In linea da: 27/12/2011

Contro Veneto City. Dolo, martedì 13 dicembre 2011

di Claudio Zanlorenzi

Di recente abbiamo segnalato il video (lo vedete ancora qui nella colonna di destra) fatto girare dal CAT (Comitati ambiente e territorio Riviera del Brenta e Miranese) per documentare la protesta inscenata la sera di martedì 13 dicembre, in occasione del consiglio comunale di Dolo, contro il progetto Veneto City. Si tratta di una gigantesca speculazione immobiliare a danno di ettari ed ettari di campagna per costruire quello che viene presentato come uno dei più grandi “centri polifunzionali” d’Europa, senz’altro il più grande del Nord Est. Tutto questo avviene in un territorio già saturo di centri commerciali e “direzionali”, per non parlare dell’edilizia residenziale, e inoltre a due passi da una vasta area de-industrializzata in attesa di riqualificazione e di riutilizzo come Porto Marghera. Per volontà della Regione Veneto e del suo presidente, la decisione, che pure riguarda un’estesa area metropolitana e un ampio bacino scolante, è in mano a due comuni: Pianiga e Dolo.

Claudio Zanlorenzi ha partecipato alla protesta di martedì 13 come cronista di storiAmestre, e qui di seguito pubblichiamo il suo resoconto. Anche in questo caso, così come in altre recenti proteste sociali, i manifestanti hanno fatto ricorso al rumore, riprendendo un rituale folclorico dalla lunga storia.

Nel frattempo è già arrivato un brutto finale: il pomeriggio del 20 dicembre 2011 la Giunta comunale di Dolo – dopo che quella di Pianiga l’aveva già fatto – ha approvato l’Accordo di Programma per Veneto City in un municipio blindato dalle forze dell’ordine e occupato fin dalle 13 da attivisti della Lega Nord e altre persone favorevoli al progetto. Ai manifestanti è stato impedito l’accesso alla sala. I rappresentanti della stampa sono potuti entrare solo in un secondo momento. L’opposizione ha abbandonato l’aula per protesta. Cercheremo di continuare a documentare una protesta che di certo il CAT proseguirà.

1. La mail arriva due giorni prima. Informa che la Conferenza dei Servizi il giorno venerdì 2 dicembre 2011 ha approvato lo schema definitivo dell’accordo di programma. Quello che a me pareva impossibile, e cioè che una cosa assurda e impopolare come Veneto City potesse concretizzarsi, nel giro di una ventina giorni arriva alla ratifica dei consigli comunali di Dolo e Pianiga. Regione e Provincia scaricano sui due comuni ogni responsabilità. Zaia, governatore della regione, ha già comunicato che agirà da semplice notaio ratificando le decisioni dei due comuni. Una delle più grandi – un’area come un centinaio di campi da calcio –, assurde e devastanti speculazioni edilizie, mai inserita in un piano regolatore, dopo tre anni si sta velocemente concretizzando.

Il CAT (Comitati Ambiente e Territorio), simbolo un gatto nero su fondo bianco, associazione che da anni coordina la lotta contro Veneto City, invita tutti a essere presenti al consiglio comunale di Dolo previsto per martedì 13 dicembre 2011 alle ore 16.45. Quello di Pianiga è stabilito per il 14 dicembre 2011. La richiesta è di portare fischietti, pentole e tamburi. Lo slogan è: “Facciamo sentire tutta la nostra indignazione!!! Uniti si vince!!!”.

2. Decido di andarci e di diffondere l’invito agli amici. Non verrà nessuno. Mi metto in camicia bianca, maglioncino, sciarpetta, cappotto nuovo. Cappello no, e neanche borse. Niente di che, ma fa effetto. In tasca penna, fogli bianchi, un registratore che non userò, e il mio fischietto, ferro del mestiere in palestra. Ho scoperto che l’abito fa il monaco andando all’Archivio di Stato. Se andavo vestito in jeans, zainetto, mi fermavano sempre all’ingresso: non avevo l’aria del ricercatore. Se passavo con valigetta e vestito da impiegato nessun problema. Per gli uscieri ero uno studioso. Stessa cosa alla frontiera quando viaggiavo. Avevo la Renault 5, la macchina del trafficante di droga. Non c’era verso, mi fermavano e mi perquisivano immancabilmente. Dovendo andare alla manifestazione contro Veneto City e fare una cronaca per storiAmestre, prevedo carabinieri e celerini, meglio quindi non andare con look da alternativo incazzato. I fatti mi daranno ampiamente ragione.

Il consiglio comunale di Dolo ha una maggioranza Lega-PDL con il sindaco, una donna, della Lega. La maggioranza dei voti del comune è per il centro-sinistra e la sinistra, ma grazie alla genialata del PD di andare da soli comunque e di rifiutare alleanze con la sinistra di Rifondazione e dei Verdi, l’amministrazione l’hanno persa. La stessa cosa è successa a Mirano, comune vinto per diciotto voti da Lega e PDL partendo da mille voti in più per il centro sinistra. Qualcuno pagherà mai per questo? O forse non sarebbe cambiato nulla. Il CAT chiede che su Veneto City si esprima la cittadinanza con un referendum, e a tale scopo ha raccolto diecimila firme nei comuni interessati e limitrofi, comunque coinvolti per lo stravolgimento della viabilità che ne conseguirebbe. Il ragionamento che fanno è questo: a Dolo, su 11.000 votanti, la maggioranza che governa ha preso 3607 voti. Si stima che saranno comunque coinvolte da Veneto City circa 250.000 persone. Quindi per il CAT non è democratico che decidano due comuni, oltretutto governati da Lega e PDL che al conto dei voti sono minoranza.

3. Cerco parcheggio a fianco del cimitero. È tutto pieno. Buon segno, penso, e cerco vicino alla piscina. Non può essere che di martedì alle 16,45 sia tutto pieno. Ma dimenticavo Natale. Faccio duecento metri quando intravedo il gruppo che si trova sotto il municipio. Conto una settantina di persone. Sono sotto le finestre dell’aula consigliare che sta al primo piano di un vecchio edificio posto nell’angolo di un incrocio. Non vedo giovani, sono per lo più persone di una certa età, gente che definirei “normale” se avesse un senso questa definizione. Molte donne. Una di queste sta parlando al megafono stando sul marciapiede; spiega le ragioni della manifestazione, che ho riassunto sopra. Sono un po’ deluso, pensavo a più gente. Qualche bandiera del CAT, striscioni appesi agli alberi: “Chi semina cemento raccoglie tempesta”; c’è qualcuno che ha acceso delle torce; altro striscione: “La terra va coltivata, no stuprata, no violentata, no cementificata”; la Legambiente del Miranese – saranno una decina di persone – è un po’ aristocraticamente separata e sta proprio davanti all’ingresso del municipio col proprio striscione: “No a Veneto City”. Vedo e sento fischietti, gente che batte pentole, bidoni, lastre di metallo. Qualcuno attacca a una batteria una sirena , non tanto potente. Vedo Gigi Artusi, che ha scritto una bella poesia: Veneto Siti, nel senso di zitti. E Carlo Marchesin, un amico infermiere che abita a Mogliano Veneto, e che gestisce con me il forte Mezzacapo a Zelarino. Chiedo coma mai sia qua. È iscritto alla mailing list del CAT. Vedo alcuni insegnanti che mi sono stati colleghi. Gira tra i presenti una locandina con il manifesto della Zaccariotto, presidente leghista della provincia di Venezia, che in campagna elettorale si presentava con lo slogan: “No scempio ecologico No Veneto City”. E sotto il CAT ha aggiunto: “Mona, ma ti ghe credi ‘ncora”. Noto anche un tavolo, non grande, con pane formaggio e salame, alcune bibite, ma nessuno se ne serve; in un angolo un sacchetto di fischietti, anche qui chi vuole può servirsi; appoggiati ai muri cartelli “No Dal Molin” e “No TAV”. Parte lo slogan “Venduti”. Si fa rumore, si ascolta chi parla al megafono. Sembra tutto tranquillo, io non capisco cosa intendano fare e non vedo nessuno che dirige la protesta. Giornalisti e fotografi sparano foto ai cartelli.

4. Decido di salire nella sala del consiglio. Il portone è sorvegliato da carabinieri in divisa che io chiamo “normale”, e da altri in divisa da samurai, cioè con manganello al fianco, casco integrale, zainetto, muso duro. I primi sono della locale stazione, gli altri presumo siano celerini da Padova. Ci sono poi i vigili urbani. Ho carta e penna in mano, vestito bene, passo senza problemi.

La sala consiliare è al piano nobile di questo vecchio edificio. Un paio di ripide rampe di scale che girano attorno all’ascensore conducono a una sala da cui si diramano tre corridoi, uno dei quali porta a tre gradini, saliti i quali si entra nella sala del consiglio. Prima dei gradini, a sinistra, c’è la Sala Giunta. La stanza del consiglio non è grande, con il soffitto affrescato con decorazioni geometriche. Il pavimento di legno balla quando cammini. Tavolo centrale addossato sulla parete di sinistra per sindaco e assessori, e due lunghi tavoli ad anfiteatro con un passaggio al centro per i consiglieri. È importante la descrizione per capire lo svolgersi delle vicende.

Davanti a questa piazza San Pietro di tavoli c’è una quarantina di sedie per il pubblico. Tutte occupate: guardo e francamente non vedo persone che possano essere lì per protestare, età dai quaranta anni in su. Sono al secondo punto dell’ordine del giorno. Ascolto la richiesta delle opposizioni di discutere da subito della questione Veneto City al sesto punto dell’odg. Richiesta respinta. Decido di scendere fuori in strada non prima di notare sulla parete davanti al sindaco due grandi bassorilievi: uno di Vittorio Emanuele I e l’altro di Vittorio Emanuele II; al centro c’è invece la foto gigante in bianco e nero di uno che sembra Mazzini. Anche il crocefisso c’è, laterale e discosto dal centro della scena. Sembra un piccolo salotto signorile, un ambiente buono per chi governava alla fine dell’Ottocento, e stride che si decida la “Città del Veneto futuro”, del “Veneto del 2000” a Dolo, con un pugno di consiglieri comunali leghisti, in una stanza museo.

Uscito in strada vedo più gente, saranno un centinaio di persone. Vedo la mia dottoressa, Laura, che ci dà dentro di fischietto. Basta un cenno per riconoscerci e continuare a fischiare. La gente vaga tra l’ingresso del municipio, oramai presidiato da carabinieri (ne conto undici) e da quattro vigili urbani, e la finestra del consiglio per fare rumore. Nessuna direttiva precisa, la gente fa quello che vuole. Noto due camionette dei carabinieri parcheggiate una ventina di metri più lontano, verso il Tribunale. Una donna, sulla quarantina, che blandamente invita a salire per seguire i lavori del consiglio; poi sarà in prima fila tra i manifestanti. La seguiranno in pochi, molti rimangono con me in strada a fischiare.

5. Vedo Rai 3 che riprende. Dopo un po’ Carlo mi informa che in consiglio stanno discutendo di Veneto City. Evidentemente c’è stata una accelerazione dei lavori. Mi dice che il sindaco voleva porre immediatamente ai voti il punto senza discussione: “se ne è già parlato molto”, avrebbe detto. L’opposizione avrebbe chiesto di dare la parola a un esponente dei CAT. Al rifiuto del sindaco, in una ventina hanno cominciato a fischiare e a urlare “consultazione” , “democrazia” e “vergogna”. Decido di salire. I carabinieri sono schierati e filtrano il passaggio. Penna e carta in mano, neanche mi guardano.

Entro in consiglio e trovo una ventina di persone sedute a terra che cantano l’Inno di Mameli, alcune sono giovani ragazze. Una fila di sedie occupate da altre persone del CAT, tra cui mi siederò anch’io, difende quelli seduti a terra dallo sgombero. Finito l’inno, via con i fischietti. La sindaca tenta di continuare. Il rumore assordante impedisce di parlare, però non intende sospendere la seduta. I carabinieri si schierano in riga e dividono i tavoli dal pubblico urlante. All’ingresso parecchi dimostranti riescono a passare e, salite le scale, arrivano sulla porta della sala consigliare. I carabinieri e i vigili diventano nervosi. Anch’io sono sulla porta del consiglio e seguo segnando tutto. Qualcuno si avvicina e mi chiede per chi scrivo. Il fracasso è incredibile. Arrivano i carabinieri samurai, giovani e con poca pazienza. Noto che la situazione è comandata da un tenente della stazione locale. Vogliono per lo meno sgomberare il corridoio e portare giù dalle scale i dimostranti.

Inizia la solita pantomima già vista in altre situazioni. Il carabiniere che ordina di andare indietro. Il manifestante che risponde: “non faccio niente di male”, “la democrazia dov’è”, “perché dovrei spostarmi”, “a lei la paghiamo noi”, e “non mi tocchi”; uno anziano dice “ma cosa spingi che posso essere tuo padre”; ogni tanto un Fratelli d’Italia. È o non è il 150° dell’Unità? Vedo in prima fila la donna che invitava a salire. Sarà sempre in prima fila a mediare tra manifestanti e carabinieri. I carabinieri ottengono solo di liberare gli scalini e di creare un varco per permettere l’entrata in Sala giunta in sicurezza. C’è tensione. Dentro fischi e urla. A un certo punto dalla finestra aperta vedo volare cinque o sei trombe di plastica: le vuvuzela, quelle rese famose dai mondiali in Sud Africa. Ottimi lanci dalla strada sono continuati finché un carabiniere si è buttato a chiudere la finestra e da lì non si più mosso per tutta la serata. Con le trombe il volume del rumore è salito a tal punto che la sala per un momento si è paralizzata. Ho notato che è scappato un sorriso al tenente dei carabinieri. La situazione si è cristallizzata e da ora in poi i due gruppi di manifestanti saranno quelli dentro e quelli fuori dalla sala. Sono le 17,40. In corridoio chiamano per nome i consiglieri e a ognuno urlano “buffone” e “a chi conviene?”.

6. Osservo la sala del consiglio. Sindaco, consiglieri e assessori sono in silenzio e aspettano che il rumore finisca. La sindaca Gottardo è una morettona, capelli neri tirati indietro senza frangetta, coda di cavallo, giro di perle al collo. È una che fa le faccette ai dimostranti e anche qualche mossetta seguendo il ritmo degli slogan. Resto perplesso. I consiglieri leghisti hanno il fazzoletto verde e poi comincio a capire chi è del PDL. Il capogruppo è un signore avanti con gli anni, di professione idraulico, che vedrò imbarazzato e nervoso per tutta la serata. In un angolo ci sono alcune persone anziane, non capirò mai a che titolo presenti, poi quattro o cinque sostenitori della giunta, mariti o fidanzati, che peraltro resteranno sempre silenziosi. Riconosco l’ex sindaco PDS di Dolo, Bertolini. Starà seduto vicino al muro fino alla fine, dando consigli, informando i presenti. Tra quelli seduti a terra imparo a riconoscere Mattia Donadel, uno degli organizzatori dei CAT, mentre altro esponente di rilievo del comitato è Adone Doni. Riconosco poi la consigliera UDC di Mirano Tomaello, due giri di perle al collo, che nonostante l’età urlerà tutta la sera, si muoverà da bersagliera, riuscendo a rilasciare più di una intervista ai giornalisti presenti. C’è poi Angelo Nordio, un amico ambientalista, con cui abbiamo fatto un mare di cose assieme, la più bella andare a Sarajevo con i Beati i costruttori di pace durante la guerra in Yugoslavia. Scopro che Angelo, tra l’altro socio di storiAmestre anche lui, segue il CAT da tempo. Mi dà i nomi dei presenti, mi informa e mi aggiorna sulla situazione. Passeremo sei ore assieme; la sua compagnia è sempre piacevole. Da segnalare giornalisti e fotografi al lavoro.

Il fracasso è sempre infernale e non smette un momento, mai, mai, e non si sa cosa aspettare. L’impressione è che la sindaca e i suoi vogliano far sbollire i rumori per poi riprendere. Io infatti ho paura che non ce la facciano a urlare e a far casino all’infinito. Errore. I manifestanti non smetteranno mai. Propongo di dividersi a gruppi per riposarsi oppure di stare zitti e riprendere quando tentano di parlare. Inutile. Casino sempre e fortissimo. Mi tappo le orecchie in qualche modo. I dimostranti partono con La libertà di Gaber, ma non sanno le parole e si fermano. I consiglieri di opposizione, la lista civica del PD e quella amica del CAT, il Ponte, sono seduti, si alzano e vanno avanti indietro, chiedono al sindaco cosa vuole fare, ma questa non risponde. Sulla faccia sempre un sorriso che definirei arrogante. Sono le ore 18,15 e sindaca e assessori escono e si riuniscono nella Sala Giunta. Il clima si calma un poco e un po’ cala il rumore. In sala si è più tranquilli e goliardi. Angelo mi dice: “tanta gente, i carabinieri mediano; poca gente, ti legnano”. Il muro di carabinieri davanti ai tavoli si sfalda. Uno di loro chiede ridendo un minuto di silenzio. Non concesso. Ogni consigliere di maggioranza seduto al tavolo ha, a un metro di distanza, due fischietti a tutto volume che lo torturano. Qualcuno ha gesti di stizza si alza e si sposta.

7. Arriva la notizia che il comune di Pianiga ha approvato Veneto City. Probabilmente avvisati di quello che stava succedendo a Dolo, hanno anticipato l’odg previsto per domani, e per non avere rogne in fretta e furia hanno votato. Gira un po’ di delusione. Qualcuno si rammarica del fatto di non avere mandato qualcuno anche lì. Altri dicono che le forze erano poche, meglio concentrarsi su Dolo, che è più coinvolto in termini di superficie. A questo punto, di rinviare la sindaca non ci pensa più, vuole andare fino in fondo. Si media tra le parti, e la proposta è che la Giunta accetta di discutere tutte le osservazioni se si libera il corridoio. I manifestanti chiedono il rinvio del consiglio, ma alla fine prevale l’idea del dialogo e si libera il corridoio. Sono le 18,30. D’ora in poi quelli dentro si potranno muovere dalla sala consigliare per tutto il piano, mentre quelli fuori saranno sulle scale e fuori dal municipio. Noi dentro, senza la pressione degli altri, ci sentiamo meno sicuri. Dentro la sala girano carabinieri samurai e tre agenti Digos. È tutto un confabulare. Si chiede di verificare quanto può durare un’interruzione del consiglio prima che venga sospeso. Si va a leggere il regolamento e delle staffette, cioè consiglieri di opposizione, vengono mandati a parlare in Sala Giunta. I carabinieri si mettono i guanti, brutto segno, ed entrano anche quattro samurai. Si schierano in riga come prima. Il tenente si porta al centro e chiede un minuto di silenzio. Finalmente, penso io. Comunica testualmente che “loro cercheranno di votare, quindi vinca il migliore” e poi si mette a sorridere. Capiamo che non ci sloggeranno con la forza se noi non compiamo violenze.

8. Sono le 18,50. Entra la sindaca e tenta di parlare col solito sorriso strafottente che ormai conosco. Si fischia con più gusto. È un casino infernale, che durerà per 40 minuti senza sosta. Urla, fischietti, trombette, oggetti strani che fanno un rumore fastidioso. Io ho mal di testa e mi tappo le orecchie con le dita. Vedo i carabinieri, prima impettiti, afflosciarsi poco alla volta. Il rumore uccide. Uno prende una salvietta di carta dal tavolo, ne fa delle palline e se le mette dentro le orecchie. Altri colleghi lo seguono. Sono seri e visibilmente doloranti, ma anche noi devo dire. Slogan più usato: “Referendum” “democrazia” “partecipazione”. Io batto i piedi. Un vigile mi dice di smettere che cade il soffitto. In effetti balla tutto. Lo schema diventa il solito. Loro schierati in attesa, e noi a fare casino. Un’assessora, una certa Canova, capelli biondi a caschetto, vestita da manager, si fa leggere le labbra con un “poareti”, e un “ma bravi”. Ostenta sicurezza, e un sorriso di sfida, ma cederà anche lei. Angelo la troverà fuori di sé dentro al bagno.

Alle 19,25 arriva una sequenza di slogan. Il rumore sulle scale si fa più forte. Mi sposto e vado a vedere. C’è la solita donna che resiste in prima fila, ma le persone sono cambiate. Ci sono più giovani, e sono più determinati. Vedo meno paura dei carabinieri. Non riuscirò mai a capire in quanti sono. C’è stato un ricambio. Riconosco qualcuno che era di Autonomia operaia. Sarà girata la voce. Dalle scale percuotono l’ascensore battendo a tempo con le mani aperte. Sembra il motore di un motopeschereccio dice Angelo, che abita a Mirano ma è chioggiotto. Sento anche bonghisti con i loro strumenti in azione. I carabinieri samurai sono più nervosi, c’è tensione, e intervengono con la forza a sedare uno che dava in escandescenze. Bloccano anche l’ascensore con una sedia per evitare sorprese alle spalle. Meglio così, per noi che siamo dentro la sala. Meglio una forte pressione da fuori.

Sono le 19,50. Sindaco e assessori si chiudono in Sala giunta di nuovo per fare il punto e riposare i timpani. La riga di protezione del consiglio si sfalda, e ci si scompone. Il rumore continuerà sempre, sempre, dentro e fuori, però ci si muove, si va a bere l’acqua dai tavoli dei consiglieri, si parla del più e del meno. Sono tre ore che siamo dentro. Parte un : “venduti”, ma uno blocca gridando “no offese”. In realtà già si era gridato “buffoni”. L’idea degli organizzatori è di fare casino, ma niente violenze fisiche o verbali. Il tenente, la digos, il segretario comunale, entrano in sala giunta.

Arriva in consiglio, unico a passare il blocco dei Carabinieri samurai, un consigliere regionale di Rifondazione, Piero Pettenò. È tutto un salutare, un confabulare attorno a lui. Fanno il punto della situazione quelli del CAT, della lista del Ponte. Pettenò saluta gli esponenti presenti del PDL e della Lega, che evidentemente conosce. È tutta una battuta e un ridere con il vicepresidente del consiglio, una specie di Borghezio, ma più piccolo di statura, vicesindaco del PDL. Finito il confabulare si siede e osserva anche lui.

9. Ore 20,30. La sala consigliare è un bivacco. Si decide che finché si resiste si va avanti. Dalle scale proviene un rumore infernale. C’è tensione. Un’esponente della lista Dolo nel cuore, altra civica presente in consiglio, vestito bene, cappottino e camicia bianca, chiede e ottiene silenzio. Ringrazia quelli che sono sulle scale e fuori dal municipio, e li invita a resistere. Poi chiede per i ragazzi, intendendo i carabinieri, che sono dalle prime ore del pomeriggio col casco in testa, dell’acqua minerale. Dalla tromba delle scale: “Par i carabinieri? Ma va cagar!”. Dopo un attimo di silenzio: “liscia o gassata?”. E dopo qualche minuto sono arrivare tre bottigliette che i carabinieri samurai bevono all’istante.

Ore 20,54. Manca l’acqua, chiudono il bagno. La gente vaga anche al piano superiore in cerca di ristoro. Ogni tanto esce qualcuno della giunta, poi scompare. Si insiste per sapere se il regolamento consente interruzioni così lunghe. A leggerlo pare che una volta sospeso, ripreso e sospeso ancora, il consiglio vada aggiornato. Se fosse così sarebbe fatta.

Ore 21,45. Continua l’orchestra di fischietti. Circola la voce che si aspettano le undici di sera, ora della fine della manifestazione autorizzata, per sgomberare la sala. Chi media chiede di concordare uno sgombero morbido, e il CAT sembra d’accordo assieme al Ponte. Arrivano troupe televisive locali che chiedono la sceneggiata di agitare i cartelli e di fischiare. I rappresentanti CAT rilasciano interviste, ma è talmente forte il rumore che devono uscire e cercare salette al secondo piano o chiedere almeno trenta secondi di pausa. Vedo Curzio Pettenò di Rai 3, ci salutiamo. Chiede chi è il capo? Il PD fa sapere che a questo punto è contrario allo sgombero morbido. Uno del CAT sorpreso dice: “Ma veniamo superati a sinistra dal PD?”.

Si fa un capannello tra i CAT, e si ragiona su cosa fare. Le posizioni sono: da una parte non spingere oltre la situazione per paura che qualcuno si faccia male e di finire tutto alle ventitre; dall’altra resistere e vedere cosa succede, rischiando lo sgombero violento. Mi permetto, e quindi non sono più solo spettatore, di ricordare che quelli sulle scale e fuori fanno una manifestazione, mentre noi siamo cittadini che partecipano a un consiglio comunale. Parte una staffetta a riportare questa posizione ai carabinieri. Sono le 22,10.

Ore 22,20. Entrano in consiglio sindaco, giunta e consiglieri. Evidentemente aspettare le ventitre non serviva più. Il segretario fa l’appello. Lo si capisce perché vedo muoversi le labbra. Il rumore è nuovamente a livelli nocivi . I carabinieri, gli agenti digos, i vigili sono come il sottoscritto intontiti dal rumore. Non c’è tensione però, hanno capito che non si vuole picchiare nessuno. A un certo punto si fa un po’ di silenzio. I consiglieri di opposizione chiedono al muro di gomma della segretaria comunale se sia valida una seduta interrotta più volte, e si cita un articolo del regolamento comunale, il 53. Ho già visto per anni in azione simili funzionari pubblici: danno sempre ragione al sindaco. La formula magica è “decide il sindaco sulla gestione del consiglio” oppure “il consiglio è sovrano”. Mai che si prendano una responsabilità per difendere il regolamento e la democrazia. Persa la battaglia sul regolamento, ascoltiamo l’intervento del capogruppo PD Bovo e del consigliere del Ponte. Quando cerca di intervenire il sindaco, partono urla “legalità”, fischietti e l’orchestra delle vuvuzela.

Vorrebbero votare, ma qualcuno ricorda che l’assessore deve almeno illustrare il provvedimento. Allora il Borghezio in sedicesimo, alla destra della sindaca, indica una ragazza con gli occhiali, trent’anni circa, evidentemente l’assessora all’Urbanistica. Questa inizia a leggere una mezza paginetta. Non si capisce nulla, si vedono solo le labbra muoversi. Il Borghezio mignon, vicesindaco PDL, mi dicono mediatore di bestiame come professione, quando vede che rallenta e vorrebbe fermarsi, le dice “vai vai, leggi leggi leggi”. Lo capisco leggendogli le labbra. Finita la pantomima e fatto un po’ di silenzio, gli urlo “Brava, proprio brava!!”. Si ride. Penso che sarebbe da radiare dall’albo degli architetti o degli urbanisti per avere accettato una cosa simile. Ma poi mi chiedo: da dove verranno gli urbanisti e gli architetti che hanno progettato Veneto City? Dove avranno studiato? Perché da qualche parte avranno pur preso una laurea.

10. Il fracasso oramai non lo ferma più nessuno. I carabinieri si mettono i guanti. Ci siamo, penso. Sono le 22,50. Il tenente invita a uscire tutti i manifestanti, altrimenti si provvederà allo sgombero. Una ventina di CAT si butta a terra, gambe raccolte al petto; si dispone la catena di sedie a protezione. Comincia lo sgombero uno alla volta. Si fa resistenza passiva. C’è chi viene trascinato, chi portato di peso, chi abbraccia il carabiniere e finge un ballo. Io e Angelo rimaniamo seduti sulla sedia. Siamo avanti con l’età, non possiamo buttarci a terra. Diciamo al carabiniere che stiamo seduti e che ci porti fuori in sedia: “sa, siamo vecchi”e Angelo aggiunge: “Sa facciamo come i politici che presa la poltrona non la mollano più”. “Non vi preoccupate, vi accompagniamo noi”, ci risponde. Siamo usciti tra gli ultimi, un carabiniere si lascia sfuggire che da quelli dentro non si aspettavano problemi.

Fuori dal municipio, finalmente silenzio. Escono anche i consiglieri di opposizione. Si fanno capannelli, l’umore non è buono. Siamo rimasti dentro sei ore. Saprò poi che anche don Albino Bizzotto, dei Beati i costruttori di pace, è stato tra i manifestanti davanti al municipio. Non vedo l’ora di andare a casa. Giro l’angolo del municipio. A terra ci sono fasci di bandiere e fasci di torce ancora legate. Probabilmente si pensava a molta più gente. Prendo una bandiera del CAT da portare al forte Mezzacapo e vado a casa convinto che il provvedimento sia passato in consiglio. Quello che si poteva fare si è fatto. Dopo cento metri al centro del parcheggio c’è il capannello di una ventina di persone che parlavano tra loro. Credo siano quelli considerati veramente cattivi dai carabinieri.

Post scriptum. Leggo sul "Gazzettino" del 18 dicembre 2011 che viene riconvocato il consiglio comunale il giorno 20 dicembre alle ore 15, per approvare Veneto City. Evidentemente sul piano del regolamento avevano ragione quelli del CAT: il provvedimento non è passato. La prossima volta giuro che mi porto i tappi per le orecchie.

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