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 In linea da: 05/05/2008 di Stefano Petrungaro
Stefano Petrungaro ci invia una sua breve riflessione, stimolata da dall’intervento di Piero Brunello «Note sul primo numero della rivista S-nodi…» pubblicato su questo sito nel marzo 2008.
C’è un oggetto, tra i tanti inventariati da Perec in La vita. Istruzioni per l’uso, che ha attirato la mia attenzione, perché ho avuto, fin dalla prima volta in cui ho letto il passaggio in cui compare, la netta sensazione che avesse molto a che fare con il lavoro dello storico e gli scopi della storiografia. L’antefatto riguarda l’ebanista Grifalconi che, nelle soffitte del castello in cui aveva lavorato per un periodo, aveva trovato «le vestigia di un tavolo; il piano, ovale, meravigliosamente intarsiato di madreperla, era notevolmente ben conservato, ma la crociera centrale, una pesante colonna fusiforme di legno venato, si rivelò tutta tarlata; l’azione dei tarli era stata sotterranea, interna, suscitando mille canali e canalicoli pieni di legno polverizzato». L’ebanista si trova quindi di fronte a un problema. E non è un aspetto evidente. Occorre perizia e una particolare attenzione per individuarlo. Poiché «Dall’esterno non traspariva niente di quel lavoro di smangiamento», eppure «Grifalconi vide ch’era impossibile conservare il piede originale il quale, quasi completamente svuotato, non poteva più reggere il peso del piano se non rinforzato dall’interno». È a questo punto che si deve mettere all’opera l’ingegno. L’ebanista tenta di salvare, conservare quel vecchio e bel tavolo, così che aspira la polvere dai canali e vi inietta una miscela semiliquida di piombo e altro, sperando così di rinforzare sufficientemente quel debole sostegno. L’operazione non riesce. La fragilità di quel piede è troppa e il tentativo di un suo consolidamento inefficace. Appurata la necessità di sostituire completamente il pezzo, all’ebanista viene l’idea di liquefare il legname residuo, quello che stava attorno
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 In linea da: 05/05/2008 di Christian De Vito
Nell’agosto del 2004, il nostro amico e compagno Christian De Vito, autore del quinto quaderno di storiAmestre dedicato al quartiere San Lorenzo di Firenze, dove vive, si è trovato a discutere, praticamente sotto casa sua, con alcuni poliziotti che eseguivano un controllo dei documenti di due uomini di origine straniera. Christian contestava la rudezza dell’azione e intendeva far valere i suoi diritti di cittadino: controllare e testimoniare il modo di fare delle cosiddette «forze dell’ordine». Qualche mese dopo, i poliziotti lo hanno denunciato per ingiurie e minacce.
Il procedimento si è svolto davanti al giudice di pace di Firenze. Dopo molti rinvii, si è concluso il 9 aprile 2008, con una condanna per Christian; la pena consiste in un’ammenda di 1000 euro più le spese processuali (che Christian non dovrà pagare, in quanto ha goduto del gratuito patrocinio) e naturalmente costituirà – almeno per cinque anni – uno sgradevole precedente.
La sentenza è stata clamorosa perché persino il pubblico ministero, alla luce dei fatti appurati, delle dichiarazioni di Christian e dei poliziotti che l’avevano denunciato, aveva chiesto l’assoluzione piena. Il giudice di pace si è schierato con i poliziotti e ha voluto pronunciare una «condanna esemplare». Viste le proporzioni del caso, tutto potrebbe essere classificato come una disavventura, ma noi di storiAmestre pensiamo che anche questi, in fondo piccoli, segnali descrivano un atteggiamento, un clima, un senso comune che si impone, e lo rafforzino. Dunque esprimiamo la nostra solidarietà a Christian, e lo ringraziamo per quello che fa, ospitando sul sito la sua memoria difensiva, scritta in vista dell’ultima udienza. Si tratta anche, come si vedrà, di una sorta di antefatto a «Cronache di anni neri» (Quaderni di storiAmestre, 5, 2006).
Il 13
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