nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, il metodo critico non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento: perché esso ha cessato di essere l’umile ausiliario di alcuni lavori di laboratorio. Esso vede ormai aprirsi dinanzi orizzonti assai più vasti; e la storia ha il diritto di considerare tra le sue glorie più sicure quella di avere così, elaborando la propria tecnica, dischiuso agli uomini una nuova strada verso il vero e, quindi, verso il giusto” (cito da Marc Bloch, Apologia della storia, o mestiere di storico, Einaudi, Torino 1969 [prima ed. francese 1945]).

Il metodo critico di cui parla Bloch, quindi, dovrebbe fornirci gli strumenti per non lasciarci ingannare da tutto quello che ci viene raccontato.

Uno dei libri più famosi e più belli di Bloch si intitola I re taumaturghi e si occupa di un immenso inganno collettivo, ovvero la leggenda medievale secondo la quale alcuni re francesi e inglesi avevano il potere di guarire dalla scrofola con l’imposizione delle mani. Un altro testo in cui Bloch si occupa di inganni collettivi e nei già citati Souvenirs de guerre. Questa volta sono le false notizie che si passano da trincea a trincea a essere studiate: leggende come quella dello sbarco dei russi a Marsiglia nella prima guerra mondiale.
Se penso all’oggi e all’era del digitale, credo che Bloch troverebbe materiale di studio nelle cosiddette leggende metropolitane. Quante mail o quanti articoli di giornale leggiamo tutti i giorni riguardanti “gatti bonsai”, “scie chimiche” rilasciate per volere di “maligni governi” che ci vogliono eliminare, pantere a spasso per la Maremma in cerca di prede, zingare che rapiscono bambini nascondendoli sotto gli ampi gonnelloni… Come vedete dagli esempi che ho fatto, le diverse leggende possono avere diversi risvolti e se alcune sono innocue, altre possono alimentare atteggiamenti e azioni pericolose, compresi quelli razzisti. Se noi però ci avviciniamo a questi racconti col metodo storico, controllando cioè le fonti di queste informazioni e andando a vedere dove e da chi ha origine il racconto, ci accorgiamo di quanto spesso veniamo presi in giro (come coi “gatti bonsai”, inventati da alcuni studenti del celebre Massachusetts Institute of Technology di Boston per vedere quanto a lungo una bufala potesse girare in internet – e gira ancora oggi dopo diversi anni). Nel peggiore dei casi oltre a essere presi in giro veniamo anche manipolati: pensate all’ondata razzista contro i campi rom degli ultimi mesi in cui si è giocato su stereotipi e leggende per scatenare l’odio.

Ma tornando al fare storia. Ecco, io credo che fare storia significhi anche apprendere un metodo, che aiuti a sviluppare uno spirito critico da utilizzare per scoprire il mondo che ci sta intorno oggi e per non lasciarsi ingannare. La “storia”, quindi, è un modo di porsi sì rispetto alla realtà passata, ma anche, e soprattutto, rispetto al presente.

5. Se ci fosse bisogno di un ulteriore motivo per studiare la storia…

Giunti a questo punto si dovrebbe essere abbastanza convinti del perché sia importante occuparsi di storia. Ma se non vi sembra ancora abbastanza, Bloch ci dà un’ulteriore ragione per apprezzarla. La storia, dice, ha i suoi godimenti estetici che non assomigliano a quelli di nessun’altra disciplina. Bloch parla di “seduzione del diverso”, cioè fascino nello studiare cose talvolta anche molto lontane dalla realtà che ci circonda.

“La storia tuttavia […] ha i propri godimenti estetici, che non assomigliano a quelli di nessun’altra disciplina. Il fatto è che la rappresentazione delle attività umane, che costituisce il suo oggetti specifico, è, più di ogni altra, fatta per sedurre l’immaginazione degli uomini” (Bloch, Apologia della storia cit., p. 10).

E la seduzione dell’immaginazione degli uomini è facilitata da una caratteristica particolare della storia, che la rende unica, ovvero il fatto di essere “poetica”. E uno dei consigli principali che Bloch dà allo storico è quello di guardarsi bene dal togliere alla scienza della storia la sua parte di poesia. La storia quindi è una scienza, ma è una scienza poetica, perché non può essere ridotta a delle astrazione, a delle leggi, a delle strutture.

6. La riforma della scuola

Vorrei infine concludere con un ultimo punto che trovo particolarmente adatto al contesto di questo pomeriggio. Mi riferisco alla riforma dell’insegnamento sulla quale Bloch avrebbe voluto impegnarsi una volta finita la guerra, sperava infatti di impegnarsi ancor più di quanto non avesse fatto in passato, nell’elaborazione di una politica dell’insegnamento della storia in Francia. Bloch sfortunatamente morì nel ’44, e ci rimangono solo alcuni appunti che aveva buttato giù durante la clandestinità.

Li riassumo brevemente per punti:

I. investire sull’insegnamento in termine di denaro;

II. migliorare le biblioteche (sia quelle per specialisti che quelle popolari);

III. migliorare gli edifici scolastici;

IV. migliorare gli stipendi degli insegnanti e fare in modo che gli insegnanti si occupino anche di ricerca;

V. eliminare quello che Bloch chiama bachotage, ovvero il preparare un esame frettolosamente con il solo fine quello di superarlo, spesso angosciati dall’esame e dalla valutazione. Così, dice Bloch, non si invitano gli studenti ad acquisire le conoscenze, ma solo a preparare gli esami e l’insegnamento si trasforma in addestramento a superare gli esami, dando solo l’illusione del sapere.

Quello che invece propone è un sistema che prediliga la curiosità dello studente. Tanto più per la storia: uno dei punti principali è che per fare della buona storia e per insegnarla, bisogna prima di tutto farla amare, ricordandone il lato poetico.

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