In linea da: 30/03/2007

“Rockgarage”. Musica e politica

intervista di Piero Brunello a Marco Pandin, a cura di Filippo Benfante

Il 9 novembre 2001, presso il municipio di Mestre, l’associazione storiAmestre ha presentato il libro di Stefano Giaccone e Marco Pandin, Nel cuore della bestia. Storie personali nel mondo della musica bastarda, Zero in Condotta, Milano 1996. Piero Brunello ha condotto un’intervista pubblica a uno degli autori, Marco Pandin. Si presentano alcuni brani di quella conversazione, che si è allargata al pubblico; la selezione e il montaggio sono a cura di Filippo Benfante. Si ringrazia Marco Pandin, che non ha rivisto il testo, per la fiducia e la generosità.

Il testo è stato pubblicato in precedenza in “Venetica. Rivista di storia contemporanea”, s. III, n. 8 (2003), n. monografico “Cambiare musica. Generazioni, gusti, ideologie”, pp. 139-152.

Piero Brunello. Leggendo il libro scritto da te e da Stefano Giaccone, Nel cuore della bestia, mi sono fatto delle idee. Approfitto della tua presenza per alcuni chiarimenti. Leggo nella copertina del libro che sei del 1957, quindi appartieni a una generazione successiva a quella del Sessantotto, che è la mia. Leggo: “Ero spesso sulla luna, sempre informato di notizie assurde e a conoscenza di novità strampalate […] in qualche manifestazione di piazza a gridare potere-a-nessuno invece che potere-operaio come tutti gli altri”. Ecco un altro brano che riguarda la primavera-estate del 1978, quando “l’intero staff dirigenziale di ferrei compagni-con-i-peli-sul-petto” piomba nella radio nella quale tu, allora giovanissimo collaboratore, avevi trasmesso due dischi giunti in regalo da Londra, Never mind the bollocks dei Sex Pistols e il primo album dei Clash, dichiarando che il punk «altro non era che un fenomeno fascista che doveva restare fuori dalle onde della “nostra” emittente».

Sono colpito prima di tutto dalla differenza con la mia generazione, che si vede, come tu stesso scrivi, dalla scelta delle letture, dai giornali. A questa differenza generazionale si sovrappone un atteggiamento che si distanzia dal tono operaista tipico delle organizzazioni della sinistra e della nuova sinistra a Mestre.

Marco Pandin. Mio papà è stato per più di trent’anni operaio alla Montedison, e come lui erano operai a Marghera tutti i nostri vicini di casa e i nostri vicini di quartiere. Ho abitato alla Cipressina per trent’anni. Voglio dire che mi sono sempre sentito diverso, ma non mi sono mai contrapposto a mio padre. Lui era socialista: mi sentivo sì diverso da lui, ma non all’opposto. Lo stesso, non compravo né “Lotta Continua” né il “Quotidiano dei Lavoratori” perché non mi sentivo comunista. Compravo ogni tanto, quando riuscivo a trovarla, la “Rivista Anarchica”. Andavo a Venezia alla libreria Utopia perché mi sentivo attratto da quel giro. Mi sentivo più vicino, mi sentivo come dire identificato in quel leggere, meglio, mi sentivo contento di leggere dentro quei giornali e non altri delle parole che sentivo più mie. Cose che nel “Quotidiano dei Lavoratori” e in “Lotta Continua” non ho trovato. Comunque non è vero che non li ho comprati e non li ho letti. […]

Col punk tante cose sono state del tutto nuove rispetto a prima, sono stati messaggi nuovi specialmente per i ragazzi più giovani. Ad esempio il messaggio: “noi suoniamo, anche se non ne siamo capaci”, che del punk è stato un aspetto fondamentale. E ancora: noi vogliamo una rottura col passato buttandola sul brutto: mi presento brutto, quindi senza offrire alcun modello da imitare, non il tipo palestrato o la ragazza bellissima tutti vestiti bene, che erano il modello base che allora si seguiva. I Sex Pistols – che comunque sono stati un grosso prodotto industriale travestito da “rivoluzione culturale” – si sono presentati brutti, sporchi e cattivi e schifosi, non sapevano suonare ed è stata una fortuna. Non tanto per loro, quanto piuttosto per il loro padrone, che aveva inventato quel look e che aveva il negozio dove si poteva comprare quel genere di vestiti, e per il padrone dell’etichetta discografica che aveva stampato il loro disco. In Italia il punk è stato una cosa diversa. Qui cose come i Sex Pistols non sono mai successe, prima di tutto perché “quel” punk era un’espressione sociale distantissima dalla nostra: in fondo i musicisti punk sono diventati tutti famosi ed erano tutta gente che stava piuttosto bene a livello economico. Se si andava a fare come ho fatto io nei primi anni Ottanta un giro a Londra, quando ormai il punk era già cosa morta, si scopriva che i punk che c’erano in giro erano gente molto più ricca di noi, che aveva vestiti fighi e faceva tutto il giorno passeggiate a King’s Road vivendo di rendita. Si potevano permettere degli strumenti costosi, chitarre di marca, cosa che noi non siamo riusciti a fare neanche dopo anni di sbattimenti. Facevano schifo perché avevano vestiti schifosi, ma firmati. […]

Penso che del punk prima del concerto di Patti Smith a Bologna, cioè fine settembre del 1979, nessuno di qui ne sapesse niente. Dopo, qualcuno ha saputo qualcosa per passaparola. Come si diceva prima, queste cose non sono passate attraverso gli ambienti culturali o pseudo tali, né tramite il circuito delle radio libere, specialmente nel primo periodo, perché il punk era considerato un fenomeno neofascista. C’era ‘sta gente che andava in giro con le spillette, le borchie e le svastiche, ed era una cosa… Era una cosa immonda agli occhi di mio papà il fatto che avessi portato a casa il disco dei Sex Pistols con le svastiche in copertina. “Questa roba la tieni fuori di casa” – mi disse. E io a spiegargli che quelli facevano schifo sì, ma era così, tanto per suonare. Secondo me era provocazione, ma fino a un certo punto. Ci marciavano sopra, direi, sull’ambiguità.

Piero Brunello. Vorrei che ci parlassi del rapporto che tu hai e senti con Marghera – raccontami se ci hai mai lavorato – e con il lavoro industriale. Questo aveva un senso nella vostra musica, nei vostri incontri?

Marco Pandin. La mia esperienza di lavoro all’interno degli stabilimenti a Marghera è durata solo otto giorni. Lavoravo in nero per una piccola ditta, un’impresa che aveva un sub-sub-sub-appalto, e sono stato intercettato per una soffiata, probabilmente una vendetta. Sono stato contento che sia finita così, perché lì dentro nel giro di una settimana ho visto cose orrende. Un giorno pioveva e l’acqua delle pozzanghere prendeva colori diversi sotto le tubature, penso fosse a seconda di quello che ci circolava dentro. A me sembrava di stare dentro un film di fantascienza. Sì, sono stato contento che mi abbiano beccato, così non sono dovuto più andare a lavorare là. Mio papà è stato contento quanto me e anche di più quando mi hanno cacciato. Avrebbe voluto che io continuassi l’università, mi laureassi e me ne andassi via di qui, magari all’estero. Quando ho deciso di mollare gli studi ho fatto con lui l’unico litigio della mia vita. Sono una persona fortunata, ho avuto genitori con i quali non ho mai avuto degli scazzi, solo uno grosso, appunto, quando ho mollato l’università e ho detto a mio padre che sarei andato a lavorare in fabbrica. I miei mi hanno sempre sostenuto, hanno sempre ben visto i miei giri di amicizie, i miei viaggi e le mie avventure, ed il via vai di gente che suonava che gli ho sempre portato in casa. Mi hanno sempre aiutato, insomma, non economicamente perché eravamo una famiglia povera, ma con un grosso e continuo sostegno d’amore, nonostante il disco con le svastiche che mio papà non voleva vedere in giro a casa. L’orientamento mentale di noi ragazzi allora era di scappare o almeno di tagliare a tutti i costi dall’ambiente che ci stava intorno.

Poi c’è un senso estetico del degrado nella nostra musica, meglio in una parte della nostra espressione artistica. Certe cose potevano venire pensate e fatte solo a Mestre, musicisti e gruppi di musica elettronica che magari non hanno mai registrato niente di ufficiale e che si sono soltanto offerti in concerti organizzati da “Rockgarage”.

Piero Brunello. Hai scritto: “La simbologia cimiteriale divenne il contrassegno di certo punk, […] la colonna sonora obbligatoria del non futuro”.

Marco Pandin. Questa cosa è successa nelle città più grandi, qui in zona è successo poco nel senso che avevamo sì vari contatti i giri punk e new wave di altre città come Bologna, Milano, Roma eccetera ma questa era più una caratteristica loro. Penso comunque che anche loro l’abbiano vissuta più come un fatto d’importazione che come cosa vissuta sulla propria pelle. Qui noi avevamo già dei begli stabilimenti che ci rovinavano l’aria, loro no. A Milano il giro grosso del punk era in mano a gente di buona famiglia, a Bologna era in mano a gente ricca che già nei primi anni Ottanta poteva permettersi personal computer e videocamera, cose che io sono riuscito ad acquistare soltanto adesso, dopo più di vent’anni.

Dico questo per mettere dei paletti, per fare delle differenze. I giri che avevano preso in mano questo “fenomeno punk” volevano essere esclusivi e ci riuscivano anche, perché potevano andare a Londra tutti i mesi a comprare dischi e magliette e importandoli qui in Italia. Da noi non c’era niente. Erano anche obbligatori gli anfibi, roba da matti d’estate. Meglio i sandali, no? Eppure ai concerti punk c’era tutta quella gente rovinata con gli anfibi e il giubbotto anche d’estate, roba da morire… Chi c’era tra noi che aveva il giubbotto di pelle? Costava allora più di 300.000 lire, era una grossa cifra, un mese di paga. Compro il giubbotto però non mangio niente e non faccio niente per un mese, non do soldi in casa, non riesco a mantenermi. Come faccio? Niente giubbotto, allora. È proprio un fatto di necessità: penso che da noi non abbia mai attecchito quel tipo di cultura perché è una mentalità che non ci appartiene.

Piero Brunello. Nel libro ricordi di ragazzi che si truccano da punk o da dark nei cessi dei bar: è un indizio di una moda e contemporaneamente della loro esclusione sociale. Ti risulta che a Mestre avvenisse altrettanto?

Marco Pandin. Sì, giri di ragazzi così ce n’erano. Era una cosa in un certo senso agevolata in alcuni posti. Al Banale a Padova, ad esempio, vicino ai cessi c’era un grande specchio davanti al quale ci si poteva truccare. Molti ragazzi ne approfittavano: era tutta gente normalissima, vestita in modo normale che poi si preparava per la serata e restava nel locale fino a tardi. A mezzanotte o all’ora di chiusura ritornavano nei cessi, si lavavano e ritornavano a casa. Senza cattiveria, era una cosa del tutto normale. Se si fossero presentati truccati da dark o da punk a casa sarebbero stati picchiati dai genitori. La prima volta che sono andato in vacanza a Londra più di vent’anni fa, sono tornato a casa con l’orecchino: mio papà l’ha presa molto male, è stato un colpo. In tutto il quartiere allora eravamo solo in due ragazzi con l’orecchino, e tutt’e due avevamo fatto il piercing a Londra. Mio papà era disperato, secondo lui avevo fatto una cosa assolutamente disdicevole. Chissà cosa direbbe adesso, conosco persone che hanno anche il piercing all’uccello. Adesso è una cosa normale, una cosa che si vede alla televisione.

Luciana Granzotto. Volevo sapere se si può parlare di un “periodo punk” a Mestre.

Marco Pandin. Credo che non ci sia stato alcun gruppo punk nella nostra zona, così come se ne può avere un’idea. C’è stato piuttosto un movimento di musicisti diversi, indipendenti, staccati tra loro, alcuni anche vogliosi di venire fuori allo scoperto ma non smaniosi di fama, di pubblicità a tutti i costi. Non era questo quello che si voleva, ripeto: l’importante per tutti era esprimersi liberamente. Sotto certi punti di vista il punk è stato un fenomeno d’élite, culturalmente ed economicamente. Sono passati attraverso il punk alcuni messaggi che solo in parte abbiamo ritrovato come “nostri” ed abbiamo provato a replicare. Ad esempio il fatto dell’autogestione, dell’organizzazione dal basso, della non verticalità. Restando nell’ambito musicale, organizzavamo i concerti tutti assieme, si scaricavano assieme gli strumenti e si puliva assieme la sala, si mettevano in piedi delle serate senza agenzie e intermediazioni, invitavamo cioè i musicisti contattandoli direttamente. Ci stampavamo da soli le nostre fanzine. Avevamo pochi soldi, facevamo dei ciclostilati, fregavamo le fotocopie al lavoro, a scuola o in qualche ufficio. Diffondevamo cultura in via orizzontale: nessun centro, nessun negozio. È una cosa importante. Facevamo tutto assieme.

Piero Brunello. È così che è partita anche l’esperienza di “Rockgarage”?

Marco Pandin. Certo, è venuta fuori proprio da questo: proviamo a fare un giornale per noi perché prima per noi non c’era niente. Appena si è saputo in giro della nostra idea ecco spuntare il tipo che ben conosciamo di quella certa associazione culturale che ci viene a dire che si potrebbe fare qualcosa assieme, che il giornale col suo aiuto potrebbe venire meglio, che potrebbero metterci dei soldi perché la cosa gli interessa… Una volta mi ha chiamato un tizio, cos’era, del CPS credo, voleva prendere un paio di pagine di pubblicità, le pagine centrali a tutti i costi… Voleva mettere le mani sopra a ‘sta cosa che invece era nostra. C’era sì della pubblicità su “Rockgarage”, ma erano due-tre pagine su una cinquantina, ed erano tutti negozietti di amici che ci davano una mano a dar via il giornale. Ci davano magari 50mila lire per un trafiletto, e quando andavamo in negozio a comprare i dischi o i biglietti per Londra ci facevano un po’ di sconto. Tutto qui, cose a livello casalingo.

Nel primo numero di “Rockgarage” abbiamo ficcato dentro tutto quello che ci sarebbe piaciuto leggere […] è stato una grande sega. Il secondo era già qualcosa di più personale, il terzo ancora di più. Abbiamo fatto un giornale perché avevamo delle cose da dire, perché volevamo provare un’esperienza. In zona una cosa simile non era mai stata fatta prima. […] Francamente, non avevamo alcuna idea rivoluzionaria, né avevamo interessi o orientamenti politici simili più che altro perché non era quello il nostro terreno di confronto. Semplicemente eravamo amici, vicini di casa, e un giorno abbiamo avuto quest’idea. A tutti noi piaceva la musica, c’era chi suonava, chi amava scrivere, chi amava disegnare. Ci siamo tassati: chi aveva un lavoro ha messo un po’ di più soldi, abbiamo fatto una colletta e pagato il primo numero. Abbiamo trovato una tipografia dove abbiamo implorato quasi piangendo e disperandoci uno sconto, e alla fine siamo riusciti a stampare il primo numero. Tremila copie, a noi sembrava un’esagerazione, eravamo convinti che sarebbero rimaste invendute per degli anni. Davamo via “Rockgarage” a mille lire, un prezzo vergognoso. A chi non poteva pagare neanche questo prezzo basso davamo il giornale comunque: a noi interessava diffonderlo. È andata benissimo: sono rientrati i soldi che avevamo anticipato e ne sono stati raccolti degli altri. Appena possibile abbiamo fatto uscire un altro numero, e poi un altro. Il giornale lo facevamo nei ritagli di tempo, tutti studiavamo o lavoravamo.

Non avevamo una sede, ci trovavamo una volta a casa mia, altre volte a casa di qualcun altro. Eravamo in pochi, bastava una stanza, ci ascoltavamo un po’ di dischi e pensavamo a cosa fare. Appena rientravano i soldi progettavamo il numero successivo del giornale. Il secondo numero, visto che potevamo permettercelo, lo abbiamo fatto con un po’ di pagine in più. È andata ancora meglio, perché oltre a vendere tutte le copie abbiamo avuto richieste per comperare dei piccoli spazi pubblicitari, ed erano soldi che sono serviti a recuperare prima le spese. Ci siamo ritrovati con quello che per noi era un sacco di soldi. Che ne facciamo? Visto che c’erano dei musicisti tra noi, abbiamo pensato di allegare a “Rockgarage” un disco con dentro le nostre canzoni. Abbiamo coinvolto i nostri amici e compagni di quartiere, altri da Spinea, da Murano e un gruppo di Marostica con cui avevamo fatto amicizia ai concerti. Un disco con le nostre canzoni, finalmente. Pensato, fatto, stampato tutto da noi. Abbiamo stampato solo mille copie del giornale col disco perché non avevamo abbastanza soldi per stampare tremila dischi. Ancora, tutto venduto di corsa. E ancora, siamo riusciti a pagare tutte le spese e a raccogliere altri soldi. Abbiamo venduto a 3mila lire il giornale col disco, era un prezzo assurdo. Allora un disco costava 4-5mila lire, in confronto offrivamo un disco e un giornale a meno di metà prezzo rispetto al prezzo dei negozi. Vendevamo “Rockgarage” ai concerti, non avevamo una rete di distribuzione, né degli intermediari.

Il nostro errore è stato questo: affidarci ad un centro di distribuzione che ci ha promesso una diffusione a livello nazionale. Abbiamo consegnato l’intera tiratura del nostro ultimo numero e non ci è stato dato un soldo. Avevamo pronto per la tipografia il numero immediatamente successivo, a cui stavamo concordando di allegare un disco dei Litfiba e uno di un gruppo di San Donà, i Davai’Ciass. Siamo rimasti letteralmente inchiodati da questo. Il libro dei Crass che ho curato, contemporaneo a questi fatti, non mi è mai stato pagato da questo distributore. Lo stesso, un sacco di materiale da me pubblicato, dischi, cassette.

L’ultima volta che ho avuto contatti con questa persona risale alla morte di mio papà, una vittima della Montedison. Ero veramente in bolletta, non avevo soldi per il funerale e sono andato a chiedere almeno un acconto. Mi è stato risposto che non c’è alcun documento fiscale valido che prova il mio credito, e sono stato messo alla porta. Il funerale a mio papà è stato pagato da una colletta fra i parenti. A me spiace che questa persona non sia qui stasera.

Fortunatamente sono andato avanti, ho messo su famiglia, ho due bambine, ho una vita soddisfacente e un sacco di amici. Sono andato avanti, ecco, semplicemente. È stata comunque una mazzata non solo per me ma per tutti gli altri coinvolti. Io bene o male avevo un lavoro, ma a “Rockgarage” collaboravano studenti e disoccupati, e un paio di noi magari vedevano nel giornale una mezza speranza di lavoro: invece che aumentare ogni volta le pagine e allegare due dischi avremmo potuto far uscire un formato standard e ritagliare un po’ di paga. “Rockgarage” poteva essere una buona occasione di lavoro per almeno un paio di noi che avrebbero potuto mandare avanti una redazione. Ma non è detto che non possa succedere ancora.

Piero Brunello. Puoi raccontare altre esperienze di autogestione e di rapporti egualitari? Penso prima di tutto alla radio.

Marco Pandin. “La radio” erano in realtà diverse radio. La cosa cominciò, mi sembra, quando ero in seconda o terza superiore, quindi verso il 1973-74. Una delle prime radio indipendenti e libere italiane è stata Radio Mestre 103, che aveva sede a Marghera al quartiere Cita. Se non sbaglio dietro alla radio di allora c’era il tentativo politico importante di aprire un’emittente privata regolare alternativa al monopolio Rai. La radio era stata messa in piedi da alcune persone che avevano avuto poco prima anche un’esperienza pionieristica di televisione privata via cavo a Castelfranco Veneto.

Radio Mestre 103 aveva iniziato a trasmettere da pochi giorni, mi ricordo che ho provato a telefonare in redazione e mi hanno invitato lì in sede, e un paio di giorni dopo ero lì che conducevo la “mia” trasmissione, in maniera assolutamente libera, senza filtri né imposizioni. Mi hanno messo davanti a un microfono, e mi hanno detto vai. Le prime volte mi ha aiutato un ragazzo un po’ più vecchio di me che sapeva adoperare il mixer, poi mi sono dovuto arrangiare. Avrò avuto si e no quindici-sedici anni. I dischi me li portavo da casa, e siccome suonavo con un gruppo di amici spesso trasmettevo anche la nostra roba registrata in garage e quella di altri gruppi della zona, che hanno cominciato a mandarmi il loro materiale. Assieme agli Area, al Perigeo, trasmettevo anche le nostre seghe da cantina. Arrivavano tantissime telefonate anche da lontano, anche da Ancona ricordo, perché non c’era ancora nessun’altra emittente e il segnale arrivava lontanissimo. E mi sono ritrovato improvvisamente a gestire una cosa impossibile, una mia compagna di classe veniva ad aiutarmi perché non riuscivo da solo a star dietro ai dischi e alle telefonate. Poi con alcuni amici, anche di altre radio, abbiamo cominciato a fare delle trasmissioni collettivamente, anche in due o tre conduttori. Ognuno portava i suoi dischi da casa, e inventavamo la scaletta al momento. Questa situazione è durata per degli anni, almeno fino ai primi anni Ottanta. Ho collaborato con numerose radio, almeno una decina, anche due contemporaneamente, andando via con una trasmissione da una per rientrare nell’altra. Questo serviva per mantenere sempre degli spazi aperti, degli spazi liberi.

Piero Brunello. Prima hai detto che con “Rockgarage” organizzavate concerti. Come vi regolavate coi soldi: domandavate un biglietto?

Marco Pandin. Riuscivamo ad avere gratuitamente il lunedì oppure il giovedì la sala del cinema Dante perché quei giorni non erano occupati dalla normale programmazione dei film. Al dopolavoro ferroviario ci hanno sempre dato volentieri la sala perché con noi non andava mai rotto niente e la riconsegnavamo sempre pulita e in ordine. Lì dentro abbiamo fatto tantissima attività, come anche alla biblioteca di Oriago: un sacco di cose, dai piccoli concerti a feste progettate semplicemente per stare insieme e ascoltare musica. Dei gruppi venivano a suonare, poi noi mettevamo su dei dischi e dei video. Chi voleva portava del vino o dell’altro, o da mangiare. Erano cose fatte per stare assieme.

Una cosa che mi fa moltissimo piacere ricordare è che tanta gente a Mestre, tra cui io e non me ne vergogno, andava a contestare pesantemente i vari concerti a teatro promossi dalle varie istituzioni, le rassegnone di jazz al teatro Corso e i concertoni al palasport. Si andava lì a sfondare, anzi per sfondare: non ce ne fregava niente di stare lì ad ascoltare quella roba, volevamo solo rompere i coglioni, stare cinque dieci minuti e poi andare via. I concerti di jazz invece io me li sono visti e sentiti quasi tutti, così come ho cercato di incontrare i musicisti che mi piacevano, spesso ci sono riuscito. Quando abbiamo cominciato ad organizzare i concerti tra di noi non avevamo bisogno di alcun servizio d’ordine: eravamo noi i cattivi. Si metteva un biglietto a prezzo basso, duemila lire che chiunque poteva pagare, poi chi non li aveva entrava lo stesso, erano amici nostri che non avevano soldi neanche a sufficienza per sopravvivere. Certo che entravano, dovevamo forse lasciarli fuori al freddo?

A, del pubblico. Volevo intervenire sul discorso generazionale. Io sono nato nel 1975 e mi è interessata molto la discussione, anche perché per certi versi mi ci ritrovo, sono un musicista e ho appena fatto un disco. Ammiro molto le vostre due generazioni perché avete avuto la possibilità di vivere nello stesso tempo della vostra musica. Io oggi ho grandi difficoltà a riconoscermi nella musica di oggi. Ritengo che siamo in pieno periodo di decadenza. Britney Spears non è musica, intendo. I concerti che vado a vedere oggi sono di gente che ha più di cinquant’anni. Qual è la differenza tra un John Lennon che alla fine degli anni Cinquanta ascoltava i dischi che arrivavano dall’America dei vari Chuck Berry e compagnia nel porto di Liverpool, e la situazione che hai vissuto tu? Oltre alle forme, come le spillette e gli anfibi, quali sono realmente i contenuti diversi, se ci sono, che ha portato il punk rispetto alla musica precedente? Il figlio che ha comprato il disco dei Rolling Stones ha creato forse ai genitori un disagio simile, forse maggiore rispetto a quello che hai creato tu quando sei tornato con l’orecchino da Londra?

Marco Pandin. La tua domanda in realtà sono tante. La differenza tra “una volta” e “adesso” è innanzitutto tecnologica. Una volta c’era molta più difficoltà di comunicazione. Quando andavo a scuola non esistevano i personal computer né internet né i compact disc. Non sto parlando di tantissimi anni fa, dopotutto mi sento ancora abbastanza giovane: ho 44 anni. Si girava col vinile, che si riusciva a comprare qui in zona solo in un paio di negozi decenti, oppure bisognava andare a Padova, dove c’erano dei negozi di dischi d’importazione. Ovviamente certe cose buone arrivavano tramite i normali negozi di dischi, tramite i distributori tradizionali delle major, i dischi di Frank Zappa, ad esempio. I giornali musicali di allora e i programmi radiofonici della RAI spingevano un certo tipo di musica: la tradizione melodica, i cantautori. Questi magari sarebbero andati comunque avanti, erano gli unici a fare tanti concerti, allora tutti compravano Guccini, Baglioni e Venditti eccetera. Molte cose buone le ho trovate nei bassifondi, negli scatoloni, nei negozi di dischi usati. Si scambiavano tantissime cassette. Le radio libere in Italia hanno contribuito a far conoscere moltissime forme musicali che prima ufficialmente non esistevano.

Come ho detto prima, trasmettevo alla radio i miei dischi e le cassette del mio gruppo e quelle dei gruppi dei miei amici, e non ero certamente l’unico a farlo. Ci si scriveva, ci si faceva mandare delle registrazioni da altre città. I nastri arrivavano e li si trasmetteva, questa è una cosa che adesso non si fa più. Ora qualsiasi gruppo musicale si produce in casa il proprio cd, e cerca un produttore e un’etichetta discografica che glielo paghino: la mentalità di adesso è questa. Il musicista di oggi non manda più la sua musica alla radio, caso mai ci pensa il suo agente, ci pensa l’ufficio stampa della sua casa discografica. È logico che in questo sistema solo certa musica riesca ad andare avanti, cioè solo quella che fa recuperare gli investimenti. […]

Nessuno tra noi – oltre a te vedo parecchi altri musicisti in sala – si è mai preoccupato di mandare a case discografiche o talent scout il proprio materiale. A me interessava suonare, mi interessava fare delle cose che avessero un minimo di coerenza, una parola bruttissima che però allora era importante. […]

Tutti noi avvertiamo che lì dentro, in quel meccanismo, c’è qualcosa che non va. Britney Spears non va. Magari a lei, dentro, non gliene frega niente: lo fa per lavoro. Anche a me fa schifo il lavoro che faccio. Forse fa tutto schifo anche a lei, però nei video è costretta ad apparire sorridente. Basta solo mettersi d’accordo sul prezzo. Se si accetta il meccanismo, bene. Se non lo si accetta, se ne resta fuori e magari se ne crea un altro. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta c’è stato un periodo in cui la musica popolare, la musica che parte dal basso, espressione delle persone e non del mercato, era arrivata ai vertici delle classifiche di vendita. Le grandi case discografiche, che pagano per mandare i loro dischi in cima alle classifiche, allora pagarono per togliere dalle classifiche certi dischi scomodi. Ad esempio, dei miei amici inglesi, i Crass, hanno venduto grossissime quantità di dischi – parlo di centinaia di migliaia di copie – eppure non sono mai entrati in classifica. Avevano reinventato completamente il modo di porsi rispetto al mercato, creandone uno parallelo in cui non c’è il profitto al primo posto. Vendevano i loro dischi a basso prezzo, quasi a prezzo di costo senza esagerare con i ricarichi, registrando la loro musica in maniera povera ma comunque decente e comunque decorosa. I Crass hanno dimostrato che si può portare tutto il mondo musicale da una dimensione più umana, mostrando che il re è nudo. Mtv non esiste, basta ignorarla. Basta non guardarla. Basta boicottarla. C’è adesso la campagna di boicottaggio di Mediaset: facciamola. Spegniamo queste televisioni. Oggi lo facciamo in tre, domani forse saremo in quattro, dopodomani in dieci. Creiamo un danno a questo meccanismo, a questo tipo di istituzione. È curioso che io mi ritrovi in una sala municipale a dire questo. […]

Abbiamo fatto anche dei concerti sui marciapiedi, perché non avevamo un posto. Adesso ci fanno le conferenze per spiegare quanto siamo stati bravi ad organizzare le rassegne di blues con i nostri soldi. […] A Spinea un collettivo di ragazzi ha organizzato tutto da solo un seminario con Amy Denio, una musicista americana bravissima che ho conosciuto quindici anni fa in Francia. Amy è una ragazza stupenda, tra qualche giorno sarà ospite a casa mia perché sono riuscito a organizzare un suo concerto ad Abano. Ecco una differenza: per noi i rapporti con i musicisti continuano. Il musicista se ne va via, Enrico Rava va via, Dizzy Gillespie torna a casa e buonanotte: tutto finito. Noi cerchiamo di riportare tutto ad una dimensione umana. Riportiamo tutto a me e a te. Non esiste la televisione, il fatto che il tuo cd sia in vendita nei negozi non fa di te un musicista arrivato. […]

B, del pubblico. Conosco anch’io “Rockgarage” e i suoi dischi che giravano tramite i miei compagni di stanza – a quell’epoca ero studente. Conoscevo il giornale anche se ho un background musicale diverso, più legato alla scena degli anni Sessanta. Mi chiedo: Bologna ha avuto gli Skiantos, Firenze i Diaframma eccetera, Mestre i gruppi di “Rockgarage”, ma nessuno di Mestre è diventato famoso, nessun gruppo trainante. È perché non c’era dietro un Dams come a Bologna?

Marco Pandin. Nessuno dei “gruppi di Rockgarage” come li chiami tu è diventato famoso perché non c’era dietro nessuna organizzazione a cui interessasse spingerli sul mercato. Chi è realmente venuto fuori in questi anni da Mestre? Le Orme, va bene, ma concentriamoci solo sugli ultimi vent’anni. I Pitura Freska? Direi di no. Secondo me è Visnadi, che vende migliaia di copie di dischi di musica dance. È primo in classifica in Inghilterra, qui a Mestre nessuno lo caga. Gianni Visnadi è una persona stupenda, ci conosciamo da tanti anni: produce le sue cose molto onestamente, è metodico e lavoratore, le sue musiche sono dirette verso un settore specifico, è vero, ma la sua è musica di ricerca, è molto particolare. È stato allievo di Robert Fripp, e ha una cultura musicale sconfinata ma questo a chi interessa? Non è famoso, eppure lui continua a fare le sue cose. Non è importante andare sui giornali per essere importanti, e non serve andare in televisione per dimostrare di avere delle cose da dire.

E, del pubblico. Mi definisco un ignorante musicale, ma nel mio archivio personale ho una copia di “Rockgarage”. Credo che la tua esperienza abbia dimostrato che non serve uno spazio ufficiale per produrre musica, però come ti sei posto tu rispetto alla necessità di avere uno spazio? So di alcune esperienze qui a Mestre – tu le citi di sfuggita nel libro – come il Palazzo d’Inverno in piazza Ferretto, e il Pastificio Santi. Ti sei mai posto il problema di avere il diritto di avere uno spazio dove poter suonare? Ti sei mai visto quindi come controparte rispetto agli amministratori? Un’altra cosa. Mi sembra di aver capito che per te è molto più importante il come produrre, piuttosto che cosa produrre. Può essere pessima musica, basta che sia eticamente prodotta?

Marco Pandin. Perché musica pessima? Nel senso di suonata male? Il fatto che ci sia della bella e della brutta musica è un’opinione assolutamente personale. Penso si debba trovare un giusto bilanciamento delle due cose. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di occuparmi di musiche quanto più vicine al mio gusto personale. Cose anche diversissime tra loro, jazz, musica sperimentale, rumorismo, assieme a musiche più tradizionali. Bene o male dal 1980 ad oggi sono stato coinvolto a vario titolo nella produzione di una sessantina di dischi, cassette e cd. Secondo me non c’è roba bruttissima in giro, ovviamente ci sono delle eccezioni. Certe volte capita di inciampare in cose davvero orrende: indipendentemente da questioni di genere, l’orrore si manifesta quando i musicisti hanno la supponenza di fare delle grandi cose e vogliono convincerti delle loro opinioni, e tu non riesci proprio a sintonizzarti. Oppure quando incontri musicisti che vogliono piazzare le loro cose, vogliono vendertele a tutti i costi. Riguardo al problema degli spazi, mi ripeto: senza grossi problemi, allora, siamo riusciti a organizzare dei concerti per la strada, sul marciapiede. Non è stato difficilissimo ottenere degli spazi. Ricordo un’estrema disponibilità allora dell’amministrazione della biblioteca di Oriago per concederci la sala, non venivano neanche mai a controllare che cosa stavamo combinando. Dirò di più, a mia memoria non abbiamo mai subito operazioni di polizia, di controllo ai nostri concerti. Abbiamo utilizzato spesso il cinema Dante, nei giorni liberi. Abbiamo anche fatto qualcosa al teatro della Bissuola, nel 1984. A Marghera c’era il cinema Ariston, una sala che era chiusa da tempo, poi è stata ristrutturata ma credo che nessun altro l’abbia mai più utilizzata, non so neanche se ci sia ancora. L’occupazione del Pastificio Santi risale a molto prima, almeno al 1975, ci ho suonato dentro anch’io col mio gruppo di allora. Non era una cosa “nostra”, però. L’attuale Tag era una volta la nostra sala prove, la condividevamo con il circolo La Comune e con il collettivo che poi avrebbe appunto dato vita al Teatro alla Giustizia. Allora c’era anche la possibilità, che però non abbiamo mai sfruttata, di utilizzare il Teatrino della Murata, che conoscevo perché ho partecipato per qualche anno alle attività di Franco Demaestri. Di loro ho bellissimi ricordi, un’esperienza stupenda.

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