In linea da: 06/06/2009

Un museo non sono cose da vedere, ma un modo di vedere le cose

di Piero Brunello

Pubblichiamo l’intervento di Piero Brunello all’incontro pubblico tenutosi il 16 maggio 2009 al Centro Culturale Candiani di Mestre sul tema «Quale museo del 900 a Mestre? Temi, archivi e immagini della città».

Cercherò di rispondere a un paio di domande. La prima: perché, non appena la Fondazione di Venezia ha comunicato di voler costituire un museo a Mestre, questa prospettiva, invece di causare un senso di sollievo (finalmente un museo a Mestre), ha provocato al contrario un senso di vuoto da riempire con un secondo polo culturale? La seconda, che viene di conseguenza: che cosa si pensa a Mestre quando il termine «museo» viene unito al termine «città»? Dirò poi due parole sul fatto che un museo suggerisce quello che la città è e può essere.

Prima neanche un museo, adesso due

Il primo dicembre 2008 la Fondazione di Venezia ha presentato al Centro Culturale Candiani i risultati del lavoro di un anno, frutto di otto attività che avevano coinvolto «circa 120 persone, oltre 20 imprese e 3 centri di ricerca universitaria». Alla fine di un impegno così oneroso la Fondazione ha resa pubblica la proposta di costituire a Mestre un Museo del Novecento, di cui si è pensato anche il logo M9.

È un peccato che a nessuna delle 120 persone, delle 20 imprese e dei 3 centri di ricerca universitaria sia venuto in mente di mettere in cantiere l’attività numero nove, e cioè una ricerca sulle discussioni promosse a Mestre dagli anni Cinquanta a oggi a proposito del museo. Bastava poco perché le 120 persone, le 20 imprese e i 3 centri di ricerca universitaria potessero scoprire, per esempio, che nel 1996 storiAmestre ha organizzato un convegno i cui atti sono pubblicati con il titolo Un museo a Mestre? Per un museo del Novecento. Proposte di storiAmestre e dibattito, a cura di Chiara Puppini e Fabio Brusò, Mestre 1997. Oppure le 120 persone eccetera se ne sono accorte? La Fondazione di Venezia non ne fa cenno1.

Circa tre mesi dopo la proposta pubblica della Fondazione Venezia, il 20 febbraio 2009 il Centro Studi Storici di Mestre ha promosso un incontro a cui hanno partecipato, oltre a esponenti dell’associazione, anche autorità comunali e della municipalità di Mestre, e dove è stato presentato il progetto di un secondo museo, o polo culturale, da affiancare a M9. Questo secondo museo (ma la parola viene sempre usata tra virgolette) non ha ancora un nome, ma ha almeno quattro proposte di definizioni: Museo della città, Museo di Mestre, Urban Center, Casa della città.

Qualcuno che ne capisce dovrebbe analizzare i due progetti dal punto di vista dell’investimento immobiliare e urbanistico. Mentre M9 dovrebbe sorgere in un’area attorno all’ex distretto di Via Poerio (con restauri, abbattimenti, riedificazioni e ampliamenti), il secondo museo dovrebbe sorgere nello spazio dell’ex De Amicis in via Pio X, in fianco alla Torre, anche qui con interventi edilizi. Non è cosa da poco. M9 prevede di costruire «un nuovo edificio di grande qualità», e di servizi quali «bar-caffetteria, ristorante, libreria». Si tratta quindi di capire lo spazio e il peso effettivo di un museo all’interno di un investimento immobiliare rilevante di questo tipo nel centro storico di Mestre: che peso avrà M9 nell’insieme dell’operazione? E il resto? È davvero M9 la cosa principale su cui discutere dell’intera operazione?

Ma io mi limito qui ai due progetti di museo.

Senso d’inferiorità

Perché – venendo alla domanda iniziale – un secondo polo da affiancare a un Museo del Novecento? L’incontro promosso dal Centro Studi Storici di Mestre ne ha spiegato le ragioni. Tutti gli interventi all’incontro, anche se con accenti diversi, hanno detto di voler documentare la storia di Mestre dalle origini fino al Novecento, epoca di cui invece si occuperà M9, esprimendo cioè il timore che un Museo del Novecento escluda la storia precedente di Mestre, dalla città immaginata «paleoveneta» a quella romana, medievale e così via.

Da un lato c’è il senso di essere defraudati di qualcosa che viene avvertito come essenziale per definire l’identità della città, dall’altro c’è l’impressione che il Novecento non faccia far sufficiente bella figura. Alla base vi è in altre parole il solito senso di declassamento, che si tenta di superare vantando origini più o meno leggendarie, mettendo in mostra l’antichità dei reperti e inserendo la città nelle vicende della grande storia (Romani, il medioevo e soprattutto la Serenissima).

Schemi vecchi

E così vengo alla seconda domanda: che cosa si pensa quando a Mestre si dicono le parole «museo» e «città»? Le risposte, che emergono dagli argomenti usati per sostenere la proposta del secondo polo culturale, mi sembra queste:

a. Un museo si fa per mettere in mostra l’evoluzione di una città nel corso dei secoli. Nel caso di Mestre, un eventuale museo documenterebbe l’evoluzione storica della città, dalle origini definite «paleovenete» fino alle soglie del Novecento.

b. Un museo si fa per documentare un’epoca particolare della città. Nel nostro caso, Mestre nel Novecento, di cui si occupa appunto la Fondazione di Venezia.

c. Un museo si fa perché la città ha reperti antichi da valorizzare, e per mostrare quindi l’antichità delle origini o della storia. Nel nostro caso si ricordano, a titolo d’esempio, la torre di Tessera, la torre di Mestre, il duomo di san Lorenzo.

d. Un museo si fa perché gli abitanti si riconoscano nella città in cui vivono, per promuovere quindi una sorta d’identità civica. «Riconoscersi» e «identità» sono espressioni più volte usate nell’incontro a cui mi riferisco.

I primi tre elementi costituiscono altrettante poetiche attorno a cui si sono costruiti i musei cittadini o nazionali in Europa, fin da quando gli spazi espositivi furono organizzati non più per il piacere privato del principe ma per essere strumenti di educazione pubblica.

Tuttavia è da parecchio tempo che questi schemi sono abbandonati. Non sono nemmeno sicuro che abbiano ancora un pubblico. Accenno solo al fatto che le concezioni evolutive della storia, dal semplice al complesso, riflettono schemi desunti dalla geologia o dalla biologia dell’Ottocento che nessuno oggi segue più. Dove un tempo si vedevano origine, evoluzione e sviluppo, oggi si individuano soglie, discontinuità, limiti e rotture.

Un ordine, un significato

Vorrei soffermarmi piuttosto sul quarto elemento, e cioè sul fatto che il museo ha a che vedere con il riconoscersi dei cittadini in un patrimonio culturale.

Il museo trasforma gli oggetti in simboli di identità culturale, in elementi di una narrazione; il museo decide quali aspetti valorizzare a dispetto di altri. Perciò l’interrogativo di chi decide, e su mandato di chi, quali verità mettere in evidenza (e di solito sacralizzare), e quali verità invece ignorare, è una posta in gioco del conflitto politico2. Le discussioni attorno ai musei pongono «il problema più ampio di chi costituisca la comunità e di chi debba esercitare il potere di definirne l’identità»3: per questo suscitano passioni così vive.

È stato detto che il museo è un modo di vedere. Non si fa un museo perché ci sono reperti antichi, caso mai si fa un museo per attribuire a tali oggetti un ordine e un significato. Di qui l’importanza attribuita per esempio ai simboli e ai reperti storici che rappresentano il centro politico, economico, militare e religioso. Il museo rende infatti «la città visibile, quindi conoscibile, come un tutto», conferendo un ordine alle cose e «attribuendo agli individui un posto all’interno di esso»: e spesso lo fa secondo il punto di vista dei gruppi dominanti, che però, grazie al complesso espositivo, presumono di rappresentare il punto di vista di tutti4.

Tra le altre cose, un museo sul futuro

Chi ha detto che un museo debba accogliere reperti sulla base della loro antichità? Un museo potrebbe anche mettere insieme collezioni che servano a capire domani quello che siamo oggi e in che modo lo siamo diventati5. I musei di quartiere nelle metropoli degli Stati Uniti affrontano questioni, anche controversi e impopolari, offrendo soluzioni alternative. Ho visto che viene spesso ricordata la mostra allestita all’Anacostia Museum sui ratti, perché in quel quartiere i ratti erano un serio problema ambientale. A questo proposito qualcuno ha detto che la popolazione parla e discute, e il museo è l’orecchio in ascolto6.

Ora, se si fa un museo a Mestre è per interrogarsi sulla specificità di Mestre rispetto, che ne so, a Conegliano o a Feltre. Un museo non si fa per accumulo di reperti, ma per individuazione di temi. Che cosa vogliamo tematizzare di Mestre? Io credo debba essere messa in evidenza appunto una sua specificità, sia in un contesto regionale, che nazionale e anche europeo. Che senso ha mostrare che Mestre è come Noale, tra l’altro in piccolo?

Il programma della Fondazione di Venezia è ancora troppo generico per poter capire che cosa intenda documentare con M9. I temi proposti sembrano riguardare Mestre nel Novecento piuttosto che il Novecento a Mestre, però, ripeto, il programma è ancora in uno stadio preliminare7.

Quello che proponeva storiAmestre nel convegno del 1996 era senz’altro il Novecento a Mestre: un museo a Mestre più che un museo di Mestre (anche in omaggio al nome dell’associazione). Il museo a cui pensavamo era organizzato per temi. Giovanna Lazzarin parlava di luoghi del lavoro, dell’abitare, del quotidiano, della socialità, del consumo8. Luca Pes indicava quali temi l’immigrazione, l’urbanizzazione (o la speculazione edilizia), il consumo, le industrie, la modernità9.

Questi sono naturalmente spunti di riflessione. Ci sono ambiguità da sciogliere e argomenti allora più intuiti che analizzati. Negli Atti del convegno non sempre si capisce per esempio se si sta parlando di storia urbana novecentesca o di storia di Mestre nel Novecento. Occorre problematizzare ancora di più la forma-museo: chiederci per esempio a che pubblico pensiamo, dal momento che un museo rende visibile, e quindi produce, il pubblico al quale dichiara di rivolgersi10. E poi conviene tener conto delle trasformazioni urbanistiche, culturali e politiche dal 1996 a oggi: il processo al Petrolchimico, la percezione del territorio in seguito alle ripetute inondazioni o in seguito all’apertura del parco di San Giuliano sulla gronda della laguna o in seguito al nuovo passante che ha spostato il giro immaginario della cinta muraria, la stessa esperienza del Laboratorio Mestre Novecento, eccetera. Importante, come diceva Luca Pes nel convegno del 1996, è che il museo possa diventare «una specie di centro di riflessione sull’Italia urbanizzata»: il che apre riflessioni sullo sviluppo, sull’utilizzo delle risorse acqua terra aria, e alla fine sulle prospettive e sul futuro.

Immagini di città

Vorrei solo rispondere a una critica che sento ricorrere di continuo. Qui non sono in discussione le testimonianze del passato: il passato non è solo quella cosa che viene prima, il passato è una dimensione costituiva del presente, quindi entra per forza di cose nei nostri discorsi sul presente, oltre che nella nostra vita.

La differenza non è tra gli amanti dell’archeologia e gli amanti della modernità. La faccenda è un’altra: definire, attraverso un museo, l’immagine di una città, e suggerire quindi quello che la città è e può essere. Se ho l’idea che una città è fatta di quartieri, e se penso che la democrazia si fonda sull’autonomia e sul federalismo, o se ragiono in termini di città diffusa o di città metropolitana, che senso ha mettere in risalto un duomo e una torre come luogo simbolo? Il centro non sta in mezzo, come vuol far credere: sta sopra.

Se pensiamo a un museo sul futuro, non per questo sosteniamo che i segni del passato debbano essere ignorati. Come spiegava lo stesso Luca Pes nel convegno del 1996, non puoi parlare di urbanizzazione se non parli dei segni storici e della forma di una città: se non altro per documentare in che modo l’urbanizzazione ha fatto i conti con il passato. Lo stesso vale se si parla di acqua alta e di inondazioni: non puoi farlo se non conosci il millenario sistema idrogeologico, ed è questo per esempio che si propone di fare il Centro di documentazione sulla città contemporanea, promosso da storiAmestre e dalla municipalità Chirignago Zelarino. Per fare un ultimo esempio, se lavorassi in un museo metterei on line le foto degli altarini sopra i comò, con le immagini degli antenati collocate accanto a statue di santi protettori della famiglia (chiedendomi se ci sono differenze secondo le diverse culture e classi sociali). Questo pone domande sul passato: fai fatica a capire questi altarini se non conosci, accanto a tante altre faccende recenti e contemporanee, il culto per i Lari e per i Penati

1 Mi baso sulla brochure presentata al centro Culturale Candiani il 1 dicembre 2008, consultabile nel sito della Fondazione Gianni Pellicani.

2 C. Ribaldi, Introduzione, in Il nuovo museo. Origini e percorsi. I. Prefazione di D. Jalla, Milano 2005, pp. 25-41. È da questo volume che prendo molte delle osservazioni.

3 C. Duncan, Il museo d’arte e i riti di cittadinanza, ibid., p. 170.

4 T. Bennet, Il complesso espositivo, ibid., pp. 125-128; L. Jordanova, Oggetti di conoscenza: una prospettiva storica sui musei, ibid., p. 172.

5 D.F. Cameron, Il museo: tempio o forum, ibid., p. 63.

6 J. Kinard, Intermediari tra il museo e la comunità, ibid., p. 71.

7 Nella brochure della Fondazione di Venezia si legge, al punto 3.3: «L’esposizione permanente del Museo si articolerà in cinque sezioni tematiche: 1. Storia sociale: individui, gruppi e società; 2. Storia economica: lavoro, economia e stili di vita; 3. Storia urbana: architettura, urbanistica e infrastrutture; 4. Storia della cultura: istruzione, cultura e tempo libero; 5. Storia dell’ambiente: ecosistema, paesaggi, territorio».

8 G. Lazzarin, A che serve un museo?, in Un museo a Mestre? Per un muso del novecento. Proposte di storiAmestre e dibattito, a cura di C. Puppini e F. Brusò, Mestre 1997, pp. 24-29.

9 L. Pes, Per un museo sulla modernità, sull’urbanizzazione e sulla speculazione edilizia, in Un museo a Mestre? cit., pp. 30-34.

10 Duncan, Il museo d’arte e i riti di cittadinanza cit., p. 163.

 

1 commento per Un museo non sono cose da vedere, ma un modo di vedere le cose

  • Non si potrebbe usare come sede museale e/o espositiva la vecchia centrale ENEL in viale San Marco ?
    Non mi viene in mente nessun uso diverso, altrimenti tanto vale demolirla.

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