In linea da: 20/09/2006

21/25/29 settembre 2006, ore 17.30 – 30 settembre, ore 21

In linea da: 09/09/2006

Visita al carcere della Giudecca

di Nadia Caldieri*

Ho chiesto di poter assistere alla presentazione di un libro da poco uscito sulle carceri femminili nell’Italia dell’Ottocento. Si tratta del volume di Simona Trombetta dal titolo Punizione e carità. Da tempo sto conducendo una ricerca sulle carceri femminili tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, e anche per questa ragione mi interessa partecipare all’incontro.

Ho dovuto comunicare con anticipo la mia presenza perché l’evento si svolge all’interno di un carcere, quello femminile della Giudecca a Venezia e qualche ufficio ministeriale deve fare controlli.

Sono quasi le tre del pomeriggio e cammino sulla fondamenta dell’isola della Giudecca. Non so dov’è il carcere, non ci sono mai stata. Non sono mai entrata in nessun carcere finora.

Prima di un ponte giro a sinistra e guardo, pensando che è inutile chiedere a qualche passante. Mi dico “un carcere si vede!”, ma non è così. Fermo un tizio sulla quarantina che mi suggerisce di seguirlo: “devo andarci anch’io” dice. Il penitenziario è a una cinquantina di metri, me lo indica. È un normale palazzo che si distingue da quelli intorno solo per una bandiera italiana issata su un’asta obliqua. Entro. Alla mia destra c’è una piccola stanza dove i visitatori, che io immagino siano per lo più i parenti delle detenute, devono fare anticamera, previo controllo di documenti e permessi. Nella stanza ci sono già altre persone e quando è il mio turno consegno la carta d’identità a un agente donna che si trova dall’altra parte del muro. Il muro ha una finestra, blindata immagino, che sul lato inferiore ha un aggeggio scorrevole che permette di far passare quasi solo carte. Il riquadro della finestra è dipinto di verde, sembra che il colore sia stato dato a mano,

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In linea da: 09/09/2006

A spasso per una zona artigianale

di Mirella Vedovetto

È domenica mattina, oggi il tempo è sereno ma fino a ieri pioveva. Mi trovo all’inizio di un tratto di via Galilei, nella zona artigianale di Mogliano Veneto, accanto a dove abito da 23 anni, cioè da sempre. Sono qui da più di un’ora e la zona è deserta, solo un’auto è passata: il padre insegnava al figlio a guidare. Ora una ragazza porta il cane a passeggio e cammina in mezzo alla strada. Io sono da sola e fingo di passeggiare.

Molto silenzio al di là del continuo cinguettio e di qualche cane che abbaia: oggi non si lavora. Sullo sfondo alti tralicci della corrente e qualche gru. Mi guardo intorno e tutto mi fa venire in mente gli aggettivi “geometrico” e “squadrato”, colore grigio. La zona è attraversata da due strade parallele e altre due perpendicolari a queste. Nello spazio delineato da questi incroci ci sono capannoni tutti in fila, alti poco meno di una casa a due piani. Si notano a prima vista quelli costruiti più di recente: molte vetrate, colori pastello, alcuni hanno anche un giardino curato. Mia mamma, anche lei vive qui da una vita, in genere fa molta fatica a collocare nel tempo i suoi ricordi ma in questo caso sa di preciso quando hanno cominciato a costruire questa zona artigianale: “è stato quando hanno sequestrato Moro”, mi dice. “E prima?”. “Tutti campi, e solo una strada di terra e sassi che portava a Mogliano”.

Adesso c’è l’asfalto, quasi nessun cartello stradale, se non quello delle vie. Sulla strada creata più di recente, in seguito all’ampliamento della zona, erano anche state tracciate le linee bianche per dividere le carreggiate, ma nel giro di un anno si sono sbiadite

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In linea da: 09/09/2006

Quell’ignoto soldato tedesco

di Ilario Dittadi

In quell’immane tragedia che è stata la seconda guerra mondiale, l’episodio che sto per raccontare è ben piccola cosa. Pochi lo ricorderanno ancora. Nemmeno il prete del piccolo paese al quale mi rivolsi nel tentativo di saperne di più mi poté aiutare. Un fatto, insomma, come tanti altri di quegli anni terribili, inevitabilmente destinato a essere dimenticato. Non da me però. Le circostanze in cui sessant’anni dopo ne venni a conoscenza, il luogo nel quale mi fu raccontato, le sensazioni che avevo provato poco prima e che provai poco dopo averlo ascoltato mi danno questa certezza.

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