In linea da: 19/02/2007

Baccalà al governo. Firenze-Vicenza, 17 febbraio 2007

di Filippo Benfante

1. Con Elena partiamo per la manifestazione di Vicenza da Firenze, con il pullman. Tra le varie organizzazioni abbiamo scelto quella

degli Studenti di sinistra, perché Elena ne conosce qualcuno, e perché garantiscono andata e ritorno con 10 euri. Vengono con noi anche due amici spagnoli: la coinquilina di Elena e il suo moroso, di passaggio per caso; da tempo aveva programmato una visita a Firenze, ha combaciato proprio con il fine settimana della manifestazione, e hanno deciso di aggregarsi.

Il pomeriggio di mercoledì 14 c’era stato un presidio in piazza della Repubblica, per segnalare, presentare e discutere la manifestazione imminente. All’appuntamento c’era pochissima gente, io ci sono passato giusto il tempo per sapere del viaggio, e un compagno mi ha detto che c’erano ancora parecchi posti disponibili sui pullman. Non so se poi sono state le dichiarazioni del governo, le notizie ad hoc (il terrorismo rinasce periodicamente alla vigilia di manifestazioni importanti), oppure le previsioni del tempo (sabato: tempo magnifico), ma venerdì sera era un continuo di amici e conoscenti che chiedevano a chi potevano rivolgersi a questo punto: avevano appena chiamato per prenotare posti sui pullman, ma erano tutti esauriti, dappertutto. Allora noi consigliavamo di andare in stazione: il Movimento antagonista aveva dato appuntamento alle 8 a Santa Maria Novella per viaggiare in treno; sapevamo che altri ancora s’erano organizzati con orario dei treni alla mano e un occhio alle tariffe scontate per i gruppi. Non so, alla fine, quanti siano partiti in treno; i pullman da Firenze, tra i vari organizzatori (Studenti di sinistra, Rifondazione, Arci, Comitato Fermiamo la guerra, centro sociale Cpa), saranno stati almeno quindici

2. Per il nostro pullman, l’appuntamento è alle 8.30 davanti al mercato ortofrutticolo di Novoli, che si trova vicino al casello autostradale “Firenze Nord”. Hanno raccomandato puntualità: si prevede un enorme afflusso a Vicenza, quindi c’è il problema dei parcheggi; gli organizzatori di lassù hanno previsto di smistare e scaglionare il traffico per evitare imbottigliamenti.

Con Elena arriviamo un po’ prima dell’orario fissato, verso le 8.20 e c’è già qualche decina di persone. I nostri compagni di viaggio – ma ci sono anche altri gruppi che si sono dati appuntamento al mercato – sono quasi tutti ragazzi e ragazze sui vent’anni; si capisce che “Studenti di sinistra” sta per “studenti universitari”. Discutiamo poco della manifestazione, e mi pare che anche gli altri capannelli siano impegnati a raccontarsi com’è andato il venerdì sera e a ragionare su come resistere al freddo (la giornata è splendida, ma il parcheggio è in gran parte in ombra, e si soffre) e al sonno fino al momento in cui apriranno i pullman. Malgrado tutte le raccomandazioni, alle 8.30 non parte nessuno; ci muoviamo dal parcheggio di Novoli alle 9.30 passate.

3. Con Elena abbiamo discusso molto poco della manifestazione e di tutto il contorno che vi è stato imposto. Per Vicenza parto solo con un senso di gratitudine per quelli che tengono in piedi il presidio permanente. In Val di Susa non sono mai riuscito ad andarci, a Vicenza invece vado a dare pacche sulla spalle ai compagni e alle compagne, per quel che può valere. Inoltre, a parte che, come tutti, ho un monte di altre cose per la testa, ovvero una vita a cui far fronte, c’è pure che non compro più nemmeno “il manifesto” ogni giorno; ormai mi informo orecchiando i notiziari del mattino di Radio Popolare e la rassegna stampa che segue, oppure leggo i titoli del sito di Repubblica quando ci capito in cerca di risultati sportivi, oppure cerco notizie presso compagni e in alcune mailing list a cui sono iscritto. Mi pare che i nostri compagni di viaggio facciano più o meno lo stesso: tra una pennica e l’altra non sento nessun commento a proposito dei deliri del governo; nessuno ha la minima ombra di preoccupazione per quel che sembrano promettere per oggi le dichiarazioni del ministro degli Interni e del vicepresidente del Consiglio. Gli unici “scontri” e “choc” di cui si parla sono quelli culturali; il genere di discorso prevalente è che, passato l’Appennino, tocca inoltrasi in Pianura padana, in Veneto, nel Nordest. A forza di battute viene fuori che un paio di ragazze sono lombarde, uno è di Bolzano, mentre Elena e io ce ne siamo stati zitti chiedendoci cosa voglia dire il tono che si percepisce sotto le battute: stupore per il fatto di trasferirsi a Firenze, complicità nell'aver scelto quell'esilio, in fuga da una terra natale tanto ostile quanto sempre pensata con affetto.

I discorsi si interrompono per una comunicazione di servizio del “capogruppo”: spiega dove parcheggeremo e in quale “spezzone” è previsto che prenderemo posto, raccomandandoci di restare uniti e nella posizione assegnata; conclude che “oggi non succederà nulla, ma è necessario restare sempre molto attenti”. Mi viene in mente il famoso corteo di Genova, quello del sabato, il giorno dopo l’assassinio di Carlo Giuliani, quando i vari gruppi cercarono di proteggersi da infiltrati e polizia circondandosi di cordoni umani. Ma è solo un attimo, scaccio il pensiero e penso seccato: “che palle, e figurati: io c’ho da vedere la manifestazione e da ritrovare altri amici”; vedo che quelli intorno a me hanno lo stesso atteggiamento.

Arrivati in Veneto le battute sul “Hic sunt leones” prendono un’altra piega: l’autista del pullman riesce a sbagliare strada di continuo. Prima esce alla fine della A13, la Bologna-Padova, invece di seguire il raccordo per la A4. Fatta tutta la tangenziale di Padova per riprendere la A4, al primo bivio prende la A31 per Valdastico, e non va bene perché l’uscita di Vicenza prevista per noi è quella sulla A4. Prima di fare dietrofront ci porta a Dueville, che poi è uno svincolo da cui si raggiunge comodi comodi la caserma Ederle.

4. Finalmente riusciamo a uscire al casello giusto. C’è un posto di blocco, molto tranquillo, una macchina della polizia sul bordo della carreggiata, con due agenti fuori che trafficano con fogli e penne. Noi ci fermiamo, dichiariamo provenienza e parcheggio previsto, i due fanno croci su una lista e possiamo procedere. Ormai sono le 13, siamo in ritardo di oltre un’ora, e prima di arrivare al parcheggio previsto siamo già imbottigliati: la strada è piena di gente che sta raggiungendo il concentramento a piedi o in bicicletta. Vedendo quelli in bicicletta ci diciamo: “beh, almeno questi sono di sicuro di Vicenza”. Passano alcuni pullman targati Torino e pensiamo alla Val di Susa ovviamente.

Riecco i volti, i colori e le bandiere delle manifestazioni fatte negli ultimi anni. Il primo striscione che vediamo lo ha appeso un “coordinamento di studenti” alle finestre di quelle che pensiamo essere una residenza universitaria: “’Sti Cats: nessuna base U.S.A sulla nostra terra!”. 

Credo che il Dal Molin debba ospitare aerei (o roba del genere) che si chiamano Tomcats; il gioco di parole è evidente, ma richiama anche i gatti di cui – come tutti sanno – i vicentini sono ghiotti. Troveremo molti altri striscioni su questi temi. Il richiamo del “coordinamento studenti” alla “nostra terra” fa pensare anche che oggi troveremo posizioni e dissensi molto variegati.

Da tempo non partecipo a una grande manifestazione considerata “pericolosa” e in odore di scontri – l’ultima credo sia stata all’inizio del 2004 –, per cui comincio subito a cercare il blu dei poliziotti, il nero dei carabinieri, il grigio dei finanzieri. Ma per prima cosa si sente il rumore dell’elicottero che sorveglia tutto dall’alto; “elicotteri”, a dire il vero: ne conteremo tre.

Eccoli: entrando nel Campo Marzio notiamo in una laterale alla nostra destra una grande quantità di carabinieri, e poco oltre un grande gruppo di tende che identifichiamo subito come un ospedale da campo. Di fatto saranno gli unici segni inquietanti di una giornata tranquillissima, in cui si sono viste pochissime divise, appartate in alcune strade laterali o sotto le porte cittadine, mentre noi sfilavamo all’esterno delle mura (Elena li ha fotografati di volta in volta, “per avere la collezione completa delle divise” mi diceva).

In effetti, bastava solo proseguire nel Campo Marzio, andando verso il piazzale della stazione, luogo del concentramento, per scordarsi di polizia e tutto, per sorridere vedendo quanta gente è già lì. Sullo sfondo c’è il palco per i discorsi e lo spettacolo conclusivo. Su un lato della struttura in tubi è appeso un enorme striscione con lo slogan già celebre da prima di Natale: “Basi sì, ma con la lengoa, no militari!” [nota per i non indigeni: “basi” in dialetto veneto vuol dire “baci”]. Sullo striscione, la “l” dell’articolo ha il taglietto usato per l’alfabeto fonetico: penso ai vezzi linguistici leghisti.
Guardando verso il piazzale della stazione, è facile intuire che il corteo è già partito.

 

5. Sono circa le 14 quando arriviamo al punto di partenza del corteo, che avrebbe dovuto avviarsi solo alle 14.30 ma in realtà è già un bel pezzo avanti. Ci mettiamo definitivamente il cuore in pace: la manifestazione è un successo, del corteo riusciremo a vedere quel che riusciremo, nemmeno da pensare l’idea di fare avanti e indietro cercando testa e coda. Sarà come una di quelle grandi manifestazioni romane del 2002-2003 e ci godremo la giornata.

Decidiamo di aspettare i compagni e le compagne di storiAmestre in arrivo da Mestre, intanto ne approfittiamo per sostenere il presidio permanente comprando alcune lattine di birra da uno dei punti ristoro preparati per accogliere i manifestanti; poi mangeremo i panini che ci siamo portati da casa guardando sfilare il corteo.

A un certo momento passano alcuni con bandiere della regione Veneto, quelle con il leone di san Marco e tutto, mischiate a tante bandiere rosse. Il compagno spagnolo riesce a intravedere anche una bandiera basca. La folla è pressata, non si riesce a distinguere bene la geografia dei gruppi, se quelle bandiere stanno davvero insieme, o stanno spalla a spalla per caso. È più probabile la seconda ipotesi, ma da altri cartelli e slogan si capisce quanto la lotta contro la base sia “trasversale” e comporti un delicato confronto politico tra quelli che al presidio ci stanno ogni giorno. Su un cartone inastato riesco a intravedere pezzi di un appello a parlare di “padroni in casa nostra” anche quando si tratta di dire “no” agli americani. Comunisti che cercano di parlare a leghisti?

L’antiamericanismo è l’altro tema delicato, ovviamente. A me pare che se se ne siano viste davvero pochissime tracce, molto pudore forse, ma anche molte cose davvero cambiate negli ultimi anni: riconoscimento reciproco tra minoranze che resistono, attenuazione di nazionalismi e abbandono di stereotipi.

Mentre aspettiamo e osserviamo, scattiamo foto. Per me è una novità: un recentissimo regalo di Elena, quindi traffico con piacere con un giocattolo che conosco ancora poco. Noto che fra macchine, videocamere e telefonini, c’è un’enorme quantità di gente che guarda la manifestazione col filtro digitale. Tecnologia cheap and pop. Mi permette di portarmi a casa l’immagine che ora è diventata lo sfondo del desktop del mio pc: “Governo lecca culo!”.

Verso le 14.40 arriva il treno da Mestre. StoriAmestre si presenta con due striscioni, colori prevalenti arancio e verde: “Basi no fa busi / sta base ghe ne fa” [I “basi” non fanno buchi / questa base ne fa]; “Altrochemestre con l’Altravicenza / Fuori la guerra dalla storia”. Riusciamo a fare due parole e un pezzetto di strada insieme prima di perderci nella folla.

6. La manifestazione procede lungo il circuito esterno delle mura. Il popolo della pace ha scarpe buone: fra una roba e l’altra sabato avremo fatto una decina di chilometri. Camminando cerchiamo di far caso a slogan, colori e striscioni. Per quanto mi riguarda, sono partito da Firenze con un adesivo sulla giacca: “Vicenza non si USA”; lungo il percorso del corteo ne ho recuperato uno da attaccare sul maglione: “Fuck the Army”, con il disegno di una tartaruga che sale su un elmetto (nazi).

Per quasi tutto il tempo stiamo in mezzo a gruppi di sinistra, di varia appartenenza. C’è uno spezzone anarchico di dimensioni che mi stupiscono; non il solito piccolo gruppo con look dark o punk, ma varie sigle, anche uno striscione rossonero “Comunisti libertari”, e molte età diverse. I collettivi studenteschi sono come al solito dietro ai sound system montati su un furgone. Notiamo un gruppo che fa gran sventolio di bandiere rosse – forse le carc? – dietro un furgone dipinto color cachi; malgrado riporti sulla fiancata l’articolo 11 della Costituzione, il commento “proud to be italian” che chiude le comunicazioni insieme a un “yankee go home” mi risulta comunque troppo militaresco e il tutto assai sgradevole.

Questione di gusti, si capisce. Preferiamo i giochi di parole e le buone battute. Come dicevo, i gatti sono stati scelti come tema ricorrente; su un lenzuolo, prima che si perdesse tra le teste, sono riuscito a leggere che a Vicenza “non c’è tripps per cats”; bene esposti lungo il percorso troviamo un “Non magnemo gati ma gnanca bombe” e un “Prodi hai svegliato il gatto che dorme / Americani a Vicenza / baccalà al governo”.

 

Anche il vino, ovviamente, è tema di slogan; su un grande cartello elettronico sospeso che serve per le informazioni sul traffico è stato attaccato: “Zonin non compremo più el to vin / boicottiamo chi sostiene il Dal Molin”; un gruppetto di ragazzi, invece, canta sull’aria di un coro da stadio “Meno Dal Molin, e un fiantin [un po’] de vin”.

Proviamo a capire anche da piccoli segni come si pone la città di fronte alla manifestazione. Vediamo ai bordi delle strade cartelli

provvisori che annunciano divieto di sosta: «Dalle 8 a fine esigenze di sabato 17 febbraio per “manifestazione”»; ci fa ridere “manifestazione” tra virgolette, come se fosse roba esotica.

A un certo punto incrociamo un ragazzo, tra i venti e i trent’anni, vestito da alpino, cappello con la piuma compreso, piantato in mezzo alla strada, pugni ai fianchi, che guarda accigliato i manifestanti che gli vengono incontro; con qualcuno discute, non sembra per niente ironico o paradossale, ma davvero uno che si sente di difendere la base. Cerchiamo tutto il tempo di vedere se qualcuno si affaccia dalle case per salutarci o per dichiarare la sua posizione. Vediamo pochissimi volti alle finestre o sui terrazzi, e la maggior parte musi lunghi, non si capisce se ostili o indifferenti ma di certo non favorevoli; è vero anche che le case di abitazione sul percorso della manifestazione, tutto esterno alla città, non sono molto numerose, ma la sensazione è davvero strana.

A un certo punto sentiamo degli applausi: un gruppo di “cittadini statunitensi contro la guerra” si è piazzato con le sue bandiere ai bordi di una strada e riceve l’omaggio dei manifestanti che passano. Più o meno alla stessa altezza incrociamo un signore, per forza di Vicenza, con una maglietta mitica: sulla schiena ha scritto “Governo luamaro” [“Governo letamaio”], e uno pensa allo scrittore Luigi Meneghello, per forza.

Faccio un salto quando cominciamo a costeggiare il collegio gesuita e il seminario vescovile: una serie di edifici e annessi di grandi dimensioni, e mi viene da pensare “ecco un’altra base di dimensioni mostruose”. Nemmeno da quelle finestre si affaccia qualcuno.

Poco dopo il seminario, ritroviamo gli amici di storiAmestre. Abbiamo cercato e notato più o meno le stesse cose, e rievochiamo altre trasferte in cui abbiamo avvertito una forte sfasatura tra luogo e scopo della manifestazione: una a Vicenza nel 1999, mentre la NATO bombardava in Kosovo (partiti davanti alla caserma Ederle per entrare in una città che sembrava deserta); un’altra a Treviso nel 2002, in solidarietà con immigrati (fatta sfilando per una parte del circuito esterno alle mura, grosso modo come oggi).
All’ultima strozzatura, prima di rientrare nel Campo Marzio ci perdiamo di nuovo.

7. L’ingresso nel Campo Marzio è magnifico: la strada scende, permettendo quindi una vista strabiliante su tutta la parte di corteo che precede. In quel momento, tutti mano alle macchine digitali: il gesto rendeva la situazione comica ed emozionante allo stesso tempo.

Quando ci avviciniamo al palco sentiamo che i discorsi conclusivi sono già cominciati; una voce di donna ringrazia i comitati della Val di Susa, quelli contro le basi in Sardegna, quello toscano contro la base di Camp Darby (sulla costa tra Pisa e Livorno), il comitato di Sigonella. Poi passa la parola a Dario Fo.

La stanchezza e il freddo cominciano a farsi sentire, ma ci si guarda intorno increduli: è impossibile spiegare la quantità di energia, di tempo, di desideri che si sente tutto intorno; è invece facilissimo spiegare come tutto questo conviva con un senso di costernazione: “possibile che tutto questo, tutta questa vita, non serva a nulla?”.

Il Campo Marzio è percorso in tutte le direzioni: da quelli che sono arrivati da tempo e ormai guardano l’orologio perché hanno un lungo viaggio di ritorno da affrontare; da quelli che invece stanno ancora completando il corteo; da quelli che si organizzano per seguire i comizi, Dario Fo e il resto dello spettacolo previsto, e per restare ancora a Vicenza per le assemblee che si terranno domenica mattina.

Si ritrovano amici o solo facce note. Un compagno di Firenze mi dà un po’ di informazioni: in testa al corteo c’erano sia i vicentini – tanti – che le associazioni cattoliche (evito battute scontate); a un certo punto, mi dice, il corteo s’era chiuso, formando un anello che circondava tutta la città. Ci salutiamo perché lui, con la morosa, si ferma a Vicenza. Sono quasi le 18.30, così con Elena e i due amici spagnoli raggiungiamo il nostro pullman, e ripartiamo poco dopo.

Sul pullman tutti cotti, ma tutti curiosi di avere notizie “dall’esterno”. Partono sms e telefonate. Un amico rimasto a Roma mi dice che è stato un successo che tutti hanno dovuto ammettere, malgrado tutto; certo, hanno rotto le scatole per uno striscione “tutti i compagni liberi” e per un paio di petardi, ma persino la Questura dice 70.000 presenti (gli organizzatori dicono 200.000) e “tutto senza problemi”; mi dice anche che sul sito di Repubblica è già stata montata una specie di cronaca minuto per minuto, con galleria di foto e tutto. Una ragazza parla con i suoi genitori e capisco che di gente spaventata ce n’era; li tranquillizza e si fa raccontare e riceve grosso modo le stesse notizie che mi ha dato il mio amico.

8. Arriviamo a casa che sono le 23 passate. Mi butto subito a vedere le notizie sul sito di Repubblica. I commenti provenienti da governo e affini mi sembrano surreali: “manifestazione magnifica, la base si fa”. Penso che ci sia qualche errore, invece sento e leggo le stesse cose anche questa mattina. Il compagno spagnolo, nel pomeriggio, mi fa vedere un titolo di “Repubblica” di ieri: “Prodi: la base si fa comunque”. Scambio mail con un compagno di Mestre. Qualche giorno prima della manifestazione gli avevo scritto che conveniva attrezzarci per la depressione: “sarà una manifestazione magnifica, ci conteremo, e la base si farà ugualmente”. Non me lo ritrovo depresso, ma infuriato, che è già meglio. Gli rispondo: Moggi è un dilettante, in fondo lui ci faceva seguire solo un campionato di calcio finto, qui invece siamo costretti a vite finte.

Firenze, 18 febbraio 2007

1 commento per Baccalà al governo. Firenze-Vicenza, 17 febbraio 2007

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