In linea da: 30/12/2011

Sei anni dopo. Da "Cronache di anni neri"

di Christian De Vito

Lo hanno raccontato tutti i mezzi di informazione. Martedì 13 dicembre 2011, a Firenze un italiano armato di pistola ha ucciso due senegalesi che stavano svolgendo la loro attività di venditori ambulanti nel mercato di piazza Dalmazia, e ne ha ferito un terzo; quindi è andato fino al mercato di San Lorenzo dove ha sparato ancora ferendo altri due senegalesi e infine si è ucciso. L’assassino era noto negli ambienti di estrema destra, come scrittore e come frequentatore di luoghi di ritrovo e centri sociali come Casa Pound.

Questi tragici fatti – avvenuti pochi giorni dopo uno dei periodici roghi di un campo rom – hanno messo in prima pagina questioni e discussioni che di solito vengono tenute ai margini, come il razzismo nella società italiana e le responsabilità delle istituzioni, oppure la crescita di circoli neonazisti e neofascisti. Qualcuno ha insistito su questo aspetto, parlando di una “subcultura” che sta prendendo piede perché le è stato concesso spazio. Altri hanno sollevato il dubbio che non si tratti di “sub”, ma di “cultura” molto diffusa. Il razzismo odierno è il risultato di un processo che è all’opera ogni giorno, fatto anche di piccoli gesti, di piccole pratiche, e proprio per questo si fa fatica a percepire: si “respira” nell’aria, in un quadro istituzionale che lo favorisce e lo alimenta con i suoi meccanismi di esclusione. Questi i pensieri che hanno accompagnato anche la grande manifestazione di sabato 17 dicembre, lanciata dalla comunità senegalese: una risposta eccezionale da parte della città – e non solo, la manifestazione era nazionale, con gruppi arrivati da molte regioni d’Italia –, con circa 20.000 persone a sfilare da piazza Dalmazia a Santa Maria Novella. Ma le risposte ordinarie, quotidiane, quali saranno?

È per questo che abbiamo deciso di riproporre alcune pagine del quaderno "Cronache di anni neri" (5, 2006) in cui Christian De Vito raccontava la situazione del quartiere San Lorenzo, sempre a Firenze, in quel periodo al centro delle cronache per i problemi di convivenza tra italiani e stranieri.

6 dicembre 2003

Tre notti fa è stato ucciso, accoltellato in malo modo, un ragazzo rumeno. Lo conoscevo di vista, anche perché gestiva una paninoteca che si trova sotto i portici di via Panicale, a pochi metri da casa mia. Aveva 31 anni. Il ricordo più commovente l’ho raccolto dal gestore cinese del ristorante cinese di via Chiara, che lo conosceva da quando era arrivato a Firenze, circa otto anni fa: clandestino, aveva dormito sotto i ponti, poi piano piano era arrivato a lavorare ai banchi esterni del mercato, poi «si era innamorato» e poi forse sposato (con una italiana, pare). Infine aveva rilevato il negozietto di via Panicale. Il suo accoltellamento è un fatto gravissimo, del quale non si conoscono cause: rapina o «vendetta» citano i giornali.

Gli sciacalli si sono buttati sulla cosa per assestare un colpo agli immigrati della zona. La stampa, al solito: Nazione, Giornale (che ha un’edizione toscana), ma anche Repubblica (edizione fiorentina) e Corriere di Firenze (nemmeno una riga sulla cronaca fiorentina del Manifesto, forse perché oggi è dedicata al nuovo brutale sgombero del campo rom di via Masini, ormai un rituale periodico).

Un gruppo di «residenti del quartiere» ha organizzato ieri sera una fiaccolata «contro la criminalità»; i manifestini che la pubblicizzavano erano molto semplici con su scritto qualcosa come: «Il rione San Lorenzo dice NO alla criminalità». Grande eco sulla stampa locale e anche nazionale, e telecamere in piazza. Il Comune ha decretato una specie di coprifuoco: negozi chiusi alle 22.30 in via Panicale e in piazza del Mercato (si tratta dei negozi che hanno licenza di apertura 24 ore su 24, in base alla «legge Bersani». Anche la paninoteca dell’uomo ucciso ce l’aveva).

[…] Interessante l’evoluzione del comitato di zona: quando mi sono trasferito a Firenze, a metà anni novanta, era concentrato sullo scandalo del complesso di Sant’Orsola, ovvero un intero isolato da anni avvolto in un’impalcatura, chiuso alla base da lamiere, con l’interno sventrato e pieno di calcinacci. Lo conosco bene perché sto in via Taddea: le finestre di casa mia danno proprio su uno dei lati di Sant’Orsola. Da molti anni i lavori sono fermi, ormai il cantiere è cadente e anche pericoloso. Sarà stato il 1998-99 quando l’attenzione si è spostata sul «degrado» portato da quello stesso edificio: in altre parole sui tossicodipendenti della zona. Negli ultimi anni, poco alla volta, la questione Sant’Orsola, il «catafalco», è diventata simbolica e al centro dell’attenzione sono passati il «degrado», la criminalità, l’immigrazione (qualche volta lo si dice, nelle occasioni pubbliche no, ma fuori microfono sì).

Ieri sera quando in piazza ancora c’erano solo pochi per la fiaccolata, mi sono messo a parlare con un gruppetto di persone vicino a una trattoria in piazza del Mercato. Tra loro c’era un paio di finanzieri, che sostenevano la tesi della necessità di una camionetta dei carabinieri fissa in piazza (un metodo che si sta diffondendo in altre piazze della città) e di una «ronda continua, su e giù per via Panicale». Non ho discusso queste idee, ho detto solo che bisognava evitare a tutti i costi che quell’avvenimento grave fosse usato da chiunque contro gli immigrati della zona. Subito una ragazza e un uomo hanno cominciato a inveire contro di me. Uno mi ha spintonato, uno mi gridava «Allora sei dalla loro parte», un altro faceva agli altri «Deve avere degli “interessi” comuni con loro». Uno mi ha minacciato, un altro mi ha spintonato ancora finché sono dovuto andare via. Il tutto davanti alle facce compiaciute dei due finanzieri e di due carabinieri, che guardavano senza dir nulla.

Il resto della «manifestazione» me la sono vista dal punto di vista con il quale ero stato associato: seduto sui bordi della piazza, davanti ai negozietti degli immigrati, assieme a ragazzi albanesi, senegalesi, ragazze nigeriane.

Capivano poco di quello che stava succedendo, anche perché la maggior parte di loro conosceva il ragazzo rumeno. Non capivano allora come si potesse rivolgere contro di loro la morte di un immigrato. […]

Sono almeno due anni che propongo al «Gruppo migranti» del Firenze Social Forum di intervenire in qualche modo nel quartiere, ma non siamo mai andati oltre alcuni volantinaggi occasionali, senza riuscire a diventare una «presenza» fissa e dunque a stabilire dialoghi autentici e duraturi. La morte di un uomo dovrebbe essere l’occasione non per fiaccolate, ma per rinnovare tentativi di questo genere, per capire davvero cosa succede nel quartiere e quali sono, al fondo, i veri problemi della convivenza.

14 marzo 2004

Mattina di domenica, poca gente per strada, turisti, «andamento lento»; via Calzaiuoli, ambulanti in strada: poster, statuette, disegni. Passa una giovane vigilessa, questa volta non fanno in tempo a togliere la roba. Lei comincia a strepitare, a offendere, a calpestare i poster per terra (mi sembra sia diventata una prassi: ho visto scene simili a Roma). Loro sono intimoriti, fuggono. Interviene un signore sulla sessantina. Italiano di nascita e di cittadinanza, ma statunitense di residenza: accento italo-americano, scarso controllo della lingua italiana. Dice alla vigilessa che non può fare così. La discussione attira un po’ di persone. Lui rincara la dose, attacca le politiche sull’immigrazione del governo. Su questo lei non risponde, la butta sul personale: «perché mi dà del tu?», e cose del genere.

Arriva una macchina dei carabinieri, di ronda – come al solito – su via Calzaioli. Scendono i due uomini in nero. Rivedo azioni simili a quelle di cui negli ultimi anni sono già stato testimone a San Lorenzo e dintorni, condotte con metodi al di fuori delle leggi e dei regolamenti. Qualche mese fa, in via de’ Ginori, un poliziotto, dopo aver ammanettato un ragazzo maghrebino, gli sbatteva più volte, con forza, la testa contro la macchina di servizio. Quella volta stavo tornando a casa in bici e questi sono fatti in cui ci si imbatte tanto più spesso quando – come me – si va in giro per la città solo a piedi o in bicicletta, in ogni stagione. Dopo che ne hai visto un certo numero, smetti – se mai l’hai fatto – di considerarli «episodi» e capisci che è un metodo, una politica. La scena di via de’ Ginori era così cruenta da scatenare le ire anche di una ragazza e di una signora che passavano di lì. Il loro intervento, e poi anche il mio, servirono a far smettere l’agente che peraltro, una volta assicurato l’immigrato in macchina, non mancò di prenderci i documenti e di inveire contro di noi.

Questa mattina di fine inverno tocca ai carabinieri; i due, all’unisono, aprono gli sportelli di dietro della macchina e prendono i cappelli (ci dev’essere una norma per cui devono indossarli quando sono in servizio). Arrivano e aggrediscono l’italo-americano puntandogli il dito contro. La stessa vigilessa è stordita; non avrebbe più parlato per tutto il resto della scena. Chiedono i documenti. Lui dice di averli lasciati in albergo. Gli dicono che deve andare immediatamente in «caserma» (useranno una parola del genere perché suona ancora più minacciosa? in realtà si tratta di un «commissariato», per quanto possa rassicurare); che rimarrà lì per 24 ore (ma ora il fermo di polizia, mi risulta, è stato ridotto a 12 ore); che si becca una denuncia. «Per cosa?», chiede lui. A questo punto intervengo anch’io: «Quello che lei sta dicendo è falso. E poi, come può dirlo in questo modo. Il signore ha ragione: la vigilessa aveva abusato a sua volta del suo potere». Vengo aggredito. Il non-graduato dice rivolto a me: «E questo uovo di pasqua da dov’è uscito?». Battuta di stagione, con un accento che mi suona famigliare, ma invece di rispondergli «’Abbello, ma sta carmelo», mi tengo su un cauto: «Cerchi di stare calmo». Interviene il graduato: quasi mi salta addosso, mi punta il dito contro minaccioso: «Lei chi è?». «Sono un cittadino della repubblica italiana e lei deve rispettare delle regole precise. Non si può permettere di aggredire le persone». «Se ha qualcosa da dire, le scriva sul giornale». «Le cose che ho da dire le dico anche in strada». Dico anch’io la mia sulle politiche sull’immigrazione, e anche di più sugli abusi sistematici dei carabinieri e della polizia. Mi prende i documenti, come al solito, ed entra in macchina per i consueti controlli sul computer di bordo. Ci mette una decina di minuti, nel frattempo il non-graduato continua ad aggredire l’italo-americano. Io parlo con la gente attorno. Sono allibiti e sono tutti dalla nostra parte. Due signore anzi vanno a parlare con il carabiniere nella macchina e gli ribadiscono quello che avevo detto io. Due ragazzi discutono con un signore che non è convinto, dice che l’esigenza di sicurezza giustifica tutto. Loro dicono che no, che questo è uno stato di polizia, inaccettabile tanto per i cittadini quanto per gli immigrati. Si formano altri capannelli. Ora le persone sono più di cinquanta, forse di più ancora. Si fermano, discutono. Tante sfumature, tanti punti di vista, ma pochissimi sono con i carabinieri. Torna il graduato. Mi restituisce i documenti con la faccia furbetta di chi non ha trovato né denunce né precedenti, ma che ha scritto da qualche parte un’ulteriore nota sul mio comportamento «irrispettoso». «Buona passeggiata», mi dice ironico. «Buon lavoro», gli rispondo ironico.

[…]

30 giugno 2005

Pomeriggio del 29 giugno, circa le 15, quartiere di San Lorenzo, in borgo la Noce, quasi all’altezza di via dell’Ariento. Alcuni vigili in borghese fermano due ragazzi senegalesi che con ogni probabilità stavano vendendo «abusivamente» della merce. A quanto pare i vigili erano già passati il giorno prima e avevano avuto un diverbio, senza ulteriori conseguenze. Tornano allora il 29 con rinforzi. Uno dei due senegalesi viene ammanettato. Altri senegalesi che sono nei paraggi si avvicinano. Arrivano macchine dei carabinieri e della polizia (forse chiamati da qualcuno che abita nei dintorni?), in tutto quattro o cinque, con un numero di agenti sufficiente a riempire lo stretto vicolo che è borgo la Noce e dare quindi l’impressione di una considerevole operazione di polizia.

Non so dire a che punto sono intervenuti poliziotti e carabinieri. A quanto pare il ragazzo ammanettato, impaurito, avrebbe tentato di tirare un calcio a un poliziotto o forse – come insinua una cronaca del Corriere di Firenze del 30 giugno – avrebbe «reagito malamente ai controlli dei vigili compiendo atti di autolesionismo». Per tutta risposta un poliziotto gli avrebbe sferrato un pugno in pieno volto, rompendogli gli occhiali (questo me lo ha raccontato il ragazzo stesso, quando l’ho incontrato per caso in piazza del Mercato). Da quel momento, minuti di tensione tra le «forze dell’ordine» e una quarantina di ragazzi senegalesi (c’era anche una ragazza). I giornali di oggi parlano di una «maxi-rissa». Nessuno si lamentava di qualcosa del genere ieri pomeriggio.

Fin qui la mia ricostruzione sulla base dei racconti di varie persone che si trovavano sul posto in quel momento. Io sono arrivato in zona solo alle 15.30, avvertito per telefono da un’amica che stava succedendo qualcosa in San Lorenzo. Arrivo a borgo la Noce e lascio la bici sul marciapiede. La situazione è tesa. Da pochi minuti è presente Pape Diaw, presidente dell’associazione senegalesi a Firenze […]. Lo conosco da diversi anni, è da sempre in contatto con le associazioni antirazziste ed è sempre veloce ad arrivare in situazioni come queste. È arrabbiato, Pape, ma rimane lucido e si rivolge pacatamente a un poliziotto che porta sulle spalle i simboli di un graduato. Gli dice che non si può fare così, che ci sono leggi che anche gli agenti devono rispettare, che queste cose succedono troppo spesso, specie in questa zona. Poliziotti e carabinieri lo guardano con aria di sufficienza, alcuni con disprezzo. Uno con tono sarcastico gli si rivolge con un «Senta, Presidente…».

Intanto gli agenti vogliono che la piccola folla che si è creata attorno alla scena si disperda. Lo fanno capire con toni arroganti, infastiditi da occhi e orecchie che potrebbero vedere e sentire. Accanto a me c’è un ragazzo italiano, che ha visto la scena e che più tardi, sia pure molto spaventato dall’atteggiamento degli agenti, insieme a tre senegalesi testimonierà su quello che ha visto. Resta particolarmente colpito quando un carabiniere (anche lui graduato) si rivolge a me in modo sprezzante e mi intima di allontanarmi. Gli dico che io sono lì per osservare come cittadino, che non può cacciarmi dalla strada. Mi risponde: «Vai a fare il pacifista da un’altra parte» (saprà che dalla finestra di casa mia penzola una bandiera arcobaleno?). Poi insiste, con tono sempre più arrogante, sempre più minaccioso. Vuole che me ne vada, ma non lo faccio. Del resto, attorno a me ci sono molte altre persone alle quale si limita a rivolgere una generica intimazione ad andare via. Poi, come al solito, mi chiede i documenti, il gesto di intimidazione che ormai conosco bene. Me li riconsegnerà una decina di minuti dopo, una volta effettuati i «controlli» del caso sul computer di bordo di una macchina. Per il resto del tempo che rimango lì – più o meno un’ora, facendo anche giri per evitare che le cose degenerino – non smette di tenermi d’occhio. Quando torno da uno dei giri un ragazzo immigrato che lavora in un negozio di pelle di borgo la Noce mi dice che quell’agente ha parlato con un suo collega dicendogli che «quello con gli occhiali, il ragazzo italiano…». Insomma, mi informa che li ha sentiti parlare di me in modo minaccioso, e mi consiglia: «Non parlare più, quello ce l’ha con te».

[…]

Con la mia amica ci spostiamo dietro i banchi del mercato, verso i gradini laterali della chiesa di San Lorenzo, verso i ragazzi senegalesi che sono andati lì dopo che in pratica sono stati allontanati dalla zona dei fatti – dove ora i poliziotti raccolgono le testimonianze su quanto accaduto e dove Pape continua a cercare una mediazione sulla sorte del ragazzo fermato e ferito (forse in ospedale in quel momento) e per l’altro lì presente. Quei ragazzi senegalesi devono aver visto che i poliziotti mi hanno preso i documenti, e questo deve avergli fatto pensare che si possono fidare di noi. Quindi raccontano come si sono svolti i fatti, e aggiungono altre considerazioni, specialmente uno di loro. Cito a memoria, dunque senza precisione letterale: «La polizia fa sempre così. Noi vendiamo questa roba qui, in fondo non diamo fastidio a nessuno. A me non interessa di farmi sei mesi di carcere, sono venuto qui per una buona ragione», dice alludendo al suo percorso di emigrazione. «Loro [i poliziotti] arrivano continuamente, noi andiamo via. Vengono, ci provocano, ci minacciano. È sempre così. Lo fanno con noi, non con gli arabi e con gli albanesi, perché noi siamo più buoni e allora se ne approfittano. Così non va bene. Due giorni fa hanno fermato un ragazzo che era in strada. Neppure vendeva nulla. Gli hanno messo le manette e poi gli hanno puntato una pistola qui». Indica la tempia. Non ho motivi per non credergli, non più di quanti ne abbia per credere alla polizia. Solo mi chiedo come sia possibile che episodi di una tale gravità non siano neppure conosciuti. Sui gradini di San Lorenzo, seduti vicino a un altro gruppo di senegalesi, riflettiamo sulla mancanza di una risposta organizzata a queste situazioni anche da parte del movimento – o, forse meglio, di quel che resta del movimento – di cui facciamo parte. Infine ce ne andiamo. In un borgo la Noce presidiato continuano a raccogliere le testimonianze. Arrivano due macchine dei carabinieri da via dell’Ariento, passando cioè in mezzo ai banchi del mercato. Ne scendono cinque o sei in tenuta antisommossa. Incredibile. Anche loro si mettono a presidiare la strada. Commentiamo la cosa con i ragazzi senegalesi che sono ancora lì. Ci riconoscono, qualcuno ci ringrazia perfino. Sembrano stupefatti, dev’essere raro che degli italiani si mostrino solidali. Dico loro che abito in zona, che se vogliono possono chiamarmi al cellulare se succede qualcosa.

Fuori dalle edicole, in questa mattina assolata del 30 giugno, le «civette» annunciano così: Corriere di Firenze: «Senegalesi contro agenti. Tafferugli al mercato»; Nazione: «Rissa in San Lorenzo. Abusivi accerchiano gli agenti: 4 feriti».

[…]

1° luglio 2005

C’è una scala dell’intimidazione: prima ti chiedono i documenti quando rifiuti di allontanarti dalla scena di un sopruso; un anno dopo ti arriva una denuncia. Circa un anno fa, il 20 agosto 2004, verso le 22.30, qualcuno doveva aver chiamato la polizia in via Guelfa angolo via Panicale, perché un ragazzo di colore orinava in strada («pisciano in strada»: è uno dei cavalli di battaglia per descrivere il «degrado» del quartiere). Sono accorse almeno sette macchine della polizia, dalle quali sono scese una decina di agenti in divisa e una quindicina in borghese. Pur non trovando più la persona segnalata dalla telefonata, hanno cominciato a fermare tutte le persone di colore presenti in zona, chiedendo loro permessi di soggiorno e documenti. Hanno bloccato due ragazzi nigeriani che andavano in due in motorino. Hanno sequestrato il motorino e controllato i documenti. Per tutto il tempo del controllo, oltre un’ora, li hanno offesi, a turno, in ogni modo, li hanno minacciati e almeno un paio di volte hanno messo le mani addosso a uno. Tra l’altro, i due nigeriani non parlavano italiano, mentre i poliziotti parlavano (urlavano) solo in italiano. Alla fine i documenti sono risultati in regola. Come al solito gironzolavo per il quartiere e quando ho visto il trambusto mi sono messo lì, a guardare quel che accadeva, invece di andare via come gli agenti intimavano ai passanti e persino a chi si affacciava alla finestra; come al solito ho chiesto che rispettassero leggi e regolamenti, com’era loro dovere fare; come al solito mi hanno chiesto i documenti.

Ora mi è arrivata una denuncia, sporta da tre agenti, per ingiurie e minacce. Passato di recente da indagato a imputato, attendo che sia fissata la data del processo. Al di là degli episodi di cui sono stato testimone, altri ancora me ne sono stati riferiti da persone italiane e immigrate. Esiste un contesto generale di arbitri: la continua provocazione contro gli immigrati (per lo più senegalesi, cinesi e maghrebini) che vendono come ambulanti nella zona del mercato. Nei negozi di proprietà di immigrati, specie nella zona di via Panicale e piazza del Mercato, vengono effettuati numerosi controlli con il pretesto dell’igiene, controlli che invece non sono estesi ai circostanti negozi di proprietà di italiani. In alcuni casi i commercianti immigrati si sono visti sospendere la licenza per un paio di settimane a seguito di questi controlli o anche solo per essersene lamentati con i poliziotti che li effettuavano. Inoltre, si sono verificati due casi di ferimenti di immigrati in piazza del Mercato a seguito di risse. Mentre i soccorsi sanitari sono arrivati con oltre un’ora di ritardo dal vicino ospedale di Santa Maria Nuova, sono accorsi immediatamente e in numero spropositato carabinieri e polizia, che hanno preso a interrogare il ferito come se fosse lui il colpevole del reato subito.

[Tratto da Christian De Vito, Cronache di anni neri. Dal quartiere San Lorenzo, Firenze 2003-2005, "Quaderni di storiAmestre", 5 (2006), pp. 11-21]

1 commento per Sei anni dopo. Da "Cronache di anni neri"

  • sally spector

    Grazie. Purtroppo è molto pertinente alle cose che faccio con Amnesty Int. andando nelle scuole e facendo tavolini.

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