In linea da: 20/06/2010

Prepartita. Una lettera di Marco Toscano

di Marco Toscano

Finito di guardare Italia-Nuova Zelanda, abbiamo trovato questa lettera scritta dal nostro amico nell’attesa del fischio d’inizio. Caro Marco, noi continuiamo a pubblicarti, ma visto il risultato, giusto per scaramanzia, non scrivere più lettere nei prepartita.

20 giugno 2010, verso le due del pomeriggio

Cari amici di storiAmestre,

manca qualche ora alla seconda partita dell’Italia ai mondiali, con Valentino Rossi fratturato il motomondiale mi prende meno (per quanto…) e così ho pensato di mandarvi due righe con altri pensieri, che credo sian stati anche i vostri.

Mettici la stagione – il 2 giugno –, la ricorrenza – i 150 anni (ma festeggeremo altrettanto anche la presa di Porta Pia o no?) – e l’occasione – i mondiali e la nazionale di calcio. Per giorni polemiche sull’inno. Eppure, una volta, che i calciatori cantassero l’inno o no non ci si badava, o sbaglio? Mi sembra una fissazione degli ultimi anni.

Si capisce che son polemiche così: ogni tanto la Lega obbliga a schierarsi sull’inno o sull’unità italiana perché è più semplice raccogliere sotto bandiere e dare il via alla fanfare invece che guardare alle questioni che premono alle vite e ai bisogni dei singoli e di una società. Dico per esempio la salute, l’istruzione, la ricerca della felicità, il lavoro, l’ambiente, la pace, la qualità del tempo libero, l’acqua. Vuoi metterci anche la sicurezza? Sicurezza di chi e da che? Fanfare, dichiarazioni, mobilitazioni di guardie padane e di ronde, e poi la criminalità organizzata preservata dalle indagini, giovani morti in carcere o durante fermi di polizia, funzionari di polizia condannati per i pestaggi alla caserma Diaz e per aver tentato di coprire i fatti tuttora in servizio o addirittura promossi, continue aggressioni a omosessuali, la mafia che tira un sospiro di sollievo, leggi contro gli stranieri, stupri e rapine che a seconda della nazionalità degli autori occupano la prima pagina – titolo “emergenza” – o finiscono alla spicciolata in cronaca nera, soldati che presidiano non si capisce che cosa giusto per finire sul tiggì, abolizione dei diritti dei lavoratori e insicurezza nei luoghi di lavoro…

Allora non sarà per sviare? Di certo ci cascano in molti. Mi direte che anch’io ci sto cascando; d’accordo: finché non comincia la partita.

Facciamo finta che sia una discussione vera. Ma prima di tutto, cos’è un inno? qualcosa che esprime i valori di una società, oppure un ideale a cui tendere. Per esempio, la repubblica: l’inno di Mameli fu scelto in via provvisoria nel 1946, in qualche modo rappresenta un pacchetto completo Risorgimento-Resistenza-Repubblica. Sarà mica che la Lega tira un colpo al Risorgimento per darne uno alla Repubblica nata dalla Resistenza?

Per conto mio, capisco che “siam pronti alla morte l’Italia chiamò” poteva far di nuovo battere i cuori nel 1946. L’elmo di Scipio stava tranquillamente anche nel repertorio retorico fascista, ma se non altro c’era l’articolo 11 a ripudiare la guerra, invece che un ministro della difesa neofascista a passare in rassegna truppe coloniali. E poi c’era l’articolo 7, quello che riconosceva i Patti Lateranensi, e così in un certo modo la funzione di Roma (intesa come Vaticano): provvidenziale e tutrice. Insomma, capisco che ci sia molto da discutere.

Prendere il Va pensiero? Facendo presente che non è un’idea nuovissima? (Se ne parla periodicamente dal 1946, e fa sempre parte del canone risorgimentale.) Però trovo anche bizzarro che la Lega frema per clivi e colli. Da quanto leggo sul sito e sull’ultimo quaderno di storiAmestre, da quanto mi raccontano i miei amici veneti, nella sua Padania la Lega, mano destra sul cuore, fa schierare davanti a uno scenario di cartapesta con sfondo di Sionne, e intanto addio clivi e addio colli sotto i colpi del piccone risanatore e della ruspa modernizzatrice. Mentre si canta a squarciagola si respira a pieni polmoni l’aure dolci del monossido fatal e le beriche torri salutano le fortezze volanti atterrate sul suolo natal. Gli schiavi del Nabucco cosa cantano? Di essere in un altro luogo, in un tempo che fu, perché è il tempo che sarà. Invece questi ci dicono di cantare qui e ora per dire che questo è l’unico posto possibile in cui vivere, nel futuro come oggi, con questi padroni e con questo uso del territorio. Oltre tutto, curioso questo invito a figurarsi in schiavi… La mia amica torinese comincerebbe da Gobetti e non la finirebbe più con Carlo Levi e la tentazione di assoggettarsi al tiranno: “per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone”. L’altra faccia della medaglia è che rappresentarsi sempre in vittime aiuta a disfarsi di ogni responsabilità.

Ci sarebbe molto da dire sulla storia di questi due inni, un po’ come ho fatto per il Piave e Bella ciao, ma è già tardi, mi comincia la partita, appena finiscono gli inni rimetto l’audio e vai: Novella Zelanda già l’ora suonò.

Grazie per la pazienza e cordiali saluti.

PS E la sirena suonò? Solidarietà a chi sciopera. Per vedere la partita? e se anche fosse? Le tribune d’onore son sempre piene. L’avrà vista, Marchionne, che decanta la superiorità dei polacchi nella produzione di macchine? Battute facili, visto che la Polonia non s’è nemmeno qualificata…

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