In linea da: 14/11/2010

Gli allagamenti al Tarù

di Giorgio Foradori, a cura di Maria Giovanna Lazzarin

Mentre è in corso l’edizione 2010-11 del Laboratorio "Acque alte a Mestre e dintorni" (prossimo appuntamento martedì 16 novembre), proseguiamo con la pubblicazione dei testi relativi all’edizione 2009-10. Qui di seguito l’intervento che Giorgio Foradori ha tenuto il 10 novembre 2009, nel corso di un seminario del Laboratorio. La trascrizione è a cura di Maria Giovanna Lazzarin.

1. Mi chiamo Giorgio Foradori e abito al Tarù. Non so se sapete dov’è questa zona, perché è difficile da collocare, tant’è vero che, spesso, gli amministratori veneziani quando vengono da queste parti dicono: “Ma come, siamo ancora nel comune di Venezia?”.

Il Tarù si trova alla sinistra orografica del fiume Dese, ultimo lembo del comune e della provincia di Venezia; fa parte dell’ex Consiglio di Quartiere di Zelarino, oggi Chirignago-Zelarino; le sue vie principali sono: via Marignana, via Molino Marcello, via Tarù. Il fatto di essere “terra di nessuno” ci ha penalizzato: essere ai confini di Venezia e non appartenere né a Mogliano, né a Martellago, né a Scorzè – i comuni con cui confina – ha fatto sì che spesso ci abbiano dimenticati.

2. La nostra è una zona storicamente alluvionale, tant’è vero che, secondo le ricerche fatte, già intorno al Mille i monaci benedettini avevano cercato di regolamentare le acque e le esondazioni. Già allora la nostra zona era piuttosto bassa.

Per noi le esondazioni non sono mai state un fatto occasionale, ma la normalità: da tempo si sa che l’acqua arriva. Per questo motivo qui non ci sono seminterrati, taverne, scantinati. Questo è il nostro vantaggio: anche da noi l’acqua è entrata più volte nelle case, ma non ha causato i danni capitati in alcuni episodi recenti nella zona di Mestre.

Per quale motivo da noi l’acqua alta è un fatto abbastanza normale? Perché siamo terra tra due fiumi – Dese e Marzenego – e abbiamo una serie di canali: fosso Tarù, rio Bazzera e altri che, quando si riempiono, raggiungono le zone più basse. Possono esserci esondazioni, tracimazioni, ma non c’è una massa d’acqua che arriva improvvisamente perché si rompe un argine.

I nostri genitori hanno convissuto con questo problema in maniera tranquilla, si erano adeguati a tutto questo; le aree più basse, quelle a ridosso del Dese, non venivano coltivate a ortaggi o altro, ma venivano usate come prato per ottenere un po’ di fienagione, sperando che al momento del taglio non arrivasse l’acqua che avrebbe fatto perdere tutto il raccolto. Erano zone in un certo senso abbandonate dall’agricoltura e tuttora lo sono, perché molto basse. Questo vale per la fascia della sinistra Dese, perché nella parte destra non esiste questo problema.

Tengo a precisare che per noi l’acqua è stata croce e delizia, perché portava un sacco di problemi, ma da ragazzi ci siamo divertiti un sacco, abbiamo passato la nostra infanzia a giocare nei fossi, si nuotava nel Dese, si costruivano le zattere, si pescava. Altro che mettersi in coda per andare nel mare di Jesolo! Quella era la nostra spiaggia. Oggi abbiamo paura di mettere anche un dito nell’acqua del fosso ed è un peccato, perché l’acqua è una risorsa, e dovremmo imparare a riprendercela.

3. Nel tempo però la situazione si è aggravata; nel corso degli anni Settanta e Ottanta sempre più spesso tornava questo problema che nessun’altra zona del territorio del comune aveva. Da noi bastava un piccolo acquazzone e ci trovavamo completamente sott’acqua. Cos’era accaduto nel frattempo? Qualcosa non aveva funzionato, le acque prima in qualche modo andavano a valle, poi non più, rimanendo per più giorni e sempre piuttosto alte.

Mio padre aveva costruito la casa dove oggi abito io negli anni Cinquanta e l’acqua non era mai entrata: la protezione civile arrivava e chiudeva le strade allagate, però dentro le case non entrava mai, se non talvolta nelle stalle.

Negli anni Settanta invece le cose sono cambiate; ogni volta l’acqua saliva sempre più alta, tant’è vero che avevamo problemi con gli animali nelle stalle, nei pollai; poi, ancora peggio, l’acqua ha cominciato a entrare nelle case, nonostante, con un po’ di buonsenso, fossero state costruite più alte rispetto al piano campagna. Però non era più sufficiente. Allora qualcuno si è costruito, come a Venezia, le paratie davanti alle porte di casa.

Negli anni Ottanta è stato un disastro. Nel 1989, ho anche i documenti, abbiamo toccato il massimo storico: da maggio a giugno siamo finiti sott’acqua otto volte nei campi più bassi, sei volte nelle strade, quattro volte l’acqua ci è entrata in casa. Ed eravamo solo noi ad avere questo problema, perché il resto della popolazione del comune non l’aveva o solo parzialmente.

Non ne potevamo più! Cos’altro era successo negli ultimi anni? Evidentemente era stato stravolto il territorio. Aldino Bondesan ci ha parlato dei dossi naturali, qui erano stati costruiti anche dossi artificiali. Quale influenza possono aver avuto la tangenziale, l’autostrada, la ferrovia, le nuove edificazioni?

4. Da noi il comune di Venezia confina con una zona di Mogliano – il quartiere di Sant’Antonio lungo il Terraglio – che è stata completamente edificata in quegli anni. Evidentemente lì è stata modificata parte di quella che era la naturale vocazione delle acque ad andare verso valle.

Si viveva costantemente con queste paure, eravamo sempre in allerta, anche se per i piccoli era una festa perché non si andava a scuola in quei giorni. Non so se vi ricordate le vecchie Fiat 127 e 128 che avevano lo spinterogeno bassissimo. Quando le strade si riempivano d’acqua, si lanciava la macchina nella speranza di riuscire a superare la parte dove l’acqua era più profonda, e invece il più delle volte si finiva in mezzo e l’acqua invadeva l’auto. Allora speravi di trovare qualcuno che ti aiutasse a spingerla senza rischiare di buttarla anche in fosso. Le strade non avevano i paracarri che delimitavano la carreggiata, già di per sé molto stretta, per cui in quelle situazioni c’era proprio un problema di orientamento.

Ricordo un ambulante arrivato col carretto carico di frutta che, piano piano, stava finendo in fosso; abbiamo legato il furgoncino con delle corde a un palo della luce mentre i mandarini e i bagigi se ne andavano lungo la strada/fosso; alla fine sono arrivati i pompieri a risolvere la situazione.

Noi avevamo un vigneto, proprio lungo l’argine del Dese, e l’acqua a volte arrivava ai grappoli cosicché ci sono state annate in cui andavamo a vendemmiare lasciando appoggiate sopra i carri le cassette da riempire con l’uva perché sotto c’era l’acqua.

Ricordo anche quello che lascia l’acqua dentro in casa, quella patina che rimane sui mobili, i muri che continuano a sputar fuori la salsedine, il velo di limo che rimane sul pavimento. Si puliva, ma rimaneva l’odore per giorni e giorni. Non avevamo tanti mobili, ma tutti avevano una parte screpolata in basso perché l’acqua li aveva inzuppati. Arrivava la Protezione civile e ci portava i sacchetti di sabbia. Li mettevamo comunque alle porte, nonostante l’acqua fosse già entrata, attaccavamo le pompe, ma alla fine rimaneva sempre quel dito d’acqua melmosa per giorni e giorni.

Poi ho il ricordo triste di mio padre che stava morendo con trenta centimetri d’acqua sotto il letto.

5. Di fronte a questo problema serio ci siamo riuniti in modo spontaneo, non in un vero e proprio comitato. La nostra non è un’area fortemente urbanizzata, siamo per lo più famiglie vecchie del posto e ci si conosce praticamente tutti, forse è più facile trovare legami di comunità qui che in aree densamente abitate. È stato quindi spontaneo ritrovarci e provare a portare avanti assieme un percorso di conoscenza del problema e di sensibilizzazione presso gli enti.

In seguito un po’ si è perso il fatto di trovarsi assieme, ma sarebbe auspicabile che il comitato esistesse sempre, anche quando non c’è l’emergenza, in modo tale che quando insorgono i problemi si è già pronti. Invece il guaio è che molto spesso ci si muove quando l’acqua arriva alla gola.

Tornando a quel periodo, negli anni Ottanta, dicevo, abbiamo fatto un’opera di sensibilizzazione verso quelli che erano i nostri diretti interlocutori: Consiglio di Quartiere, Comune, Provincia e Regione. A me è servita moltissimo l’esperienza che ho fatto assieme ai miei amici, i fratelli Zanlorenzi e i fratelli Brusò. Eravamo giovani consiglieri di quartiere allora, ovviamente di opposizione, per cui quell’esperienza mi è servita per provare a percorrere la strada del dialogo verso gli enti che prima ignoravamo totalmente.

Nel frattempo il consorzio Dese-Sile si era reso conto che qualcosa non funzionava e ha cominciato una serie di opere a valle verso il Terraglio. L’idea era quella di collegare la nostra zona alle cave di Marocco per creare una vasca di espansione in modo che ci fosse un luogo dove il grosso flusso delle acque potesse defluire.

Ma i lavori sono partiti a valle e sono finiti i soldi molto presto! Sul Terraglio hanno fatto proprio un bel lavoro, hanno rivestito le sponde dei fossi col porfido, se ci passate sembra quasi un boulevard. E da noi peggio ancora, perché l’acqua non andava più via!

Alla fine – ho la presunzione di dire anche per merito nostro, nel senso che la mobilitazione che abbiamo fatto sarà pur contata qualcosa –, sono stati stanziati dei fondi per realizzare una specie di scolmatore che canalizza le acque della nostra area verso le cave di Marocco, funzionando da vasca di espansione. Quest’opera è servita tantissimo, tant’è vero che nel 2007, anno che ha visto alluvioni e allagamenti in vaste aree del Veneto, noi non abbiamo avuto grandi problemi. Non che l’acqua non sia arrivata sulle strade, però non ha raggiunto i livelli massimi degli anni precedenti, quindi il problema è stato parzialmente risolto. Ora stiamo più attenti alle iniziative del consorzio Dese-Sile che ha proposto una serie di lavori che vanno in un’ottica nuova, forse grazie alla sensibilità dei consiglieri che vivono nel nostro territorio. Non c’è più la frenesia di una volta di creare dei canali scolmatori che portino via l’acqua in velocità, adesso si sta molto più attenti, non più canali dritti, ma percorsi tortuosi che rallentano il grosso afflusso dell’acqua.

Da noi dovrebbero costruire una specie di parco fluviale, utilizzato anche per la fitodepurazione e, in caso di grosse piene d’acqua, come vasca di espansione, perché se Venezia o il litorale non sono in grado di ricevere, l’acqua deve in qualche maniera distribuirsi nel territorio. Saranno ricalibrati i fossi e anche questi lavori porteranno un beneficio. Se continuiamo a cementificare, a interrare i fossi, magari costruendoci sopra una pista ciclabile, l’acqua avrà una sezione minore in cui scorrere. Piuttosto pensiamo a ricavare o a ricreare un fossato accanto alle ciclabili.

6. Questa esperienza è servita a creare un po’ il senso di comunità nella nostra zona e ci ha permesso di portare avanti anche altri progetti che riguardano le fognature, il gas, l’illuminazione pubblica. Sembrano cose banali, ma ci fai i conti tutti i giorni perché ci vivi. Oggi si parla tanto di viabilità, vogliono costruire la “Super-Castellana” in fianco al Dese, fra questo e via Gatta. A parte le battaglie che abbiamo fatto per la salvaguardia delle aree fluviali e per la loro fruibilità, è da ricordare che gli argini del Dese sono ancora privati, non demaniali e quindi si aprirebbe un problema di espropri.

Inoltre questo progetto mi lascia perplesso per tutti i problemi che potrebbe portare, il nostro è un territorio fragile, ogni volta che si sposta un tassello si rischia di creare grossi guai. Bisogna fare delle valutazioni serie, in parte affidandoci ai tecnici, ma ricordandoci che i tecnici in passato hanno fatto anche molti danni, molte delle soluzioni che hanno attuato si sono ritorte contro.

Credo sia importante che come cittadini siamo consapevoli che il territorio è per noi che lo viviamo: siamo noi a conoscerne la realtà. Credo sia importante riappropriarci del senso di partecipazione che stiamo sempre più perdendo, perché ci chiudiamo all’interno dei nostri muri, perdiamo il senso critico, ci scoraggiamo, lasciamo che a fare siano sempre gli altri. Dobbiamo ritrovare la forza per tornare a essere protagonisti, come è accaduto negli anni Settanta, e fare anche noi la nostra parte.

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