In linea da: 02/04/2007

Camminando fuori porta. Vicenza, 17 febbraio 2007

di Mirella Vedovetto

Le manifestazioni per la pace cui ho partecipato sono quattro. Tre a Roma, un paio d’anni fa o forse più. A due avevo preso parte perché mi trovavo già lì per altri motivi. Il 17 febbraio sono andata a Vicenza. Non avevo aspettative sull’esito della manifestazione, più che altro il desiderio di “far numero”, sentirmi per un momento vicina a chi da mesi resiste per un’altra Vicenza, manifestare contro la guerra e altro. Avevo cominciato a scrivere con l’idea di raccontare al mio compagno  come era andata la giornata. Alla fine sono riuscita a mettere insieme solo frammenti.

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Appena scesi dal treno alla stazione di Vicenza: il fiato agli ottoni riempie l’aria, il fiume di gente sul binario gli si fa intorno per poi defluire giù per le scale. Allegria, di suoni, colori, energia. Scendo gli scalini e faccio altre scale che portano su nell’atrio chiuso della stazione. Mi fermo in parte mentre la gente sale. Comincia a rimbombare un Bella ciao che dà i brividi da quanta gente lo canta, invade l’atrio, fa venir voglia di cantare, tutti lo intonano e intanto a piccoli passi ci si fa trasportare fuori, tutti insieme.

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Sorrisi, l’ironia dei cartelli con i giochi di parole, bandiere colorate, un sole che invita alla passeggiata, la polizia non si nota. Fuori gli striscioni dagli zaini. Li srotoliamo per camminarci dietro.

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Tante macchine fotografiche digitali, telecamere, registratori; una ragazza riprende la coda del corteo con una vecchia cinepresa che fa un rumore come la pellicola finita sulla bobina che gira a vuoto.

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Pale di elicottero, alzo lo sguardo e lo vedo lassù, più in alto un altro elicottero piccolo, ma forse solo per effetto della prospettiva, di un colore che sembra rosso. Pompieri?

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La testa del corteo è già incammino, forse da un’ora. Bacinelle di plastica con bottiglie d’acqua e birra ai piedi di chi le vende fuori dal piazzale della stazione. Gli incassi vanno al presidio NO Dal Molin. Sembra estate.

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In mezzo al corteo: bandiere che accarezzano il viso; cartoni scritti in casa; striscioni; tanti giovani; qualche fischietto; non sento molta musica. Attraverso da destra a sinistra la colonna di persone e mi viene in mente che in un articolo degli anni ’50 un giornalista aveva scritto che un vecchietto era stato buttato a terra da un pugno perché aveva attraversato un corteo di operai. Mi viene anche da pensare che le notizie dei giorni scorsi avevano prospettato incidenti molto più gravi per questa manifestazione.

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Un pullmino anni ’70 verniciato verde militare, fermo in mezzo alla strada. Ha scritto sulla fiancata l’articolo 11 della Costituzione e poi “yankee go home”. Mi fa venire in mente scene di film come Nato il 4 luglio o Forrest Gump, in cui si vedono i reduci dal Vietnam convertiti al pacifismo e i pacifisti stessi che indossano pezzi di divisa nelle loro manifestazioni.

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Una bottiglietta di plastica da buttare. In tasca non mi sta, nel borsellino nemmeno, non so dove metterla e voglio le mani libere. Non ci sono cestini: li hanno tolti tutti, sui pali restano solo gli attacchi. Qualcuno li usa per arrampicarsi e vedere il corteo in prospettiva aerea. Testarda, continuo a cercarli, mentre tengo la bottiglia schiacciata in mano. Vedo per terra parecchie carte e lattine, miste a coriandoli. Anche sulle siepi, basse al ginocchio, che costeggiano la strada si accumulano mucchietti di spazzatura. Cestini nemmeno a cercarli: aggiungo la mia bottiglietta vuota a una pila di lattine.

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Varie persone, qua e là, distribuiscono volantini lungo il corteo: due di quelli che prendo in mano presentano iniziative organizzate a Firenze.

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A sinistra un condominio marrone scuro, un po’ scrostato, alto quattro piani, di fronte alle mura costeggiate dal corteo. Penso siano case popolari. Appartamenti con le veneziane nere; una, tirata su male, è a penzoloni da un lato. Qualcuno in alto, alla finestra, a guardare. Le persone che ci abitano se guardano dalla finestra vedono la strada sotto e un alto muro che impedisce la vista.

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Pale di elicottero.

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Un lungo pezzo di corteo con bandiere rossonere degli anarchici, tanti, di età varia. Alcuni sembrano tenere uno striscione in mano ma invece sono tante bandiere rosse e nere impugnate con l’asta in orizzontale, parallela alla strada, e formano una catena larga tutto il corteo. Due ragazzi hanno i capelli rasati ai lati e un’alta cresta al centro. Uno ce l’ha rosa.

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Sul lato sinistro della strada noto dei gruppi di persone, stanno fermi, alcuni seduti sul gradino del marciapiede. I loro cartelli bianchi sono scritti in inglese con colori blu e rosso.

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Un bar, rimasto aperto, è il punto di ristoro di molti manifestanti. La gente è troppa, dentro non ci sta tutta, esce fin fuori.

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Un altro gruppo di musicisti: trombe, tamburello, guiro in legno e altro fanno musica festosa, si improvvisano dei balli.

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La strada si restringe, a sinistra alberi e un prato: ora si cammina più larghi, e c’è più silenzio. Da lontano, da dietro delle case sulla destra, proviene una voce che grida qualcosa al megafono e un coro che risponde. Penso che vorrei essere lì.

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Si curva dolcemente sulla destra e la strada principale prosegue dritta, una stradina si immette da destra e a metà di questa il passaggio è bloccato da una camionetta e uomini in divisa grigia. Non stupisce. È l’unica postazione che ho notato finora.

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Si svolta a sinistra e poi a destra e vedo di fronte, lontano, una scala che porta in alto, al monte Berico. Dopo chilometri a piedi neanche se mi pagassero la farei, e per fortuna si svolta a destra.

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Una discesa, dall’alto si vede tutta la gente che ricopre la strada: teste, bandiere, colori. Non si distinguono un inizio e una fine: il corteo abbraccia il centro, e da questo è diviso dalle mura.

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Ancora un Bella ciao suonato e cantato ai bordi della strada e la gente si ferma intorno a battere le mani e unirsi al coro.

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La strada di ritorno alla stazione costeggia un parco dove in molti si sono seduti e da lontano arriva la voce di Franca Rame.

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All’esterno della stazione un cartello indica gli orari di partenza dei treni speciali. Al binario un paio di ferrovieri danno indicazioni alla clientela e si mostrano particolarmente disponibili.

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