In linea da: 03/03/2008

Il motorino fa una sosta a Feltre. Presentazione del Quaderno di Gigi Corazzol (aprile 2007)

a cura di redazione sito sAm

Si presentano qui di seguito gli interventi di Valter Deon, Reinhold Mueller, Ferruccio Vendramini, Pietro De Marchi, Matteo Melchiorre alla presentazione di Pensieri da un motorino. Diciassette variazioni di storia popolare, «Quaderni di storiAmestre», 6 (2006), che si è tenuta a Feltre, presso la Sala degli Stemmi del Comune di Feltre sabato 21 aprile 2007. Si ringraziano la direzione e la redazione della rivista «El Campanón», che ci hanno messo a disposizione i testi pubblicati nel numero del giugno 2007.

Pensieri da un motorino, di Valter Deon

Il titolo del libro dà subito un’idea di leggerezza, ed è fortemente iconico. Ma il sottotitolo richiama agli oggetti di tali pensieri. Sono 17 variazioni di storia popolare, pensieri sul vivere e del vivere, suggeriti certo dallo studio e dalla professione di Gigi Corazzol, ma legati alla vita, agli interessi quotidiani, alle vicende civili e culturali. Del libro parleranno con libertà gli amici che generosamente sono intervenuti. Raccoglie scritti vari dal 1983 al 2006. È illustrato da Rosario Morra. È un libro nel quale Gigi è entrato stando sulla porta. I 17 saggi – ma so che questo non è il loro giusto nome – sono apparsi in luoghi e riviste non sempre facilmente accessibili, ieri e oggi: ma – si sa – non è il luogo ciò che illustra un testo. Lo illustra chi quel luogo frequenta: e quindi il destinatario, che è certo più importante della destinazione. Ho riletto questi pensieri e, per il mestiere che faccio, mi hanno incuriosito particolarmente i primi tre scritti, apparsi tra gli anni Ottanta e Novanta su «Protagonisti», la rivista dell’Istituto storico della Resistenza di Belluno. Sono tre saggi sull’insegnamento della storia. Mi hanno colpito perché mi sono sembrati più che mai attuali, scritti ieri mattina. E mi sono detto che, in questo ambito, o il pensiero si è fermato, o Gigi ha la capacità di vedere molto lontano.

«Don’t fence him in», di Reinhold Mueller

L’amicizia che mi lega a Gigi Corazzol è più o meno trentennale. Nel dubbio sulla data ho controllato la busta C-2 dei miei estratti, prima serie, e ho trovato la sua dedica datata 1979 del suo saggio del grado di chiusura del consiglio di Feltre tra metà Quattrocento e metà Cinquecento1, una ricerca d’archivio che riprende per il caso locale una problematica messa in rilievo per il dominio veneto tre lustri prima da Angelo Ventura. Vi segnalerò solo altri due articoli di Corazzol, uno sull’utilità e sulle delizie degli archivi notarili del Seicento, apparso nella Storia di Venezia della Treccani2, e un altro che ho visto nascere e svilupparsi nella didattica quando eravamo «condomini», Gigi e io, in uno studio al secondo piano del bel palazzo quattrocentesco sede del Dipartimento di studi storici a Santa Maria del Giglio. Si tratta, quest’ultimo, dell’attribuzione di uno scritto anonimo all’umanista fiorentino Donato Giannotti. Attraverso l’analisi di testi, alla Sherlock Holmes, attraverso il confronto filologico tra loro e l’utilizzo del solito trucco delle due colonne in parallelo, Gigi portava i suoi studenti del seminario a capire chi aveva preso in prestito che cosa da chi, tra due amici, l’umanista e segretario fiorentino Giannotti, interessato alla costituzione di Venezia, e il nobile veneziano Marco Foscari, umanista anch’egli, ambasciatore a Firenze nel 1527 e molto interessato alla forma della società della città sull’Arno3. Sono saggi succinti che hanno trovato subito la loro collocazione nella storiografia «scientifica» sul Veneto.

Ancora un commento a margine del libro che oggi si presenta, se permettete, ora sul tema «allergie». Non credo di aver capito prima del 1979 che Gigi avesse un’allergia al modo tradizionale di confezionare la storia. L’ho capito quando una rivista mi ha chiesto di recensire il suo primo libro, Fitti e livelli a grano. Un aspetto del credito rurale nel Veneto del ‘5004. Come si vede, il libro ha un titolo e un sottotitolo; ci sono le abbreviazioni, i ringraziamenti, perfino l’appendice ha un titolo – ma i capitoli, no! Nell’indice generale troviamo solo i numeri romani – I, II, III, IV, V – con i rispettivi numeri di pagina; niente titoli, a mo’ di romanzo. Per poterlo discutere, ho dovuto inventarmi io dei titoli; ma è mai possibile, si domandò l’americano appena approdato a Ca’ Foscari? Sacramentando un poco, ho capito quel che voleva il Nostro: confezione minimalista ed enfasi sulla narrazione, senza però togliere mai niente alla scientificità. È una scelta, vedrete, che segna l’iter successivo di Corazzol. Posso solo immaginarmi quanto avrà brontolato il suo maestro Marino Berengo, nella cui collana storica il volume è apparso.

Ed è del saggio di Gigi su Berengo nella raccolta che vorrei parlare più estesamente. Esso è molto filologico e altamente didattico, un avvio al godimento della lettura de L’Europa delle città: il volto della società urbana europea tra Medioevo ed Età moderna (Einaudi, Torino 1999), un manualetto per giovani e meno giovani di come si può fare storia, «mestiere bellissimo» lo chiama Berengo nel suo lungo viaggio attraverso le biblioteche d’Europa. Dal motorino Gigi ci indica la strada, segnala le viste più belle, avverte su come leggere la segnaletica stradale. Berengo leggeva, compilava infinite schede (mette in bibliografia almeno 2000 opere citate), e la spremuta, un concentrato, richiedeva un recipiente di mille pagine, non solo per l’ampiezza degli argomenti trattati (lasciava ad altri solo l’urbanistica e la storia strettamente economica) ma anche per i dubbi, le contestualizzazioni. Perché, scrive Gigi (p. 128), Berengo cerca i «modi condivisi», «lo stile prevalente», ma poi riconosce quanto è tutto complicato, quanto è difficile generalizzare dalle testimonianze e dai comportamenti dei contemporanei – le genti del medioevo e della prima epoca moderna – e lascia spazio per le distinzioni. Berengo fa al momento la critica delle sue fonti e ti spiega dove bisogna stare attenti nel credere ai contemporanei.

Gigi ci consiglia caldamente di rileggere la prefazione – cosa che si fa con grande profitto – che dà il taglio dell’autore: non gli interessano tanto le città ma la gente della città. Alla pari, si può suggerire al lettore di ritornare a leggere il contesto berenghiano delle frasi che Gigi identifica come cruciali nella comprensione del metodo del procedere storico del Berengo. Un paio di esempi. A p. 121 Gigi scrive su come lo storico e il lettore devono prendere le testimonianze con un grano di sale e rispettare anche i silenzi: «Dove i contemporanei si sono sottratti “non converrà forse neppure a noi forzare troppo i caratteri e il contorno”». Il contesto riguarda il potere delle città sulle campagne; scrive Berengo: «I contemporanei hanno sovente avvertito quanto ambiguo, e variamente interpretabile, fosse l’ordinamento dei loro paesi; [e qui ci si attacca alla frase riportata da Corazzol:] e non converrà forse neppure a noi forzare troppo i caratteri e il contorno» (Berengo, L’Europa delle città, cit., p. 138). Ancora un esempio, quando Gigi mette in rilievo la soddisfazione, anzi il «sollievo» come scrive Berengo, che dà allo storico l’avvicinarsi «al nocciolo», a una generalizzazione che tiene. Ecco il contesto: ci si permette nella storiografia di distinguere tra regimi politici basati sulle arti o corporazioni di mestiere, dove le arti sono poche, e quelli costituiti indipendentemente dal mondo corporativo, dove le arti possono anche essere tante. L’esempio clou, riportato sempre nella storiografia ma che trova conferma altrove nell’Europa, è quello di Firenze con 7 arti maggiori e 21 totali, versus Venezia che ne ha anche 100 – ecco la generalizzazione che tiene e che procura «sollievo» allo storico. In mezzo, anche nella narrazione della narrazione che fa Gigi, sentiamo il Berengo che dà parecchio spazio alle testimonianze di quel grande osservatore del Quattrocento, il domenicano Schmitt, ossia Felix Faber, di cui abbiamo due racconti di viaggio in Terrasanta e un trattato sulla sua città d’origine, Ulm, in Germania.

Solo due ultime osservazioni «dal motorino» per concludere. Gigi sottolinea come Marino Berengo ci ricorda di avere un gran rispetto per i miti della storia, che così spesso possono contenere frammenti anche grandi di realtà. Il secondo riguarda la vita umana, ma devo leggervi il passo: «Per Berengo la misura del valore di un documento è determinato da quanta vita è riuscita a trattenere (e a restituire) al suo postumo interlocutore. La sua gerarchia delle fonti aveva come criterio principale la vita». È una gran bella osservazione che poi – c’era da aspettarsi – Gigi qualifica.

Questa lettura, o introduzione alla lettura dell’ultimo Berengo, che ci fa Gigi contiene un apparato direi completo di tutte le discussioni pubblicate sull’Europa delle città, per cui il saggio risulta essere anche una specie di recensione delle recensioni, molte delle quali scritte da ex-allievi. Cercavo recensioni di storici non italiani: ne risulta una, ma è apparsa nella «Rivista storica italiana»! Non soddisfatto, vado alla nuova biblioteca d’area umanistica della mia facoltà e faccio lo spoglio delle maggiori riviste storiche francesi, tedesche, inglesi – niente! Qualcosa non va; torno a casa e mi attacco a internet, sfruttando alcune banche dati; «American Historical Review», «Journal of Modern History», «Speculum» – niente! Essendo uno «low tech» penso di fare qualche errore nell’uso dei vari motori di ricerca e mi presta aiuto un amico storico «high tech»; risultato: niente! Il magnum opus del nostro compianto collega, membro dell’Accademia dei Lincei, non sembra esser stato recepito al di fuori dei confini nazionali. Peccato, davvero.

Sull’opera storica invece di Gigi Corazzol, di cui avete una oculata scelta minimalista nel volume che oggi si presenta, va detto in conclusione che si constata a ogni lettura l’avversione dell’autore alle costrizioni dell’accademia. Mi è venuto in mente come un lampo la bella canzone di Bing Crosby, Don’t fence me in – se avessi il coraggio ve la canterei – in cui sentiamo quella richiesta di libertà che forse dà il motorino: «fate di me quello che volete, ma non costringetemi all’interno di un recinto…». Con l’augurio a Gigi di procedere nella ricerca e nella stesura di tanti saggi storici ancora, d’occasione e non.

Ritratto di uno storico, di Ferruccio Vendramini

Ci conoscevamo per alcuni lavori che avevo pubblicato su Belluno in età moderna. Corazzol mi indicò alcune letture di storia socio-politica: Witolt Kula, Le Roy Ladurie, Edgar Morin; per la scrittura e lo stile mi rimandava a Berengo, Cozzi, Guarnieri, Meneghello. Erano consigli determinanti che tuttavia egli non faceva pesare, quasi fossero un’opzione personale, e comunque nient’affatto prescrittivi; essi però portavano sulla strada giusta che un appassionato di storia doveva percorrere per non chiudersi nel localismo. Non è un episodio irrilevante. In quegli stessi anni, infatti, risuonavano all’orecchio le evocazioni di chi a ogni piè sospinto parlava di radici, anzi delle radis, nuove reliquie da porre sull’altare degli dei della separatezza, quando invece bisognava allontanarsi dal proprio orticello per trovare gli studi più appropriati e nuovi sulle comunità rurali.

Uno dei primi saggi di Corazzol l’ho letto nella «Rivista bellunese». Era il 1974. Gigi diceva di sentire anche «sua» la rivista, nel senso che era l’unica in provincia a unire insieme studiosi di varia provenienza geografica e portatori di interessi intellettuali diversi fra loro. Il confronto, dunque, la capacità di ripensare criticamente le proprie cose, di mettere in crisi certezze malamente acquisite, di interagire con studi di varia origine, senza per questo perdere la bussola.

Il saper maneggiare bene la storia significa molto di più che pubblicare qualcosa da qualche parte. Mi riferisco a quanto hanno scritto Marco Folin e Andrea Zannini promuovendo un incontro in onore di Gaetano Cozzi intitolato La storia come esperienza umana. Così mi sembra d’interpretare questo titolo: lo storico deve essere coinvolto emotivamente nella ricerca, se non altro perché essa concerne vicende umane e non fenomeni fisici o matematici. E ciò a maggior ragione se l’oggetto della ricerca non sono le grandi istituzioni o l’intreccio delle politiche degli Stati nazionali, ma la condizione dell’uomo e delle piccole comunità in cui è inserito. In quest’ultimo caso, mi sembrano debbano essere due i piani di approccio. Per un verso, la propria esperienza umana con cui aderire ai fatti cogliendoli come dall’interno, e, per l’altro verso, il distacco dell’intelligenza critica e l’uso onesto delle risorse tecniche acquisite nel tempo. Ciò senza trascurare una buona dose di «pietas», anche perché le cose degli uomini sono assai complicate e, nella maggioranza dei casi, più che giudicare è preferibile osservare, distinguere, differenziare, sospendendo il verdetto definitivo.

Credo che l’abitudine a un lavoro del genere, mai completo, sempre perfettibile, produca un certo abito mentale, lasci tracce persino nel comportamento quotidiano. In effetti, coloro che da anni si cimentano con la lettura storica, come è costume di Corazzol, hanno spesso tratti comuni di riferimento, oltre che preferenze elettive verso autori di cui ho detto sopra. Queste persone sono solitamente caratterizzate da un naturale riserbo, da una sostanziale modestia, eppure non si tirano indietro se occorre scontrarsi con tabù, opporsi a censure, dare voce a complici silenzi collettivi.

Modestia non significa arrendevolezza e buonismo a tutti i costi. Anzi, quando occorre, quando il dissenso e l’indignazione raggiungono i gradi giusti di ebollizione, queste persone sanno formulare giudizi taglienti e colpire con efficacia. Uno degli atteggiamenti da contrastare è per esempio quello di chi s’imbelletta sfruttando le fatiche altrui, magari trascurando persino una doverosa citazione. Un altro fatto indigesto è tipico di chi, per evitare che gli si faccia ombra, cerca di emarginare gli stessi giovani che ha attorno, i quali dovrebbero invece essere aiutati a crescere. Bene l’intelligenza; ma essa ha bisogno di coniugarsi con il rispetto altrui e la generosità solidale.

Corazzol, lo so per certo, ha rifiutato infioccamenti pubblici e non si è assoggettato a riti ai quali non crede; nello stesso tempo non ama quanti sgomitano per salire sul piedistallo e tenerselo stretto a qualsiasi costo.

Devo confessare che mentre Corazzol già aveva buon fiuto in queste cose, io ho dovuto fare i capelli bianchi per arrivare alla stessa conclusione: non se ne può più degli inquinamenti comportamentali, della maleducazione e delle impuntature bizzose che qualcuno raccomanda di tollerare per il quieto vivere. Mantenere un minimo di correttezza fra le persone che lavorano sullo stesso campo non produrrà miracoli, ma qualche influenza positiva dovrebbe ancora averla.

Dico queste cose senza piaggeria, lo sa bene Corazzol. Lo sa anche perché, quando non eravamo d’accordo su alcune cose ce lo siamo detto fuori dai denti. Mi riferisco in particolare all’Associazione veneta per la storia locale. Io ero favorevole a che ci fosse un minimo di coordinamento tra gli interessati, Gigi preferiva una maggiore libertà di movimento. Considerata la fine che l’Associazione ha fatto, mi chiedo se una buona parte di ragione non l’avesse proprio lui.

Questa associazione di storici che allora si definivano «scalzi», lontani dalle accademie, si era costituita proprio a seguito di un seminario che Gigi aveva tenuto all’università di Venezia. Ci si era accorti della proliferazione dei libri di storie paesane nel Veneto e ci si interrogava sui perché, sulle motivazioni, sui sostegni anche finanziari che avevano l’effetto di moltiplicarli.

Da lì un gruppo di amici ha preso le mosse per dare qualche risposta. Nel libro che si presenta oggi ci sono le riflessioni che Corazzol ha elaborato sulla storia locale e bisogna ammettere che esse conservano una straordinaria attualità.

Corazzol ha usato anche la rivista che dirigevo per fare conoscere il suo pensiero. Mi riferisco a un numero di «Protagonisti» del 1984. Corazzol faceva pulizia di tanti fraintendimenti lessicali e andava al nocciolo della questione. Ciò che stava allora cambiando era la stessa figura del compilatore delle storie municipali ed esso doveva fare i conti con i sommovimenti che il Veneto stava vivendo. Gli interventi di Corazzol sono certamente serviti ad altri storici per non commettere troppi errori.

Sempre in «Protagonisti», tre anni dopo, Corazzol è intervenuto sul versante scolastico e in particolare per quanto riguarda i programmi che il ministero prospettava allora per il biennio post-medie. Ho riletto l’articolo in questi giorni e ho ritrovato le caratteristiche dello storico e dell’uomo Corazzol che preferisco: demistificazione dei luoghi comuni, richiamo alla responsabilità personale, presa di distanza da ogni tipo di retorica, insistente e duro richiamo alla concretezza. Non ho qui il tempo d’intervenire sui contenuti: dirò solo che sarebbe consigli abile rileggere ogni tanto i saggi di Corazzol. Molto godibili anche per lo stile personalissimo. Da atti notarili, raspe, elenchi e aridi dati, Corazzol estrae miracolosamente brani di grande efficacia narrativa e di finissima umanità. Forse già durante la lettura dei documenti Corazzol immagina come inserire le notizie nella pagina bianca e quale rilievo e intreccio dare alle une e alle altre.

In questi giorni ho letto di iniziative prese per valorizzare gli archivi storici di Montebelluna; sono promosse da un comune amico, Lucio De Bortoli. Egli, presentandole, ha posto in evidenza un binomio inscindibile: archivio e lentezza. Lentezza nello spoglio, nella decifrazione di scritture talvolta difficili, di polvere da soffiare via, come sarà successo a Corazzol nell’archivio di Mel. De Bortoli ha detto che la «lentezza» è diventata, nella semiglobale piattezza dei media, sinonimo di negativo. Eppure senza archivi, e senza coloro che li consultano mettendoci tutto il tempo necessario, non ci sarebbe né memoria né storia.

Prima di chiudere, butto là un interrogativo proprio per continuare a dialogare con Corazzol. Anche Silvio Lanaro è convinto che il segreto di fare storia stia tutto nel modo di scriverla. Efficacia comunicativa, rapporto corretto con le fonti, eleganza stilistica, confronto con i lavori e le interpretazioni degli altri. Ma come evitare che la pagina sfugga di mano per sconfinare troppo dentro la letteratura? Se la storia ha un suo statuto, ha anche un suo lessico da preferire? E d’altro canto perché non accettare anche le contaminazioni se il risultato è convincente?

Alla mia tenera età vagheggio ogni tanto un luogo ideale, dove scambiare opinioni con amici e persone per bene. Ascoltare e interrogare. So che si tratta solo di senile immaginazione; eppure, ogni tanto, di questa città fittizia avverto dei segnali tangibili, e ciò mi rincuora. È la città per esempio che sa riconoscere le qualità dei propri concittadini e che è in grado di farlo sapere, di renderlo pubblico, senza esagerazioni ma con affettuosa riconoscenza.

Corazzol, scrittore di storie, di Pietro De Marchi

Non sono uno storico, né professionista né dilettante, e non mi sento quindi abilitato a parlare dei contenuti del libro di Corazzol, anche se l’ho letto due volte per intero, e credo di aver capito abbastanza bene quale sia il succo del discorso, e anche quali siano i succhi gastrici e biliari di chi l’ha scritto.

Ma dirò almeno due cose che mi hanno colpito, subito, fra le tante: innanzitutto l’uso della parola insegnante, che viene riscattata alla grande, fin dalla nota bio-bibliografica; e poi l’accoppiamento, giudizioso, dentro il libro, dell’infermiera Maria Giuseppina Vettorata, appassionata scrittrice di storie di paese, e dell’accademico linceo Marino Berengo, maestro universitario di Corazzol. Con il signore in motorino a fare da passa-testimone, nel capitolo dedicato al reading di poesia di Buzzatti-Cecchinel. Ecco, mi sembra che stia qui, nel riscatto della parola (e quindi del lavoro) degli insegnanti e nella rivendicazione della dignità degli umili accanto all’ammirazione per la competenza scientifica dei grandi maestri, uno dei punti di forza del libro, e anche il suo significato civile. Ma siccome oggi i più competenti di me non mancano, in fatto di contenuti, e di significati, resterò volentieri nel campo che mi è più familiare e mi limiterò a dire due o tre cose sulle forme.

La prenderò un po’ alla larga e farò riferimento anche agli altri libri di Corazzol che conosco. Perché ogni libro di Corazzol è diverso dagli altri, ma c’è sempre lui che li cuce insieme con delle gugliate di parole che riaffiorano qua e là.

Le forme. Innanzitutto la forma dei Pensieri come libro. Corazzol è un autore di libri, più che di raccolte di studi. Questa volta abbiamo una sua raccolta. L’Avvertenza di pagina 6 ci avverte che la scelta dei contributi è stata fatta dai curatori. Possiamo anche crederci. E però, se Corazzol l’ha approvata, la scelta, i filologi direbbero che è in tutto e per tutto una scelta autorizzata, quindi di responsabilità dell’autore.

Come sono fatti allora questi Pensieri? Sono diciassette scritti d’occasione, dice l’autore, anche se è noto che uno le occasioni spesso se le va a cercare, o almeno non vi rilutta. E poi sono in ordine cronologico, rispettano l’ordine della prima stampa (tra il 1983 e il 2000), tutti, tranne uno che è inedito, ma è comunque collocato al posto che gli spetta. Sembra dunque che non ci sia una evidente volontà di costruzione, al di là di quella che è data dalla cronologia, cioè dai segni del tempo che passa. È vero, ci sono dei testi tra loro affini, per esempio quelli che si trovano all’inizio, sull’insegnamento della storia nelle scuole, oppure i pensieri dal motorino che danno il titolo al libro. E tuttavia credo che il discorso questa volta riguardi piuttosto la varietà che l’unità, o la varietà nell’unità.

Una volta, in libreria, proprio qui a Feltre, Gigi Corazzol mi confidò che per lui era «incontournable» la questione della forma narrativa. Aveva appena comprato e aveva cominciato a studiare un poderoso manuale di economia aziendale, mille pagine o giù di lì. E questo perché, volendo raccontare la storia dei mercanti di legname di Fonzaso nel ‘600, non c’erano, per lui, che due alternative: o la si raccontava, quella storia, come l’Iliade (l’Iliade dei mercatanti!) oppure la si raccontava come si espongono i fatti in un manuale di economia aziendale. Il problema, diceva, era sempre quello: si trattava di trovare un modello narrativo che lo «esentasse dalla questione della forma» (mi pare di ricordare esattamente le parole). Perché, aggiungeva, era venuto meno il «patto». «Quale “patto”?», chiesi. «Sì – rispose –, il patto della società nei confronti degli storici». E dunque non rimaneva che cercare ogni volta di catturare l’attenzione dei singoli, dispersi lettori. Ecco allora la sua irrequietudine nell’adozione della forma narrativa: la distesa Nota storica negli Esperimenti d’amore, le Annotazioni nella Francesca Canton, il Cineografo di banditi su sfondo di monti, i Fonogrammi da Mel, l’inchiesta da «antropologo del presente» nella Palla di Farra di Mel, le Kalendergeschichten dell’«Amico delle famiglie» nel Pronostico spirituale, i pensieri vagabondi (da un motorino Piaggio Free o Liberty!) nel libro che si presenta oggi.

Anche all’interno di questo ultimo libro, se andiamo a scorrere l’indice, notiamo la grande varietà di forme o generi rappresentati: interventi o chiacchierate, documenti di base, prefazioni, lettere al direttore, panegirici, cronache, riflessioni e divagazioni, pensieri da un motorino, battibecchi, note processuali, necrologi, siparietti, florilegi. Insomma, il sottotitolo parla chiaro: Diciassette variazioni di storia popolare. Non c’è solo una connotazione musicale nel termine di variazioni (come le diciassette variazioni su un tema di Haydn di Brahms, op. 56); credo ci sia anche una buona dose di impazienza, e di sana allergia agli scritti fatti con lo stampino.

Si noterà poi che il prosatore Corazzol, appassionato di teatro e di opera lirica, che non ascolta solo dalle due alle tre, ma anche dalle tre alle due, ha una forte inclinazione per i recitativi (qui: battibecchi, siparietti), come del resto sa bene chi ha letto i teatrini seminariali del Cineografo e i monologhetti in versi dei Fonogrammi da Mel (su questo aspetto rinvio a un bell’articolo di Rodolfo Zucco uscito su «Quaderni veneti»)5. Aggiungo che il personaggio che dice «io» nei libri di Corazzol, e anche in questo, non dimentica mai che sta parlando a qualcuno.

Questo per la forma che ha il libro in quanto libro. Ma ci sono almeno altri due aspetti che non vanno taciuti, la lingua in cui sono scritte le variazioni e l’intertestualità, o l’uso delle citazioni e delle autocitazioni.

Sulla mia copia della prima edizione della Francesca Canton (libro ristampato nel 2006)6 c’è scritta la data d’acquisto: 18.8.87. Di quella lontana lettura mi ricordo bene una delle mie prime reazioni. Non conoscevo ancora personalmente Gigi, e sono sicuro di avere pensato o di essermi detto: «Ma come scrive, costui?». Mi riferivo proprio a lessico e sintassi, ma sintassi soprattutto: «Il col Miàs per chi non sia di Menìn, arrivati in piazza bisogna chiedere» (p. 59). Perché abbastanza familiari mi erano critici letterari dalla prosa «espressivistica», non sapevo invece di storici che fossero storici con tutti i crismi, e però anche scrittori-scrittori, da inserire in una linea, diciamo «continiana».

Non sapevo niente. Ora invece so che per uno come Gigi Corazzol, nato e cresciuto a Milano, da padre veneto di Pedavena, e da madre langarola di Roddi d’Alba (ci sono stato: c’è un bel castello), la questione della lingua (scritta) non poteva e non può che essere aperta, e non sepolta sotto i precetti dei bembismi e dei purismi e dei manzonismi.

Una lingua linda (come il cielito della canción) o, peggio, slavata non fa per lui. Se le storie e le vite sono complicate e ingarbugliate, e alzi la mano chi è convinto del contrario, qualche garbuglio dovrà sentirsi anche nella lingua di chi le racconta, le storie. Il suo antimodello è la lingua molliccia di tutte le burocrazie, con la melassa del dire e disdire (cito espressioni sue). I suoi modelli sono gli scrittori che possiedono una lingua sapida: da Gadda a Meneghello, da Porta a Belli, a tanti altri.

Corazzol è uno che si diverte a leggere e che si vuole divertire anche quando scrive (e questo facilita il divertimento dei lettori).

Mi ricordo che al liceo lessi Madame Bovary e La montagna incantata perché ce li aveva raccomandati espressamente la professoressa, mi scuso, l’insegnante di storia, Chiara Robertazzi, nota studiosa di storia del colonialismo in Africa. Si vede che gli storici leggono la letteratura. Gigi Corazzol è uno storico che di letteratura ne legge molta, e fa bene a metterle a frutto, le sue letture «letterarie», nelle pagine che scrive.

Nella Palla di Farra di Mel, per esempio, si leggeva un paragrafo come questo:

Voi lo sapete ed io lo so, com’è questa storia della piazza che muta di stato. Va come coi tiri. Uno corre via basso e l’altro t’inciela l’occhio dentro l’azzurro tagliato dalle gronde. Giusto come con le bolle di sapone: che una sale, ha scritto uno, e l’altra no.7

Nelle ultime due righe si allude, nell’ordine, a versi di Giorgio Orelli, di Montale (mi pare), e di Saba, quel Saba che torna a far capolino in esergo anche nei Pensieri. È abbastanza evidente che Corazzol, soprattutto negli ultimi tempi, si appoggi molto ai poeti, e non più solo ai suoi Ariosto, Porta e Belli, ma anche ai moderni e ai contemporanei (anche della Svizzera italiana: che è al di là del confine politico, ma non è oltralpe, come pensano a Padova); e i poeti sentitamente ringraziano per l’attenzione e ricambiano: penso allo Scherzetto per Gigi Corazzol di Fabio Pusterla, compreso nella raccolta, Folla sommersa8, che è il titolo di un’altra poesia che deve qualcosa a Corazzol. Quanti storici di oggi, o di ieri, possono vantarsi di essere finiti nel titolo di una poesia di un bravissimo poeta?

Anche nei Pensieri c’è un fitto di citazioni, segrete o meno. Ne ricordo solo una, perché è tratta dalle pagine dell’altri Gigi, quello da Malo. Ecco qua, a cavallo tra pagina 55 e 56:

[…] dentro ai tipi ci sono i casi di dettaglio. Sotto alla forma i contenuti. I contenuti devastano il giardino all’italiana allestito dalla statistica, polverizzano le regolarità, battono giù le simmetrie […].

Quel battono giù arriva sulla pagina di Corazzol bel bello dal Trittico dei murari, vedasi Jura di Luigi Meneghello (Garzanti, Milano 1987).

Ma soprattutto Corazzol è uno che usa la lingua come fanno quelli che chiamiamo scrittori, cioè con originalità e idiotismi e idiosincrasie, e badando anche al suono delle parole, non solo al senso. Non si capirebbe altrimenti perché a pagina 120 dei Pensieri infili tre parole con una tripla allitterazione in r:

Per quel che è delle cose che studia lo storiografo non vede né sente. Legge. Per rendere vita a ciò che legge (residui, raspi, rimasugli), deve aiutarsi con quanto ha appreso dai suoi propri vedere e sentire.

Non sto a dirvi della gioia con cui ho letto questa frase. Si è trattato per me di quella che in teatro si chiamava una anagnorisis, insomma un riconoscimento, come ritrovare un amico creduto smarrito. Mi spiego, perché non mi prendiate per matto. Corazzol mi ha spiegato una volta che un suo trucco scaramantico è quello di mettere in un libro, da qualche parte, una parola o un sintagma o una frase che come già in un suo libro o articolo precedente. Come una filigrana, o una firma nascosta.

Bene, nel Congedo dei Trentanove fonogrammi da Mel si leggeva una sentenza che suggellava epigraficamente un capoverso:

E se mia mamma stava, come stava, da piccola a Roddi d’Alba cosa vuoi che possa la memoria, senza il sostegno dei racconti di tutta una famiglia? Il poco che si sa noi figli sono raspi nudi, rimasugli.9

Se badiamo ai contenuti, quest’ultima frase, replicata con variazione nei Pensieri, mette a nudo il dramma della memoria umana, personale e collettiva, quindi della storia, l’una e l’altra inevitabilmente lacunose e frammentarie. Ma anche qui quello che mi colpisce di più è la forma, le assonanza e le consonanze, il legame musaico che si instaura tra i suoni delle parole. A uno come me, che crede e spera di avere imparato qualcosa dell’arte verbale frequentando le botteghe dei poeti, basta questa frase («Il poco che si sa noi figli sono raspi nudi, rimasugli») per riconoscere in Corazzol uno scrittore di rango.

In questo senso, per me, i Pensieri da un motorino sono una cosa nuova, e insieme una conferma.

La peschetta di Gena, di Matteo Melchiorre

1. Innanzitutto dovrei espletare una funzione sindacale, ed è questa: raccontare, a nome degli iscritti all’anagrafe separata della gioventù, che gli insegnamenti di Gigi Corazzol come sono in queste Diciassette variazioni di storia popolare costituiscono materia di pensiero anche per la gioventù. Ovviamente per quella frangia di gioventù che si interessa a faccende di questo tipo. Ovviamente. Ma è pur sempre, anche questa, gioventù.

2. Vorrei stare, come rumore di sottofondo, intorno alla variazione numero 15, quella che parla di Maria Giuseppina Vettorata. Cos’è la variazione numero 15? Un ricordo di Maria Giuseppina Vettorata, cultrice della storia di Tomo. Dalla lettura di questa variazione salta fuori, io penso, il comun denominatore remoto di tutti i pensieri dal motorino. È una roba semplice. Ma, per questo, è difficile arrivarci.

3. Provo a fare così. Devo raccontare una questione; non sembra, ma c’entra. Devo raccontarla perché altrimenti non saprei come arrivare a dire quello che voglio dire a proposito dei Pensieri da un motorino.

Nel 1996 mi ero deciso che su un colle a Rasai fosse sepolta una torre. Ne ero convinto per vari motivi. Allora guardo meglio, e trovo muri. Vengono gli archeologi della Soprintendenza dei beni architettonici, non so perché ma vennero quelli. Muri, un po’ di ceramica, chiodi. Roba da nulla, forse del Quattrocento. Non se n’è fatto niente e, adesso, sopra ai muri, c’è un annesso rustico, una villettina per le braciole, la domenica.

(Per contestualizzare quest’ultimo fenomeno basta leggere una delle variazioni, il battibecco tra Gigi Corazzol e il motorino in persona.)

4. Ero convinto che quei muri di Rasai fossero di una torre. E ugualmente ero sicuro che ci fosse, in qualche archivio, il documento che lo dicesse: quei muri di Rasai risalgono a una torre. E se era vero, come diceva il Cambruzzi, che nel 1421 i veneziani avevano distrutto tutti i castelli feltrini (come avranno mai fatto?), allora, in questo documento del 1421, c’era anche la torre di Rasai. Ho chiesto in giro come fare.

5. Mi dicono: senti Gigi Corazzol. Chi? Insegna storia a Venezia, mi avevano spiegato.

Chi gli ha telefonato per mio conto aveva riferito a Gigi Corazzol che ero un giovane che aveva passione per la storia.

Gigi Corazzol mi telefona, lui a me. Racconto, un po’ intimorito. Dice che la mia intenzione è ardua e con poche speranze di successo. Ma tenta lo stesso. Dopo pochi giorni, in un’altra telefonata, Gigi Corazzol mi riporta l’esito negativo dello spoglio che ha effettuato in archivio a Venezia (passione per la storia, 1). Ma in archivio, mi dice per telefono, ci vuol pazienza. E vedere con i propri occhi.

6. La passione per la storia io la intendo come la si intende nei paesi. Chi ha passione per la storia è una persona in qualche modo differenziata, segnata da una tara in fin dei conti emotiva. Tendenzialmente, nei paesi, chi ha passione per la storia è uno strambo. Onesto lavoratore anche, ma strambo nel tempo libero. In qualche misura viene compatito, poiché è vittima di batticuori incomprensibili per le cose vecchie. Nei paesi, chi ha passione per la storia ha una passione indistinta per qualsiasi cosa vecchia, anche carabattole, purché riportino alle epoche passate. A qualsiasi epoca passata: i Vèci, i Romani, i Re, le Tombe, i Mur, le Carte vècie, le Storie.

7. Nello stesso periodo che avevo sedici anni e cercavo la torre di Rasai ero convinto di un’altra cosa: che, in virtù di chissà quale verità segreta, i lumi sulla mia torre di Rasai sarebbero arrivati dai castelli trentini. Mi sono messo a studiarli a tutta anda, tiravo matti tutti con i castelli trentini.

Un giorno suona il campanello di casa. Entra Maria Giuseppina Vettorata. Andava conducendo la sua ricerca sulle origini di Tomo. Aveva saputo da comuni amici che avevo passione per la storia. «Anch’io ho passione per la storia», mi dice Maria Giuseppina Vettorata (passione per la storia, 2). E ci mettiamo a parlare. Mi chiede se sono a conoscenza del fatto che in Val di Non c’è un castello che si chiamava castel Thun, in un paese che si chiama Ton. Eccome se lo so, ed è una bella stranezza. Partono all’istante le genealogie di Tomo; da cercare forse, anzi: senz’altro, a Thun, in Val di Non.

8. Maria Giuseppina Vettorata è morta nel 2003. Ha finito la sua ricerca su Tomo e ha fatto parte del gruppo che preparò gli Indici della Storia di Feltre del Cambruzzi10. Chi era il «primus inter pares» della brigata? Gigi Corazzol. Conosciuta la lena di Maria Giuseppina Vettorata, Gigi Corazzol ne avvertì, io penso, la passione per la storia. È tutto raccontato, per l’appunto, nella variazione numero 15 dei Pensieri da un motorino.

9. La variazione numero 15 dice che per Maria Giuseppina Vettorata, la storia «era diventata una delle passioni della sua vita». Poi dice anche che la passione per la storia di Maria Giuseppina Vettorata era uno «slancio». Ma insomma, in breve: per Maria Giuseppina Vettorata, «la passione per la storia soddisfaceva a un’esigenza più profonda, più strettamente personale».

10. Ecco qua la passione storica, ossia il cosiddetto comun denominatore remoto dei Pensieri dal motorino che vi avevo promesso all’inizio (passione per la storia, 3). La passione, dico, innamoramento e via crucis. Il grillo che è poi lo stesso, immagino, di ogni ricerca. Ricerca si dice in greco, per l’appunto, istorìa. Il gusto del cercare. Non è mica, io penso, la passione per la storia, un sentimento di cui lo storico debba vergognarsi. Il più delle volte va però in questa maniera. La passione per storia sta alla larga dal curriculum.

In fondo, però, queste Diciassette variazioni sono tutto un sol turbine di passione per la storia.

Non ci credete?

Basta leggere Cronaca di sei inverni più uno, tanto per dire (variazione numero 9). E questa passione per la storia di Gigi Corazzol va in giro dappertutto. Conta. Va in archivio. Canta. Va in motorino. Rilegge libri. Sale a Gena. Scende nelle taverne. Rovista. Fruga. In specie, però, tipico di questa passione per la storia è quanto segue: non parla per forza di soggetti storici, ma unifica i soggetti per mezzo di uno specifico atteggiamento nei loro confronti.

11. Io penso che la passione per la storia che produce pensieri da un motorino, sia, come spirito e come intensità, quella di chi, in giro per i paesi, ha il batticuore per le cose vecchie.

12. Altro che, però, queste variazioni sono scritte da un liutaio. Sissignori. Un liutaio. Tatto Tempo Estro. (Lasciatemelo dire, tra parentesi, implicano una scienza superiore). Ma sotto sotto, prima di tutto, c’è lo slancio, la passione storica.

13. Correggetemi voi, se sbaglio. Dico male se dico che, alla base dei Pensieri da un motorino, c’è la passione per la storia di Gigi Corazzol? Sentite qua, cosa voglio dire. Sentite qua, la luce di un esempio (p. 82). Il pilota del motorino è andato in Val del Mis, ed è salito su a Gena.

Appesa a un albero già quasi spoglio mi è apparsa tutta gialla una peschetta. E io là, senza fiato, vuoi il blu perfetto del cielo freddo, vuoi la salita piccante, vuoi l’oro appeso al ramo. Cosa ho fatto? Buonissima. Profumata di moscatello.

Nota. I testi sono riprodotti da «El Campanón. Rivista feltrina», a. IX, n. 19, nuova serie, giugno 2007, pp. 61-76, con minime variazioni e nuovi titoli redazionali.

  1. G. Corazzol, Una fallita riforma del Consiglio di Feltre nel ‘500, «Rivista Bellunese», 6 (1975), pp. 287-299. []
  2. G. Corazzol, Varietà notarile: scorci di vita economica e sociale, in Storia di Venezia, VI, Dal Rinascimento al Barocco, a cura di G. Cozzi e P. Prodi, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1994, pp. 775-791. []
  3. G. Corazzol, Per l’attribuzione a Donato Giannotti della scrittura di N. secretario della Repubblica di Firenze, in Studi veneti offerti a Gaetano Cozzi, il Cardo, Venezia 1992, pp. 187-192. []
  4. Franco Angeli, collana «Storia/Studi e ricerche», diretta da Marino Berengo e Franco Della Peruta, Milano 1979. []
  5. R. Zucco, Sui «Trentanove fonogrammi da Mel» di Gigi Corazzol, «Quaderni Veneti», 43, 2006. []
  6. Francesca Canton: Feltre 1510-1544, testimonianze raccolte ed annotate da Gigi Corazzol, Pilotto, Feltre 1987, seconda edizione Terra ferma, Vicenza 2006. []
  7. G. Corazzol, La palla di Farra di Mel, Terra ferma, Vicenza 2002, pp. 62-63. []
  8. F. Pusterla, Folla sommersa, Marcos y Marcos, Milano 2004. []
  9. G. Corazzol, Trentanove fonogrammi da Mel (con una lettera del conte): dialoghi e monologhi tra 1612 e 1655, Pilotto, [Feltre] 2000, p. 66. []
  10. Saggio di indice dei nomi di luogo e di persona presenti in Storia di Feltre di A. Cambruzzi, voll. 2.-3., Feltre, P. Castaldi, 1873-75: Dominazione veneta (1404-1681), a cura del Gruppo indice Cambruzzi, Feltre 2003. []

Lascia un commento