In linea da: 25/06/2010

Giugno 1960: tra epica e storia

di Manlio Calegari e Gianfranco Quiligotti

25 giugno 2010. Anche sAm si unisce alle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario di Genova 1960, grazie a Manlio Calegari e Gianfranco Quiligotti, che ci hanno mandato un loro saggio – inedito – nato anche da un’insofferenza per il tono con cui spesso si è discusso e ancora si discute di quegli eventi. Quando ci ha inviato il testo, Calegari ci ha scritto, tra le altre cose: “Da una parte i legalisti che dichiarano di averlo poco meno che indetto con comizio di Pertini e comandanti partigiani, dall’altra quelli che ci vedono la rivoluzione tradita. Nessuno che sia andato a dare un’occhiata ai testi di allora e a quelli successivi. Il tentativo nostro è stato rileggere le fonti di allora con gli occhi e almeno alcune informazioni disponibili oggi, prodotte dalle varie commissioni parlamentari”. Presentiamo qui di seguito una breve sintesi del testo, elaborata dai due autori. Chi vuole leggere il saggio per intero ci permettiamo di consigliarlo , può scaricarlo cliccando qui.

Dei “fatti” dell’estate del 1960 esiste un’epica – i “giovani dalle magliette a righe”, “la nuova resistenza”, la “ventata di antifascismo” che portò alla caduta del governo Tambroni sostenuto dal MSI – che il passare degli anni non ha cancellato. Meno note le vicende politiche che si provocarono quei fatti. Aldo Moro nel suo memoriale dal carcere delle Br definì il governo Tambroni (e non il movimento di piazza che ne seguì) “il fatto più grave e minaccioso per le istituzioni intervenuto a quell’epoca”. Un’affermazione che si fece capire meglio – ma ancora ci sarebbe da scavare – solo in seguito, grazie anche ai lavori della Commissione di inchiesta sulle stragi.

Di quanto allora avvenne almeno due aspetti vanno ricordati: la giovinezza dei protagonisti e il rilievo assunto dalla piazza – le manifestazioni popolari – per determinare gli sviluppi politici successivi (ovvero l’abbandono di Tambroni da parte della Dc). Entrambi questi aspetti furono percepiti con chiarezza dai contemporanei e segnarono il dibattito politico dei mesi seguenti. Così come chiaramente era percepita la situazione di stallo della politica italiana: la Dc lacerata al suo interno sull’opportunità dell’apertura ai socialisti, i veti ripetuti e inesorabili del Vaticano su qualsiasi collaborazione con i “nuovi anticristi”.

Dopo le dimissioni di Tambroni (seconda metà del luglio 1960), i comunisti proposero una lettura di quanto era avvenuto nelle settimane precedenti come il frutto di una loro lunga e paziente battaglia per arrivare a provocarle. Le cose però erano andate diversamente. Schieratosi inizialmente a difesa di Gronchi – il presidente della Repubblica eletto coi loro voti e reduce da un recente viaggio in Urss che aveva indispettito gli Usa –, il Pci si era limitato a sottolineare le contraddizioni del governo apparse chiare con le dimissioni di alcuni ministri e sottosegretari. Una strategia cauta, ispirata ai valori dell’antifascismo, su cui, a sorpresa, si erano abbattute le violente cariche del 30 giugno a Genova, poi in luglio quelle di Reggio, il morto di Licata, le cariche di Roma, i morti di Reggio, Palermo e Catania.

I comunisti, che contro il congresso del Msi avevano progettato una campagna poco più che cittadina, neppure erano stati sfiorati dal dubbio che qualcuno, tra il governo e gli apparati dello Stato, avrebbe potuto utilizzare quegli eventi per ragioni opposte ed eversive. Quando dopo i morti di Reggio se ne resero conto non ebbero dubbi su quel che si doveva fare: bisognava togliersi dalla strada e metterla in politica e così fecero. Da qui l’accusa di pompieri e traditori. Molti, tuttavia, nelle ricostruzioni che in seguito fecero della vicenda, preferirono ignorare la facilità con cui nel giro di pochi giorni nell’Italia di Tambroni era stato possibile fucilare dieci cittadini, ferirne oltre un centinaio, mandarne in galera più del doppio, senza che un ministro, o un sottosegretario o un dirigente dell’ordine pubblico – neppure quelli individuati materialmente a sparare i colpi mortali – ricevessero in seguito una punizione o anche un semplice rimbrotto. Da parte loro, i comunisti mantenevano la loro nota difficoltà a riconoscere l’autonomia dei moti di popolo. Si consideravano l’unica legittima espressione della rivolta sociale e questo li portava a giudicare come provocazione qualsiasi manifestazione che non fosse ispirata da loro o non li avesse per protagonisti.

Note della redazione.

Il saggio di Calegari e Quiligotti fa parte di un lavoro più ampio intorno a un’esperienza editoriale, culturale e politica che dai “fatti” di Genova prese le mosse: la rivista “Democrazia diretta” e il gruppo che la animò nel corso della sua breve esistenza. Ci auguriamo che sAm possa collaborare a diffondere pure questo.

Chi leggerà il saggio nella versione integrale, troverà un riferimento alla "canzone del 30 giugno 1960". Si può ascoltare cliccando qui sotto.

Anche di questa speriamo di potervi riparlare prossimamente, per ora rimandiamo al sito di "Canzoni contro la guerra".

Per illustrare l’articolo, rimandiamo ad alcune gallerie fotografiche in rete:

http://www.linearossage.it/ (Genova, 25-30 giugno 1960)

http://archiviofoto.unita.it/ (manifestazioni di Genova, 30 giugno 1960)

Nei giorni dell’anniversario ne è disponibile una anche sul sito di repubblica.it:

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/

con l’avvertenza che le foto sono tratte dal libro di Riccardo Navone, 30 giugno. La Resistenza continua. Moti di piazza e repressione nei giorni del governo Tambroni (Coedit, Genova 2009).

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